Bioetica
La Russia non vieterà l’aborto
La Russia non vieterà l’aborto perché tali restrizioni complicherebbero solo il problema, ha detto la presidente della camera alta del Parlamento nazionale, Valentina Matvienko.
Un possibile divieto di aborto è diventato recentemente un tema caldo nel Paese poiché diverse regioni russe hanno vietato alle cliniche private di eseguire la procedura o hanno introdotto sanzioni per convincere le donne a interrompere la gravidanza.
Alla fine di novembre, la vicepresidente della Camera bassa, la Duma di Stato, Anna Kuznetsova, ha suggerito che le iniziative regionali volte a proteggere la famiglia e i bambini «dovrebbero essere soggette a decisioni federali». I legislatori di Mosca hanno già iniziato a lavorare su una legislazione che impedirà alle cliniche private di tutta la Russia di offrire l’interruzione di gravidanza ai propri clienti.
La scorsa mattinata la Matvienko ha assicurato all’opinione pubblica che non vi è alcun piano per introdurre un divieto generale dell’aborto nel Paese. «Sono assolutamente sicura che nessuna restrizione… nessuna criminalizzazione in quest’area sarà in grado di risolvere questo problema», ha detto ai giornalisti.
«Abbiamo già avuto un’esperienza del genere, che ha portato a tristi conseguenze», ha ricordato a tutti la deputata, riferendosi apparentemente al divieto di aborto in vigore in Unione Sovietica tra il 1936 e il 1955. Il risultato è stato l’emergere di un «mercato illegale , aumento della mortalità femminile e così via», ha detto. Lo Stato russo «non prenderà certamente questa strada», ha insistito la Matvienko.
Per quanto riguarda il dibattito sul tema, il relatore ha suggerito che «è ora necessario ridurre l’intensità della retorica, spostare la discussione sul piano del buon senso e continuare un lavoro professionale approfondito che escluda errori e proposte sconsiderate che causano ansia nell’opinione pubblica».
Il numero degli aborti in Russia è diminuito del 25% negli ultimi cinque anni, ma i «dati rimangono ancora allarmanti», ha sottolineato Matvienko. Il principale consulente del ministero della Sanità russo sulla salute riproduttiva, Oleg Apolikhin, ha detto l’anno scorso all’agenzia Tass che ogni anno nel Paese vengono eseguiti circa 400.000 aborti.
Secondo la relatrice, uno dei modi per affrontare il problema è «spiegare a ogni donna che suo figlio sarà sostenuto dallo Stato» e informarla del danno fisico arrecato dall’interruzione di una gravidanza.
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La Matvienko ha espresso la speranza che in futuro la società russa comprenda meglio la questione, secondo cui gli aborti verranno praticati solo per motivi medici o se la gravidanza è il risultato di violenza sessuale.
Come riportato da Renovatio 21, il patriarca di tutte le Russie Cirillo ha recentemente attaccato l’aborto in Russia in quanto «distruttore del futuro».
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso agosto la Repubblica della Mordovia, regione della Federazione Russa, ha adottato una legge storica che vieta la «propaganda» sull’aborto.
Dopo la conquista della Russia da parte dei bolscevichi, nel 1920 la Repubblica Sovietica Russa sotto Lenin divenne il primo paese al mondo nell’era moderna a consentire l’aborto in tutte le circostanze, ma nel corso del XX secolo la legalità dell’aborto è cambiata maggiormente più di una volta, con il divieto di aborto incondizionato che fu nuovamente emanato sotto Stalin dal 1936 al 1955. Da allora fu di nuovo legalizzato.
Gli aborti russi hanno raggiunto il picco a metà degli anni Sessanta, con un totale di 5.463.300 di bambini russi uccisi nel grembo materno nel solo 1965.
In tutta l’Unione Sovietica, dalla sua legalizzazione, fino alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1990, si sarebbero verificati oltre 260 milioni di aborti.
Nel 2009, la Russia ha registrato 1,2 milioni di aborti, su una popolazione di 143 milioni di persone. Nel 2020 la Russia aveva ridotto il numero di aborti a 450 mila.
Anche l’utero in affitto è legale in Russia, con una legislazione particolarmente permissiva che l’aveva resa, fino a poco fa, una meta del cosiddetto «turismo della fertilità».
Come riportato da Renovatio 21, nel corso del 2022 la camera bassa del Parlamento russo, la Duma di Stato, ha approvato un disegno di legge per impedire agli stranieri di utilizzare madri surrogate russe.
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Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Bioetica
Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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Bioetica
Corpi senza testa per produrre organi: l’uomo ridotto a funzione, la medicina contro l’anima
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