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Il caso delle celebrazioni di Don Milani. Lettera aperta di due intellettuali fiorentini

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Renovatio 21 pubblica la lettera aperta scritta da scrittore e giornalista pubblicista Pucci Cipriani e il blogger Pier Luigi Tossani, entrambi fiorentini, in merito alle celebrazioni per il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani. La lettera aperta è stata spedita a varie autorità civili e religiose che intendono commemorare il priore della Barbiana. Sul caso di Don Milani, e su quello che può significare oggi, Renovatio 21 aveva pubblicato un saggio piuttosto esteso quattro anni fa. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Gentilissimi,

 

non è a cuor leggero, quanto piuttosto gravato da dispiacere e preoccupazione, che vi inviamo la presente missiva.

 

Ci riferiamo all’imminente centenario della nascita di don Lorenzo Milani, che ricorrerà il 27 maggio prossimo e per il quale è stata organizzata una nutrita serie di manifestazioni, incontri, giornate di ricordo e di studio, che si protrarranno anche nel 2024.

 

Ne leggiamo sul sito web dell’Istituzione Culturale don Milani, a questo link, dove si dà notizia della costituzione di un Comitato nazionale dedicato, la cui presidenza è stata affidata all’on. Rosy Bindi.

 

Ci rivolgiamo a Voi, poiché siete stati chiamati a vario titolo alla composizione del Comitato e alla collaborazione con esso.

 

Da parte nostra, ci presentiamo: Giuseppe (Pucci) Cipriani, scrittore e giornalista pubblicista di Borgo San Lorenzo, direttore della rivista Controrivoluzione, e Pier Luigi Tossani, cittadino e blogger fiorentino.

 

Vi scriviamo dunque, per porgervi alcune considerazioni sulla figura del priore di Barbiana. Leggiamo nel testo precedentemente linkato, che il sindaco di Vicchio, Filippo Carlà Campa, ha affermato:

 

«La strada che stiamo seguendo, quella di non interpretare soggettivamente i testi di don Milani ma di leggerli nel loro significato profondo e vero, ha portato coesione e finalità d’intenti. La figura di don Lorenzo è divisiva nel senso che i suoi scritti, il suo messaggio chiamano, spingono a una riflessione, a prendere posizione, ma proprio per questo unisce, indica la direzione. Ci sprona – conclude – a ricercare sempre la verità nei suoi scritti».

 

È appunto questo che noi intendiamo fare: non tanto interpretare, quanto piuttosto semplicemente leggere direttamente alla fonte gli scritti del priore di Barbiana nel loro significato anche letterale, in quanto manifestazioni puntuali del suo pensiero, per trarne le conseguenze, circa la sostanza della sua lezione.

 

Oltre a ciò, nel testo di riferimento di questa missiva, diamo la parola ad alcuni testimoni che lo conobbero personalmente, e anche ad altre voci. Tale testo di riferimento è il dossier in undici capitoli che accompagnava la «supplica», che lo scrivente Pier Luigi Tossani – integrando le testimonianze fornitegli dall’altro scrivente Giuseppe Cipriani, senza le quali il dossier non avrebbe potuto essere completato nella sua interezza – volle rivolgere il 14 giugno 2017 a Papa Francesco e a tre Cardinali, nell’imminenza della visita del Pontefice a Barbiana, per metterli in guardia sui contenuti discutibili della lezione di don Milani. Dossier e «supplica» sono tuttora leggibili online, sul blog dello scrivente Pier Luigi Tossani.

 

La posta in gioco è di estrema importanza, poiché nel tempo il pensiero milaniano è divenuto ormai un paradigma non solo italiano, ma in certo modo anche internazionale, per fare non solo pastorale ecclesiale, ma anche educazione in senso lato, fare scuola e, infine, anche di interpretare il tema del lavoro e la politica.

 

Procediamo dunque per punti, accennando sinteticamente in questa sede solo ai punti principali, e rimandando, per ogni necessario approfondimento, al testo del dossier.

 

1. Obbediente?… No, ribelle

Don Milani, lungi dall’essere quel «ribelle obbediente» alla Chiesa, come viene correntemente definito, viveva invece in uno stato di permanente ribellione verso di essa (vedi capp.1, 3, 6, 10 del dossier).

 

L’ultimo superiore di don Milani, il Card. Ermenegildo Florit, sa valutare correttamente il temperamento del suo prete, nonché la cifra del suo lavoro pastorale, e ha la carità di dirglielo con garbo, ma anche con franchezza e fermezza.

 

Florit è misericordioso davanti all’aggressività di don Milani, tipica di una personalità problematica. Ne esce quindi un don Milani, secondo Florit, che glielo scrive personalmente, «assolutista», che fa una pastorale ispirata alla «lotta di classe», caratterizzato da uno «zelo fustigatore» che lo fa apparire «dominatore delle coscienze prima ancora che padre».

 

Don Milani pretende da Florit che il suo lavoro a San Donato a Calenzano e a Barbiana sia «solennemente e pubblicamente onorato», ma è fuori dalla realtà. Il priore non è quindi in grado di recepire la correzione del vescovo. Dal libro di Mario Lancisi “Processo all’obbedienza: la vera storia di don Milani” (Laterza, 2016), si evince che il priore si sfoga, per lettera, con uno dei suoi ragazzi, Francuccio Gesualdi. Al quale il 30 gennaio 1966 scrive che la risposta di Florit consiste in «tre pagine di crudeltà di falsità di ingiurie», e che non gli era mai stata data una parrocchia perché

 

«…manco di carità pastorale, sono classista, sferzante, credo di prendere la gente con l’aceto, invece ci vuole il miele, ecc. ecc. Ci ho sofferto per qualche ora, poi mi è passata perché lui (il Cardinale Florit, ndr) è un deficiente indemoniato (basti pensare la scelta del momento!) mi accusa ora che sono fuori combattimento di cose che se avesse creduto vere aveva il dovere di dirmi quando ero giovane e potevo correggermi. Pensa che è il primo rimprovero che ricevo dai “superiori” in 19 anni di sacerdozio». (pag. 103)

 

Per il priore di Barbiana il suo Vescovo è dunque «un deficiente indemoniato», che gli scrive una lettera piena «di crudeltà di falsità di ingiurie». Questo è.

 

Dopo la valutazione di Florit circa il lavoro di don Milani, rimandiamo al dossier, ancora al capitolo 1, per vedere l’opinione del primo Vescovo di don Milani, il Venerabile Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa.

 

Al capitolo 10 riferiamo anche del parere di Angelo Giuseppe Roncalli, che all’epoca è patriarca di Venezia, e sarà poi il pontefice Giovanni XXIII. Nonché accenniamo alla severa critica del celebre testo milaniano «Esperienze pastorali» da parte de La Civiltà Cattolica, stampata con l’assenso del papa, che a quella data è Pio XII.

 

2. Il progetto educativo milaniano – Lettera «da» una professoressa

L’insieme degli aspetti problematici del priore ha ovviamente influenzato il suo progetto educativo (vedi al cap. 2 del dossier), attribuendo ad esso un carattere ideologico e classista, che ne ha pregiudicato gravemente il livello nella qualità e nei contenuti.

 

Ciò si è risolto in un danno, paradossalmente proprio nei confronti di quei poveri e di quegli ultimi che egli diceva di aver a cuore e voler aiutare, vale a dire in prima istanza i suoi allievi.

 

Secondariamente verso tutti coloro, docenti e discenti, che si sono ispirati al suo esempio educativo. Si evince infatti dal dossier, ancora al capitolo 2, che tutta la scuola italiana è stata largamente contaminata in modo negativo dal portato milaniano, che come si sa ha avuto moltissimi estimatori e seguaci.

 

Svolgiamo questo tema, in prima istanza, con l’ausilio della relazione della prof. Michela Piovesan, che cinquanta anni dopo la famosa Lettera a una professoressa, risponde al priore di Barbiana.

 

Nel medesimo capitolo, seguono poi altri interventi, a firma della prof. Cesarina Dolfi, di Roberto Berardi e di Maurizio Grassini.

 

I testi degli interventi sono tratti dalla rivista web fiorentina di cultura Il Covile, diretta da Stefano Borselli, che nella circostanza ringraziamo.

 

3. «Pacifista», ma non operatore di pace

Il priore si dichiara «pacifista», ma non è operatore di pace. Si veda, ad esempio, quando egli scrive nella Lettera ai cappellani militari toscani:

 

«…E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

 

Il che ci fa dedurre che il «pacifismo» del priore sia di matrice ideologica, strumentale alla lotta di classe. Egli riesce infatti a promuovere il «combattimento contro i ricchi» perfino quando si esprime sull’obiezione di coscienza, che, in quanto tale, in teoria dovrebbe ripudiare il combattimento. Don Milani, in effetti, dice che «le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente…», però già agli albori del suo ministero, nell’ormai lontano 1950, quando era vice parroco a San Donato a Calenzano egli scriveva nella famosa Lettera a Pipetta:

 

«Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione».

 

Pare dunque che le due posizioni milaniane, quella disarmata e quella armata, vadano fatalmente a confliggere.

 

4. Cuore di tenebra

Andiamo ora a verificare in questo importante capitolo se la valutazione di Dalla Costa e Florit su don Milani era giusta. È un servizio che rendiamo molto volentieri a questi due grandi della Chiesa fiorentina.

 

Capire don Milani è dopotutto abbastanza semplice, potendo accedere direttamente al suo pensiero tramite i suoi scritti.

 

Rileviamo dunque che in alcuni suoi testi il priore di Barbiana si rivela un sostenitore della violenza rivoluzionaria (vedi capp. 3 e 4 del dossier). Egli infatti scrive nella famosa Lettera a Gianni, che porta la data del 30 marzo 1956:

 

«Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti».

 

Dunque la sentenza che giustifica l’ecatombe classista è già stata stesa. Poi leggiamo che

 

«Se quel Giudice quel giorno griderà “Via da me nel fuoco eterno” per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non esser neanche più uomini. Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore».

 

E perché mai il Giudice dovrebbe assolvere uno dei due assassini? In base a quale ratio? Non è dato sapere.

 

Nella visione milaniana, gli sterminatori di classe hanno comunque diritto all’attenuante specifica dell’«estrema ignoranza», che li esimerebbe dalla responsabilità degli omicidi da loro commessi a danno dei padroni, e che potrebbe anche persino aprir loro la porta del Regno dei Cieli. Il priore parla infatti di «assoluzione» divina per i proletari assassini. Anzi secondo lui essi non sarebbero «neanche più uomini», e quindi, in quanto tali «forse» nemmeno perseguibili a termini di legge.

 

Francamente quella di don Milani ci pare una disistima eccessiva per la classe contadina, che, specie nel 1956, non crediamo fosse ridotta nello stato di abbrutimento sub-umano da lui evocato. Ai padroni invece il priore assegna «l’aggravante della provocazione», per il solo fatto di essere tali.

 

Non sfugge dunque ad un occhio oggettivo il nocciolo profondo di violenza rivoluzionaria di stampo giacobino – spiace dirlo ma è bene esser chiari – che evidentemente albergava nel cuore di tenebra del priore di Barbiana.

 

Il tutto ci pare eloquente. Il tempo futuro è domani, 31 marzo 1956. Il verbo non è il congiuntivo imperfetto, ma l’indicativo. L’eliminazione fisica della controparte, il prospettato massacro degli intellettuali, degli uomini di scienza, dei confratelli sacerdoti e perfino degli innocentissimi poeti, è preconizzato da don Milani come imminente e ineluttabile.

 

Diremmo che è particolarmente grave il fatto che il priore di Barbiana, invece di scongiurare la violenza rivoluzionaria, abbia evocato l’epilogo della lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze, invece di servirsi, da cattolico ancor prima che da prete, dei princìpi di sussidiarietà e di partecipazione autentica dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, per risolvere pacificamente i problemi del consesso civile con gli strumenti della Dottrina sociale cattolica.

 

Di questa alternativa possibile si parla estesamente nel capitolo 7 del dossier.

Il priore si rivela ancora una volta sostenitore dello spargimento del sangue dei nemici del popolo, come si legge nel cap. 4 del dossier quando nella Lettera a Ettore Bernabei egli scrive:

 

«…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte».

 

Già agli albori del suo ministero, nell’ormai lontano 1950, quando era ancora vice parroco a San Donato a Calenzano, si è visto che don Milani scriveva, nella famosa Lettera a Pipetta:

 

«Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita. E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione».

 

Possibile, ci diciamo, che ancora oggi non si colga la valenza incendiaria di queste parole?

 

Su questo punto segnaliamo altre pericolose implicazioni, nel medesimo capitolo 4.

 

 

5. Le pulsioni omosessuali/pedofile, e la questione del padre

In ultimo, don Milani manifesta anche pulsioni omosessuali e pedofile (vedi al cap. 5 del dossier), quando in una lettera all’amico Giorgio Pecorini egli scrive:

 

«Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)».
e

 

«… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?»

 

Per il doveroso approfondimento della spinosa questione che non può certo essere svolto qui, rimandiamo all’intero capitolo 5 e in particolare all’equilibrata relazione di Armando Ermini.

 

A questo punto riteniamo opportuno fermarci per non appesantire ulteriormente la nostra missiva e rimandarvi al testo integrale del dossier per gli altri temi pur importanti che vi abbiamo trattato, come da indice. Tutto ciò premesso, leggiamo sul Corriere Fiorentino in data 7 dicembre 2022 a questo link, circa le commemorazioni milaniane, che in proposito vi siete espressi nel modo seguente:

 

«Per dodici mesi, quindi anche nel 2024, non vogliamo celebrare, una parola cui lui era allergico, ma farlo parlare oggi, farlo parlare in primo luogo ai giovani, ai ventenni, motivo per cui ci sarà anche un sito del centenario e coinvolgeremo le scuole con iniziative, concorsi, premi, borse di studio collettive — spiega Rosy Bindi — il sito oltre a coinvolgere i giovani avrà spazio per tutte le iniziative legate al priore di Barbiana, non solo per quelle che faremo noi, poche, di livello nazionale e mi auguro di qualità».

 

Ebbene oggi, di cosa vogliamo far parlare don Milani, ai giovani, ma anche a noi stessi?

 

È forse cambiato qualcosa rispetto al passato, rispetto alle valutazioni che su don Milani avevano dato i suoi diretti superiori dell’epoca, il Venerabile Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa, e il Cardinale Ermenegildo Florit?

 

È cambiato qualcosa rispetto alle valutazioni che ciascuno di noi ancora oggi può fare circa la lezione milaniana, attingendo direttamente dalle parole del priore?

 

Può essere che la débâcle educativa milaniana, l’ammutinamento sistematico ai superiori, l’apologia della violenza rivoluzionaria, della lotta di classe, dello spargimento del sangue dei nemici del popolo, della lotta armata di stampo proto-brigatista e finanche – ma di questo Dalla Costa e Florit non erano a conoscenza – l’orgogliosa rivendicazione di pulsioni omosessuali e pedofile (il tutto è naturalmente documentato nei diversi capitoli del dossier), non siano più censurabili come lo erano una volta?

 

È una grave responsabilità quella di presentare il priore, non soltanto ai giovani, ma a tutti, come un modello da imitare. L’elementare principio di precauzione lo sconsiglia vivamente.

 

Dicevamo in apertura della nostra missiva che nel prendere l’iniziativa di rivolgerci a Voi, siamo dispiaciuti e preoccupati. Siamo dispiaciuti perché ci rendiamo ben conto che quanto ci siamo sentiti in dovere di porgerVi è senz’altro assai spiacevole, e possa scandalizzarvi o ferirvi.

 

Specie coloro fra di voi che sono stati più vicini al priore di Barbiana. Ma se le parole hanno un senso, siamo anche molto preoccupati, perché se non guardiamo la realtà in faccia e non andiamo a dismettere il mito milaniano, la realtà ci travolgerà.

 

Anzi ha già cominciato a travolgerci, come ben si vede.

 

Concludendo, ci pare evidente che a questo punto il tema centrale della questione vada ben oltre il pur importante ed esemplare caso specifico di don Lorenzo Milani.

 

Ci permettiamo di segnalare piuttosto l’urgenza della ricerca della verità, ponendo sulla realtà uno sguardo libero da ideologie. Potremo così anche dare un giudizio chiaro e univoco, a pro di tutti, non sulla persona di don Lorenzo Milani, cosa che ci guardiamo bene dal fare, avendo anzi verso di lui la massima compassione, quanto piuttosto sulle scelte che egli fece e sulle parole inequivocabili che egli volle convintamente pronunciare.

 

Una volta accantonato il mito ingombrante, potremo pienamente affidare il priore di Barbiana alla Misericordia di Dio e lasciarlo riposare in pace.

 

Václav Havel, nel Potere dei senza potere, scriveva: «La prima politica è vivere nella verità». Non sarà mai troppo tardi per riconoscere questo elementare dato di fatto.

 

(…)

 

Con ossequi, restando a disposizione,

 

 

Giuseppe (Pucci) Cipriani
rivista web Controrivoluzione

 

Pier Luigi Tossani
blog La filosofia della TAV

 

 

 

Renovatio 21 pubblica questa lettera aperta per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine pubblico dominio CCO via Wikimedia.

 

 

 

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L’antico incidente dietro la Tesla volante

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Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.

 

È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.

 

 

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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.

 

E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)

 

Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.

 

La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.

 

La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?

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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.

 

Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).

 

Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.

 

La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.

 

Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.

 

Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.

 

È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.

 

I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.

 

Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.

 

In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.

 

Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.

 

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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.

 

Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.

 

Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.

 

È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.

 

Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.

 

Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.

 

Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)

 

Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…

 

Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.

 

Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.

 

Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.

 

Roberto Dal Bosco

 

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La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche

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Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.   Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.   Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.

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Al direttore del Times   Egregio signore,   Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.   Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.   Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.   Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.   Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.   All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.   Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.   Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.   Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.   Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.   Sono, signore, il vostro fedele servitore,   Charles Dickens

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La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?

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Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.

 

Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.

 

All’origine, il rifiuto del cristianesimo

La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.

 

Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.

 

L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.

 

Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.

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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo

Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.

 

L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.

 

In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.

 

Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.

 

L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.

 

Un’influenza che supera i circoli intellettuali

Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.

 

L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.

 

Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.

 

Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.

 

Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».

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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo

È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.

 

Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.

 

Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.

 

Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.

 

Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.

 

Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

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