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Economia

Il nuovo capo della Banca Centrale turca viene da Amazon. Il predecessore da Goldman Sachs

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Entro meno di un anno, la Turchia avrà un nuovo capo della Banca Centrale, Fatih Karahan, che sostituirà la signora Hafize Gaye Erkan, secondo la Gazzetta Ufficiale turca del 3 febbraio.

 

Quando è stata nominata l’anno scorso, Erkan ha sollevato molti sospetti, poiché una delle sue precedenti posizioni era presso la banca d’affari statunitense Goldman Sachs – quella per cui sono passati anche figure come Draghi e Monti. Erkan, la prima donna a dirigere la banca centrale turca, ha la doppia cittadinanza statunitense e turca e ha conseguito il dottorato in finanza a Princeton nel 2006, dove ha studiato ricerca operativa e ingegneria finanziaria. Nello stesso periodo era entrata a far parte di Goldman Sachs, dove ha lavorato per nove anni. Era diventata amministratore delegato di Goldman Sachs nel 2011.

 

Tre anni dopo, nel 2014, Erkan ha lasciato il suo incarico di alto livello presso Goldman’s per diventare un dirigente di una giovane e aggressiva banca di San Francisco, la First Republic Bank, come responsabile degli investimenti. Lì ha aumentato di dieci volte il patrimonio gestito per la banca di alto livello, guadagnandosi entro il 2021 il titolo di co-CEO di First Republic.

 

Come noto, la First Republic ha avuto problemi a seguito del crollo delle banche regionali USA dello scorso anno come Silicon Valley Bank.

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Come scrive William F. Engdahl in un articolo ripubblicato da Renovatio 21, «è chiaro che la First Republic sotto la guida di Erkan era una banca molto oscura che si occupava dei big della Silicon Valley e di altri individui con un patrimonio netto elevato. In altre parole, è stata chiaramente uno dei principali artefici del modello di rischio profondamente imperfetto che ha portato al fallimento della banca nel maggio 2023».

 

Secondo quanto riferito, ha lasciato la banca First Republic alcuni mesi prima del suo fallimento, forse intuendo il disastro che ha creato. Il 1° maggio scorso First Republic è stata rilevata dalla più grande banca degli Stati Uniti, JP Morgan Chase, con il sostegno della tranquilla amministrazione Biden. La Erkan è stata quindi citata in giudizio in un’azione legale collettiva per il suo ruolo nella debacle.

 

Nel suo primo atto in carica, il 22 giugno, Erkan aveva alzato il tasso chiave della banca centrale turca del 6,5%, un enorme aumento rispetto agli standard normali, portandolo al 15%, quasi il doppio. Ha promesso che era solo l’inizio del grande capovolgimento dell’era dei tassi bassi di Erdogan. Tuttavia i «mercati» non sembravano soddisfatti. Si erano «aspettati» un balzo al 25% in quella riunione: la lira scese dopo le notizie sui tassi.

 

La Erkan ha consegnato una lettera di dimissioni dopo aver annunciato in una dichiarazione sui social media che «una grande campagna di assassinio della reputazione è stata recentemente organizzata contro di me».

 

La campagna contro di lei potrebbe essere collegata al fatto che ha attuato una politica antinflazionistica simile al Fondo monetario internazionale aumentando i tassi di interesse di 3.650 punti base.

 

Il Karahan arriva alla Banca Centrale dopo essere stato economista senior presso Amazon. Nato nel 1982 e tre anni più giovane di Erkan, ora è il più giovane governatore della Banca centrale. Era stato nominato vice di Erkan presso la Banca Centrale lo scorso luglio.

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Immagine di Türkiye Cumhuriyet Merkez Bankası (TCMB) via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic

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Economia

I dati economici mostrano «nessuna ripresa in vista» per la Germania

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Gli economisti tedeschi suonano il campanello d’allarme sui dati pubblicati per maggio   «Il calo significativo della produzione industriale dimostra ancora una volta che una ripresa economica rapida e significativa non è in vista», ha affermato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank.   «Dopo la stagnazione della produzione economica nel secondo trimestre ci si può aspettare solo un anemico movimento al rialzo. I deboli dati sulla produzione seguono i dati deludenti sugli ordini del giorno precedente. Secondo i dati, nel mese di maggio gli ordinativi industriali sono diminuiti per la quinta volta consecutiva. Il calo mensile è stato pari all’1,6%. Nel confronto anno su anno sono stati ricevuti l’8,6% di ordini in meno».   L’economista Jens-Oliver Niklasch della Landesbank Baden-Württemberg ha commentato che si tratta di «un’altra brutta notizia dal settore. Sembra che una svolta verso il meglio sia più lontana che mai».

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Molto negativa la performance del settore automobilistico, con un calo di oltre il 5% rispetto ad aprile. Il cattivo risultato potrebbe anche essere stato influenzato dal numero di giorni festivi. Un forte calo si registra anche per la produzione industriale francese.   Secondo i dati diffusi dall’istituto nazionale di statistica, il calo è stato del 2,7% rispetto al mese precedente e del 3,9% su base annua. A fare peggio del previsto sono stati molti settori tra cui, come in Germania, la produzione automobilistica. L’istituto francese di statistica sottolinea inoltre che, in un contesto di prezzi dell’elettricità e del gas ancora elevati, le produzioni ad alta intensità energetica sono particolarmente esposte all’aumento dei costi, che potrebbe incidere sulla produzione.   Per questi settori, la produzione negli ultimi tre mesi (da marzo a maggio 2024) rimane significativamente inferiore a quella del secondo trimestre del 2021 (l’ultimo trimestre prima dell’inizio degli aumenti dei prezzi dell’energia). Ciò è particolarmente vero nel settore dell’acciaio (−26%). produzione di prodotti chimici di base (−14,7%) e vetro/vetreria (−12,4%).   Come riportato da Renovatio 21, i dati italiani hanno mostrato una realtà di crollo impressionante.   Il ministro tedesco per l’Economia e l’Azione climatica di Robert Habeck, il cui operato è accusato da molti di totale inettitudine, attribuisce la colpa del collasso industriale del paese alla «congiuntura internazionale». In verità, se il suo governo non avesse distrutto l’economia nazionale – e continentale – con sanzioni e guerra alla Russia, e conseguente taglio del gas (con Berlino che lascia tranquillamente impuniti gli autori del mega-attentato terroristico al gasdotto Nord Stream), forse la situazione non sarebbe così drammatica.

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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Economia

I sauditi minacciano di vendere obbligazioni europee se i beni russi vengono confiscati

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L’Arabia Saudita ha lasciato intendere privatamente all’inizio di quest’anno che avrebbe venduto una parte (o la totalità) dei suoi titoli di debito europei se il G7 avesse confiscato i beni congelati della Russia. Lo riporta la testata economica statunitense Bloomberg.

 

A maggio l’Unione Europea aveva approvato un piano sostenuto dagli USA per utilizzare i profitti e gli interessi generati dagli asset russi per aiutare ad armare l’Ucraina. Tuttavia, si è trattato di un netto cambiamento rispetto al piano precedentemente proposto, fortemente promosso da Zelens’kyj e dall’Ucraina, di confiscare circa 300 miliardi di dollari in asset russi.

 

In tanti si erano chiesti cosa avesse spinto i vertici occidentali a cambiare idea, ora probabilmente abbiamo la risposta. Come nota Bloomberg, «il ministero delle finanze del Regno ha detto ad alcune controparti del G7 della sua opposizione all’idea, che era intesa a sostenere l’Ucraina, con una persona che l’ha descritta come una minaccia velata».

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I sauditi hanno menzionato specificamente il debito emesso dal Tesoro francese, hanno detto due delle persone sentite dalla testata neoeboracena.

 

La maggior parte dei 300 miliardi di dollari di asset russi congelati sono detenuti in Europa, in particolare in Francia, Germania e Belgio. Ciò rende l’articolo di Bloomberg ancora più interessante dal punto di vista delle fratture geopolitiche, poiché significa che, come risultato della sua capacità di scatenare un panico da liquidazione nell’instabile mercato obbligazionario europeo, ha molta più leva dell’Ucraina e dei media occidentali intenti a passare per virtuosi nelle loro continue condanne alla Russia.

 

Nel caso della Francia, abbiamo visto Macron indire le elezioni anticipate vinte incredibilmente dall’estrema sinistra. Tuttavia, da quando sono avvenuti questi «colloqui» con i sauditi, lo spread sui rendimenti dei titoli di Stato francesi rispetto alla Germania è aumentato vertiginosamente… Questo panico da vendite, che si verifica in un momento in cui i sauditi stanno usando i titoli di Stato francesi come leva politica, è stata solo una coincidenza, scrive Zerohedge.

 

L’Arabia Saudita ha mantenuto forti relazioni con Mosca, ma ha anche costruito legami con l’Ucraina. E tuttavia, è chiaro che quando si arriva al dunque, il principe ereditario è saldamente dall’angolo di Putin, come dimostrano le immagini di calore viste nelle ultime visite ufficiali e la stessa volontà di integrazione di Ryadh nei BRICS, mossa contro la quale i big USA stanno molto adoperandosi.

 

Come riportato da Renovatio 21, si osserva che il principe Mohammed bin Salman ha disertato il G7 nella masseria pugliese della Meloni.

 

Bloomberg conclude osservando che, qualunque ne sia il motivo, la mossa dell’Arabia Saudita sottolinea la sua crescente influenza sulla scena mondiale e la difficoltà del G7 nell’ottenere il sostegno delle cosiddette nazioni del Sud del mondo per l’Ucraina.

 

Gli Stati Uniti conoscono il peso di un veto posto dalla casa reale dei Saud: nell’aprile 2016 il New York Times ha riferito che l’Arabia Saudita aveva minacciato l’allora presidente Barack Obama di liquidare i 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA che possedeva all’epoca (una mossa che avrebbe generato un crollo del mercato obbligazionario) se fosse stata ritenuta responsabile degli attacchi dell’11 settembre.

 

Anche se il petrodollaro non è ancora del tutto morto (nonostante i sauditi non abbiano fatto mistero, perfino sul palco del WEF a Davos, di avere piani per uscirne), la sua leva finanziaria è solo una pallida ombra di quella di un tempo; infatti, l’unica leva finanziaria è a disposizione di coloro che possiedono ancora titoli statunitensi e possono minacciare di sbarazzarsene immediatamente.

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Utilizzare il dollaro USA come arma contro la Russia è stata una decisione catastrofica che avrà ripercussioni per anni e anni.

 

Alcuni sostengono che nel disastro delle ramificazioni di questa scelta, la Fed, cioè la Banca Centrale USA, sarà costretta ad acquistare tutto il debito statunitense che gli ex detentori di titoli del Tesoro venderanno in un modo o nell’altro.

 

Come riportato da Renovatio 21, in quello che il Financial Times definì come il primo atto di guerra economica della storia umana, cioè il congelamento dei capitali della Banca Centrale Russa detenuti all’estero in altra valuta, partecipò, oltre alla presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, anche Mario Draghi, allora presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, che, grazie alla ragnatela di relazioni creata da presidente BCE, tirò dentro anche il segretario del Tesoro USA Janet Yellen.

 

Era chiaro a chiunque che davanti a questa dimostrazione di arbitrio economico e geopolitico aggressivo ed inedito, ogni possibile investitore internazionale è stato portato a pensare che a medio o lungo termine bisogna mollare gli investimenti americani e pure il dollaro: chi vuole lasciare il danaro allo Zio Sam, sapendo che questo può decidere di tenerselo? Non i capitali arabi, né cinesi, né indiani, europei, africani, sudamericani. Nessuno.

 

Gli USA del senile e demente Biden hanno decretato con tracotanza la loro stessa autodistruzione finanziaria.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Economia

Lo Zimbabwe proibisce le esportazioni di litio

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Lo Zimbabwe ha recentemente vietato l’esportazione di litio, di cui è uno dei principali produttori mondiali, e sta ora avviando la creazione di una propria industria del litio, compresa la produzione di batterie al litio.   Ciò è in linea con la politica del governo sul minerale di litio e fa parte della visione del presidente Emmerson Mnangagwa per l’aggiunta di valore e l’arricchimento delle vaste risorse minerarie del Paese, il quale perde 1,8 miliardi di dollari all’anno a causa del contrabbando e dell’esportazione di litio grezzo.   Ora una società dello Zimbabwe, Verify Engineering, stabilirà la produzione di batterie al litio nel paese. Verify Engineering, una società statale fondata nel 2005 sotto il ministero dell’istruzione superiore e terziaria, ha una storia di sviluppo tecnologico nello Zimbabwe.

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L’azienda è già coinvolta nella produzione di ossigeno, esportando gran parte della sua produzione nei Paesi vicini come il Mozambico. Fanuel Tagwira, segretario permanente del Ministero dell’istruzione superiore e terziaria ha affermato di voler «passare alle batterie al litio ed eventualmente alle batterie dei veicoli elettrici».   L’iniziativa viene presentata come un atto di fiducia del Paese nel potenziale della sua gente. «Nello Zimbabwe abbiamo persone molto istruite; l’unica cosa che non avevamo fatto era dare loro una possibilità. Non abbiamo mai dato loro una possibilità» ha dichiarato il Tagwira.   In realtà, vari Paesi stanno pensando di nazionalizzare le risorse minerarie di litio presenti sul territorio.   Anche in Messico tale estrazione è ritenuta fondamentale per gli interessi della nazione, come dichiarato dai suoi esponenti politici: «è un bene della nazione, e la sua esplorazione, sfruttamento, estrazione e utilizzo è riservato a favore del popolo del Messico».   Di recente una grande miniera di litio è stata scoperta in Nord America. La grande industria si sposta verso i veicoli elettrici con nuove infrastrutture e General Motors sta pianificando il suo futuro produttivo verso questa risorsa mineraria oramai divenuta fondamentale per le tecnologie che circondano le nostre vite, ossia il litio. La principale casa automobilistica USA sta investendo in un progetto statunitense sul litio che potrebbe farla diventare il primo produttore del Paese entro il 2024.   Come riportato da Renovatio 21, un mese fa l’India si è detta pronta a tenere la sua prima asta in assoluto di blocchi di deposito contenenti minerali critici e strategici a fini di esplorazione, tra cui il litio e la grafite.
Giacimenti di litio di grandi dimensioni sono stati scoperti di recente in Tailandia, che dovrebbe quindi godere della terza più grande riserva del minerale al mondo.

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Secondo alcuni, è già stata combattuta la prima «guerra del litio»: il moto che portò alla detronizzazione del presidente boliviano Evo Morales nel 2019. Disordini di vario tipo hanno riguardato altri Paesi esportatori di litio con Cile e Perù. Nel Grande Gioco del litio, entrano ovviamente con forza gli interessi di Cina e Stati Uniti.   L’Europa, nel frattempo, ha sentenziato che il litio è «tossico per la riproduzione», mettendo quindi a rischio i suoi obiettivi dichiarati di transizione energetica. Il principale produttore di litio UE ha quindi dichiarato che potrebbe chiudere l’impianto che possiede in Germania a causa delle regole UE. Proprio nel grande Paese europeo in questi mesi si è registrato un calo delle vendite delle auto elettriche.   In un mondo sottoposto all’imperativo dell’elettrificazione come corollario dell’abbandono di gas e petrolio, dove tutto l’automotive è invitato dalle istituzioni ad abbandonare il combustibile, il litio diviene una risorsa di importanza primaria e strategica, perché fondamentale per la produzione delle batterie ritenute al momento più affidabili.   Come riportato da Renovatio 21, recenti esperimenti scientifici di fusione nucleare hanno mostrato l’apporto del litio anche in quella sfera della tecnologia.

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Immagine di Martin Addison via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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