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Israele e Iran, guerra tra teocrazie. Nell’assenza dello Stato Cristiano

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Qualcuno ha notato quanto bizzarra, e innaturale, fosse l’invocazione alla fine del video in cui Trump annunziava di aver bombardato i siti atomici dell’Iran. Su Renovatio 21, come abbiamo scritto, pensiamo che vi sarebbe un accordo di qualche tipo tra la Casa Bianca e Teheran, con il presidente intento – come già fece con l’assassinio di Soleimani – a placare la sete di sangue dell’«alleato» israeliano e del Deep State guerrafondaio.

 

Di fatto, si trattava dell’eliminazione delle motivazioni addotte dallo Stato degli ebrei – fruste, ripetute a loop e inflitteci per decenni come in un crossover tra Pierino e il lupo e Il giorno della marmotta: «l’Iran è a poche settimane dall’ottenere l’atomica!»per una guerra più grande, nella quale, deve pensare Trump, e impossibile che Washington non sia risucchiata.

 

Non è andata benissimo: la tregua programmata è stata segnata da continui attacchi da ambo le parti, e Donaldo ha mollato una presidenziale F-bomb (cioè la parola «the fuck», che possiamo tradurre come «cazzo») a favore di stampa mondiale. Iran e Israele «non sanno che cazzo stanno facendo».

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Nel video di cui parlavamo sopra, con alle spalle Vance, Rubio e il segretario alla Difesa Hegseth, tutti con volto terreo (forse ciascuno per ragioni diverse…) c’era un riferimento meno prosaico: Trump aveva parlato, forse senza nemmeno troppa convinzione, di Dio.

 

«Dio benedica Israele, Dio benedica gli Stati Uniti» aveva concluso il biondo 45° e 47° presidente, con questa bizzarra, problematica anteposizione dello Stato Ebraico alla sua stessa Nazione, la superpotenza americana.

 

 

Trump ha capito che Dio c’entra con questa guerra, ma forse non ha compreso tutto-tutto.

 

Perché essenzialmente a chiunque serve tanta onestà intellettuale per inquadrare davvero la situazione. E cioè il fatto che la guerra tra Iran e Israele è una guerra tra due teocrazie.

 

Ebbene sì, cari miei. A noi cristiani, tra chiese vuote e vario immoralismo di Stato – più aborti, pornografie, multiculturalismi – è stata venduta l’idea del progresso che ha schiacciato la religione da ‘mo, viviamo in uno Stato «laico» (vabbè: i nostri lettori sanno che significa «massonico», cioè aderente ad un’ulteriore religione…), siamo cittadini del presente dove è in atto, è oramai ultimato quello che il sociologo Max Weber (1864-1920) chiamava Entzauberung der Welt, il «disincantamento del mondo».

 

L’umanità si affranca dalla religione e dalle sue irrazionalità «magiche» perché sempre più salda nella sua fede nella scienza, nella realtà cartesiana, misurabile, che domina il pensiero moderno occidentale. La tecnica vince sullo spirito: «Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale» scrive il Weber (che, poveretto, crede che il capitalismo venga dall’etica protestante, e con questo pensiero ha infettato l’universo) nel libro La scienza come professione (1919).

 

La religione è alle nostre spalle, dai, su, al punto che chi non è perfettamente ateo, nelle sinistre mondiali che costituiscono da decenni l’establishment occidentale, può definirsi, come faceva Romano Prodi, con l’espressione a luci rosse «cattolico adulto». La religione è un fenomeno selvaggio, dice Weber, o infantile, dicono i democristiani adiposi. Si può tollerare come residuo finito nella modernità, ma certo non si può assegnare ad essa alcun potere decisionale.

 

 

Ci dovrebbe sorprendere, quindi, che si stanno facendo la guerra due Stati retti tecnicamente sulla religione: Israele, Stato etnonazionalista basato sulla religione ebraica, e la Repubblica Islamica dell’Iran, fondata da una rivoluzione fatta da chierici sciiti.

 

Sì: una guerra fra teocrazie, e se qualcuno ha un modo diverso di definirla, o ha qualche argomento per obiettare, è libero di far partire la discussione.

 

E quindi, alla faccia di tanti marxisti (tra cui vari nostri lettori, che salutiamo comunque con affetto) e soprattutto di tanti liberali (per i quali la religione è accettabile fino a che non si impiccia con il mercato e i suoi sfruttamenti padronali) vediamo come neanche qui non sia l’economia alla base della Storia: sotto a tutto la situazione, pare muoversi qualcosa di più grande ed incontrollabile del danaro.

 

Sotto a questo rivolgimento storico, si muove lo Spirito. Si combattono due Paesi retti da un’ideologia religiosa, o meglio, da una religione tout court. Intorno, non è che va meglio: le monarchie del Golfo, come quella Saudita, sono anche quelle in realtà teocrazie, Stati retti da una sorta di connubio tra trono e altare. Hamas, che altro non è che la proiezione palestinese dei Fratelli Musulmani – organizzazione da cui discende tutto l’islamismo e il jihadismo degli ultimi tre quarti di secolo – chiede, con grande semplicità, uno Stato Islamico al posto dello Stato Ebraico (ed è proprio in virtù di questa idea inaccettabile, per il momento inaccettabile, per la comunità mondiale che Israele l’ha in passato finanziata come nemico interno dell’OLP).

 

Amiamo ricordare come ad un certo punto nel decennio scorso, all’altezza del massimo vigore dell’ISIS, lo Stato Islamico, controllava zone della Siria a ridosso di Israele: lo Stato Islamico e lo Stato Ebraico confinavano, ma uno Stato Cristiano era impossibile da trovare sulla mappa. Interessante.

 

Direte: ma sono Paesi orientali. Sì? Israele possiamo definirlo come un Paese non-occidentale, quando in tantissimi hanno due passaporti (americano e israeliano, francese e israeliano, italiano e israeliano, etc.) e la quasi maggioranza della popolazione parla una lingua indoeuropea, il russo? E l’Iran, anche quello parla una lingua indoeuropea, il farsi, più simile alle nostre che a quella degli arabi, verso i quali gli iraniani provano un senso di distinzione totale… basta vedere, come accade spesso di recente, le foto di Teheran prima degli ayatollah, per capire che si tratta di un Paese che definire «occidentale» non sarebbe completamente folle (non lo stesso possiamo dire di Arabia Saudita, Pakistan, Dubai, e pure magari della Turchia che sta nella NATO e vuole stare nell’UE…)

 

Insomma, due Paesi dell’era moderna si fanno la guerra e sono entrambi nazioni fondate sulla religione. Strano? No, solo a noi può sembrar così, e non solo per l’overdose di illusione democratica iniettataci a forza dopo il 1945.

 

Il fatto che non riteniamo possibile che lo Stato moderno sia profondamente religioso è perché qualcuno ci ha vaccinati contro tale idea. Qualcuno ha imposto all’Europa (all’Italia, alla Germania, alla Francia) la convinzione che lo Stato deve essere «laico» e perfino mai nominare la divinità nelle sue carte: è il caso della nostra Costituzione – la più bella del mondo, no? – che i padri costituenti democristiani firmarono anche se mai conteneva la parola «Dio», cosa che sembra avesse irritato La Pira, il quale poi deve però essersene fatto una ragione.

 

Sta nella logica: i partiti democristiani, come evidente in Italia e Germania, servivano al contrario esatto di quello che dicevano voler fare. Servivano a tenere il Cristianesimo lontano dalla democrazia, o meglio, tenere Cristo totalmente fuori dallo Stato.

 

L’Iran è una Repubblica Islamica, Israele è lo Stato dei giudei: sulla scene si stanno scontrando, con tanto di tintinnio di sciabole atomiche, due monoteismi su tre. E il terzo? E quello più diffuso al mondo? Quello che negli ultimi secoli ha informato le nazioni più avanzate del pianeta?

 

No, il Cristianesimo non è contemplato sulla scena. Perché lo sforzo fatto con evidenza almeno dal 1789 in poi è quello di distruggere e impedire la rinascita dello Stato Cristiano, in qualsiasi forma. Uno Stato Cristiano manca – in Medio Oriente, in Europa, in America, in Asia, in Africa – perché è la cosa che i padroni del mondo vogliono evitare con ogni mezzo possibile.

 

Nella guerra presente tra la teocrazia islamica e quella ebraica, dovrebbe brillare, quindi, l’assenza di una nazione cristiana – qualcosa introvabile in qualsiasi punto dello scacchiere. Dovrebbe saltare agli occhi l’inesistenza, sulla scena mondiale, su questo piano storico, dello Stato Cristiano.

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I lettori di Renovatio 21, hanno già sentito altre volte questo discorso, che riteniamo fondamentale per la nostra esistenza, quella dei nostri figli, per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Senza uno Stato che torni ad essere morale, senza uno Stato Cristiano, siamo in balia della Necrocultura e della sua devastazione spirituale e biologica.

 

Di più: senza lo Stato Cristiano, saremo oggetto degli attacchi – manipolatori o perfino cinetici – degli Stati rimasti aderenti a religioni che, sì, in alcuni casi possono tollerare la violenza, pure in attacco. La religione giustifica tutto: il mondo del disincanto «laico» invece è talmente privo di motivazioni da produrre l’impotenza dei suoi uomini.

 

La guerra fra teocrazie dovrebbe insegnarci, quindi, che senza un ritorno dello Stato Cristiano siamo tutti in pericolo. Chi ora ridacchia, forse non vede cosa stanno diventando le nostre periferie, con i maranza che invocano Allah, e che, finita la sbornia dell’anarco-tirannia di cui sono agenti inconsapevoli pagati con canzonette trap e video Instagram, sappiamo potranno riciclare il loro risentimento in gruppi jihadisti pagati dalle teocrazie straniere.

 

Vogliamo andare fino in fondo, e dire un’altra cosa che molti possono ritenere folle, fantascientifica, inconcepibile: non solo senza lo Stato Cristiano non abbiamo alcun futuro, ma l’umanità intera non lo ha se Gerusalemme, la città di nostro Signore, non sarà riconquistata da chi è in grado di riportare la Pace fra i popoli, da chi professa la Pace come fine stesso del comportamento umano, come condizione a cui deve tendere l’anima e il mondo.

 

Chi ha orecchi da intendere, intenda.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di Nick Leonard via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0

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Perché Trump attacca il papa?

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E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.   Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..   L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.  

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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).     Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.   Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.   «Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.   «Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.  

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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».   «E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».   «Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».   «Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»   L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.   Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…   E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.   La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».   Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.   In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.   E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).   La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.   In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.   In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.   Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.   E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).   Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.  

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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.   A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.   Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.   E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.   Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.   Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.   Roberto Dal Bosco    

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Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

Parere (n. 29): Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

 

È innegabile che, bombardando ospedali, industrie farmaceutiche, centrali elettriche e altre strutture civili, gli Stati Uniti d’America si stanno comportando in Iran come Israele si comporta in Palestina; ed è altrettanto innegabile che, tenuto conto della reale rilevanza strategica dello stretto di Hormuz per l’America e l’Europa in particolare (1), gli USA hanno attaccato l’Iran solo per secondare la dispotica politica mediorientale israeliana.

 

Prima o poi, qualcuno si preoccuperà di spiegare al mondo perché Putin debba essere considerato a tutti i costi un diabolico aggressore e Trump, o Netanyahu, no. 

 

Per il momento, il CIEB si limita a riassumere sinteticamente le cause e gli scopi di una guerra che, al di là di ciò che propala il mainstream, poco o nulla ha a che fare con l’egemonismo statunitense e che, invece, serve due scopi diversi, ma correlati: da una parte, confermare il rapporto ancillare degli USA rispetto alle strategie totalitaristiche di élites finanziarie transnazionali chiaramente identificabili, che de facto governano il mondo mediante organismi dalle stesse finanziati e organizzati (2); dall’altra, fornire ai grand commis dell’Unione europea – che di quelle élites sono anch’essi fedeli servitori e sulle cui labbra la parola «guerra» aleggia dal giorno successivo alla fine del Covid – il pretesto tanto atteso per varare ulteriori politiche liberticide.

 

Per fare ciò, sono sufficienti tre parole: Ordo ab chao. Da sola, infatti, questa locuzione, assurta a motto della Massoneria universale, riassume e chiarisce le cause e gli scopi di una guerra ordita e pianificata secondo una spirale autoconclusiva: la guerra è funzionale all’emergenzialismo, che è funzionale a misure restrittive, che sono funzionali al controllo totalitario delle popolazioni, che è funzionale al mantenimento dello status quo, che è funzionale alla sopravvivenza delle élites che esprimono gli apparati di governo che promuovono la guerra. 

 

Il cerchio si chiude con la stessa naturalezza con cui sono state sbrigativamente messe da parte le ripugnanti vicende dello scandalo Epstein in cui quelle élites, fino a poche settimane fa, sembravano immerse fino al collo.

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Nel baratro in cui ci sta precipitando l’agenda delle élites in questione, a cui il presidente degli Stati Uniti dà il suo personale contributo, l’establishment dell’Unione europea fa quello per cui è lì: comprimere le libertà individuali prospettando lockdown, smart working e didattica a distanza, in attesa di elaborare nuove e più sinistre misure destinate a rendere problematico anche il soddisfacimento di bisogni primari, a partire da quello alimentare (3)

 

Le parole pronunciate nel 2022 dall’Uomo della Provvidenza («Volete la pace o i condizionatori?») (4), prontamente rilanciate dalla compiacente grancassa dei media schierati con l’agenda liberticida, mantengono la loro attualità, come la strategia ad esse sottesa.

 

Dietro la guerra, dietro l’emergenzialismo e le restrizioni a esso collegate si cela il totalitarismo biopolitico globale fondato sulla propaganda del terrore e sulla manipolazione delle evidenze, entrambe funzionali al soggiogamento delle masse. E sullo sfondo di questa deriva totalitaria già si intravede, tra l’evoluzione incontrastata dell’Intelligenza Artificiale e lo sviluppo illimitato delle converging technologies (robotica, biologia sintetica, nanotecnologie), la creazione dell’ibrido uomo-macchina, proposto dal transumanesimo come unica forma possibile di sopravvivenza futura su una Terra devastata da guerre, epidemie e inquinamento.

 

L’attacco all’Iran, quindi, non è una questione di geopolitica o di diritto internazionale, non compromette la sicurezza energetica, non serve ad aumentare i profitti o ad alimentare speculazioni sul prezzo del petrolio: serve a oscurare la realtà, a impedire ai cittadini di prendere coscienza del fatto che la finanza transnazionale ha preso il posto della politica nella gestione della società civile e che le emergenze – dalla guerra al global warming – sono create e alimentate espressamente allo scopo di introdurre misure restrittive che giustifichino e legittimino l’annichilimento dei valori democratici, delle libertà fondamentali e della dignità dell’essere umano in quanto ostacoli alla strategia di controllo totalitario dell’umanità perseguita in taluni salotti buoni. 

 

Ordo ab chao, appunto.

 

In questo contesto, il CIEB auspica che gli italiani non ripetano gli errori del passato e non accettino supinamente le misure restrittive che saranno eventualmente imposte, contestandone la legittimità e la fondatezza mediante iniziative civili e democratiche.

 

CIEB

 

10 aprile 2026

 

NOTE

 

1) Emblematico il caso dell’Italia, che importa gas e petrolio principalmente dall’Africa e dall’Asia centrale (Algeria, Libia, Azerbaijan e Kazakistan forniscono, da soli, oltre il 50% del totale delle importazioni complessive): speculazioni economiche e derive totalitaristiche a parte, quindi, è difficile credere che la guerra in Iran possa generare una crisi energetica, come invece il mainstream sostiene a gran voce.

 

2) Basti pensare ai «salotti buoni» che periodicamente ospitano rappresentanti più o meno istituzionali di quelle élites: si tratta di organismi di controversa natura e finalità, le cui attività sono costantemente sotto i riflettori dei media, che non perdono occasione per celebrarle. Per inciso, che una parte consistente delle élites evocate nel testo sia di matrice ebraica è cosa nota e incontrovertibile, come conferma, ad esempio, la proprietà di BlackRock, la più potente e ramificata società d’investimento del mondo. Possedendo o controllando (mediante i tipici meccanismi di borsa) gran parte della finanza globale, le lobby ebraiche si rivelano in grado di incidere sui circuiti accademici, scientifici, tecnologici, produttivi, industriali, commerciali, comunicativi, mediatici, sociali, culturali, politici e dunque, in poche parole, sul mondo intero; e una conferma di tale pervasività può essere fornita, oltreché dal silenzio che circonda il genocidio in Palestina o lo scandalo Epstein, dalle proposte di legge sull’antisemitismo che stanno fiorendo in alcuni Paesi europei, dalla Francia all’Italia, proprio al culmine della crisi internazionale scatenata da Israele e dagli USA. In Italia, in particolare, la proposta di legge presentata in Parlamento riproduce pedissequamente la definizione di antisemitismo fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), definizione palesemente fondata sul metodo di chiedere all’oste com’è il vino, visto che fa leva sulla «percezione» (sic!) che gli ebrei hanno dell’«odio nei loro confronti». Sebbene questa definizione (che si concretizza in una serie di fattispecie elencate dallo stesso IHRA a titolo fortunatamente esemplificativo), configuri insanabili lesioni della libertà di espressione garantita dalla Costituzione italiana, il progetto di legge in questione è stato già approvato dal Senato in prima lettura: così, se diventerà illegale fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella del Terzo Reich, potrebbe diventare illegale sostenere cose altrettanto ovvie, come, appunto, la matrice giudaica della grande finanza transnazionale. Per le proposte francese e italiana, si veda, rispettivamente, https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/779067/francia-la-liberticida-proposta-di-legge-yadan-mascherata-da-lotta-allantisemitismo-minaccia-la-liberta-di-espressione-in-ue.html e https://pagellapolitica.it/articoli/che-cosa-prevede-testo-antisemitismo

 

3) Poiché «la crisi sarà lunga» (secondo quanto vaticina, inspiegabilmente, il Commissario europeo all’energia: cfr. https://tg24.sky.it/economia/2026/04/03/dan-jorgensen-financial-times), si pensi all’impatto che avrà, sui costi dei prodotti alimentari, l’aumento del prezzo del gasolio utilizzato in agricoltura.

 

4) Cfr. https://tg24.sky.it/politica/2022/04/07/draghi-condizionatore-video.

 

5) La deriva transumanista, caldeggiata in ogni Paese europeo dai partiti politici più liberisti e globalisti, è chiaramente supportata dalle istituzioni europee e internazionali che a suo tempo hanno favorito la pseudocampagna vaccinale anti-Covid, fondata, come noto, sull’impiego di terapie geniche sperimentali. In questa prospettiva assumono peculiare rilievo le recenti pronunce della Corte Costituzionale tedesca secondo cui qualsiasi affermazione diffusa sui social network, che sia in grado di contraddire le informazioni fornite da istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può essere rimossa dai social medesimi anche se corrispondente alla realtà scientificamente fondata (https://it.insideover.com/media-e-potere/germania-allarme-autoritarismo-il-costituzionalista-murswiek-denuncia-la-censura-di-stato.html).

 

Il testo ufficiale del presente Parere è pubblicato su: http//:www.ecsel.org/cieb

 

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Presidenti USA ricattati da Israele: Tucker Carlson risponde a Trump

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In un testo circolato via mail e sul suo sito intitolato «He is in a tough spot» («Si trova in una situazione difficile»), il giornalista Tucker Carlson ha risposto al posto di insulti scritto due giorni fa dal presidente statunitense Donald Trump, che tra improperi e cattiverie ha puntato il dito su quattro popolarissimi podcaster – Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso Carlson – che non sostengono la sua agenda bellica iraniana. I quattro, va notato, hanno sostenuto Trump negli anni, quando i suoi attuali sicofanti – molto spesso ebrei e/o legati ad Israele – invece combattevano l’ascesa di The Donald.   L’implicazione diretta, nemmeno tanto implicita, è che il presidente USA sia sotto ricatto da parte dello Stato degli ebrei.   Il testo di Carlson mostra che per una parte consistente dell’opinione pubblica americana (con la Owens e la Kelly ha statisticamente i primi posti di ascolto nell’ambito dei podcast, che superano di molto le TV) è arrivato al punto di non ritorno nei rapporti con lo Stato Ebraico, e prevediamo che vi saranno a breve anche profonde revisioni storiche a riguardo.   

Si trova in una situazione difficile

  I media mainstream non ne parlano mai, ma il governo israeliano ha una lunga storia di ricatti ai danni dei presidenti degli Stati Uniti. Forse l’esempio più sconvolgente risale agli anni Novanta, quando Israele usò le registrazioni di una conversazione telefonica a sfondo sessuale tra Bill Clinton e Monica Lewinsky come leva per fare pressione su Clinton affinché rilasciasse Jonathan Pollard, la spia condannata.   Non stiamo scherzando. È successo davvero. Vale la pena ricordare la storia della conversazione telefonica a sfondo sessuale, ora che il presidente Trump sta cercando di porre fine alla guerra con l’Iran. Come molte altre azioni compiute da Israele, dimostra che l’«alleato speciale» dell’America è disposto a giocare sporco per raggiungere i suoi obiettivi. Finanziamenti occulti alle campagne elettorali, estorsioni, minacce fisiche e persino assassinii. Nella loro visione anticristiana, il fine giustifica sempre i mezzi. Non si fanno scrupoli a distruggere vite umane.   L’attuale priorità assoluta di Israele è garantire che l’Operazione Epic Fury non si fermi. Sanno che il fatto che gli Stati Uniti combattano la loro guerra al posto loro rappresenta la migliore opportunità per espandere i propri confini e diventare una superpotenza globale, e un accordo di pace manderebbe in fumo il loro piano.   Basandosi sul passato del Paese, i suoi leader sono senza dubbio disposti a spingersi fino in fondo per garantire che lo spargimento di sangue continui. Ciò potrebbe significare un ricatto in stile Clinton contro Trump, o qualcosa di ben più macabro. Non sappiamo con certezza se ciò stia accadendo, ma la sola possibilità è abbastanza inquietante da togliere il sonno al presidente. È sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa deviare anche solo leggermente dall’agenda del loro Paese preferito.   La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sono persistenti come nessun altro gruppo nella storia, a prescindere da quanto bene la Casa Bianca li abbia trattati in passato. Non sono mai grati, vogliono sempre di più e si rifiutano di concedere al presidente nemmeno un centimetro di respiro. È una pressione incessante e totale.   Abbiamo deciso di scrivere di questo dopo che Trump ha pubblicato un post su Truth Social attaccando la nostra azienda, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones, che lo hanno sostenuto per anni.   Piuttosto che abbandonarci a meschini insulti, vogliamo mostrare comprensione verso il presidente. Sta affrontando una pressione talmente forte da poterlo indurre ad abbandonare le promesse elettorali e a trasformarsi proprio nel tipo di politico che un tempo aveva giurato di distruggere. Non avrebbe permesso che ciò accadesse se non ci fosse stato un interesse personale davvero enorme.   Speriamo che riesca a superare questa situazione.   Tucker Carlson

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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