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La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo

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Renovatio 21 pubblica un testo apparso su X di Brivael Le Pogam, è un imprenditore, ingegnere informatico e programmatore francese, noto nel panorama tecnologico per essere il co-fondatore di Argil, una startup innovativa specializzata nella creazione di video automatizzati tramite intelligenza artificiale. In grande sintesi, Le Pogam spiega il disastro del post-strutturalismo e decostruzionismo, cioè la filosofia nefasta proveniente dalla Francia postbellica, e il suo effetto altamente distruttivo sul mondo di oggi, perfino nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

 

Vorrei porgere le mie scuse, a nome dei francesi, per aver dato alla luce la Teoria francese (che a sua volta ha generato la peggiore di tutte le mostruosità ideologiche: il wokismo).

 

Abbiamo dato al mondo Cartesio, Pascal, Tocqueville. E poi, tra le rovine intellettuali del dopoguerra, abbiamo dato Foucault, Derrida, Deleuze. Tre uomini brillanti che hanno forgiato, nell’eleganza del nostro linguaggio, l’arma ideologica che oggi paralizza l’Occidente.

 

Dobbiamo capire cosa hanno fatto. Foucault insegnava che la verità non esiste, che esistono solo rapporti di potere mascherati da conoscenza. Che la scienza, la ragione, la giustizia, l’istituzione medica, la scuola, la prigione, la sessualità – tutto è solo una messa in scena di dominio.

 

Derrida insegnava che i testi non hanno un significato stabile, che ogni significante sfugge, che ogni lettura è un tradimento, che l’autore è morto e il lettore regna sovrano.

 

Deleuze insegnava che dovremmo preferire il rizoma all’albero, il nomade al sedentario, il desiderio alla legge, il divenire all’essere, la differenza all’identità.

 

Prese singolarmente, queste sono tesi discutibili. Combinate, esportate e divulgate, formano un sistema. E questo sistema è un veleno.

 


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Ecco cosa è successo. Questi testi, illeggibili in Francia, hanno attraversato l’Atlantico. I dipartimenti di Yale, Berkeley e Columbia li hanno assorbiti negli anni Ottanta. Lì hanno trovato un terreno fertile che non esisteva tra noi: il puritanesimo americano, il suo senso di colpa razziale, la sua ossessione per l’identità.

 

La teoria francese ha sposato questo substrato, e il figlio di questa unione si chiama wokismo. Judith Butler legge Foucault e inventa il genere performativo. Edward Said legge Foucault e inventa il postcolonialismo accademico. Kimberlé Crenshaw eredita la struttura e inventa l’intersezionalità.

 

Ad ogni passo, la matrice è francese: non esiste la verità, esiste solo il potere, quindi ogni gerarchia è sospetta, ogni istituzione è oppressiva, ogni norma è violenza, ogni identità è costruita e quindi negoziabile, ogni maggioranza è colpevole.

 

È così che tre filosofi parigini, che probabilmente non immaginavano le conseguenze pratiche delle loro azioni, hanno fornito il software operativo a un’intera generazione di attivisti, burocrati universitari, responsabili delle risorse umane, giornalisti e legislatori.

 

È così che ci ritroviamo con una civiltà che non sa più dire se una donna è una donna, se la propria storia merita di essere difesa, se il merito esiste, se la verità si può distinguere dall’opinione. È una schifezza per una semplice ragione, che va espressa con calma.

 

Una civiltà si fonda su tre pilastri: la convinzione che esista una verità accessibile alla ragione, la convinzione che esista un bene distinto dal male, la convinzione che esista un patrimonio da trasmettere.

 

La teoria francese si è prefissata di far saltare in aria tutti e tre. Non per cattiveria. Nate da un gioco intellettuale, dalla fascinazione per il sospetto, dall’odio per la borghesia che le aveva alimentate. Ma il risultato è evidente. Un’intera generazione ha imparato a decostruire, ma non ha mai imparato a costruire. Un’intera generazione sa sospettare, ma non sa più ammirare. Un’intera generazione vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Mi scuso perché noi francesi abbiamo una responsabilità particolare. È la nostra lingua, le nostre università, i nostri editori, il nostro prestigio che hanno dato a questo nichilismo la sua elegante veste. Senza la legittimità della Sorbona e di Vincennes, queste idee non avrebbero mai varcato l’oceano.

 

Abbiamo esportato il dubbio come altri esportano armi. Ciò che si sta costruendo ora, nella Silicon Valley, nei laboratori di Intelligenza Artificiale, nelle startup, nei laboratori, in tutti quei luoghi dove le persone ancora creano invece di decostruire, questa è la risposta.

 

Una civiltà si ricostruisce da costruttori, non da commentatori. Da coloro che credono che la verità esista e che valga la pena dedicarsi ad essa. Da coloro che abbracciano una gerarchia del bello, del vero, del bene, e non si vergognano di trasmetterla.

 

Quindi, perdonateci. E torniamo al lavoro.

 

Brivael Le Pogam

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Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.   Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.   In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.   Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.   Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.   Cara Francesca è giunto il più bel giorno  in cui per te tutto sorride attorno e in questo giorno che ricorderai eternamente tu hai intorno a te tutti i parenti. Sono arrivati alle prime ore Per fare a te la scorta di onore. Giunta ai piedi del Santo altare Tu senti il cuore già palpitare. E quando nel tuo cuoricino Hai ricevuto Gesù Divino, una simil gioia hai mai provata e in estasi al ciel sei trasportata. E in un devoto raccoglimento L’hai certo fatto un proponimento, di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.  E le avrai detto mio buon Gesù In questo mio sforzo aiutami tu,  io non ti chiedo ricchezze e onori,  ma solo proteggi i miei genitori. Così vi prego Gesù e Maria, la mia preghiera esaudita sia». «Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello. Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore. Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti. Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto. Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola. Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria. Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.   Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:   Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia? L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.   Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine? Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.   Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia? Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.   Che cosa è la consacrazione? La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.   Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.   Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
 
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La democrazia è diventata una forma di superstizione?

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Per quanto si sforzino di nasconderli, i corpi finiscono sempre per venire a galla. Se la democrazia moderna sembra essere entrata in crisi e aver abbracciato forme totalitarie, è perché sta tornando alle sue vecchie abitudini e si sta rivelando per quello che è sempre stata: un regime dispotico al servizio della Rivoluzione Industriale e delle sue ambizioni imperialiste.

 

L’unica differenza è che ora la democrazia, nella sua fase terminale e con il suo ciclo storico concluso, combatte apertamente contro tutti coloro che le resistono – o meglio, che potrebbero resisterle – nel suo disperato processo di adattamento alla Rivoluzione Digitale. Equiparare la democrazia al totalitarismo, all’omogeneizzazione forzata o alla soppressione dei diritti individuali e familiari può sembrare controintuitivo, se non un pericoloso errore di chi cerca di imitare Salvador Sostres, Jano García o altri anarchici e filosofi che disprezzano la maggioranza in nome di minoranze illuminate.

 

Ma non è né l’una né l’altra cosa. Il rapporto tra democrazia e totalitarismo diventa chiaro se consideriamo che il lungo XX secolo, il cosiddetto secolo della democrazia, è stato il secolo degli stermini. Possiamo considerare che ebbe inizio nel 1915 con il genocidio armeno per mano del Comitato di Unione e Progresso – che cercava di attuare l’omogeneizzazione nell’Impero Ottomano secondo il Codice Civile Napoleonico – e che ora sta per concludersi con il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele, «l’unica democrazia in Medio Oriente».

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La democrazia moderna, dalle sue origini illuministe-protestanti, rivoluzionarie e napoleoniche, ha optato per il fondamentalismo e l’omogeneizzazione forzata, sia attraverso la creazione di uno stato mondiale liberale o «di destra» – in cui siamo tutti uguali nel mercato – sia di uno socialista o «di sinistra» – in cui siamo tutti uguali all’interno dello Stato – culminando infine in una fusione dei due, ormai diffusa in numerose parti del pianeta.

 

Se analizziamo i vari genocidi commessi nel corso del XX secolo, dal regime nazista a quello della Kampuchea Democratica (Cambogia), passando per il regime stalinista, ci renderemo conto che in tutti i casi i massacri vengono perpetrati in nome di un presunto nuovo ordine rivoluzionario razionale, giustificato dal bene comune di un popolo eletto.

 

Possiamo certamente discutere se questi regimi totalitari si ispirino maggiormente al modello «democratico» della Rivoluzione francese, come nel caso del Terzo Reich o dell’URSS, o a quello della Rivoluzione americana teocentrica e ai suoi orpelli del destino manifesto, come nel caso di Israele (non dimentichiamo, a questo proposito, che mentre gli Stati Uniti si sono imposti su un territorio che non apparteneva loro attraverso un innegabile genocidio delle popolazioni indigene, Israele sionista tenta di fare lo stesso da oltre settant’anni in Palestina).

 

In un modo o nell’altro, dietro l’idea di democrazia moderna si cela il dispotismo di Hegel, che celebrava Napoleone come lo «spirito del mondo» che «si diffonde in tutto il mondo e lo domina», imponendo con la forza valori omogeneizzanti (esito a definirli egualitari).

 

O forse è il dispotismo di Alexander Kojève, che, modernizzando questo totalitarismo rivoluzionario hegeliano, ha immaginato e plasmato l’Unione Europea come lo spazio democratico per eccellenza – e quindi post-storico, post-umano e distopico – in cui la politica sarebbe infine sostituita dall’amministrazione in nome di un ordine che trasforma gli esseri umani in automi condannati all’obbedienza una volta soddisfatti i loro bisogni primari. 

 

In altre parole, i grandi difensori della democrazia come emblema della modernità non intendono la democrazia come proclamazione e tutela dei diritti individuali e collettivi così come li immaginiamo (individui, famiglie, territori), bensì come la loro distruzione e sostituzione con un grande e omogeneo Stato mondiale.

 

Mettere in discussione la natura totalitaria della democrazia non significa, quindi, invocare la disuguaglianza o manifestare una decadente plebefobia volta a privare i cittadini dei diritti politici e a centralizzare le decisioni in un gruppo di esperti. È esattamente il contrario.

 

In breve, la democrazia moderna è stata il metadone che la Rivoluzione Industriale ha dato alla gente comune, permettendoci di distaccarci gradualmente dai diritti e dalle libertà che un tempo avevamo, ma che – ci viene detto – non possiamo più godere appieno a causa della mentalità di gregge del mondo moderno tecnologicamente avanzato.

 

Tuttavia, la democrazia moderna è qualcosa di ben più pericoloso. È una forma di fondamentalismo religioso, come riconobbe Tocqueville negli ultimi anni della sua vita, quando rivide alcune delle sue tesi sulla democrazia analizzando la Rivoluzione francese come una forma di assolutismo, perché:

 

«Forse sarebbe più corretto dire che essa stessa divenne una sorta di nuova religione, una religione imperfetta, certamente, senza Dio, senza culto né vita eterna, ma che, nondimeno, inondò tutta la terra con i suoi soldati, i suoi apostoli e i suoi martiri, proprio come l’Islam».

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Per quanto provocatoria possa sembrare questa affermazione, la verità è che la democrazia moderna non ha mai difeso l’esercizio civico della politica (ha sempre tentato di sradicare le forme politiche civiche e statali), né la razionalità (pensare al di là di essa è considerato tabù), e tanto meno il secolarismo, poiché si è sempre presentata come un fondamentalismo religioso dispotico, in stile Antico Testamento, che esige fede assoluta e innumerevoli martiri (non c’è dubbio che, dopo la catastrofe del COVID, la guerra contro la Russia potrebbe diventare una delle più grandi).

 

La democrazia moderna è una divinità in nome della quale si può violare qualsiasi diritto e commettere i crimini più abietti. Non è un caso che i difensori del genocidio israeliano a Gaza affermino che Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente» e che, pertanto, può difendersi come meglio crede.

 

Ma se c’è qualcosa che dovrebbe sorprendere anche i più scettici oggi, è che la democrazia moderna, prendendo l’Unione Europea come piattaforma privilegiata, stia attaccando quattro principi che dovrebbero essere indiscutibili per qualsiasi difensore dei diritti dei cittadini e del bene comune: la libertà di espressione, il suffragio universale, lo svolgimento di elezioni libere e – cosa ovvia sin dall’attuazione di politiche dannose per la salute come il green pass covidiano – l’integrità fisica di ogni singolo cittadino (ovvero, la nostra sicurezza da ogni tipo di coercizione o intimidazione).

 

La libertà di espressione è stata sottoposta a un vero e proprio assedio in nome dell’adattamento delle nostre libertà alla rivoluzione digitale. Ciò include non solo leggi come la legge sui servizi digitali, la persecuzione dei giornalisti in Germania e il finanziamento pubblico della propaganda filoeuropea e antirussa , ma anche la promessa di Ursula von der Leyen di creare uno «scudo europeo per la democrazia» che schiererà verificatori di fatti ovunque per prevenire la contaminazione delle informazioni e le interferenze straniere (ovvero, per combattere la libertà di espressione).

 

La prova che questa guerra contro la libertà di espressione sia seria sta nel fatto che l’intellettuale dell’establishment Jordi Gracia ha recentemente dichiarato, in un insipido articolo su El País, la necessità di porre fine alla libertà di espressione per preservare la democrazia ed evitare malintesi e inganni tra i cittadini.

 

Per quanto riguarda l’attacco alle elezioni libere, non possiamo che concludere che, dopo la squalifica di Georgescu in Romania e di Le Pen in Francia, sembra destinato a diventare una prassi comune all’interno dell’Unione Europea. Ma ciò che è forse ancora più sinistro è la proliferazione nei media di dichiarazioni apparentemente sensate e «democratiche» contro il suffragio universale – ovvero, propaganda plebea e reazionaria – al fine di impedire esiti indesiderati come la Brexit o il trionfo di politici simili a Trump.

 

Mentre Alan C. Grayling auspica una riforma del sistema elettorale per impedire la vittoria di opzioni che considera abiette, il politologo Bryan Caplan appare sulle pagine dei più importanti quotidiani del nostro Paese affermando che, per salvare la democrazia dall’ignoranza del popolo, il diritto di voto dovrebbe essere limitato a quei cittadini in grado di superare un esame di cultura storica ed economica. Ma guardate la coincidenza e la benevolenza, perché se qualcuno non avesse capito il messaggio, Máximo Pradera, lo showman di sangue blu, un paio di settimane fa ha gridato la stessa cosa su un giornale digitale senza che nessuno definisse lui, Copland, Grayling o Von der Leyen fascisti.

 

Questo è in qualche modo comprensibile, perché se volessimo fare loro la morale, dovremmo fare lo stesso con il nostro amato re eurocrate Felipe VI, che un paio di settimane fa, agendo come «idraulico» e saccheggiatore di fogne della corrotta Von der Leyen , non solo le ha conferito un premio in lode delle sue macchinazioni, ma ha anche invocato la persecuzione di tutti coloro che, come chi scrive, mettono in discussione l’adeguatezza dell’Unione Europea.

 

Felipe VI, con la sua voce zeppolante alla Valle-Inclán, in quel momento di infamia e attacco alla cittadinanza – un momento imperdibile che dovrebbe passare negli annali del tradimento monarchico – è sembrato simile al suo antenato Ferdinando VII che incitava i Centomila Figli di San Luigi a prepararsi a invadere la Spagna e a disciplinare i dissidenti. (Che dire? Non sono contro la monarchia costituzionale, ma la storia ci insegna che ogni volta che incontriamo un Borbone che difende la democrazia, dovremmo darcela a gambe levate).

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La natura reazionaria e religiosa della democrazia moderna

Se c’è qualcosa che spiega gli sfoghi dispotico-democratici di Filippo VI, è la natura stessa della democrazia moderna, profondamente reazionaria fin dalle sue origini.

 

La democrazia moderna non è una conquista della civiltà, ma un’invenzione dell’Illuminismo (voltariana per alcuni, montesquieana per altri) che cerca di cancellare gran parte della storia occidentale conosciuta (certamente sia le origini cattoliche della modernità sia le sue radici medievali) al fine di instaurare un regime politico il cui mito fondativo è un impossibile e controverso ritorno all’ordine cortese greco.

 

In questo senso, è necessario chiarire perfettamente: parlare di democrazia non implica sostenere la dittatura o un regime militare (in realtà, democrazia e dittatura formano un nodo gordiano moderno che le rende inseparabili), tanto meno esprimere nostalgia per un passato idilliaco che, se esiste in un immaginario collettivo, è quello della democrazia e delle sue lontane pretese ateniesi.

 

L’idea di democrazia non è altro che un salafismo o un puritanesimo tipico del protestantesimo calvinista – un’ideologia suprematista – che cerca un ritorno alle origini di una certa concezione della cultura occidentale, basandosi su teoremi di nuova formulazione privi di un’effettiva applicazione pratica, come ad esempio la separazione dei poteri.

 

Le origini protestante-calviniste della democrazia spiegano molti dei suoi difetti , oltre al suo carattere, a mio avviso, profondamente reazionario, poiché, come sottolinea Chesterton, «lo scisma del XVI secolo [la Riforma protestante] fu in realtà una ribellione tardiva dei pessimisti del XIII secolo. Fu una regressione del vecchio puritanesimo agostiniano contro il liberalismo aristotelico».

 

In altre parole, se qualcosa ha ucciso la modernità di matrice cattolica (egualita e razionalista) che, per molti versi, continua a illuminare il mondo contemporaneo, è stata la regressione alle caverne platoniche del protestantesimo, che ha trionfato geopoliticamente dal XVIII secolo. È per questo motivo che la democrazia moderna, invece di optare per politiche razionali e per il perfezionamento dei diritti dei cittadini e per una reale «separazione dei poteri» che esisteva nel Medioevo e si è sintetizzata nel XIX e XIX secolo, ha abbracciato un approccio più conservatore.

 

Nei testi ispanici di carattere decisamente anti-imperialista, i paragrafi 16 e 17 propugnano un repubblicanesimo platonico simile a quello della Città di Dio di Agostino, ma in una versione secolarizzata e umanizzata. La democrazia moderna difende quindi l’ideale platonico di una repubblica perfetta, strutturata su principi teoricamente impeccabili, come l’illuminata separazione dei poteri, ma praticamente inefficaci, che prevalgono sull’effettivo esercizio della politica, la quale dovrebbe essere orientata al bene comune e necessariamente soggetta a modifiche.

 

In questo modo, il potere viene «diviso» tra un’oligarchia spesso collusa con potenze economiche esterne e distaccata dal popolo, privando il soggetto, ora chiamato «cittadino», di molti dei suoi diritti e prerogative fondamentali.

 

La democrazia moderna, in questo senso, è una religione sostitutiva con legioni di fedeli pronti a lapidare chiunque osi criticarla. In Spagna, ad esempio, le difese teoriche di Antonio García-Trevijano di una democrazia formale basata sulla Rivoluzione americana sono state e continuano ad essere molto influenti . Ma è opportuno notare che, sebbene Trevijano denunci giustamente il dirottamento della democrazia da parte della politica partitica (direi anche del filantropia capitalistica e dei grandi monopoli), le sue tesi sono un esercizio reazionario di platonismo illuminato.

 

Trevijano, ammaliato dalla dottrina di Weber sulla modernità protestante, sostiene che abbiamo sostituito la vera democrazia – la democrazia politica – con una concezione sociale di essa incentrata sulla redistribuzione della ricchezza che ignora le libertà politiche. In altre parole, la confusione tra democrazia sociale e democrazia politica impedirebbe, secondo Trevijano, l’emergere della grande invenzione democratica americana e della buona novella puritana della modernità: la libertà politica.

 

Tuttavia, l’idea che la libertà possa esistere senza proprietà (ovvero, senza un sistema minimo di giustizia distributiva) è tanto moderna quanto reazionaria, oltre a essere una rozza derivazione della retrograda divisione liberale tra libertà positiva e negativa.

 

Essa fa parte di una visione del mondo protestante-calvinista che espropria gli ideali universali cattolico-ortodossi di uguaglianza e li trasforma in forme di uguaglianza selettiva per pochi eletti. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno supporre che la democrazia formale e rappresentativa concepita negli Stati Uniti e celebrata da Trevijano nella sua forma originaria non abbia «democratizzato» la vita dei suoi cittadini, ma abbia piuttosto eretto un sistema di caste in cui, per gran parte della democrazia americana, le minoranze come cattolici ed ebrei sono state perseguitate, mentre la popolazione nera è stata ridotta in schiavitù o di fatto privata dei diritti.

 

Il tentativo di Trevijano di stabilire un legame tra il puritanesimo e la difesa dei «diritti naturali eterni di libertà, uguaglianza e proprietà» è assurdo, riproducendo gli abbecedari della propaganda calvinista , intento a celare la forte gerarchizzazione della società che la democrazia moderna cerca di imporre dopo le varie teorie di uguaglianza umana universale emerse nel vasto mondo cattolico del XVI e XVII secolo.

 

Se esiste, ripeto, un Paese oggi che difende una concezione formale e calvinista della democrazia come quella americana, ancorata al destino manifesto, alla supremazia degli eletti e a un teocentrismo esplicito ma edulcorato («una nazione sotto Dio»), questo è Israele sionista. (A proposito, gli Stati Uniti o Israele sono forse le società aperte che l’Occidente antinatalista e amante degli animali cerca di contrapporre al fondamentalismo islamico, prodigo di figli, famiglie e nemico degli animali domestici?)

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La democrazia moderna, dunque, fin dalla sua comparsa più di due secoli fa (sia nella forma di dispotismo illuminato, costituzionalismo liberale, democrazia liberale o tecnocrazia, tra le altre), è una religione sostitutiva. Ha un’aspirazione universalista, in linea di principio simile a quella del cristianesimo o dell’islam, ma il suo universalismo è imperialista, predatorio e quindi fals . Non difende, come il cristianesimo cattolico-ortodosso, dogmi e diritti naturali che siano efficaci in qualsiasi territorio ma non esigano la sottomissione politica né eliminino ogni elemento di differenza.

 

Al contrario, la democrazia moderna, nella sua logica calvinista, è una religione artificiosa ma capricciosa che cambia arbitrariamente i suoi dogmi in tempi record, privilegiando sempre gli interessi dei Paesi più forti, poiché sono le oligarchie di questi Paesi – mai le loro popolazioni – a trarre veramente vantaggio dalla farsa democratica .

 

Se, ad esempio, il Sinedrio «democratico» decidesse che solo le società con leggi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, sull’autodeterminazione di genere o sulla protezione degli animali sono democratiche – e quindi meritevoli di diritti umani e dignità – anche se esse stesse ne erano sprovviste solo pochi anni prima, tutte le altre società verrebbero considerate disumane e potrebbero essere attaccate e private delle loro risorse più essenziali in nome della democrazia.

 

Se, ad esempio, solo i Paesi che riconoscono la personalità giuridica agli animali (come ha fatto l’Argentina con l’orango Sandra) fossero considerati democratici, qualsiasi altro territorio che non facesse lo stesso potrebbe essere punito. Ma non è tutto. Se, sotto l’influenza della cultura giapponese, dovessimo trasformare l’usanza giapponese di vendere mutandine usate, opportunamente macchiate di urina o mestruazioni, come oggetti erotici nei distributori automatici, in un simbolo identitario per le società democratiche, qualsiasi Paese che non partecipasse a questo scambio commerciale vulcanico e batterico potrebbe essere accusato di arretratezza e attaccato senza pietà.

 

(Non mi credete? Ricordate come nacquero le Guerre dell’Oppio, promosse dal governo liberale della Gran Bretagna per proteggere il diritto dei cinesi di assumere droghe a loro piacimento, senza che il loro paese illiberale e dispotico si opponesse al libero scambio di oppio, che, curiosamente, arricchì le oligarchie britanniche e distrusse la società cinese.)

 

Per essere concilianti, potremmo dire che la democrazia, nel bene e nel male, pur consumando enormi quantità di sangue umano, ha funzionato negli ultimi duecentocinquanta anni come un ideale regolatore dispotico. Tuttavia, una volta che la società industriale di matrice protestante che l’ha strutturata e dotata di una certa filosofia è entrata in crisi, la democrazia ha raggiunto i suoi limiti e ha serie difficoltà a continuare ad affascinarci.

 

Pertanto, di fronte al collasso totalitario della democrazia, e proprio prima che essa tenti di instaurare uno stato omogeneo e universale (un tema che affronterò nel mio prossimo articolo), vale la pena chiedersi se la democrazia non sia diventata più una forma di superstizione che ci rende schiavi che una garanzia minima di diritti.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

 

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Palantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime

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Se si presta attenzione ai cambiamenti avvenuti nella nostra sfera pubblica nelle ultime settimane, risulta evidente che tutto il presunto dissenso – di destra, di sinistra e ipotetici estremi – è in difesa della stessa concezione totalitaria, plebeofobica e oligarchica della democrazia.   In questo senso, lo scandalo che il manifesto tecnocratico-repubblicano firmato da Alex Karp (CEO di Palantir e discepolo di Habermas) e Nikolas Zamiska ha provocato nell’establishment democratico è, oltre che ipocrita, del tutto incomprensibile, dato che la sua logica illuminata e interventista è, punto per punto, quella della democrazia liberale.   I ventidue tweet della dichiarazione di Palantir propongono una modernizzazione della struttura di base della democrazia, volta ad adattarla all’era dell’intelligenza artificiale. L’ideologia di questa inquietante democrazia 6G è, di fatto, identica a quella recentemente difesa in Spagna in nome del mondo libero, sia da coloro che hanno diffamato Sánchez in modo folle e traditore per aver incontrato Xi Jinping (la destra e l’estrema destra) sia dallo stesso Sánchez e dai sostenitori decoloniali di Hillary Clinton (Lula, Boric, Sheinbaum, Petro) che si sono riuniti a Barcellona sotto i benevoli auspici di Alex Soros per tenere il IV Incontro in Difesa della Democrazia (la sinistra e l’estrema sinistra).   Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che questa controversa ideologia, riassunto di La Repubblica Tecnologica (2025) di Karp e Zamiska , è la partitura che la nostra destra e la nostra sinistra stanno giocando da più tempo di quanto ci rendiamo conto.

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La tesi più rivelatrice del manifesto si trova nella Proposizione IV, dove, per rivitalizzare la moribonda democrazia occidentale, gli autori propongono qualcosa di simile a un passaggio dal patriottismo costituzionale habermasiano al patriottismo algoritmico della Silicon Valley. La logica di Karp e Zamiska su questo punto non potrebbe essere più istituzionale, poiché, come il nostro Torquato Fernández de Miranda, promuovono una transizione dalla democrazia analogica a quella digitale secondo il motto «dal diritto al diritto attraverso il diritto».   In altre parole, i diritti formali (la Costituzione) caratteristici del mondo democratico analogico ormai quasi estinto devono essere sostituiti dalla loro versione digitale (algoritmi o software), poiché «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede più di un appello morale» come quello che i diritti formali hanno rappresentato finora.   In quanto membri di spicco dell’oligarchia democratica, Karp e Zamiska non hanno remore ad ammettere che i diritti formali sono sempre stati «un’attrazione morale», ovvero una seducente strategia tipica di una Circe che ha lavorato e sofferto di alitosi (la democrazia) per dominare e saccheggiare le società attraverso le promesse distruttive promosse dalle loro leggi luciferine e segregazioniste (legge sul divorzio, legge sull’aborto o legge sul matrimonio omosessuale) che promettono illusoriamente la deificazione dell’uomo.   Nonostante sia scritto in un registro apparentemente esoterico, il manifesto è piuttosto trasparente a questo riguardo, riconoscendo implicitamente che l’elemento distintivo della democrazia rispetto ad altri regimi politici (in particolare, rispetto allo stato-civiltà cinese, considerato il nemico da sconfiggere) è la completa assenza di un nucleo di idee permanenti sull’umanità, la società o la storia.   Questo inquietante e nichilista «appello morale» della democrazia, invocato a suo tempo dal parafilo kantiano Habermas in un celebre dibattito con Ratzinger, presuppone che la democrazia non sia ancorata ad alcun fondamento morale o religioso preesistente, ma si affermi piuttosto come produttrice di leggi morali.   Questa catastrofe antropologica, che sia Habermas che il suo discepolo palantiano Alex Karp considerano un risultato senza precedenti, trasforma la democrazia in un pericolo di portata atomica per la vita umana civilizzata. Poiché la democrazia si fonda esclusivamente sulla sua capacità industriale di produrre diritti, trasforma le leggi in beni di consumo obsoleti (ovvero, strumenti di propaganda e controllo) che, pur promettendo di liberare il cittadino, lo rendono schiavo in modo sempre più subdolo, riducendolo infine a un essere aspirazionale privo di radici se non nei suoi desideri sfrenati.   Inoltre, i diritti formali che la democrazia produce devono, per pura necessità, contraddire i diritti naturali, poiché questi ultimi sono visti come un ostacolo al progresso della specie umana, presentandosi come legami trans-storici con le antiche tradizioni stabilite dai nostri antenati.   Karp e Zamiska sono dunque consapevoli che l’unico modo in cui la democrazia occidentale può sopravvivere è attraverso continue strategie di propaganda che promettono ai cittadini paradisi sempre rimandati nel tempo (forse falsamente appetibili sotto forma di consumo spazzatura di beni e diritti), offrendo al contempo inferni di isolamento, controllo e sofferenza.   La strategia del bastone e della carota permea i ventidue punti del testo, che avvertono i cittadini (non i governi, che sono già sotto il controllo di Palantir) che per preservare la democrazia e affrontare «la minaccia cinese» è necessario sviluppare un’IA occidentale patriottica che non esiti a proteggere la sicurezza nazionale e militare (punti V e VI), ma anche a combattere la criminalità interna.   Queste misure eccezionali, concepite per rafforzare la democrazia, sono giustificate dal fatto che, come proclamato al punto XII, l’era atomica sta già volgendo al termine e viene sostituita da un’era di deterrenza tramite IA in cui l’Occidente diventerà obsoleto nella sua battaglia contro un sistema non democratico come quello cinese, estraneo secondo Karp e Zamiska ai nostri «dibattiti teatrali» sulla moralità.   Tuttavia, nonostante tutto il clamore, questo approccio intransigente in stile Palantir non si basa sull’ascesa della Cina a potenza mondiale di prim’ordine, bensì sulla dottrina democratica di successo post-11 settembre esposta da Peter Thiel in The Straussian Moment (2007), dove questo tecnosuprematista, co-fondatore di Palantir, affermava che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, di fronte a terroristi ignari dei principi morali più elementari, era necessario riformulare le garanzie democratiche, aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza (sorveglianza attraverso la raccolta e l’interpretazione massiccia di dati, che è precisamente ciò che la società di Thiel fornisce tramite contratti multimilionari).   Il controllo totale della società che Palantir aspira a instaurare sfrutta quindi la normalizzazione, tra i cittadini, del regime di capitalismo della sorveglianza implementato dopo attentati – molto probabilmente operazioni sotto falsa bandiera – come l’11 settembre a New York o gli attentati ai treni di Madrid.   L’unica differenza è che questo sistema di monitoraggio continuo, che cancella il confine tra cittadino e straniero, così come tra innocente e presunto criminale, sottoponendo la popolazione stessa a uno scrutinio che viola i principi fondamentali del diritto pubblico, viene ora attuato con il pretesto di combattere rivali geopolitici «pericolosi», «nemici della libertà», come la Cina o la Russia.

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Il manifesto di Karp e Zamiska si presenta come il copione da seguire in questo nuovo scenario di scontro di civiltà, invocando uno stato di eccezione perpetuo in cui le democrazie occidentali, per rafforzare la difesa dei valori progressisti che le caratterizzano, dovrebbero instaurare un patriottismo algoritmico in cui i loro cittadini, oltre ad accettare la sorveglianza, siano costretti ad arruolarsi nel servizio militare universale, in modo che nella «prossima guerra» «tutti condividiamo il rischio e il costo» (punto VI).   Tuttavia, come se la limitazione dei diritti in questa repubblica tecnologica, dove un monopolio come Palantir o un gruppo di monopoli sostituisce lo Stato, non fosse sufficiente, gli autori auspicano un sostanziale ampliamento dell’immunità dei nostri politici e personaggi pubblici, chiedendo loro non solo una maggiore remunerazione (punto VIII), ma anche il nostro perdono e la «tolleranza verso le complessità e le contraddizioni della psiche umana» che le loro azioni più controverse potrebbero rivelare (punti IX e XVIII).   Quest’intera serie di misure repressive – inseparabile, come vedremo, dalla natura oligarchica e antirepubblicana della democrazia moderna – deve essere intrapresa, per quanto strano possa sembrare, in difesa delle libertà di cui noi occidentali godiamo. Per suggellare questa impossibile apologia di una democrazia moderna tirannica, Karp e Zamiska ricorrono ad argomenti tanto assurdi quanto suprematisti, inseparabili dall’ideologia protestante, gli stessi che ritroviamo nelle insensate difese della democrazia scarabocchiate dai giornalisti e dai politici di basso livello dei quotidiani spagnoli.   In questo senso, scommettendo sull’ideologia imperialista yankee del Destino Manifesto, Karp e Zamiska chiariscono che gli USA sono il Paese che meglio rappresenta nella storia i valori progressisti occidentali per i quali bisogna combattere, evidenziando tra questi due tesi illusorie: che gli USA, in quanto baluardo delle essenze civilizzatrici del mondo libero, abbiano donato al pianeta per la prima volta nella storia quasi cento anni di pace, permettendo a ben tre generazioni di crescere senza guerre (punto XIV), e che gli USA siano, nonostante tutti i loro problemi, la nazione più egualitaria di tutte quelle esistenti perché è lì che «ci sono più opportunità per coloro che non appartengono alle élite ereditarie» (punto XIII).   Questa propaganda, facilmente smascherabile considerando semplicemente i milioni di morti causati dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni, le dinastie ereditarie che saccheggiano sadicamente il Paese, o il suo sistema educativo stratificato, è rafforzata dalla forte tesi propagandistica della democrazia moderna, sia nella sua versione americana che in quella giacobina; ovvero, che si debba presumere che alcune culture (naturalmente, quelle democratiche o anglo-sioniste) o persino sottoculture (ad esempio, i geek neo-tecnologici e neurodivergenti della Silicon Valley) siano superiori ad «altre [che] si sono rivelate mediocri e, quel che è peggio, regressive e dannose» (punto XXI) e che, pertanto, debbano essere sostituite ed eliminate dalla faccia della terra.   Tuttavia, Karp e Zamiska, dimenticando che la superbia è il più grande difetto dell’umanità, sembrano non rendersi conto che il vero tallone d’Achille della democrazia moderna e del progetto palantiriano risiede proprio in questa cieca fede nella propaganda, comprensibile solo da una prospettiva protestante che, negando il libero arbitrio e affermando la predestinazione, crede, contro ogni logica, che le élite prescelte possano ingannare perfettamente una popolazione gregaria e priva di discernimento.   Il mondo della democrazia moderna è, infatti, inseparabile dalle illusioni propagandistiche ideate dai Bernays, dagli Hearst, dai Lippmann, dai Gates o dai Thiel di oggi, che finiscono per ingannare i loro creatori, portandoli a credere che il loro effetto sia inevitabile. Tuttavia, come il nostro Segismundo ha già dimostrato ne La vita è sogno di Calderón, la libertà umana non solo esiste, ma negarla conduce i suoi carcerieri, nel migliore dei casi, alla disillusione e alla redenzione, e nel peggiore e più probabile, all’autodistruzione.

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Fedeli al detto secondo cui la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa, gli autori del Manifesto Palantir sembrano trascurare il fatto che la Cina non è solo il carnefice che svela la natura totalitaria delle democrazie moderne, ma anche l’antica civiltà che per prima ha testimoniato con il martirio le trappole mortali della democrazia moderna, vittima delle Guerre dell’Oppio (1839-1860), che segnarono l’inizio ufficiale del cosiddetto mondo libero su scala globale.   Come risultato di questo intervento, volto a ridurre forzatamente il deficit commerciale in nome del «libero scambio», l’Impero britannico occupò i porti cinesi con il fuoco dei cannoni e indusse la popolazione a consumare oppio saccheggiato dall’India, facendo sì che la Cina, da uno dei Paesi più prosperi al mondo, precipitasse nella più abietta povertà.   Dopo questo lungo periodo, noto come il Secolo dell’Umiliazione, e dopo essersi ricostruita attraverso un traumatico adattamento alla modernità, è ora proprio la Cina che, con calma ma senza sosta, smaschera la natura totalitaria e ipocrita delle società democratiche, le quali affermano di difendere il commercio, la pace e i diritti attraverso dazi doganali, guerre di sterminio o un rigido controllo demografico che antepone gli interessi dei monopoli aziendali a quelli di tutti i cittadini.   Se il mondo democratico occidentale sta diventando così aggressivo nei confronti della Cina, è perché il gigante asiatico dimostra che un’economia pianificata e uno Stato-civiltà che fonda la propria bussola morale su un’antica tradizione come il confucianesimo sono di gran lunga superiori, in qualsiasi parametro misurabile (giustizia, efficienza, innovazione, etc.), alla distopia liberale della democrazia moderna, la quale, insistiamo, è comprensibile nel suo impegno per la deregolamentazione solo da una prospettiva nichilista protestante.   In questo senso, il Manifesto di Palantir non è antidemocratico, ma piuttosto un’esposizione realistica delle poche vie di sopravvivenza rimaste per la democrazia moderna. Gli autori partono dal presupposto che il principale nemico da sconfiggere sia la Cina, uno stato-civiltà che non è soggetto ai capricci della democrazia e che può progettare e attuare piani a lungo termine con il sostegno della maggioranza della sua popolazione.   Pertanto, correttamente ma in modo sinistro, Karp e Zamiska presumono che se la democrazia liberale si differenzia dai regimi non democratici difendendo il mercato come vera e legittima entità politica, l’unica possibilità di sopravvivenza della democrazia (e di competizione con stati di lunga data come la Cina) sia l’adesione al monopolio, che sarebbe anche garanzia di sostenibilità per generazioni.   In altre parole, in una democrazia dobbiamo accettare con orgoglio che la sovranità popolare non sia più detenuta dallo Stato, bensì da un monopolio o da un gruppo di aziende monopolistiche che garantiscono il dogma liberale della predominanza degli interessi commerciali. Da qui l’urgente necessità di Palantir di passare dal patriottismo costituzionale di Habermas al patriottismo algoritmico di Karp, attraverso il quale la popolazione è tenuta a difendere gli interessi del monopolio di Palantir come se fossero i propri (fino al punto di dover consegnare i propri dati e persino la propria vita arruolandosi nell’esercito).   Questa richiesta non è così inverosimile come sembra, poiché gli algoritmi di Palantir costituiscono di fatto uno Stato globale, che non solo controlla la difesa e l’Intelligence di gran parte del mondo occidentale, ma, in casi come quello degli Stati Uniti, controlla anche la catena alimentare (la prova che Palantir aspiri a esercitare pienamente le funzioni dello Stato nel mondo libero è data dalla sua richiesta di riarmo di Germania e Giappone, riecheggiando posizioni simili a quelle dell’UE).   Consideriamo, ad esempio, che in Spagna Palantir si è infiltrata nelle nostre forze armate e nei servizi segreti dopo aver firmato un contratto opaco di oltre 16,5 milioni con il ministero della Difesa del governo di Pedro Sánchez, e che da lì ha stipulato contratti con società diverse come Mutua Madrileña o Mahou.   Tuttavia, il monopolio, anziché rappresentare una delle tante vie di sopravvivenza per il sistema liberaldemocratico, costituisce la destinazione finale del ciclo capitalistico. Come ha già dimostrato Piketty, esso segue necessariamente una fase iniziale di capitalismo industriale e una fase intermedia di capitalismo finanziario. Pertanto, chiunque consideri Karp, Musk o Thiel come rappresentanti del male, mentre i difensori decoloniali dello stesso modello liberaldemocratico, come Sánchez, Petro, Boric o Sheinbaum, in stile Hillary Clinton, rappresentino il katechon che garantirà il prevalere del bene, si sbaglia completamente. Essi fanno tutti parte dello stesso sistema che, nella sua furia di stampo NATO e guidata da alleanze, ha promosso, per troppi decenni – nonostante l’emergere dei BRICS – la manipolazione degli Stati da parte dei monopoli attraverso il cosiddetto filantrocapitalismo.   Un buon esempio di ciò, e di come il Manifesto Palantir rappresenti anche l’ABC della politica più in opposizione all’estrema destra e al trumpismo, si può riscontrare nel IV Incontro in Difesa della Democrazia, organizzato poche settimane fa da Sánchez a Barcellona con i già citati sostenitori di Hillary Clinton, sotto l’egida di Soros e l’occhio vigile di Bill Gates (le cui fondazioni noi spagnoli abbiamo arricchito con milioni grazie alla benevola mano di Sánchez).   L’elemento più sconcertante del vertice è stato senza dubbio il fatto che i presidenti decoloniali lì riuniti abbiano affrontato l’estrema destra offrendo una difesa reazionaria della democrazia liberale che, in modo fuorviante, ha confuso sovranità con democrazia e giustizia con liberalismo. Tra i tre principali accordi raggiunti per difendere la democrazia dalla barbarie, il più rilevante è stata la richiesta, in stile Palantir, di una governance digitale per stabilire regole per lo spazio digitale, perché, hanno affermato, «sarà democratico o non esisterà».   Come è evidente, l’imposizione di regole digitali, già promossa dal Digital Services Act dell’UE, che soffoca la libertà, o da misure di controllo algoritmico come HODIO approvate dal governo Sánchez, è il miglior esempio del potere coercitivo del software propugnato dal manifesto Palantir per digitalizzare la democrazia attraverso un regime di sorveglianza dei cittadini. (Le altre due misure principali per difendere la democrazia scaturite da questo incontro sono state la promozione dell’inclusività con la nomina di una donna alla presidenza delle Nazioni Unite per la prima volta, e la richiesta di attuazione del sanguinoso Ordine Internazionale Basato sulle Regole, in base al quale la vile democrazia liberale ha ricattato l’intero pianeta)   Tuttavia, la sinistra e la destra sono così unite nella loro difesa in stile occidentale dei monopoli aziendali contro gli interessi della maggioranza che, una settimana prima del Quarto Incontro in Difesa della Democrazia, la destra, l’estrema destra e l’establishment geronto-meridionale spagnolo hanno lanciato un attacco contro Sánchez perché questi, fingendo strategicamente patriottismo, aveva usato il buon senso e tenuto un vertice in Cina con Xi Jinping.

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Se si leggono gli articoli scritti in quei giorni che condannavano il regime cinese e difendevano la democrazia liberale da autori come Antonio Caño, Martín Varsavsky, Esperanza Aguirre e Juan Luis Cebrián, tra molti altri, si vedrà chiaramente lo stato terminale della farsa democratica totalitaria che il manifesto Palantir cerca di prolungare imponendo politiche contrarie al bene comune.   L’elemento più sconvolgente di tutte queste difese della democrazia liberale è che sono apertamente filoamericane e contrarie agli interessi del popolo spagnolo. Ma altrettanto sconcertante è il fatto che, pur difendendo i principi liberali, plaudano ai dazi e alle tattiche intimidatorie del governo statunitense contro qualsiasi paese che non si sottometta ai suoi diktat, salvo poi inveire contro l’impegno della Cina a favore del commercio, a scapito della guerra, come strategia per le relazioni tra le nazioni. Di fatto, uno dei principali argomenti usati per opporsi al riavvicinamento della Spagna alla Cina era, secondo questi fautori del libero scambio da salotto, il deficit commerciale che il nostro paese ha con il gigante asiatico.   Questo, sostenevano, era il motivo per cui l’incontro con Xi Jinping (che, paradossalmente, ha ridotto questo deficit attraverso degli accordi) equivaleva a un suicidio e a un’approvazione della Russia di Putin. Questi esperti di media e fanatici atlantisti non hanno detto nulla sull’enorme deficit (molto maggiore di quello spagnolo) che gli Stati Uniti stessi hanno con la Cina, né sul deficit della Polonia, il paese più filo-NATO e anti-russo dell’UE. Senza contare, ovviamente, che è molto difficile capire come un liberale possa considerare un problema il fatto che un paese riesca a esportare più di un altro.   Ma, tutto considerato, l’argomentazione più ridicola usata per denunciare il vertice con Xi Jinping è stata la preoccupazione di tutti questi autoproclamati apostoli del mondo libero per la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ognuno dei democratici spagnoli che ha usato queste argomentazioni è un individuo che ha trascorso decenni a occupare colonne di giornali e studi televisivi, impedendo al nostro Paese di avere anche solo una sfera pubblica minimamente pluralista (ecco un altro punto di convergenza con il Manifesto Palantir, che al punto XX esprime il suo rifiuto del pluralismo, ritenendolo inefficace).   Il loro lavoro come giornalisti o piccoli politici trasformati in ingegneri sociali è la negazione stessa della libertà di espressione e persino della libertà politica. Si consideri, ad esempio, che questi architetti del falso consenso cercano di manipolare mentalmente noi cittadini, facendoci credere, per esempio, che ciò che difendiamo sia un’opinione minoritaria e che in Spagna ci sia una maggioranza favorevole all’intervento statunitense in Iran, contraria al riavvicinamento con la Cina o a favore dei genocidi democratici perpetrati dall’anglo-sionismo.   In realtà, è bene che tu sappia che questi difensori della libertà di espressione hanno già più di una volta ammonito i nostri editorialisti di questa testata a moderare le nostre critiche a Israele o le nostre denunce dei vili piani postumani di uomini d’affari come Martín Varsavsky.

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In breve, tutto sembra indicare che in quest’ultimo periodo di agonia la democrazia moderna stia tornando alle sue origini, confermando pienamente la diagnosi di Tocqueville. Nel 1856, egli non poté fare a meno di riconoscere che la democrazia aveva perfezionato gli strumenti di controllo demografico e di soppressione della libertà individuale e collettiva caratteristici dell’Ancien Régime francese del XVIII secolo.   La democrazia è, in definitiva, l’Ancien Régime.   Lo stesso Tocqueville affermò, infatti, che la natura repressiva di questo sistema radicato nell’Illuminismo era di gran lunga superiore a quella dell’età moderna e medievale, persino considerando casi estremi come il feudalesimo tedesco. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprenderci, poiché la democrazia si è sempre caratterizzata per aver mascherato la logica estrattiva dell’Ancien Régime, espandendola sotto le spoglie di diritti formali per servire le varie fasi della Rivoluzione Industriale, da allora fino ad oggi.   Il potere assoluto del monarca e delle cricche dell’Ancien Régime è lo stesso potere assoluto che le oligarchie capitaliste esercitano con pugno di ferro, mantenendo la loro presa sul potere attraverso i secoli tramite dinastie regnanti come i Rothschild e i Rockefeller, che facilitano l’ingresso controllato di nuove generazioni di oligarchi sul modello di Soros, Gates e Thiel. Il filantrocapitalismo (una grottesca versione del dispotismo illuminato) è il cavallo di Troia attraverso il quale questi figli di Satana si impadroniscono delle nostre società, parassitando lo Stato e rendendo il monopolio il destino ultimo della democrazia.   Nonostante tutto, è del tutto possibile che qualcuno che abbia assorbito grandi dosi di propaganda democratica moderna, che ci assicura che il progresso esiste e, per di più, è lineare, sostenga che la situazione attuale sia un’anomalia che necessita semplicemente di essere corretta, e che i sistemi democratici dispotici contemporanei di Tocqueville – sia nella loro forma americana mitizzata, sia nella vituperata versione francese, sia nelle sfortunate repubbliche ispaniche – non siano paragonabili alla miracolosa democrazia liberale emersa (prima come stato sociale, poi come stato terapeutico e infine come stato eutanasico) dopo i traumi delle due Guerre Mondiali.   Per rispondere alle legittime obiezioni che questi lettori potrebbero sollevare, ho scritto in passato una serie di articoli critici nei confronti del feticismo democratico, come ad esempio «La democrazia è diventata una forma di superstizione?». «Il fantasma della libertà» o «Il volto nascosto della democrazia», tra gli altri, in cui mostro come l’idea di democrazia moderna sia inseparabile, in qualsiasi forma fondamentalista abbia assunto, dal totalitarismo, come dovrebbe essere dimostrato dal fatto tutt’altro che paradossale che il XX secolo, il grande secolo delle promesse rivoluzionarie-democratiche (ovvero delle ideologie), è stato il secolo dei genocidi.   David Souto Alcalde   Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

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