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Bioetica

Ingegneria genetica e chimere, la nuova legge bioetica francese

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L’Assemblea nazionale francese ha adottato una legge sulla bioetica radicale a che entrerà probabilmente in vigore all’inizio di luglio, una volta superati gli ultimi ostacoli legislativi dopo il terzo passaggio.

 

La nuova legge segna la fine del riconoscimento della paternità, ma anche l’inizio delle chimere (ossia di esseri ibridi, dotati di più DNA) prodotte legalmente e di altri tipi di ingegneria genetica del «materiale umano».

 

La prima legge francese sulla bioetica risale al 1992; fin dall’inizio si è provveduto alla sua revisione periodica e negli anni ha sempre più legalizzato la ricerca sugli embrioni.

La nuova legge segna la fine del riconoscimento della paternità, ma anche l’inizio delle chimere (ossia di esseri ibridi, dotati di più DNA) prodotte legalmente e di altri tipi di ingegneria genetica del «materiale umano»

 

Nella sua ultima mutazione, la legge consentirà l’accesso alla procreazione artificiale a tutte le donne, comprese le donne nelle coppie dello stesso sesso e le donne single, come era stato promesso dal presidente francese Emmanuel Macron in campagna elettorale.

 

L’accesso alla «procreazione medicalmente assistita per tutte» («PMA pour toutes») è stato rifiutato dalla popolazione francese durante le consultazioni pubbliche prima dell’elaborazione del disegno di legge ed è stato anche eliminato dal testo dal Senato a febbraio, portando a un ulteriore discussione da parte dell’Assemblea nazionale che ha reintrodotto il provvedimento.

 

La nuova versione adottata tornerà al Senato per un terzo dibattito entro poche settimane, ma qualunque cosa accada, la camera bassa avrà il voto definitivo che dovrebbe avvenire al più tardi entro la fine del mese. Ciò è in linea con le recenti azioni del governo per far passare il testo in Parlamento.

 

La legge introdurrà altre modifiche significative. Per la prima volta, in linea di principio, sarà consentita la ricerca distruttiva sull’embrione umano fino a 14 giorni: fino ad ora, tale ricerca richiedeva una deroga preventiva speciale. 

Nella sua ultima mutazione, la legge consentirà l’accesso alla procreazione artificiale a tutte le donne, comprese le donne nelle coppie dello stesso sesso e le donne single, come era stato promesso dal presidente francese Emmanuel Macron in campagna elettorale

 

La nuova legge libererà anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane e consentirà la creazione di gameti artificiali, copie di embrioni umani, embrioni chimerici (che possono essere impiantati negli animali) ed embrioni transgenici (compresa la fecondazione in vitro con «tre genitori»).

 

L’accesso all’aborto sarà ancora più facile di quanto non lo sia già. La nuova legge elimina il periodo di riflessione di «almeno una settimana» e fornisce anche una nuova giustificazione per l’aborto: «la parziale interruzione volontaria di una gravidanza multipla». 

 

Allo stesso tempo, elimina l’obbligo di consultare una persona titolare della potestà genitoriale quando le giovani donne sotto i 18 anni subiscono una «interruzione medica della gravidanza»: aborti oltre il termine legale di 12 settimane di gestazione e fino al parto per problemi di salute che colpiscono la madre o il bambino convalidati da almeno due medici e un’equipe medica.

 

La nuova legge libererà anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane e consentirà la creazione di gameti artificiali, copie di embrioni umani, embrioni chimerici (che possono essere impiantati negli animali) ed embrioni transgenici (compresa la fecondazione in vitro con «tre genitori»)

Un’altra disposizione barbara introdotta dall’emendamento è stata respinta dall’Assemblea nazionale. Mirava a introdurre un nuovo motivo per gli aborti «medici»: il «disagio psico-sociale».

 

È stata invece smantellata la specifica clausola di coscienza legata alla pratica dell’aborto medico.

 

L’aspetto più pubblicizzato della legge, tuttavia, era quello della procreazione orfana, come sopra accennato. La legge di vecchio tipo — legge che organizza la realtà senza contraddirla, che quasi tutta l’umanità ha compreso fin dalla notte dei tempi — chiama «madre» la donna che partorisce e «padre» l’uomo che ha generato il nuovo individuo che è appena nato (tale legge consente anche al nascituro di ereditare dal padre defunto, se orfano in utero).  La legge francese presuppone che il marito della madre sia il padre di un bambino, salvo prova contraria.

 

Tutto questo è finito. Quando la legge entrerà in vigore, la generazione di un figlio può diventare meramente simbolica e la genitorialità sarà adattata al desiderio della donna. «E se osi dire che un bambino ha bisogno di un padre, è perché sei irrimediabilmente bloccato negli stereotipi di genere, nell’odio della comunità LGBTQI+, e che sei un sostenitore del “patriarcato” che, come Antonio Guterres, segretario delle Nazioni Unite generale, ha detto nel mezzo della pandemia, è la radice di tutti i nostri mali» scrive Lifesitenews.

Quando la legge entrerà in vigore, la generazione di un figlio può diventare meramente simbolica e la genitorialità sarà adattata al desiderio della donna

 

Queste sono le parole che ha usato lo scorso agosto, secondo un tweet delle Nazioni Unite: «La pandemia #COVID19 sta dimostrando ciò che tutti sappiamo: millenni di patriarcato hanno portato a un mondo dominato dagli uomini con una cultura dominata dagli uomini che danneggia tutti: donne, uomini, ragazze e ragazzi».

 

 

Questo è più importante di quanto sembri. Mostra che la pandemia, la “bioetica” e la promozione dei “diritti LGBT” sono tutte collegate come sfaccettature di una stessa ideologia.

 

Nella sua logica, la nuova legge francese sulla bioetica è una legge eugenetica: consente la trasformazione dell’uomo in un organismo geneticamente modificato, l’attraversamento della barriera delle specie, la scelta degli embrioni da impiantare per «usarli» come «medicinale» per un fratello maggiore e modificarli utilizzando la tecnica CRISPR-CAS9.

Nella sua logica, la nuova legge francese sulla bioetica è una legge eugenetica: consente la trasformazione dell’uomo in un organismo geneticamente modificato, l’attraversamento della barriera delle specie, la scelta degli embrioni da impiantare per «usarli» come «medicinale» per un fratello maggiore e modificarli utilizzando la tecnica CRISPR-CAS9

 

Sulla carta questa legge proibisce l’impianto e la gestazione di embrioni geneticamente modificati, tuttavia consente i primi passi che un giorno potrebbero portare all’incubo dei cosiddetti Designer Babies., bambini creati geneticamente su misura secondo i desiderata dei genitori-committenti.

 

Oltre alla negazione della verità della filiazione, questa spinta a rendere legale la manomissione del genoma umano è l’aspetto più terrificante della legge.

 

Secondo la genetista francese Alexandra Henrion-Caude, c’è un rapporto diretto con la crisi del COVID e l’introduzione di questa legge trasgressiva: come ha sottolineato durante un’intervista di gennaio a Radio Courtoisie, storica radio associativa indipendente francese, c’è un legame con la spinta a utilizzare «vaccini» sperimentali per far produrre alle cellule umane proteine ​​introducendo mRNA, «aumentando» le loro capacità e consentendo la modifica del DNA degli embrioni. Lo scopo è chiaramente «transumanista», ha affermato.

 

L’idea di aumentare le capacità del corpo e della mente è centrale anche nella Quarta Rivoluzione Industriale, come la vede il World Economic Forum fondato da Klaus Schwab.

 

Nell’ultimo anno, la maggior parte delle decisioni in Francia sono state prese da ordini esecutivi, sui quali il Parlamento è stato autorizzato, nella migliore delle ipotesi, a commentare. La legge sulla bioetica, invece, viene spinta giù per la gola del Parlamento, come se il governo “avesse bisogno” della approvazione dei rappresentanti della nazione ma fosse allo stesso tempo disposto a forzargli la mano.

Oltre alla negazione della verità della filiazione, questa spinta a rendere legale la manomissione del genoma umano è l’aspetto più terrificante della legge.

 

Molti oppositori della legge hanno lamentato la mancanza delle condizioni per un corretto dibattito democratico. Solo una piccola parte di deputati e senatori assiste effettivamente ai dibattiti parlamentari: nel caso della legge sulla bioetica, solo 130 su 577 erano presenti al turno di votazioni.

 

Il governo ha comunque imposto il dibattito, facendo di tutto per impedire le udienze ordinarie delle commissioni parlamentari coinvolte nella questione. Anche i tempi per gli emendamenti e la discussione all’Assemblea nazionale sono stati severamente ristretti e l’intero testo ha richiesto meno di tre giorni per essere discusso: il partito di opposizione «Repubblicano» e i membri indipendenti sono stati per la maggior parte incapaci di spiegare i loro (oltre 1.500) emendamenti e ottenere un dibattito razionale su misure che hanno conseguenze di così vasta portata.

 

Il testo ha raccolto 84 voti a favore e 43 contrari (oltre alle astensioni), con alcuni rappresentanti coraggiosi che hanno fatto gli straordinari per cercare di incidere sul dibattito. Emmanuelle Ménard, rappresentante indipendente del sud della Francia, ha spiegato perché avrebbe votato contro, accusando il governo e il suo partito di maggioranza di «aprire il vaso di Pandora»:

 

«Siete falsi dei in formazione, che credono di essere al di sopra di tutto: il senso comune, la realtà, la nostra natura carnale e soprattutto, e questa è la cosa più grave, l’interesse superiore del bambino».

Secondo la genetista francese Alexandra Henrion-Caude, c’è un rapporto diretto con la crisi del COVID e l’introduzione di questa legge trasgressiva: cc’è un legame con la spinta a utilizzare «vaccini» sperimentali per far produrre alle cellule umane proteine ​​introducendo mRNA, «aumentando» le loro capacità e consentendo la modifica del DNA degli embrioni

 

La Conferenza episcopale francese ha pubblicato un comunicato che condanna la nuova legge sulla bioetica, affermando:

 

«Ancora una volta, la legge pretende di autorizzare nuove trasgressioni inquadrandole. Ma un quadro non regge mai. Inevitabilmente, finisce per essere cancellato. Inquadrare è autorizzare. L’umanità è cresciuta imponendosi divieti: il divieto di uccidere un innocente, l’incesto, il furto, lo stupro. Mescolare cellule umane e cellule animali non può essere semplicemente inquadrato in un quadro: ciò che deve essere proibito deve essere chiaramente affermato; anche ciò che può essere autorizzato deve essere chiaramente indicato. Questo è possibile solo in riferimento a una visione riflessiva della persona umana e della sua filiazione».

 

Il giorno del voto, il Vescovo Olivier de Germay di Lione ha lanciato un appello alla preghiera durante il mese di giugno, compreso il digiuno il venerdì, per chiedere a Dio di aiutare i legislatori a discernere il vero bene della società e dei bambini.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bioetica

Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

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Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente – Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).

 

Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.

 

«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».

 

Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.

 

Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine

 

L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.

 

Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.

 

Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.

 

Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.

 

Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.

 

E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.

 

Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.

 

Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.

 

Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.

 

Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.

 

Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento. Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.

 

Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.

 

Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.

 

Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.

 

Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.

 

Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio – atto ad allentare le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:

 

«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».

 


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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.

 

Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.

 

Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.

 

Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.

 

Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.

 

E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.

 

Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.

 

L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.

 

La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.

 

Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.

 

La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.

 

Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.

 

E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.

 

Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.

 

E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.

 

L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.

 

Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.

 

Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.

 

Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.   Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.   Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.   Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?   Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.   Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.    La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.   Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.    È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.   Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.   È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.   Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.   Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.    Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.   Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?   Alfredo De Matteo  

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Bioetica

Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.

 

Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.

 

I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.

 

Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.

 

Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.

 

A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.

 

Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.

 

Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.

 

Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata

 


 

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