Bioetica
La polizia indiana reprime presunto racket dell’aborto selettivo che uccide le bambine non ancora nate
La polizia indiana ha arrestato un medico e il suo assistente alla fine del mese scorso, l’ultimo di una serie di arresti dopo che le forze dell’ordine hanno represso un presunto «racket» di aborto selettivo per sesso per identificare illegalmente e uccidere bambine indesiderate. Lo riporta LifeSiteNews.
La pratica è comune in Asia, dove una forte preferenza culturale per i maschi ha portato al massacro di decine di milioni di bambine non ancora nate.
La polizia di Bangalore ha arrestato il dottor Chandan Ballal e il tecnico di laboratorio Nisar il 27 novembre, dopo diversi arresti precedenti in relazione a un presunto «racket della determinazione sessuale e dei feticidi femminili» nella città di Mysore e nei suoi dintorni, nel sud dell’India.
La polizia ha arrestato due persone a ottobre, identificate come Shivalinge Gowda e Nayan Kumar, che stavano trasportando una donna incinta per abortire, riporta il quotidiano indiano Hindustan Times.
Secondo quanto riferito, la coppia avrebbe rivelato durante l’interrogatorio della polizia che i partecipanti al «racket» gestivano un centro di ecografia in un’unità di lavorazione dello zucchero nella vicina Mandya per aiutare le donne incinte a scoprire il sesso del loro bambino non ancora nato – una pratica illegalizzata in India proprio per combattere il feticidio massivo delle femmine.
Le autorità hanno successivamente arrestato un direttore dell’ospedale e un addetto alla reception e, più recentemente, il dottor Ballal e il suo tecnico di laboratorio.
Un alto funzionario di polizia citato dai media locali ha affermato che «l’indagine preliminare ha rivelato che negli ultimi tre anni, il medico accusato insieme ai suoi complici sono riusciti a eseguire circa 900 aborti illegali presso l’ospedale di Mysore a circa 30.000 rupie [circa 300 euro] per ogni aborto».
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Secondo un rapporto pubblicato nel 2021 dal Public Health Advocate dell’Università di Berkeley, «il feticidio femminile basato su test di determinazione del sesso… è salito alle stelle in India intorno agli anni Novanta, quando la tecnologia a ultrasuoni si è diffusa tra i membri della società delle classi superiori e delle caste superiori».
Il governo indiano ha risposto all’ondata vietando la pratica attraverso la legge sulle tecniche diagnostiche prenatali del 1994, ma l’uso degli ultrasuoni per aborti selettivi per sesso è continuato nonostante la legge, in parte a causa di profonde e durature influenze culturali che portano alla preferenza per i figli maschi.
«Nonostante l’illegalità dei test per la determinazione del sesso in India, l’efficacia di questa politica variava in base all’applicazione giurisdizionale, il che ha portato alla continuazione di test e aborti selettivi di massa», ha osservato il difensore della sanità pubblica.
La pratica ha avuto conseguenze drammatiche. Secondo il rapporto, «si stima che entro il 2030 ci saranno 6,8 milioni di nascite femminili in meno, proprio a causa della pratica costante degli aborti selettivi per sesso».
«Le donne vengono uccise in tutto il mondo. Ma in India la forma più brutale di uccisione delle donne avviene regolarmente, anche prima che abbiano l’opportunità di nascere», ha scritto il dottor Nehaluddin Ahmad in un rapporto del 2010. «Il feticidio femminile – l’aborto selettivo di feti femminili – sta uccidendo più di un milione di donne ogni anno in India, con conseguenze tragiche e di vasta portata».
Secondo quanto riferito, circa 13,5 milioni di bambine sono scomparse alla nascita in India tra il 1987 e il 2016, portando i gruppi antiabortisti a dedurre che milioni di bambine siano state uccise nel grembo materno.
Il problema dell’aborto selettivo basato sulla preferenza per i maschi è persistente in tutta l’Asia, dove in Cina e India gli uomini superano attualmente le donne di 70 milioni, scrive LifeSiteNews. Le conseguenze di tale squilibrio possono sconvolgere la società, dove un numero di maschi non sarà in grado di trovare una moglie, e diverrà quindi potenzialmente pericoloso.
L’anno scorso la Corte Suprema indiana estende l’aborto fino a 24 settimane di gravidanza. L’anno scorso un altro verdetto della giustizia indiana aveva reso legale l’«aborto per povertà».
Riguardo al rispetto delle donne, va ricordato come in India è diffusa pratica dell’utero in affitto, ed è emersa nel subcontinente l’inquietante tendenza all’asporto dell’utero delle braccianti, che vengono portate a farsi asportare l’organo riproduttivo così da aumentare la loro produttività nei campi.
Come riportato da Renovatio 21, il Parlamento canadese nel 2020 si rifiutò di condannare l’aborto sesso-selettivo.
È possibile, dunque, parlare di uno Stato che consente l’aborto sesso-selettivo come di uno Stato femminicida?
Quando realizzeranno questo cortocircuito le femministe?
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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