Pensiero
Il caso delle celebrazioni di Don Milani. Lettera aperta di due intellettuali fiorentini
Renovatio 21 pubblica la lettera aperta scritta da scrittore e giornalista pubblicista Pucci Cipriani e il blogger Pier Luigi Tossani, entrambi fiorentini, in merito alle celebrazioni per il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani. La lettera aperta è stata spedita a varie autorità civili e religiose che intendono commemorare il priore della Barbiana. Sul caso di Don Milani, e su quello che può significare oggi, Renovatio 21 aveva pubblicato un saggio piuttosto esteso quattro anni fa. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Gentilissimi,
non è a cuor leggero, quanto piuttosto gravato da dispiacere e preoccupazione, che vi inviamo la presente missiva.
Ci riferiamo all’imminente centenario della nascita di don Lorenzo Milani, che ricorrerà il 27 maggio prossimo e per il quale è stata organizzata una nutrita serie di manifestazioni, incontri, giornate di ricordo e di studio, che si protrarranno anche nel 2024.
Ne leggiamo sul sito web dell’Istituzione Culturale don Milani, a questo link, dove si dà notizia della costituzione di un Comitato nazionale dedicato, la cui presidenza è stata affidata all’on. Rosy Bindi.
Ci rivolgiamo a Voi, poiché siete stati chiamati a vario titolo alla composizione del Comitato e alla collaborazione con esso.
Da parte nostra, ci presentiamo: Giuseppe (Pucci) Cipriani, scrittore e giornalista pubblicista di Borgo San Lorenzo, direttore della rivista Controrivoluzione, e Pier Luigi Tossani, cittadino e blogger fiorentino.
Vi scriviamo dunque, per porgervi alcune considerazioni sulla figura del priore di Barbiana. Leggiamo nel testo precedentemente linkato, che il sindaco di Vicchio, Filippo Carlà Campa, ha affermato:
«La strada che stiamo seguendo, quella di non interpretare soggettivamente i testi di don Milani ma di leggerli nel loro significato profondo e vero, ha portato coesione e finalità d’intenti. La figura di don Lorenzo è divisiva nel senso che i suoi scritti, il suo messaggio chiamano, spingono a una riflessione, a prendere posizione, ma proprio per questo unisce, indica la direzione. Ci sprona – conclude – a ricercare sempre la verità nei suoi scritti».
È appunto questo che noi intendiamo fare: non tanto interpretare, quanto piuttosto semplicemente leggere direttamente alla fonte gli scritti del priore di Barbiana nel loro significato anche letterale, in quanto manifestazioni puntuali del suo pensiero, per trarne le conseguenze, circa la sostanza della sua lezione.
Oltre a ciò, nel testo di riferimento di questa missiva, diamo la parola ad alcuni testimoni che lo conobbero personalmente, e anche ad altre voci. Tale testo di riferimento è il dossier in undici capitoli che accompagnava la «supplica», che lo scrivente Pier Luigi Tossani – integrando le testimonianze fornitegli dall’altro scrivente Giuseppe Cipriani, senza le quali il dossier non avrebbe potuto essere completato nella sua interezza – volle rivolgere il 14 giugno 2017 a Papa Francesco e a tre Cardinali, nell’imminenza della visita del Pontefice a Barbiana, per metterli in guardia sui contenuti discutibili della lezione di don Milani. Dossier e «supplica» sono tuttora leggibili online, sul blog dello scrivente Pier Luigi Tossani.
La posta in gioco è di estrema importanza, poiché nel tempo il pensiero milaniano è divenuto ormai un paradigma non solo italiano, ma in certo modo anche internazionale, per fare non solo pastorale ecclesiale, ma anche educazione in senso lato, fare scuola e, infine, anche di interpretare il tema del lavoro e la politica.
Procediamo dunque per punti, accennando sinteticamente in questa sede solo ai punti principali, e rimandando, per ogni necessario approfondimento, al testo del dossier.
1. Obbediente?… No, ribelle
Don Milani, lungi dall’essere quel «ribelle obbediente» alla Chiesa, come viene correntemente definito, viveva invece in uno stato di permanente ribellione verso di essa (vedi capp.1, 3, 6, 10 del dossier).
L’ultimo superiore di don Milani, il Card. Ermenegildo Florit, sa valutare correttamente il temperamento del suo prete, nonché la cifra del suo lavoro pastorale, e ha la carità di dirglielo con garbo, ma anche con franchezza e fermezza.
Florit è misericordioso davanti all’aggressività di don Milani, tipica di una personalità problematica. Ne esce quindi un don Milani, secondo Florit, che glielo scrive personalmente, «assolutista», che fa una pastorale ispirata alla «lotta di classe», caratterizzato da uno «zelo fustigatore» che lo fa apparire «dominatore delle coscienze prima ancora che padre».
Don Milani pretende da Florit che il suo lavoro a San Donato a Calenzano e a Barbiana sia «solennemente e pubblicamente onorato», ma è fuori dalla realtà. Il priore non è quindi in grado di recepire la correzione del vescovo. Dal libro di Mario Lancisi “Processo all’obbedienza: la vera storia di don Milani” (Laterza, 2016), si evince che il priore si sfoga, per lettera, con uno dei suoi ragazzi, Francuccio Gesualdi. Al quale il 30 gennaio 1966 scrive che la risposta di Florit consiste in «tre pagine di crudeltà di falsità di ingiurie», e che non gli era mai stata data una parrocchia perché
«…manco di carità pastorale, sono classista, sferzante, credo di prendere la gente con l’aceto, invece ci vuole il miele, ecc. ecc. Ci ho sofferto per qualche ora, poi mi è passata perché lui (il Cardinale Florit, ndr) è un deficiente indemoniato (basti pensare la scelta del momento!) mi accusa ora che sono fuori combattimento di cose che se avesse creduto vere aveva il dovere di dirmi quando ero giovane e potevo correggermi. Pensa che è il primo rimprovero che ricevo dai “superiori” in 19 anni di sacerdozio». (pag. 103)
Per il priore di Barbiana il suo Vescovo è dunque «un deficiente indemoniato», che gli scrive una lettera piena «di crudeltà di falsità di ingiurie». Questo è.
Dopo la valutazione di Florit circa il lavoro di don Milani, rimandiamo al dossier, ancora al capitolo 1, per vedere l’opinione del primo Vescovo di don Milani, il Venerabile Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa.
Al capitolo 10 riferiamo anche del parere di Angelo Giuseppe Roncalli, che all’epoca è patriarca di Venezia, e sarà poi il pontefice Giovanni XXIII. Nonché accenniamo alla severa critica del celebre testo milaniano «Esperienze pastorali» da parte de La Civiltà Cattolica, stampata con l’assenso del papa, che a quella data è Pio XII.
2. Il progetto educativo milaniano – Lettera «da» una professoressa
L’insieme degli aspetti problematici del priore ha ovviamente influenzato il suo progetto educativo (vedi al cap. 2 del dossier), attribuendo ad esso un carattere ideologico e classista, che ne ha pregiudicato gravemente il livello nella qualità e nei contenuti.
Ciò si è risolto in un danno, paradossalmente proprio nei confronti di quei poveri e di quegli ultimi che egli diceva di aver a cuore e voler aiutare, vale a dire in prima istanza i suoi allievi.
Secondariamente verso tutti coloro, docenti e discenti, che si sono ispirati al suo esempio educativo. Si evince infatti dal dossier, ancora al capitolo 2, che tutta la scuola italiana è stata largamente contaminata in modo negativo dal portato milaniano, che come si sa ha avuto moltissimi estimatori e seguaci.
Svolgiamo questo tema, in prima istanza, con l’ausilio della relazione della prof. Michela Piovesan, che cinquanta anni dopo la famosa Lettera a una professoressa, risponde al priore di Barbiana.
Nel medesimo capitolo, seguono poi altri interventi, a firma della prof. Cesarina Dolfi, di Roberto Berardi e di Maurizio Grassini.
I testi degli interventi sono tratti dalla rivista web fiorentina di cultura Il Covile, diretta da Stefano Borselli, che nella circostanza ringraziamo.
3. «Pacifista», ma non operatore di pace
Il priore si dichiara «pacifista», ma non è operatore di pace. Si veda, ad esempio, quando egli scrive nella Lettera ai cappellani militari toscani:
«…E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».
Il che ci fa dedurre che il «pacifismo» del priore sia di matrice ideologica, strumentale alla lotta di classe. Egli riesce infatti a promuovere il «combattimento contro i ricchi» perfino quando si esprime sull’obiezione di coscienza, che, in quanto tale, in teoria dovrebbe ripudiare il combattimento. Don Milani, in effetti, dice che «le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente…», però già agli albori del suo ministero, nell’ormai lontano 1950, quando era vice parroco a San Donato a Calenzano egli scriveva nella famosa Lettera a Pipetta:
«Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione».
Pare dunque che le due posizioni milaniane, quella disarmata e quella armata, vadano fatalmente a confliggere.
4. Cuore di tenebra
Andiamo ora a verificare in questo importante capitolo se la valutazione di Dalla Costa e Florit su don Milani era giusta. È un servizio che rendiamo molto volentieri a questi due grandi della Chiesa fiorentina.
Capire don Milani è dopotutto abbastanza semplice, potendo accedere direttamente al suo pensiero tramite i suoi scritti.
Rileviamo dunque che in alcuni suoi testi il priore di Barbiana si rivela un sostenitore della violenza rivoluzionaria (vedi capp. 3 e 4 del dossier). Egli infatti scrive nella famosa Lettera a Gianni, che porta la data del 30 marzo 1956:
«Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti».
Dunque la sentenza che giustifica l’ecatombe classista è già stata stesa. Poi leggiamo che
«Se quel Giudice quel giorno griderà “Via da me nel fuoco eterno” per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non esser neanche più uomini. Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore».
E perché mai il Giudice dovrebbe assolvere uno dei due assassini? In base a quale ratio? Non è dato sapere.
Nella visione milaniana, gli sterminatori di classe hanno comunque diritto all’attenuante specifica dell’«estrema ignoranza», che li esimerebbe dalla responsabilità degli omicidi da loro commessi a danno dei padroni, e che potrebbe anche persino aprir loro la porta del Regno dei Cieli. Il priore parla infatti di «assoluzione» divina per i proletari assassini. Anzi secondo lui essi non sarebbero «neanche più uomini», e quindi, in quanto tali «forse» nemmeno perseguibili a termini di legge.
Francamente quella di don Milani ci pare una disistima eccessiva per la classe contadina, che, specie nel 1956, non crediamo fosse ridotta nello stato di abbrutimento sub-umano da lui evocato. Ai padroni invece il priore assegna «l’aggravante della provocazione», per il solo fatto di essere tali.
Non sfugge dunque ad un occhio oggettivo il nocciolo profondo di violenza rivoluzionaria di stampo giacobino – spiace dirlo ma è bene esser chiari – che evidentemente albergava nel cuore di tenebra del priore di Barbiana.
Il tutto ci pare eloquente. Il tempo futuro è domani, 31 marzo 1956. Il verbo non è il congiuntivo imperfetto, ma l’indicativo. L’eliminazione fisica della controparte, il prospettato massacro degli intellettuali, degli uomini di scienza, dei confratelli sacerdoti e perfino degli innocentissimi poeti, è preconizzato da don Milani come imminente e ineluttabile.
Diremmo che è particolarmente grave il fatto che il priore di Barbiana, invece di scongiurare la violenza rivoluzionaria, abbia evocato l’epilogo della lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze, invece di servirsi, da cattolico ancor prima che da prete, dei princìpi di sussidiarietà e di partecipazione autentica dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, per risolvere pacificamente i problemi del consesso civile con gli strumenti della Dottrina sociale cattolica.
Di questa alternativa possibile si parla estesamente nel capitolo 7 del dossier.
Il priore si rivela ancora una volta sostenitore dello spargimento del sangue dei nemici del popolo, come si legge nel cap. 4 del dossier quando nella Lettera a Ettore Bernabei egli scrive:
«…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte».
Già agli albori del suo ministero, nell’ormai lontano 1950, quando era ancora vice parroco a San Donato a Calenzano, si è visto che don Milani scriveva, nella famosa Lettera a Pipetta:
«Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita. E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione».
Possibile, ci diciamo, che ancora oggi non si colga la valenza incendiaria di queste parole?
Su questo punto segnaliamo altre pericolose implicazioni, nel medesimo capitolo 4.
5. Le pulsioni omosessuali/pedofile, e la questione del padre
In ultimo, don Milani manifesta anche pulsioni omosessuali e pedofile (vedi al cap. 5 del dossier), quando in una lettera all’amico Giorgio Pecorini egli scrive:
«Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)».
e
«… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?»
Per il doveroso approfondimento della spinosa questione che non può certo essere svolto qui, rimandiamo all’intero capitolo 5 e in particolare all’equilibrata relazione di Armando Ermini.
A questo punto riteniamo opportuno fermarci per non appesantire ulteriormente la nostra missiva e rimandarvi al testo integrale del dossier per gli altri temi pur importanti che vi abbiamo trattato, come da indice. Tutto ciò premesso, leggiamo sul Corriere Fiorentino in data 7 dicembre 2022 a questo link, circa le commemorazioni milaniane, che in proposito vi siete espressi nel modo seguente:
«Per dodici mesi, quindi anche nel 2024, non vogliamo celebrare, una parola cui lui era allergico, ma farlo parlare oggi, farlo parlare in primo luogo ai giovani, ai ventenni, motivo per cui ci sarà anche un sito del centenario e coinvolgeremo le scuole con iniziative, concorsi, premi, borse di studio collettive — spiega Rosy Bindi — il sito oltre a coinvolgere i giovani avrà spazio per tutte le iniziative legate al priore di Barbiana, non solo per quelle che faremo noi, poche, di livello nazionale e mi auguro di qualità».
Ebbene oggi, di cosa vogliamo far parlare don Milani, ai giovani, ma anche a noi stessi?
È forse cambiato qualcosa rispetto al passato, rispetto alle valutazioni che su don Milani avevano dato i suoi diretti superiori dell’epoca, il Venerabile Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa, e il Cardinale Ermenegildo Florit?
È cambiato qualcosa rispetto alle valutazioni che ciascuno di noi ancora oggi può fare circa la lezione milaniana, attingendo direttamente dalle parole del priore?
Può essere che la débâcle educativa milaniana, l’ammutinamento sistematico ai superiori, l’apologia della violenza rivoluzionaria, della lotta di classe, dello spargimento del sangue dei nemici del popolo, della lotta armata di stampo proto-brigatista e finanche – ma di questo Dalla Costa e Florit non erano a conoscenza – l’orgogliosa rivendicazione di pulsioni omosessuali e pedofile (il tutto è naturalmente documentato nei diversi capitoli del dossier), non siano più censurabili come lo erano una volta?
È una grave responsabilità quella di presentare il priore, non soltanto ai giovani, ma a tutti, come un modello da imitare. L’elementare principio di precauzione lo sconsiglia vivamente.
Dicevamo in apertura della nostra missiva che nel prendere l’iniziativa di rivolgerci a Voi, siamo dispiaciuti e preoccupati. Siamo dispiaciuti perché ci rendiamo ben conto che quanto ci siamo sentiti in dovere di porgerVi è senz’altro assai spiacevole, e possa scandalizzarvi o ferirvi.
Specie coloro fra di voi che sono stati più vicini al priore di Barbiana. Ma se le parole hanno un senso, siamo anche molto preoccupati, perché se non guardiamo la realtà in faccia e non andiamo a dismettere il mito milaniano, la realtà ci travolgerà.
Anzi ha già cominciato a travolgerci, come ben si vede.
Concludendo, ci pare evidente che a questo punto il tema centrale della questione vada ben oltre il pur importante ed esemplare caso specifico di don Lorenzo Milani.
Ci permettiamo di segnalare piuttosto l’urgenza della ricerca della verità, ponendo sulla realtà uno sguardo libero da ideologie. Potremo così anche dare un giudizio chiaro e univoco, a pro di tutti, non sulla persona di don Lorenzo Milani, cosa che ci guardiamo bene dal fare, avendo anzi verso di lui la massima compassione, quanto piuttosto sulle scelte che egli fece e sulle parole inequivocabili che egli volle convintamente pronunciare.
Una volta accantonato il mito ingombrante, potremo pienamente affidare il priore di Barbiana alla Misericordia di Dio e lasciarlo riposare in pace.
Václav Havel, nel Potere dei senza potere, scriveva: «La prima politica è vivere nella verità». Non sarà mai troppo tardi per riconoscere questo elementare dato di fatto.
(…)
Con ossequi, restando a disposizione,
Giuseppe (Pucci) Cipriani
rivista web Controrivoluzione
Pier Luigi Tossani
blog La filosofia della TAV
Renovatio 21 pubblica questa lettera aperta per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine pubblico dominio CCO via Wikimedia.
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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