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Essere genitori

In Norvegia i bambini vengono tolti alle famiglie e il Parlamento Europeo se n’è accorto

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di The Public Discourse.

 

 

Nelle ultime settimane è emerso che le autorità norvegesi hanno preso in custodia permanente tre bambini di nazionalità americana, sottraendoli alla famiglia di fede cristiana.

 

Come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la famiglia è «l’unità fondamentale» della società. Chiunque la minacci sta attaccando le fondamenta della società e la fonte di una grande ricchezza e diversità

Natalya Shutakova, cittadina americana, e il marito, cittadino lituano Zigintas Aleksandravicius, possono vedere i figli tre volte l’anno. Purtroppo, non è una notizia particolarmente scioccante per chi lavora nel campo della tutela dei diritti genitoriali in Europa.

 

È degno di nota che questo accada in un paese che vanta un ruolo di eccellenza nella tutela dei diritti umani. Attraverso l’Agency for Development Cooperation, la Norvegia destina oltre 400 milioni di dollari l’anno alle sue aree principali, tra cui la protezione dei diritti umani. Appare ironico che, nonostante gli sforzi a tutela dei diritti umani, una simile violazione che doveva rimanere nascosta sia stata resa pubblica nel mondo.

 

La sottrazione dei bambini Bodnariu

Comunque, la storia inizia nel 2015 con la sottrazione dei cinque bambini della famiglia Bodnariu – di età compresa tra i nove anni e i tre mesi – per mano del Barnevernet, l’agenzia norvegese per la tutela dei minori.

 

La prima volta che ne sono venuti a contatto è stato quando due automobili scure si sono avvicinate alla loro fattoria. Un assistente sociale ha comunicato che le figlie erano state prelevate direttamente da scuola e portate in un luogo protetto, invitando i genitori a presentarsi alla stazione di Polizia per rispondere ad alcune domande. A quel punto anche i figli maschi sono stati prelevati.

 

Il giorno seguente, le auto scure sono tornate, questa volta per il più piccolo. I genitori erano accusati di punizioni corporali (illegali in Norvegia) ma, e la cosa è più preoccupante, il crimine dei genitori era il tentativo di crescere i figli in accordo alla loro fede cristiana.

Il crimine dei genitori era il tentativo di crescere i figli in accordo alla loro fede cristiana

 

I servizi sociali erano preoccupati soprattutto che i genitori insegnassero ai figli che Dio punisce il peccato – un travisamento della credenza cristiana nel perdono e nella salvezza. Secondo la famiglia, questo argomento era stato segnalato al Barnevernet dal preside della scuola frequentata dalle figlie.

 

L’idea che la fede cristiana potesse essere sufficiente al Barnevernet per piombare a scuola e sottrarre i bambini ha scatenato le proteste fuori dalle ambasciate norvegesi di una dozzina di città nel mondo, da Barcellona a Washington.

 

Il clamore suscitato ha spinto altri a raccontare la propria esperienza. Ad ADF International siamo stati presi d’assalto dalle persone che volevano rendere noti casi simili. Dopo accurate ricerche, ci siamo convinti che il caso Bodnariu era sintomatico di un grave problema nel funzionamento del Barnevernet.

 

Fino a quel punto, a livello internazionale, la Corte Europea dei Diritti Umani aveva costantemente rigettato ogni causa contro la Norvegia che coinvolgeva il Barnevernet, perciò quella strada sembrava bloccata. Abbiamo dovuto scavare in profondità in quello che stava accadendo e porre domande scomode. Abbiamo girato le informazioni ad alcuni parlamentari europei che siedono al Consiglio Europeo.

 

L’assemblea ha accolto il caso e stilato un rapporto dettagliato. Il relatore si è quindi recato in Norvegia, dove ha incontrato i membri del Parlamento. Alla fine, il rapporto è stato presentato al Parlamento, che ne ha votato l’adozione.

 

Un altro caso

Nel periodo in cui il rapporto era allo studio, la Corte Europea dei Diritti Umani ha deciso di accettare una serie di casi provenienti dalla Norvegia. Mentre il caso Bodnariu occupava le prime pagine dei quotidiani, un altro caso stava suscitando scalpore.

 

Alla Camera Bassa, la Corte Europea aveva emesso una sentenza contro Ms. Trude Strand Lobben, ma la Grande Camera ha accettato di riesaminare il caso, preparando il terreno alla resa dei conti. Il caso riguarda una giovane madre che si era rivolta alle autorità in cerca di aiuto quando era incinta. Le venne offerto un posto sicuro in una famiglia. Alcune settimane dopo il parto, espresse il desiderio di andarsene; questo mise in moto una serie di eventi che hanno portato alla sottrazione del figlio, il diritto di visita ridotto a otto ore l’anno e, da ultimo, la decisione di dare il bambino in adozione.

Una giovane madre che si era rivolta alle autorità in cerca di aiuto quando era incinta. Le venne offerto un posto sicuro in una famiglia. Alcune settimane dopo il parto, espresse il desiderio di andarsene; questo mise in moto una serie di eventi che hanno portato alla sottrazione del figlio, il diritto di visita ridotto a otto ore l’anno e, da ultimo, la decisione di dare il bambino in adozione

 

L’udienza presso la Corte Europea dei Diritti Umani si è tenuta a Strasburgo nell’ottobre 2018. Da una parte dell’aula, la signora Strand Lobben con il suo avvocato, dall’altra il governo norvegese rappresentato niente meno che dal Procuratore Generale coadiuvato da otto consiglieri; non esattamente quello che si dice uno scontro ad armi pari. La signora Strand Lobben ha atteso la sentenza per quasi un anno.

 

Questo mese ha ottenuto la sua rivincita dalla Grande Camera, che ha sancito che la Norvegia non ha fatto alcuno sforzo per riunire la famiglia, come avrebbe invece dovuto.

 

Nella sentenza era anche menzionato il rapporto che era stato adottato dal Parlamento norvegese solo quattro mesi prima dell’udienza. È la terza che la Norvegia viene giudicata colpevole della violazione della Convenzione Europea – approvata da tredici giudici su diciassette.

 

La tragedia è che questa “vittoria” arriva dopo ben dieci anni dalla sottrazione del bambino alla signora Strand Lobben. La decisione non ha come effetto quello di riunire madre e figlio, né il giudizio o la piccola somma a titolo di risarcimento possono rimediare il danno fatto alla famiglia.

 

La Norvegia a processo

I fatti esposto in questo caso seguono un modello ben strutturato – e tragico.

 

Un bambino viene tolto alla famiglia secondo una specifica ragione e i genitori sfidano le autorità. Quello che dovrebbe rappresentare un atto di amore per il figlio viene poi usato contro di loro come prova del rifiuto di collaborare con le autorità. Questo diventa dunque un mezzo per prolungare l’allontanamento fino a nascondere la ragione iniziale. In questo modo, è trascorso abbastanza tempo da permettere alle autorità di affermare che il bambino è ormai ben inserito nella nuova famiglia adottiva, dove dovrebbe risiedere permanentemente. Abbiamo visto questo schema ripetersi più e più volte.

 

Fortunatamente, la Grande Camera è intervenuta.

Un bambino viene tolto alla famiglia secondo una specifica ragione e i genitori sfidano le autorità. Quello che dovrebbe rappresentare un atto di amore per il figlio viene poi usato contro di loro come prova del rifiuto di collaborare con le autorità. Questo diventa dunque un mezzo per prolungare l’allontanamento fino a nascondere la ragione iniziale. In questo modo, è trascorso abbastanza tempo da permettere alle autorità di affermare che il bambino è ormai ben inserito nella nuova famiglia adottiva, dove dovrebbe risiedere permanentemente. Abbiamo visto questo schema ripetersi più e più volte

E non è solo la Corte Europea dei Diritti Umani a essersene accorta. Recentemente, la Norvegia è stata sottoposta a una revisione dei suoi rapporti degli ultimi quattro anni sui diritti umani presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra. Molti stati e ONG hanno espresso preoccupazione e avanzato raccomandazioni sul modus operandi del Barnevernet.

 

La Norvegia, colpita dalla condanna internazionale, ha accolto ogni singola raccomandazione fatta per proteggere i bambini dall’allontanamento arbitrario per opera del Barnevernet e per assicurare un’adeguata tutela delle famiglie.

 

Ma accettare le raccomandazioni non è sufficiente. Bisogna mettere in campo azioni concrete per assicurare una migliore tutela delle famiglie.

 

Sebbene chiunque sia d’accordo nell’asserire che in certi casi lo Stato debba intervenire per proteggere i bambini, questi devono essere limitati e basarsi su prove certe ed evidenti che il bambino sia esposto a un grave pericolo.

 

E anche dopo l’allontanamento, il dovere dello Stato- come ha chiarito la Corte Europea dei Diritti Umani – è lavorare incessantemente per riunire la famiglia.

 

I diritti genitoriali sotto attacco

Anche se queste rivelazioni riguardano la Norvegia, non si tratta dell’unico caso in cui vengono attuate pratiche che attaccano i genitori e l’unità famigliare.

 

In Germania, l’ormai consolidato divieto di istruire i figli a casa (passibile di conseguenze penali in alcune regioni) è stato supportato dalla Corte Europea dei Diritti Umani a inizio anno. Nel caso in questione, i quattro figli della famiglia Wunderlich sono stati prelevati dalla loro abitazione da oltre trenta agenti della polizia in un raid all’alba. Sono stati trattenuti per tre settimane e sottoposti a esami per valutare il loro livello di istruzione. I risultati ottenuti erano nella norma ma hanno potuto tornare a casa solo dopo la promessa dei genitori di iscriverli alla scuola pubblica. Questo trattamento, secondo la Corte Europea dei Diritti Umani, «non è stato applicato in modo particolarmente severo né insolito».

 

In Svezia, intanto, l’istruzione domiciliare è, in teoria, permessa.

Ma è necessario richiedere l’autorizzazione che viene concessa solo in «circostanze straordinarie». Il che significa praticamente mai. È la decisione del Ministero dell’Infanzia e dell’Istruzione svedese nel caso della famiglia Petersen.

 

I genitori, con doppia cittadinanza statunitense e svedese, hanno istruito la figlia di sette anni a domicilio nel corso di una trasferta durata tre mesi. I risultati sono stati eccellenti, ben al di sopra di quelli ottenuti dai coetanei. Volendo continuare con l’istruzione domiciliare, hanno presentato richiesta che è stata rifiutata.

 

Il solo modo di proseguire con l’istruzione domiciliare, che ritenevano l’opzione migliore nell’interesse della figlia, è stato vendere tutto e trasferirsi negli Stati Uniti. Ovviamente, non è una scelta alla portata di tutti, per questo ADF [un’organizzazione internazionale che intende proteggere legalmente «le libertà fondamentali e la dignità dell’essere umano», ndr] internazionale ha accolto con gioia la notizia che la Corte Europea dei Diritti Umani ha accettato di ascoltare il caso alcuni mesi fa.

 

Più di recente, proprio questo mese, il governo scozzese ha annunciato che a ogni bambino istruito a domicilio verrà assegnato un garante nominato dallo Stato che supervisioni il suo benessere e il livello d’istruzione.

 

Questo modello è stato criticato su ogni fronte dalla Corte Suprema del Regno Unito che, nell’estate 2016, ha dichiarato che viola l’articolo 8 della Convenzione Europea.

 

In un passaggio chiave i giudici hanno scritto: «Diversi metodi educativi producono persone diverse. La prima cosa che un regime totalitario tenta di fare è arrivare ai bambini, allontanarli dalle influenze sovversive delle famiglie, e indottrinarli secondo la loro visione da dominatori del mondo. Entro certi limiti, le famiglie devono poter crescere i figli a modo loro».

 

Per oltre due anni dopo il giudizio, il governo scozzese si è aggrappato a questa iniziativa, suggerendo che l’elenco dei garanti potesse essere modificato per diventare legittimo. Alla fine hanno ceduto. Ciononostante i genitori inglesi non possono dormire sonni tranquilli perché il Parlamento, separatamente, ha approvato la norma che prevede l’insegnamento obbligatorio di “educazione alla sessualità e alle relazioni” nelle scuole inglesi a partire da settembre 2020.

 

I genitori possono ritirare i figli dalle lezioni di educazione sessuale prima del compimento dei 16 anni, ma non possono mai rifiutare le lezioni di educazione alle relazioni.

 

La battaglia continua

I genitori di tutto il mondo sono consapevoli di quale grande responsabilità e privilegio sia avere e crescere un figlio. E i governi conoscono l’immenso potere delle famiglie e delle comunità contro gli eccessi dello Stato.

 

Come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la famiglia è «l’unità fondamentale» della società. Chiunque la minacci sta attaccando le fondamenta della società e la fonte di una grande ricchezza e diversità.

 

La maggiore interpretazione di questi attacchi è che le politiche, apparentemente destinate a difendere i bambini, sono ben intenzionate, ma deviate. Bisogna anche stare in guardia contro chi, tentato dal potere del controllo, vede un’opportunità per forzare la propria visione utopistica della generazione futura nell’esautorazione dei genitori e, infine, nella disgregazione della famiglia.

Bisogna stare in guardia contro chi, tentato dal potere del controllo, vede un’opportunità per forzare la propria visione utopistica della generazione futura nell’esautorazione dei genitori e, infine, nella disgregazione della famiglia

 

Uno dei filoni comuni a questa serie di minacce è l’esame legale utilizzato per valutare lo stato di benessere dei bambini.

 

L’analisi dice che le azioni devono essere giudicate in base a quello che è «il miglior interesse del minore». Mentre può suonare positivo – chi vorrebbe agire contro l’interesse dei bambini? – questa frase così poetica non fornisce una guida per i tribunali chiamati a dirimere una disputa tra due parti che dicono di agire nel miglior interesse del bambino.

 

Le parti contrapposte potrebbero essere i genitori; ma vediamo spesso i genitori da un lato e lo Stato dall’altro. È stato il caso dei genitori Bodnariu, dei genitori di Charlie Gard, e della signora Strand Lobben.

 

Se bisogna restaurare il ruolo dei genitori e proteggere la famiglia, dobbiamo rivedere questo standard. Le conseguenze per le persone coinvolte nei procedimenti a tutela dei minori potrebbero essere più serie e durature di quelle coinvolte nelle cause penali. Gli standard non devono essere meno rigorosi.

 

L’intervento delle autorità deve essere l’ultima risorsa, e deve basarsi su prove certe e verificate che il bambino si trovi in serio pericolo. Inoltre, nei casi in cui è necessario l’allontanamento, gli appelli dei genitori devono avere priorità assoluta, dato che lo status quo potrebbe velocemente diventare la nuova normalità.

 

Tornando alla Norvegia, le cose sono ben lontane dalla soluzione. Natalya Shutakova e Zigintas Aleksandavicius hanno fatto ricorso in appello, e il caso Bodnariu, presentato nel dicembre , è in attesa dell’udienza.

 

Sembra, con ogni probabilità, che si prepari un’altra giornata nera per la Norvegia, ma un tanto atteso spiraglio di sole per i genitori e le famiglie di tutta Europa e non solo.

 

Robert Clarke

Questo articolo è originariamente apparso su Public Discourse: The Journal of Witherspoon Institute. È stato tradotto e ripubblicato con il permesso.

 

 

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Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.

 

La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.

 

Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente  prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.

 

Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.

 


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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.

 

I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.

 

I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta  intervenire la polizia.

 

A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.

 

 

A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.

 

Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019,  un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.

 

A Padova,  nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.

 

Nel 2023  a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.

 

A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.

 

A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.

 

Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.

 

Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.

 

Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.

 

Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.

 

Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005  in un episodio  (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analis, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.

 

 

 

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Bambina traumatizzata si butta dalla finestra. L’assistente sociale ha tatuaggi sul viso e corna da diavolo

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Una bambina traumatizzata in Austria si è buttata da una finestra dopo essere stata prelevata da un assistente sociale dal look inquietante. Lo riporta LifeSite.   La precedente casa famiglia per bambini con problemi comportamentali, dove viveva la dodicenne, è stata chiusa dall’Agenzia per la tutela dell’infanzia e della gioventù di Vienna (MA 11) a seguito di alcune segnalazioni. I bambini di questa struttura avrebbero dovuto essere trasferiti in una nuova casa famiglia gestita da un organizzazione privata senza scopo di lucro il cui direttore era uno degli assistenti sociali che sono andati a prendere la ragazza.   Il caso si è trasformato in uno scandalo politico quando la ragazza è saltata da una finestra e si è rotta diverse ossa poco dopo aver incontrato l’uomo. La dodicenne tirolese è considerata traumatizzata a causa di sospetti gravi abusi. Secondo Pro Child Vienna, l’organizzazione che gestiva la sua precedente casa famiglia, la ragazza reagisce in modo molto negativo agli uomini e pertanto non dovrebbe essere affidata alle cure di assistenti sociali di sesso maschile.   Tuttavia, le linee guida non sono state rispettate quando la ragazza doveva essere prelevata da lì e portata in una nuova sistemazione condivisa, ha criticato Sabine Keri, portavoce dei giovani del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) a Vienna. Alla Keri è stato fornito un resoconto scritto dell’incidente e ha affermato: «Era stato chiarito in modo inequivocabile che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. E poi si presenta un uomo che esercita pressioni».    

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I giornali viennesi sostengono che l’aspetto fisico dell’assistente sociale abbia spaventato la ragazza, poiché ha diversi tatuaggi sul viso, tra cui un pentagramma sulla fronte. L’uomo indosserebbe anche spesso delle piccole corna nere sulla testa che si possono avvitare e svitare, come si può vedere nel suo ritratto sul sito web ufficiale dell’organizzazione.   «Per me, quello è uno sguardo satanico. E non posso certo permettere a una persona con quell’aspetto di lavorare con bambini gravemente traumatizzati», ha detto la Keri.   L’uomo ha risposto alle accuse definendole diffamatorie e insistendo sul fatto di non essere un satanista, affermando di non indossare le piccole corna sulla testa quando è andato a prendere i bambini.   La dodicenne è saltata fuori dalla finestra non chiusa a chiave quando nessuno la guardava. La consigliera comunale Bettina Emmerling ha avviato un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, sostiene che finora non ci siano prove che la ragazza si sia buttata per paura dell’assistente sociale. Secondo la Emmerling, l’uomo dall’aspetto satanico e la badante donna avevano già parlato con la bambina il giorno prima dell’incidente. La consigliera ha sostenuto che la paura per il suo aspetto non fosse la ragione del gesto, bensì la riluttanza della bambina a cambiare residenza o la persona a cui era affidata. Inoltre, ha affermato Emmerling in un’intervista, la bambina era stata anche con un badante uomo nell’appartamento condiviso prima dell’incidente.   «Il fatto che questa finestra non fosse chiusa a chiave non è consentito in un alloggio condiviso», ha affermato. «La finestra può essere lasciata leggermente aperta, ma in linea di principio, quando un bambino è solo in una stanza», le finestre devono essere chiuse a chiave.   Secondo Emmerling, la consigliera comunale non ha ancora ben chiaro se – e con quanta chiarezza – sia stato effettivamente comunicato che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. Secondo quanto riferito, la ragazza si è ripresa dalla caduta e ora si trova in una nuova casa famiglia a Vienna. Le notizie non specificano se si tratti di una struttura della precedente organizzazione o di un’altra.

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Un altro elemento di dibattito politico in questo caso è il fatto che il responsabile dell’azienda che ha prelevato la ragazza, sia il figlio di un alto funzionario del MA 11. L’ÖVP e il FPO hanno criticato aspramente la cosa. La consigliera Emmerlinga ha difeso l’accordo: «il fatto che esistesse questo legame familiare è stato reso noto fin dall’inizio», ha dichiarato in un’intervista. Il padre del direttore (…) non aveva alcuna autorità né alcun ruolo nel processo decisionale relativo all’assegnazione degli appalti da parte dell’agenzia, ha aggiunto.   Anche il pubblico italiano ricorda prelievi traumatici eseguiti da assistenti sociali e forze istituzionali ai danni di famiglie, con azioni stile commando che tagliano la luce e ingannano i genitori per procedere al prelievo del minore. Il caso più noto degli ultimi anni, quello di un paesino emiliano, è finito con l’assoluzione dei principali accusati.   Nella dinamica di questi eventi è evidente come entri in giuoco uno scontro – metapolitico, metafisico – tra la sovranità della famiglia e la volontà dello Stato, con immani conseguenze filosofiche ed antropologiche: da una parte chi considera la famiglia come l’unita primigenia ed indivisibile del consorzio umano, dall’altra chi crede che lo Stato rappresenti una forza superiore che possa permettersi di scinderla e riformularla.   Da un punto di vista di filosofia del diritto, si deve parlare della primazia del diritto positivo dello Stato moderno contro la legge naturale che è base dell’esistenza della famiglia: da una parte chi crede che oltre lo Stato non vi sia nulla, e quindi che esso goda di un potere assoluto, dall’altra chi crede che lo Stato sia invece un’entità inferiore che si deve conformare a qualcosa di superiore – appunto, la legge naturale, o Dio… – e che non possa quindi infrangerne i principi.   In teoria, la Costituzione repubblicana italiana considera la famiglia come il nucleo fondamentale della società, definendola espressamente una «società naturale fondata sul matrimonio». I principi costituzionali che regolano la famiglia sono contenuti principalmente negli articoli 29, 30 e 31.   All’articolo 29, che tratta della società naturale, lo Stato riconosce la famiglia come un’istituzione che esiste prima dello Stato stesso, dotata di propri diritti originari che la legge non crea, ma si limita a proteggere.   All’articolo 31 è detto che la La Repubblica deve agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con misure economiche, con particolare riguardo alle famiglie numerose, e proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù.   Quanto la Costituzione Italiana che pure non riteniamo proprio essere un documento perfetto, sia presa sul serio dallo Stato repubblicano (con la Corte Costizionale che per allargare le maglie della morte parla di «Costituzione materiale»), lo lasciamo decidere al lettore di Renovatio 21 che ci segue sin da prima della devastazione pandemica.  

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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.

 

La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.

 

Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.

 

Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.

 

Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.

 

Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.

 

Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».

 

La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.

 

Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.

 

La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».

 

Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.

 

Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.

 

Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.

 

Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.

 

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.

 

In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.

 

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