Essere genitori
Caso Bibbiano, parla un avvocato
Le vicende emerse dall’Unione Val d’Enza continuano ancora oggi a sollevare diversi interrogativi.
Renovatio 21 ha seguito, dal punto di vista informativo, tutto il filone fin dall’inizio del drammatico scoppio dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Continuiamo a credere che questo enorme bubbone vada osservato ed analizzato su più piani.
Le questioni giudiziarie vanno trattate nelle sedi opportune e da chi ne ha la competenza ed il compito.
Tuttavia ribadiamo che gli aspetti morali, sociali, istituzionali ed ideologici della faccenda, i quali possono non aver nulla hanno a che vedere con eventuali responsabilità penali, non devono essere in alcun modo tralasciati.
Ecco perché abbiamo voluto intervistare la dott.ssa Paola Mescoli Davoli, avvocato cassazionista e presso i Tribunali per minori, che da anni segue casi come quelli emersi in Val d’Enza.
Avvocato Mescoli, come ha vissuto, essendo lei di Reggio Emilia, il caso esploso in Val d’Enza a proposito dei presunti affidi illeciti?
Ho vissuto il caso Bibbiano come un evento che prima o poi sarebbe dovuto avvenire: sospettavo quanto stava accadendo ma mai nei termini che sono venuti alla luce, i quali mi hanno suscitato grande preoccupazione e sgomento.
Da quanto tempo attraverso la sua professione, si occupa di famiglie e bambini?
Sono cinquant’anni che mi occupo di famiglie e minori, non solo nei Tribunali ma anche con impegno sociale e civile.
Una domanda indiscreta: sta seguendo qualche famiglia, a livello legale, di Bibbiano o dintorni?
Anche il mio studio sta seguendo alcuni casi delicati: ma il più grave risale a due anni fa, proprio di Bibbiano. Un caso molto grave e doloroso, dove nel frattempo la madre accusata è morta.
«Il caso di Bibbiano è ben lungi dall’essere un raffreddore o un caso isolato»
La commissione tecnica regionale sui minori ha definito quanto accaduto in Val d’Enza come “un raffreddore”, ovverosia un caso isolato. Si trova in accordo con queste considerazioni?
Il caso di Bibbiano è secondo me ben lungi dall’essere un raffreddore o un caso isolato. Non è un caso isolato anche se non bisogna fare di ogni erba un fascio perché vi sono servizi sociali che funzionano bene. Ma vi sono altri casi dove, pure in modo meno clamoroso, pare si intimidiscano le famiglie, con i genitori che parrebbero trattati come persone da punire o rieducare, ed i minori che parrebbero sottoposti a pressioni psicologiche ingiustificate per denunciare maltrattamenti o abusi.
«Vi sono casi in cui si pare si intimidiscano le famiglie, con i genitori che parrebbero trattati come persone da punire o rieducare, ed i minori che parrebbero sottoposti a pressioni psicologiche ingiustificate per denunciare maltrattamenti o abusi»
Per quale motivo secondo lei si è arrivati a tanto? Molti parlano di business economico.
Si è arrivati a tanto anche perché alcune famiglie hanno subito le azioni dei Servizi come se fossero ineluttabili ed indiscutibili. Ed i Servizi – che fino a prova contraria non fanno parte dell’organo giudiziario – potrebbero aver adottato provvedimenti anche servendosi di relazioni, da quanto sarebbe emerso dalle indagini preliminari, forse falsificate.
Quindi sarebbe questa l’unica ragione secondo lei, ovvero la ricerca di un profitto economico?
Molti parlano di business economici. Non ritengo che la questione Bibbiano sia dovuta a mere ragioni economiche, pure potendo riconoscerle per alcuni soggetti presumibilmente coinvolti nelle indagini. La ragione vera e profonda, a mio avviso, è di natura ideologica.
«Molti parlano di business economici. Non ritengo che la questione Bibbiano sia dovuta a mere ragioni economiche. La ragione vera e profonda, a mio avviso, è di natura ideologica»
Ci spieghi meglio. Perché parla di una componente ideologica a proposito di quanto emerso dall’inchiesta “Angeli e Demoni”?
La ideologia a base di queste vicende, a mio parere, consisterebbe:
A) nell’odio verso la famiglia naturale che deve essere eliminata, in quanto retaggio storico e minaccia sociale (dalla quale occorre salvare i bambini a loro parere “probabilmente” abusati), insegnando ai figli a considerare i genitori come nemici da cui guardarsi, allontanandoli dalla famiglia di origine;
B) nel ritenere i figli non appartenenti alla famiglia che li ha generati ed in cui vivono, ma merce da usare attraverso affidi pilotati come quelli alle coppie LGBT amiche, con l’affidamento di figli nati da coppie eterosessuali a coppie LGBT etc., in violazione della legge 149/2001 che chiede che le famiglie affidatarie siano famiglie con figli minori o single ( non coppie LGBT come avvenuto);
C) nell’educare i minori secondo determinate teorie. Per “scoprire gli abusi” si sarebbero usati metodi contrari a protocolli scientifici di ascolto dei minori, con tecniche invasive e lesive della dignità dei minori e delle famiglie, manipolative e dirette a fare “ricordare” e “rivelare” ai minori abusi forse mai avvenuti.
Così appare in sintesi il “metodo”: indurrebbe i minori a denunciare abusi mai avvenuti da parte dei genitori, inducendoli così a detestare, se non odiare la famiglia di origine.
La regione Emilia Romagna ha maggiori possibilità di realizzare lo scopo della eliminazione della famiglia naturale essendo questo l’essenza della ideologia dominante in questa regione.
La Regione Emilia Romagna crede che rispetto alle altre regioni porti avanti con più forza politiche lontane dalla tutela della famiglia cosiddetta tradizionale?
La regione Emilia Romagna ha maggiori possibilità di realizzare lo scopo della eliminazione della famiglia naturale essendo questo l’essenza della ideologia dominante in questa regione.
È infatti in Emilia Romagna che è stato e sarà diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado (e parrebbe anche nelle scuole materne) il libretto “Viva l’amore”, è l’Emilia Romagna la regione che ha approvato una legge contro la cosiddetta “omotransnegatività”, portata avanti, soprattutto ideologicamente, da chi ha speso fior di quattrini per il festival gender. La regione dove i rappresentanti delle istituzioni raccomandavano il sistema Val d’Enza elevandolo spesso a modello da cui prendere spunto.
Bibbiano è un caso isolato?
Bibbiano non è un caso isolato, ma di Bibbiano abbiamo scoperto aspetti che non ci si aspettava, quantomeno nei termini in cui è emerso.
Cosa c’è che non funziona in questo sistema, e in quale maniera si potrebbe intervenire per migliorarlo secondo lei?
Cosa è che non funziona nel sistema? Nella mia opinione, l’eccessivo potere apparentemente privo di controllo che è stato, da una legge vecchia e superficiale, attribuito agli assistenti sociali.
Occorrerebbe una legge che partendo non dalle ideologie ma dalla realtà disciplinasse la materia, considerando i minori non come individui isolati, ma quali figli inseriti in un contesto famigliare – cioè non solo come “minori” ma come “figli” di famiglie anche in difficoltà da aiutare ma non certo da sottrarre.
«I genitori devono avere coraggio; devono affidarsi a professionisti specializzati in materia di famiglia e combattere per i propri figli. Di non avere paura, di non lasciarsi intimidire dalle minacce “di togliere loro i figli”»
Cosa direbbe ai tanti genitori che, forse, dopo questo enorme bubbone scoppiato, potrebbe trovare il coraggio per combattere?
Di avere coraggio; di affidarsi a professionisti specializzati in materia di famiglia e combattere per i propri figli. Di non avere paura, di non lasciarsi intimidire dalle minacce “di togliere loro i figli”.
Pretendere che la legge 133/83 venga rispettata, dato che prevede che i figli vengano allontanati dalle loro famiglie quale soluzione estrema da realizzarsi solo se vi è un pericolo per la salute psicofisica del minore e dopo che sono stati praticati tutti gli altri interventi, con l’obbligo di mantenere i rapporti con la famiglia di origine.
Se necessario rivolgersi a Consulenti privati (psicologi o psichiatri) per contrastare giudizi prevenuti o superficiali da parte dei Servizi. La legge, anche se imperfetta, permette loro di agire contro interventi illegittimi.
Poi mandare al Parlamento persone che operino per eliminare l’ art. 403 cc, che autorizza i servizi ad allontanare i minori in via preventiva rispetto al provvedimento del giudice; e ancora: emanare leggi a tutela della famiglia, la famiglia dell’art. 29 della Costituzione Italiana; dell’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, quelle della famiglia basata sul matrimonio fra uomo e donna. Che dichiara:
«La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato».
Cristiano Lugli
Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.
In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)
E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».
Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.
Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.
Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…
Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.
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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.
La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.
Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.
Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.
Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.
Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?
E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?
In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.
Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.
In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.
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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…
Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?
Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.
Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.
Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.
Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.
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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.
Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.
Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».
Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.
C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?
Roberto Dal Bosco
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
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Essere genitori
Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.
L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.
Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.
Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.
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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.
Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.
«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».
In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.
Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:
Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.
Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».
Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.
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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».
Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.
Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.
Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».
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