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Morte cerebrale

La Littizzetto all’anagrafe per convincere i cittadini a farsi espiantare gli organi

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Abbiamo già avuto modo di raccontare al lettore di Renovatio 21 il costante aumento delle opposizioni agli espianti d’organi vitali, al netto dell’invenzione di nuove tecniche predatorie che tendono ad ampliare la platea dei potenziali donatori.

 

Non c’è dubbio che tale tendenza preoccupi la macchina dei trapianti, al punto che per cercare di convincere i riottosi è scesa in campo anche la celebre showgirl Luciana Littizzetto, la quale si è addirittura recata all’anagrafe di Torino per intercettare le persone in fila per il rinnovo della carta d’identità.

 

L’attrice piemontese ha rimarcato quanto sia importante non lasciarsi bloccare da paure immotivate: «e se non sono morto? Beh è impossibile, gli esami, gli accertamenti sono talmente sofisticati che è impossibile (…) O pensano, sono scassato non c’è niente di buono dentro di me che possa essere recuperato: non ti preoccupare ci sono i medici a valutare».

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Il livello delle argomentazioni addotte a favore della donazione è alquanto superficiale, come è possibile constatare, ma è l’unica carta giocabile da chi ha interesse ad incentivare la pratica disumana degli espianti a cuore battente: la comunicazione infatti deve necessariamente tendere ad informare il meno possibile e cercare di essere rassicurante. In altri termini, essa deve agire a livello emotivo-sentimentale piuttosto che a livello razionale. 

 

Il fatto che gli esami e gli accertamenti (per determinare la morte cerebrale) siano sofisticati non significa che siano anche fondati. Anzi, è piuttosto vero il contrario: la morte è un evento naturale che può essere compreso da tutti, anche da chi non ha nessuna preparazione medica. E non è naturale osservare così tanti segni di vita in qualcuno che si suppone sia morto (normale frequenza cardiaca, pressione sanguigna, colorito, temperatura corporea etc).

 

Prendiamo ad esempio uno dei criteri obbligatori ai fini della dichiarazione di morte cerebrale: il test di apnea, di cui abbiamo più volte documentato la pericolosità.

 

Tale prova si propone di verificare la capacità del paziente in coma di attivare la respirazione spontanea, scollegandolo più volte dal respiratore per diversi minuti. Nel caso la prova dia esito negativo, si suppone che egli sia morto. Ma è proprio la premessa che sottostà al test di apnea ad essere priva di fondamento: l’atto della respirazione infatti non si esaurisce nell’incamerare aria nei polmoni, ma si perfeziona necessariamente a livello cellulare e biochimico. Un cadavere propriamente detto non è in grado di attivare il processo della respirazione, anche se l’ossigeno gli viene spinto a forza dentro i polmoni. In altri termini, affinché la ventilazione artificiale possa produrre gli effetti sperati è necessario che la persona sia ancora in vita.

 

Al contrario, per i fautori della morte cerebrale la mancata attivazione del riflesso automatico respiratorio è prova inconfutabile del fatto che il paziente sia deceduto. Ma sulla base di quale principio logico e biologico si fondi tale presunta certezza non è dato sapere. E’ così e basta e come dice la Littizzetto non serve preoccuparsi troppo, tanto ci pensano i medici a valutare …

 

Del resto, anche volendo supporre che la mancata attivazione del respiro costituisca la prova che le funzioni cerebrali siano definitivamente compromesse, in quanto non più in grado di dirigere e coordinare l’organismo nel suo complesso, non si riesce a capire come possano funzionare correttamente tutte le altre funzioni, le quali richiedono un alto livello di integrazione (pensiamo all’attivazione delle difese immunitarie, ad esempio).

 

 

Insomma, il criterio della morte cerebrale fa acqua da tutte le parti e più si approfondisce l’analisi più si scopre che esso si regge su un vero e proprio castello di menzogne, spacciate per scienza.

 

Pertanto, l’unica carta giocabile dalla propaganda è far leva sulle emozioni e sul desiderio, connaturato all’essere umano, di essere utile a qualcuno: la prospettiva di «donare» i propri organi o quelli di un congiunto per salvare la vita di un malato terminale è seducente, soprattutto per chi vive un trauma improvviso (pensiamo ai genitori di un ragazzo che si trova in rianimazione a causa di un incidente o di un malore improvviso).

 

C’è anche da sottolineare che viviamo in un’epoca in cui il senso del trascendente si è molto affievolito, anche a livello religioso, per cui le persone sono più sensibili a certi richiami che rimandano a generici ideali di solidarietà e condivisione. 

 

Malgrado ciò le opposizioni non accennano a diminuire ma anzi tendono ad aumentare. Con buona pace dei professionisti dell’informazione, dei VIP televisivi e degli inviti a non riflettere, che difficilmente riusciranno a convincere molti italiani a lasciarsi squartare vivi.

 

Alfredo De Matteo

 

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Immagine di Luca Boldrini via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine modificata nel taglio e nel colore

Morte cerebrale

Il test d’apnea: crudele strumento dell’industria della morte cerebrale

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Il paziente è immobile in un letto di terapia intensiva, collegato a una macchina che gli insuffla aria nei polmoni e ne solleva ritmicamente il torace. Il cuore batte, il sangue circola, gli organi vengono perfusi, ma la lesione encefalica è importante, la coscienza è assente, i riflessi del tronco encefalico previsti dai protocolli non sono presenti e il paziente non respira spontaneamente.   È questo il quadro clinico che può condurre all’accertamento della morte secondo criteri neurologici.   Tuttavia, per completare il suddetto accertamento è necessario eseguire il test di apnea, con cui si verifica se il paziente è in grado di sviluppare uno sforzo respiratorio quando viene sottoposto allo stimolo ipercapnico previsto dal protocollo. Un dato, però, è già noto: il paziente non respira spontaneamente, perché se lo facesse verrebbe meno uno dei presupposti dell’accertamento.

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Il test va dunque a cercare una condizione clinica già presente, ma lo fa provocando uno stimolo: la ventilazione viene modificata in modo da consentire all’anidride carbonica nel sangue di aumentare e al pH di diminuire. L’ipercapnia e la conseguente acidosi stimolano i centri respiratori del tronco encefalico e, se compare un tentativo di respirazione, il criterio non è soddisfatto; se invece, raggiunti i parametri previsti, non compare alcun atto respiratorio, l’apnea è accertata ai fini della determinazione della «morte neurologica».   Si tratta dunque di una prova che trasforma un’assenza già osservata in un’assenza verificata sotto stimolo. È proprio per tale motivo che la prova non è fisiologicamente neutra: la letteratura medica riconosce la possibilità di ipotensione, ipossiemia, aritmie e instabilità cardiovascolare e le stesse linee guida prevedono condizioni nelle quali il test deve essere interrotto.   Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in altre occasioni, il particolare non è secondario, perché il soggetto sul quale viene effettuato non è ancora stato dichiarato morto sulla base dell’accertamento che si sta completando e il test non possiede alcuna finalità terapeutica. Le linee guida statunitensi del 2023 stabiliscono che, nell’accertamento clinico, l’ora della morte venga documentata quando il risultato dell’emogasanalisi dell’apnea test dimostra il raggiungimento dei criteri richiesti.   Non si può dunque giustificare la procedura affermando semplicemente che viene effettuata su un morto. Non a caso, nella stessa letteratura neurologica si discute sulla necessità di uno specifico consenso alla procedura e sul rischio di danno iatrogeno.   Si potrebbe obiettare che ogni procedura diagnostica comporta un rapporto tra rischi e benefici e che l’importanza della diagnosi può giustificare un esame non completamente privo di rischi. Si potrebbe anzi formulare un’obiezione ancora più forte: il test viene mantenuto proprio perché, prima di dichiarare morto un essere umano, si pretende il massimo rigore possibile.   L’obiezione è ragionevole, ma obbliga a chiedersi che cosa aggiunga realmente la prova al quadro clinico già presente. Dopo l’esecuzione del test abbiamo un elemento in più, ossia che il paziente non ha prodotto uno sforzo respiratorio neppure in presenza dello stimolo ipercapnico stabilito dal protocollo, ma molto circoscritto.

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Sussiste però un dato che ci spinge a cercare altrove le ragioni profonde del test di apnea: esso può essere sfavorevole anche agli organi destinabili al trapianto. La letteratura ha descritto possibili conseguenze sulla qualità dei polmoni potenzialmente trapiantabili, tanto che sono state studiate manovre di reclutamento per «riaprire» gli alveoli eventualmente collassati.   Nel potenziale donatore è essenziale mantenere perfusione, ossigenazione e stabilità emodinamica affinché gli organi arrivino al prelievo nelle migliori condizioni possibili. Eppure, viene mantenuta come componente fondamentale dell’accertamento una procedura che può produrre proprio alcune delle condizioni che si cerca di evitare.   Perché?   Se osservassimo il problema esclusivamente dal punto di vista dell’efficienza trapiantologica, il test apparirebbe almeno in parte controproducente. Le linee guida internazionali, invece, continuano ad attribuire al test di apnea una posizione centrale: quando può essere correttamente eseguito, non può essere semplicemente sostituito da un accertamento strumentale.   Il sistema accetta dunque un possibile costo fisiologico, che può ripercuotersi persino sugli organi destinabili al trapianto, pur di conservare quella prova. Ma torniamo a osservare il paziente: il suo cuore continua a battere, il sangue circola, il corpo è caldo e il ventilatore ne muove il torace. La morte cerebrale deve quindi affrontare una difficoltà che la morte tradizionalmente accertata non presenta: dichiarare morto un essere umano nel quale continuano a manifestarsi fenomeni normalmente associati alla vita.   Un elettroencefalogramma è un tracciato, la PaCO₂ e il pH sono numeri, i riflessi del tronco encefalico sono dati che acquistano significato all’interno di un sapere specialistico. Il respiro appartiene invece all’esperienza elementare della vita.   A dichiarare morto quell’essere umano è un medico, chiamato ad attribuire lo status di cadavere a un corpo nel quale persistono numerose attività biologiche. Da qui la domanda: è possibile che la dimostrazione dell’apnea contribuisca anche a fornire una certezza morale a chi deve assumersi la responsabilità di quella dichiarazione?   Del resto, anche la storia della procedura è significativa: nel 1968 il rapporto di Harvard prevedeva sostanzialmente di interrompere per alcuni minuti la ventilazione e osservare se comparisse il respiro; negli anni successivi il test venne progressivamente standardizzato fino all’affermazione del riferimento a una PaCO₂ di 60 mmHg.

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Eppure, le linee guida statunitensi del 2023 riconoscono che la scelta dei valori della provocazione è «arbitrary», perché non esistono dati scientifici che dimostrino una specifica PaCO₂ oltre la quale i chemocettori bulbari debbano necessariamente provocare il respiro.   La fisiologia dello stimolo è reale, ma la soglia operativa attraverso la quale decidiamo che quello stimolo sia sufficiente è convenzionalmente stabilita.   Che cosa ha dimostrato, allora, il test? Certamente non la cessazione di ogni attività biologica dell’organismo, né la distruzione anatomica dell’intero encefalo e neppure che l’incapacità di respirare autonomamente equivalga di per sé alla morte. Al di là del dato clinico già descritto, l’apnea ha reso visibile l’immagine forse più evocativa della morte, ossia l’assenza del respiro.   Ecco, dunque, la sua ragione più profonda: all’interno di un accertamento costruito attraverso parametri neurologici complessi, il test restituisce alla morte qualcosa che quei parametri non possiedono, ossia un’immagine immediatamente riconoscibile.   L’apnea contribuisce così a rendere quella «morte» non soltanto protocollare o numerica, ma concretamente percepibile.    E soprattutto, la rende credibile.   Alfredo De Matteo  

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Morte cerebrale

Budget sanitario e morte cerebrale: la predazione degli organi come obiettivo del sistema

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Il 26 agosto, il Corriere delle Alpi ha riportato i dati sull’attività di donazione della ULSS 1 Dolomiti, resi pubblici dai vertici dell’azienda sanitaria e dal coordinamento trapianti: nel 2024 dieci accertamenti di morte con criterio neurologico; nel 2025 sedici; nei primi otto mesi del 2026 sei.

 

Nello stesso periodo del 2026 si contano cinque donatori multiorgano. Il direttore generale dell’ULSS auspica inoltre che il 20% di mancati consensi alla donazione registrato nel territorio possa essere ulteriormente ridotto, fino «magari» ad essere azzerato.

 

Fin qui, la consueta promozione della cosiddetta donazione. Ma nei dati diffusi dall’azienda sanitaria c’è molto di più: il coordinatore aziendale spiega che i coordinamenti ospedalieri sono operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, individuano i potenziali donatori e mettono in atto i processi necessari affinché si possa arrivare alla donazione. Tra le attività svolte, figura il monitoraggio quotidiano dei cerebrolesi ricoverati in terapia intensiva, oltre al controllo dei decessi ospedalieri e territoriali.

 

Inoltre, quando viene avviato un accertamento di morte con criteri neurologici, spiega ancora il responsabile, la rete dei trapianti è già stata attivata in modo da essere pronta al successivo prelievo e al trapianto.

 

Quest’ultimo dato, in particolare, mostra che l’accertamento neurologico della morte, pur avendo una funzione autonoma rispetto alla donazione, può svolgersi mentre la macchina trapiantologica è già stata messa in movimento. L’autonomia dell’accertamento, dunque, non comporta una separazione temporale e organizzativa dei due processi.

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È certamente vero che la legge italiana distingue le responsabilità: i medici che effettuano prelievi e trapianti devono essere diversi da quelli incaricati dell’accertamento della morte. Ma la questione decisiva riguarda il processo. Esiste anche una separazione del processo?

 

La legge n. 91 del 1999 stabilisce che già «all’inizio del periodo di osservazione», previsto per l’accertamento della morte, vengano fornite ai familiari tutte le informazioni relative anche al prelievo e alle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto.

 

Il Centro Nazionale Trapianti spiega inoltre che, quando il soggetto sottoposto ad accertamento presenta le condizioni cliniche per diventare un potenziale donatore, il coordinatore del prelievo verifica la sua volontà registrata nel Sistema Informativo Trapianti. La cronaca bellunese rende così visibile ciò che norme e procedure già mostrano: accertamento neurologico e processo donativo possono sovrapporsi temporalmente e organizzativamente.

 

Ma c’è un documento ufficiale che porta la questione ancora oltre: l’accertamento neurologico della morte entra addirittura fra gli indicatori utilizzati per valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario.

 

Tra gli indicatori utilizzati dal ministero della Salute, nel Nuovo Sistema di Garanzia per valutare l’assistenza sanitaria, compare l’indicatore H09Zb, che misura il rapporto tra il numero degli accertamenti e la popolazione residente. Ma è soprattutto il modo in cui il ministero spiega la funzione di questo indicatore a risultare illuminante.

 

Gli accertamenti vengono inseriti nel gruppo degli indicatori che misurano la capacità organizzativa degli ospedali di assicurare «il processo di donazione di organi». Lo stesso documento definisce i soggetti sui quali vengono effettuati tali accertamenti come potenziali donatori di organi a cuore battente e afferma che l’accertamento costituisce il punto di partenza del processo donativo.

 

Il documento arriva a individuare come uno dei principali fattori di perdita di potenziali donatori proprio il mancato accertamento della morte neurologica. Per descrivere il fenomeno utilizza addirittura l’espressione tecnica «missing brain deaths», «morti cerebrali mancanti».

 

Come abbiamo visto, l’accertamento della morte con criteri neurologici viene attivato quando ricorrono le condizioni cliniche previste, indipendentemente dal fatto che il paziente possa o meno diventare donatore. Ma proprio per questo appare ancora più significativo che il medesimo accertamento venga poi assunto dal sistema trapiantologico come indicatore della capacità di procurement.

 

La questione riguarda dunque proprio questa sovrapposizione: un accertamento che risponde alla necessità di stabilire la morte del paziente viene contemporaneamente conteggiato e valutato in funzione della capacità del sistema di procurare organi.

 

Eppure, la morte dovrebbe essere un evento che la medicina constata, non un parametro attraverso il quale valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario nel produrre donazione di organi.

 

La stessa logica ricorre nell’indicatore PROC2, utilizzato da anni dal sistema trapiantologico, che mette in rapporto gli accertamenti di morte encefalica con i decessi per lesione cerebrale acuta in terapia intensiva.

 

Il Centro Nazionale Trapianti lo utilizza per monitorare l’«efficienza» dell’accertamento e, più in generale, del processo di identificazione del potenziale donatore. Anche nei programmi nazionali il numero degli accertamenti neurologici compare accanto al numero dei donatori procurati. La diagnosi di morte encefalica, pur avendo una funzione autonoma, viene dunque incorporata organizzativamente nel sistema di valutazione del sistema organizzativo dei trapianti.

 

Ma dal quadro generale emerge un altro paradosso, quello economico: l’organo viene donato; il cittadino non riceve nulla; la famiglia non riceve nulla.

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Ma appena l’organo diventa disponibile si attiva una struttura estremamente complessa: personale sanitario, équipe chirurgiche, laboratori, trasporti, sale operatorie, sistemi di perfusione e conservazione, dispositivi medici e centri trapianto. E la filiera non termina con l’intervento, ma prosegue con la degenza, i controlli periodici, gli esami diagnostici, le visite specialistiche e soprattutto con le terapie farmacologiche antirigetto che accompagneranno il trapiantato nel tempo.

 

Il dato documentabile è l’esistenza di un rilevante flusso economico attivato dalla filiera e i numeri non mentono: solo per il piano di attività 2025 del Coordinamento Regionale Trapianti, il Veneto ha stanziato 665.100 euro; la programmazione sanitaria lombarda per il 2026 prevede l’adeguamento fino a 3,5 milioni di euro del finanziamento massimo destinato alle attività di trapianti e dichiara esplicitamente come risultato atteso «l’ulteriore incremento del procurement di organi».

 

A livello nazionale, inoltre, la legge di bilancio ha autorizzato 10 milioni di euro all’anno, a partire dal 2025, per la riduzione delle liste d’attesa per i trapianti e per l’acquisto di dispositivi destinati alla perfusione, conservazione, trasporto e gestione degli organi e dei tessuti. Nell’aprile 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’intesa sulle modalità di riparto di queste risorse.

 

Tuttavia queste cifre riguardano soltanto alcuni capitoli della macchina dei trapianti. Se si guarda alla filiera trapiantologica vera e propria, emergono altri ordini di grandezza: uno studio economico italiano stima in circa 61.000 euro il costo a carico del Servizio sanitario di un trapianto renale e della gestione del paziente nel primo anno; per il trapianto di fegato legato all’epatite B, un recente studio ha stimato invece un costo sanitario diretto medio nell’arco della vita di circa 396.000 euro per paziente, di cui oltre 80.000 euro riconducibili alla sola immunosoppressione.

 

Infine, uno studio condotto sul sistema trapiantologico del Lazio ha calcolato, tra il 2015 e il 2019, oltre 97 milioni di euro di finanziamenti tariffari per l’attività di trapianto di organi solidi, ai quali si aggiungevano oltre 29 milioni di euro destinati, nello stesso quinquennio, ai servizi di donazione.

 

La materia prima biologica senza la quale l’intera filiera non potrebbe esistere viene ceduta gratuitamente. Tutto ciò che accade dopo ha invece un costo, un finanziamento, una tariffa, un fornitore, un dispositivo, un professionista e spesso un mercato. E quel flusso economico non si esaurisce con il trapianto: continua negli anni attraverso farmaci, controlli, esami, visite e assistenza specialistica.

 

L’organo non viene comprato, ma intorno all’organo circola denaro, molto denaro.

 

A questo punto viene naturale porsi la domanda provocatoria che la retorica della «cultura del dono» lascia normalmente senza risposta: se io metto gratuitamente a disposizione qualcosa senza cui una filiera sanitaria, tecnologica, farmaceutica e logistica dal valore considerevole non potrebbe esistere, perché soltanto il mio contributo deve necessariamente rimanere estraneo a qualsiasi valutazione economica?

 

Il sistema considera moralmente inaccettabile attribuire un prezzo all’organo, mentre considera del tutto normale attribuire costi, finanziamenti e remunerazioni a praticamente ogni attività che quell’organo rende possibile.

 

Al limite, il cittadino potrebbe legittimamente dire: «se ciò che ti dono gratuitamente mette in moto tutto questo valore economico, allora l’organo me lo paghi». Ma la gratuità, ahinoi, riguarda il donatore, non la filiera.

 

Ma torniamo ai dati di Belluno. Dieci accertamenti, poi sedici, poi altri sei; cinque donatori multiorgano nei primi otto mesi dell’anno; la rete che monitora quotidianamente i cerebrolesi; il sistema dei trapianti già mobilitato durante il periodo di accertamento. Il tutto presentato nel contesto dei risultati dell’attività di donazione.

 

Adesso sappiamo che esiste un indicatore ministeriale che misura gli accertamenti neurologici all’interno della capacità organizzativa del processo di donazione; sappiamo che il mancato accertamento viene considerato una perdita di potenziali donatori; sappiamo che esiste un indice PROC2 che ne misura l’efficienza; sappiamo che programmi regionali dichiarano esplicitamente l’incremento del procurement come risultato atteso.

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La domanda, a questo punto, si impone: che cosa succede quando un accertamento di morte che prescinde formalmente dalla donazione diventa, nello stesso tempo, un indicatore attraverso il quale si misura l’efficienza del sistema che procura gli organi?

 

Una cosa è accertare la morte encefalica, un’altra è costruire un sistema che misura quanti accertamenti vengono effettuati, che parla di accertamenti «mancanti», che considera quegli accertamenti indicatori dell’efficienza dell’attività di donazione e investe in programmi destinati ad aumentare la disponibilità di organi.

 

È forse questo il dato più inquietante che emerge dal resoconto della ULSS 1 Dolomiti: la morte cerebrale non viene soltanto accertata, ma cercata, conteggiata e trasformata in indicatore di efficienza del sistema trapiantologico.

 

E proprio mentre scriviamo, una drammatica notizia di cronaca sembra riportare l’intera questione dalla dimensione dei numeri a quella della realtà. Due sorelline, di undici e quattro anni, sono rimaste coinvolte nello stesso incidente stradale sulla Pontebbana.

 

La maggiore è morta durante il trasporto in ospedale e, riferisce Sky Tg24, per lei «la donazione non era stata possibile perché era morta durante il trasporto». La sorellina di quattro anni, invece, era stata rianimata e ricoverata: dopo alcuni giorni è stato avviato l’accertamento della morte con criteri neurologici e, concluso il periodo previsto, i genitori hanno acconsentito al prelievo degli organi.

 

La realtà, pertanto, è sotto gli occhi di tutti e sono le stesse cronache, forse involontariamente, a mostrarcela: la morte cardiocircolatoria della prima bambina ha reso impossibile la donazione, mentre l’accertamento della morte neurologica della seconda l’ha resa possibile. È precisamente questa differenza a mostrare perché, per il sistema dei trapianti, la morte con criteri neurologici possieda un’importanza del tutto particolare.

 

È alla luce di questa realtà che la questione diventa inevitabile: quando una morte «mancante» diventa, nel linguaggio tecnico, un potenziale donatore perduto, stiamo ancora semplicemente constatando la morte, o stiamo anche misurando quanto efficacemente il sistema riesce a trovarla?

 

Alfredo De Matteo

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Morte cerebrale

Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto

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Due recenti fatti di cronaca ci consentono di mettere a fuoco un aspetto della cosiddetta morte cerebrale che rimane quasi sempre sullo sfondo e che, in realtà, precede la stessa questione dei trapianti. E che quindi ci sembra opportuno ribadire.   Nel primo caso, un cinquantenne è stato ricoverato in Rianimazione a Pescara dopo essere stato colpito con violenza mentre cercava di difendere il figlio diciottenne durante una lite. Pochi giorni dopo è stato avviato l’iter di accertamento della morte encefalica, culminato nella dichiarazione del decesso, cui ha fatto seguito la cosiddetta donazione degli organi.   Nel secondo fatto di cronaca, a Verona, un ragazzo di appena diciotto anni, colpito alla testa con una bottiglia durante una lite, è stato ricoverato in condizioni molto gravi. Anche in questo caso l’ospedale, appena due giorni dopo, ha avviato la procedura per l’accertamento della morte cerebrale. Non si hanno notizie se anche per questo paziente si procederà all’espianto degli organi, ma a questo punto la questione del consenso alla donazione degli organi appare francamente marginale. 

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Già, perché si tratta di due episodi diversi ma accomunati dallo stesso schema operativo: l’aggressione subita, il ricovero in ospedale in stato di incoscienza e in condizioni molto gravi, l’attivazione della medesima procedura alcuni giorni dopo. È proprio questa sequenza di eventi che permette di sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso: la questione della morte cerebrale non è innanzitutto legata a quella dei trapianti.   Il prelievo degli organi vitali rappresenta certamente una delle sue conseguenze più evidenti e brutali, ma sarebbe un errore pensare che l’accertamento della morte cerebrale venga effettuato soltanto nei confronti di potenziali donatori.   La legge italiana stabilisce infatti che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo» e il D.M. 11 aprile 2008 prevede che, quando ricorrono determinate condizioni cliniche, il medico debba darne immediata comunicazione alla Direzione sanitaria affinché venga attivato il procedimento previsto. La volontà relativa alla donazione degli organi appartiene dunque a un piano successivo e distinto.   In altre parole, non essere donatori non mette al riparo dall’accertamento della morte cerebrale e i familiari non dispongono di un diritto di veto sulla procedura di accertamento della morte quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge.    La morte cerebrale stabilisce infatti il momento nel quale un essere umano gravemente cerebroleso cessa giuridicamente di essere un paziente. Per il nostro ordinamento, una volta concluso l’accertamento egli è equiparabile a un cadavere; e anche qualora non si proceda all’espianto, non esiste comunque più il presupposto per continuare un trattamento terapeutico finalizzato alla sua sopravvivenza.    Ma quali sono i criteri attraverso i quali si arriva a una conseguenza tanto definitiva?   Il punto meriterebbe molta più attenzione di quanta normalmente ne riceva. L’accertamento neurologico, infatti, non consiste semplicemente nell’osservare passivamente un organismo fino alla comparsa degli inequivocabili segni tradizionali della morte. Richiede una serie di verifiche cliniche, tra cui l’assenza di coscienza e dei riflessi del tronco encefalico e la verifica dell’assenza di respirazione spontanea attraverso il cosiddetto test di apnea   Proprio il test di apnea costituisce uno degli aspetti che più contrastano con la deontologia medica: per verificare se il paziente sia ancora capace di respirare autonomamente viene consentito che la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenti fino ai valori stabiliti dal protocollo, mentre il paziente non riceve la normale ventilazione meccanica. La letteratura medica riconosce che durante questa procedura possono verificarsi complicanze quali ipotensione e ipossiemia e prevede criteri per interrompere il test qualora si produca instabilità clinica significativa.   La questione assume un significato particolare proprio perché ci troviamo davanti a un individuo del quale si sta cercando di stabilire se sia morto: se la premessa fosse sbagliata, quelle procedure verrebbero effettuate su un paziente vivo e gravemente cerebroleso, precisamente nel momento in cui avrebbe bisogno della massima protezione e della massima cura.    E non esiste neppure, a livello internazionale, un unico protocollo universalmente applicato. Nel corso degli anni numerosi studi hanno documentato differenze tra Paesi e sistemi sanitari riguardo ai prerequisiti, alla durata dell’osservazione, al numero degli esaminatori, all’impiego di test strumentali e alle modalità dell’accertamento. Proprio per ridurre questa variabilità è stato elaborato il World Brain Death Project, che ha proposto raccomandazioni internazionali comuni; il fatto stesso che sia stato necessario tentare un’armonizzazione mostra quanto i criteri abbiano storicamente presentato differenze significative.   Eppure, dall’esito di questi accertamenti dipende una conseguenza radicale: da un lato del confine abbiamo un paziente gravissimo da assistere, dall’altro un presunto cadavere.   La medicina intensiva permette oggi di sostenere per periodi prolungati organismi gravemente cerebrolesi che necessitano di ventilazione, assistenza continua, personale specializzato e posti di terapia intensiva. Con la dichiarazione di morte cerebrale quel problema scompare alla radice, perché non esiste più, giuridicamente, un paziente da assistere.

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Evidentemente, la normativa non dichiara come proprio scopo quello di liberare posti letto o risparmiare risorse. Ma questo non impedisce di porre una domanda scomoda: quanto è funzionale al sistema sanitario (e al sistema in generale) una definizione della morte che consente di trasformare un paziente gravemente cerebroleso, potenzialmente bisognoso di assistenza per un tempo indefinito, in un soggetto nei confronti del quale non esiste più alcun dovere terapeutico?   La questione non è marginale, perché ci riporta alle origini stesse del paradigma. La legge italiana non afferma semplicemente che la cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche costituisca un segno dal quale dedurre che l’organismo è morto; stabilisce che la morte si identifica con quella cessazione.   È proprio a questo punto che la questione diventa antropologica: medicina e diritto si sono arrogati il potere di stabilire che un essere umano le cui funzioni cerebrali vengono considerate definitivamente compromesse non appartenga più al mondo dei vivi.   È questo che rende riduttivo concentrare il dibattito esclusivamente sulla donazione. Anche se domani non venisse più effettuato un solo trapianto di organi vitali, rimarrebbe intatta la domanda fondamentale: quell’essere umano è veramente morto?   E la domanda riguarda tutti, donatori e non donatori, perché la morte cerebrale non stabilisce soltanto quando gli organi possono diventare disponibili, ma quando un essere umano gravemente compromesso cessa di essere considerato un paziente al quale prestare cure.   Il lettore ci permetterà un’amara riflessione a margine: quando al rinnovo della carta d’identità ci viene chiesto se acconsentiamo alla donazione degli organi, possiamo ancora decidere che cosa verrà fatto del nostro corpo, ma non quando possiamo essere considerati cadaveri.    Quella decisione è già stata presa. E non da noi.   Alfredo De Matteo

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