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Spirito

La Santa Sede tra ecologia e statistiche – un’analisi

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Abbiamo potuto leggere in questi giorni le statistiche sulla situazione della Chiesa in Europa e nel mondo, il declino delle vocazioni e della vita religiosa.

 

In Asia e Africa, l’apparente lenta crescita del cattolicesimo va messa in relazione all’aumento di popolazione, e la limitata crescita vocazionale in proporzione con questi. Quanto alla situazione statistica della Chiesa in Europa, non vale la pena di parlarne, come ben sappiamo.

 

Abbiamo anche letto come dei «conservatori» lamentino questo stato di cose, si trovino perfino a rinnegare i successi appariscenti ma poco profondi del pontificato wojtyliano, dichiarando la miopia del Papa e della gerarchia di fronte a questo fallimento della «tattica» post-conciliare.

 

Non crediamo si possa minimizzare l’importanza di un tale evento, che unisce i nuovi obiettivi della gerarchia con l’ecumenismo più profondo, quello dell’azione concertata delle religioni per il bene della «casa comune», che esclude ogni interesse soprannaturale, ed ogni considerazione della Verità rivelata

Secondo questi conservatori, la gerarchia avrebbe tentato di trattenere le masse avvicinandosi al mondo, per poi scoprire che non funzionava, ed ostinarsi tuttavia sulla stessa strada. Insomma, una terza e quarta dose di progressismo, che però non ha risolto la «pandemia» apostatica che svuota le chiese europee e non solo.

 

A nostro avviso però questa lettura «conservatrice» pecca su un punto fondamentale. Dà infatti per scontato che lo scopo dell’aggiornamento e dell’avvicinamento al mondo sia sempre quello di «portare la gente in chiesa», magari di suscitare vocazioni e far fiorire una qualche sorta di vita cattolica.

 

 

Glasgow o i veri scopi della nuova religione

L’impegno della Santa Sede su tutt’altri fronti dovrebbe farci capire che di tutto questo da molto tempo non importa più nulla, stando alle linee guida e agli input che provengono dall’alto. Non abbiamo dubbi che possa importare all’uno o all’altro vescovo, o parroco. Ma per chi segue la linea, gli obiettivi sono molto diversi.

 

L’incontro COP26 di Glasgow, cui la Santa Sede ha dedicato tutte le sue energie, facendo da presidenza del parlamento delle religioni che ha presentato a quel consesso le sue proposte ed impegni, ci dice tutt’altro.

 

Non crediamo si possa minimizzare l’importanza di un tale evento, che unisce i nuovi obiettivi della gerarchia con l’ecumenismo più profondo, quello dell’azione concertata delle religioni per il bene della «casa comune», che esclude ogni interesse soprannaturale, ed ogni considerazione della Verità rivelata.

 

Il Cardinal Parolin, che ha letto a Glasgow il messaggio del Papa, ha spiegato con semplicità a cosa essi siano ormai impegnati: l’adozione da un lato di «una strategia di riduzione a zero delle emissioni nette», per quanto riguarda lo Stato della Città del Vaticano entro il 2050, e dall’altro (per quanto riguarda la Chiesa tutta) la promozione di «un’educazione all’ecologia integrale» che favorisca nuovi comportamenti e un nuovo «modello culturale di sviluppo incentrato sulla fraternità» e sull’alleanza uomo-natura.

 

Un impegno educativo, scrive il Papa, che vede un’ampia convergenza da parte dei rappresentanti di tante fedi e tradizioni religiose, firmatari di un Appello congiunto lo scorso 4 ottobre: «Voci differenti e con diverse sensibilità.

 

A coloro che entrano nei seminari moderni nei cinque continenti, siano essi in aumento o in diminuzione, se sono ancora in buona fede, occorrerà ricordare questo. Essi diventeranno gli ingranaggi di una propaganda ecologico-panteista che porti alle masse questo messaggio utile alla «Casa comune»

Ma ciò che si è potuto avvertire chiaramente era una forte convergenza di tutti nell’impegnarsi di fronte all’urgente necessità di avviare un cambiamento di rotta capace di passare con decisione e convinzione dalla “cultura dello scarto” prevalente nella nostra società a una “cultura della cura” della nostra casa comune e di coloro che vi abitano o vi abiteranno».

 

 

Un appello

A coloro che entrano nei seminari moderni nei cinque continenti, siano essi in aumento o in diminuzione, se sono ancora in buona fede, occorrerà ricordare questo. Essi diventeranno gli ingranaggi di una propaganda ecologico-panteista che porti alle masse questo messaggio utile alla «Casa comune».

 

Quantomeno questo è ciò a cui saranno principalmente formati, lì dove le direttive vaticane sono davvero ben seguite. Le testimonianze di tanti buoni sacerdoti nelle parrocchie, vittime del sistema modernista, ci dicono questo. Le direttive diocesane non parlano d’altro da molto tempo.

 

Che fare?

 

Ai giovani che ancora hanno una vocazione sincera al sacerdozio cattolico, va invece l’appello a trovare quella formazione sacerdotale integrale per salvaguardare la quale Monsignor Lefebvre ha sacrificato ogni onore ecclesiastico

Lasciarsi formare con questo spirito di «servizio» (o meglio asservimento) al mondo e alle sue richieste?

 

Sottostare alle direttive in parrocchia per cercare comunque di fare un bene parziale?

 

Al clero in particolare è richiesto il coraggio del salto vero un’adesione integrale alla Tradizione della Chiesa e ai suoi dogmi, a rischio di perdere il consenso del mondo e dei superiori; ai giovani che ancora hanno una vocazione sincera al sacerdozio cattolico, va invece l’appello a trovare quella formazione sacerdotale integrale per salvaguardare la quale Monsignor Lefebvre ha sacrificato ogni onore ecclesiastico.

 

Solo così si potrà davvero e senza illusioni servire la causa della Chiesa Romana e del Cristo Re, e non quella di un mondo che ha divinizzato se stesso.

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

Immagine di COP26 via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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Geopolitica

Si complicano i rapporti tra Israele e la Santa Sede

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Le recenti dichiarazioni del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin che denuncia la «carneficina» perpetrata dallo Stato ebraico nella Striscia di Gaza sono “deplorevoli” secondo l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede. Allo stesso tempo, il Vaticano ha giustificato le parole del suo numero due, con la motivazione che cercano solo di prevenire una nuova «spirale di violenza».

 

«Penso che siamo tutti indignati per ciò che sta accadendo, per questa carneficina. (…) Chiedo che il diritto alla difesa di Israele invocato per giustificare questa operazione sia proporzionato, il che non è certo il caso con trentamila morti».

 

Le parole pronunciate il 13 febbraio 2024 dal numero due del Vaticano hanno rapidamente provocato tensioni nei rapporti diplomatici – già spesso difficili – tra Israele e Santa Sede. Parole attentamente soppesate, perché è vero che l’alto diplomatico cardinale Pietro Parolin ha l’abitudine di misurare tutte le sue parole, cosa che non sempre avviene dalla parte di Sainte-Marthe.

 

È bastato questo per scatenare le ire dello Stato Ebraico: «giudicare la legittimità di una guerra senza tenere conto di tutte le circostanze e i dati rilevanti porta inevitabilmente a conclusioni errate», afferma l’ambasciatore Raphael Schutz, accusando il cardinale Parolin di basarsi su «Fonti di Hamas».

 

Fino ad ora, la posizione della Santa Sede in Terra Santa non è cambiata: il micro-Stato chiede – affinché la pace possa finalmente avere una possibilità di affermarsi nella regione – per una soluzione che consenta la coesistenza di due Stati, uno Israeliano, l’altro palestinese, con uno status speciale per la città di Gerusalemme che dovrebbe rientrare nel diritto internazionale. Una soluzione che il primo ministro Benjamin Netanyahu rifiuta.

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Ma il Segretario di Stato della Santa Sede non è il primo ad aver condannato il modus operandi dell’esercito israeliano nell’enclave della Striscia di Gaza: a fine novembre 2023, il sovrano pontefice – ha addirittura dichiarato che l’offensiva delle forze dello Stato Ebraico somigliava per certi aspetti al «terrorismo», suscitando proteste sulle rive del Giordano.

 

Quattrocento rabbini avevano inoltre cofirmato una lettera aperta in cui denunciavano le «acrobazie diplomatiche» dell’attuale successore di Pietro. Il 3 febbraio papa Francesco ha risposto ribadendo la sua condanna di «ogni forma di antisemitismo e antigiudaismo».

 

Una risposta apprezzata dalle autorità religiose ebraiche che hanno scritto parole gentili nei confronti del sovrano pontefice, che la Santa Sede ha pubblicato su L’Osservatore Romano due giorni dopo la dichiarazione più offensiva del cardinale Parolin, innescando un nuovo imbroglio diplomatico.

 

È difficile che la Santa Sede faccia sentire la propria voce nel contesto particolare della Chiesa in Terra Santa. La Chiesa è stretta nella morsa tra, da un lato, il governo israeliano che negli ultimi anni ha intensificato i tentativi di derubare i cristiani o le istituzioni religiose delle loro proprietà immobiliari nella Città Vecchia di Gerusalemme, e, dall’altro, l’atteggiamento aggressivo degli islamisti di Hamas.

 

Questi ultimi considerano i cristiani arabi come cittadini di seconda classe, in un certo senso come dhimmi, senza osare dirlo ad alta voce.

 

Nel frattempo il Vaticano cercava, come meglio poteva, di salvare la presenza cattolica nella regione. Una linea di cresta che spesso rasenta l’equilibrismo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Immagini di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Spirito

I vescovi belgi propongono il diaconato femminile e il matrimonio dei preti

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La Relazione di sintesi della sessione del Sinodo sulla sinodalità dell’ottobre 2023 ha chiesto che i vari punti registrati in questo documento siano oggetto di nuove discussioni, a vari livelli, per portare infine a un nuovo Instrumentum laboris, futura base di lavoro per il Sinodo finale sessione che si terrà dal 2 al 27 ottobre 2024 a Roma.   L’episcopato belga ha pubblicato un progetto di Priorità di discussione per la seconda sessione della 16a Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi – ottobre 2024. Questo documento di meno di cinque pagine è particolarmente interessante, perché è caratteristico del pensiero teologico moderno e di gravi deviazioni che lo inquinano.  

Le tre priorità ritenute dai vescovi

Queste «priorità» si riassumono in tre temi. La prima riguarda il modo di essere missionario. E il testo rileva che «una Chiesa sinodale missionaria richiede un dialogo aperto che tenga conto degli sviluppi attuali del mondo che ci circonda». Occorre quindi un «dialogo aperto» con «l’evoluzione della scienza, della cultura e della società».   L’obiettivo è che la Chiesa possa così «imparare cose». Gli sviluppi sociali (in materia di diritti umani, democrazia e libertà moderne, per esempio) incoraggiano la Chiesa a «rivedere e/o arricchire alcune delle sue posizioni» in modo da essere portata a «mettere in discussione e rinnovare la propria comprensione della Buona Novella».

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La seconda priorità a mette in discussione la Tradizione della Chiesa. Il testo spiega che «La tradizione/le tradizioni (…) sono il frutto di molti sviluppi e continuano ad evolversi». E ci si chiede: «la/le Tradizione/i della Chiesa rappresentano la migliore interpretazione possibile delle Scritture per gli uomini di oggi?»   Ciò richiede che «il Sinodo descriva la/le Tradizione/i della nostra Chiesa come dinamica e in costante sviluppo» attraverso «un dialogo aperto con gli sviluppi della teologia, della filosofia e della scienza».   La terza priorità è la constatazione che i primi due possono conoscere sviluppi diversi in diverse parti della Chiesa: c’è quindi bisogno di «unità nella diversità». Il che implica una maggiore responsabilità dei vescovi o delle conferenze episcopali. Di qui la richiesta che «prenda forma il decentramento di alcune decisioni nella Chiesa».

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I tre temi

Queste priorità vengono applicate a tre temi «fortemente sentiti nella Chiesa in Belgio». Il primo è il posto delle donne nella Chiesa. Basandosi su quanto «insegna la nostra società: l’uguaglianza di genere, l’importanza delle pari opportunità tra uomini e donne», il testo chiede «il via libera affinché le conferenze episcopali possano adottare alcune misure».   Queste misure riguardano più specificamente che «l’attribuzione di una crescente responsabilità pastorale alle donne e l’ordinazione diaconale delle donne non dovrebbero essere universalmente obbligatorie o proibite».   Il secondo tema è il «luogo e il significato del ministero ordinato». Ancora una volta il testo ascolta «il nostro tempo e la nostra cultura». Egli rileva che la difficoltà del reclutamento del clero, così come la responsabilità pastorale condivisa tra sacerdoti e laici, devono portare a una riscoperta della «natura simbolica e sacramentale del ministero ordinato».   Le due esigenze che ne derivano sono da un lato che «sacerdoti e diaconi assumano le loro responsabilità pastorali all’interno di gruppi in cui anche i laici hanno il loro posto e il loro compito», il che porterà ad un rinnovamento nella formazione dei presbiteri e dei diaconi riguardo compiti pastorali.   E d’altro canto si chiede «che ciascuna conferenza episcopale o assemblea episcopale continentale possa adottare alcune misure in vista dell’ordinazione sacerdotale dei “viri probati”. L’ordinazione sacerdotale dei “viri probati” non dovrebbe essere universalmente obbligatoria o vietata».   Il terzo tema riguarda «i giovani e la cultura digitale», e invita alla cooperazione tra tutti gli attori ecclesiali affinché la Chiesa sia presente nel mondo digitale.

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Conclusione

La concezione di Tradizione presentata da questo testo è frutto del Concilio Vaticano II attraverso la costituzione dogmatica Dei Verbum che ha voluto riunire in qualche modo in una sola le due fonti definite dal Concilio di Trento – Sacra Scrittura e Tradizione. A ciò si associa la nozione di «tradizione viva», vissuta in ogni epoca della storia della Chiesa.   Così, la Tradizione è considerata come l’interpretazione della Sacra Scrittura in ogni epoca secondo la sua cultura, la sua filosofia o anche lo sviluppo delle scienze. Ciò significa che è essenzialmente evolutiva. Non è più la Tradizione della Chiesa come definita dal Concilio di Trento: fonte immutabile della Rivelazione.   In questo sistema modernista, nulla nella dottrina è al sicuro da un cambiamento, una trasformazione o un’evoluzione che trasformi il dogma nel suo opposto. Il documento dei vescovi belgi ne è una caricatura, ma ahimè! molto – troppo – condiviso da diversi vescovi. Purtroppo non professano più la fede cattolica.   Certamente il celibato sacerdotale non va messo sullo stesso piano del sacerdozio riservato agli uomini, punto che non può cambiare. Ma mettere in discussione questa disciplina fa parte di questa perpetua evoluzione. Per quanto riguarda il processo decisionale differenziato, ciò consente di considerare perfettamente lecita la benedizione delle coppie dello stesso sesso in Belgio e di rifiutarla altrove.   L’unità nella diversità, in queste condizioni, equivale alla frammentazione della dottrina e della disciplina della Chiesa in molteplici opinioni più o meno opposte. Non è più la Chiesa cattolica, ma una Chiesa diventata protestante.

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Gender

La Chiesa ortodossa contro il Vaticano per le benedizioni gay: «drastico allontanamento dagli insegnamenti morali cristiani»

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La Chiesa ortodossa russa condanna la recente decisione del Vaticano di consentire la benedizione delle coppie dello stesso sesso come una deviazione dalla fede cristiana

 

Secondo un comunicato pubblicato sul sito della Chiesa, il Patriarca di Mosca Cirillo ha chiesto alla Commissione biblica e teologica sinodale di «analizzare» la Fiducia Supplicans, il documento adottato dal Vaticano nel dicembre 2023.

 

La commissione si è riunita martedì scorso e «ha convenuto all’unanimità che questa novità rappresenta un drastico allontanamento dagli insegnamenti morali cristiani», si legge nella dichiarazione del Patriarcato.

 

Il patriarca Kirill ha affermato in passato che la Chiesa ortodossa russa «non avrebbe mai» appoggiato il matrimonio tra persone dello stesso sesso e ha condannato «la pericolosa e distruttiva ideologia LGBT». Le opinioni della Chiesa sono coerenti con la posizione delle autorità russe, che nel dicembre 2022 hanno ampliato notevolmente il divieto esistente sulla «propaganda LGBT».

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Importante notare che la Commissione è presieduta dal metropolita Hilarion, che per più di un decennio è stato il funzionario ortodosso russo più importante e visibile nei rapporti con la Chiesa cattolica come presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca.

 

Ilarione, che durante la pandemia si era speso a favore del vaccino COVID, è giudicato da alcuni, in ambito ortodosso, un filomodernista, se non persino filocattolico.

 

Il metropolita ora vede la Fiducia Supplicans come un ostacolo ad ogni relazione tra Mosca e Roma, dichiarandoo in un’intervista a Rod Dreher, intellettuale convertito da cattolico e ortodosso redattore capo di The American Conservative, che il documento vaticano che consente la benedizione delle coppie dello stesso sesso rende impossibile la discussione su una possibile unione tra le due chiese. «Se siamo realisti, non possiamo più sperare in una futura unità tra ortodossi e cattolici. Queste misure chiaramente non ci avvicineranno, ma creeranno nuove linee di separazione».

 

Hilarion aveva aggiunto di essere rimasto scioccato dal documento del duo argentino Fernandez-Bergoglio perché «abbiamo sempre considerato la Chiesa cattolica romana come un faro del cristianesimo tradizionale».

 

Come riportato da Renovatio 21, Bergoglio conosce personalmente Ilarione, ed è andato pure a trovarlo a Budapest, dove ora è metropolita (secondo voci, sarebbe stato trasferito in stile promoveatur ac amoveatur), per poi vantarsi della conversazione con i giornalisti in aereo, facendo intendere che poteva riguardare la pace tra Mosca e Kiev.

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Immagine di Russian Orthodox Cathedral of St John the Baptist via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
 

 

 

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