Pensiero
Generale di quell’esercito che ha vaccinato la popolazione e armato l’Ucraina critica i gay: idolo istantaneo degli antisistema da Telegram
Impazziti per il generale. Tutti. Alla sinistra non è sembrato vero di poter trovare un bersaglio da linciare con tiro di pietre arcobaleno, oramai non se ne trovano più; il governo non si è fatto sfuggire l’occasione di fare un ulteriore inchino a Sodoma, rimuovendo il militare, non si sa quanto lecitamente; i giornali, di ambo i versanti della valle italica, tripudianti per una storia che finalmente crea interesse nel nulla mediatico estivo.
Lo spettacolo peggiore, tuttavia, lo offre la dissidenza antisistema – nel senso, quella che dice di opporsi al mainstream, all’obbligo di vaccinazione, di gender, di ucrainofilia, la vasta popolazione della dissidenza che si trova sui canali Telegram e le chat Whatsapp, quella che, dosata di dopamina ad ogni scrollata, si indigna e chiede il cambiamento in questo mondo di menzogna.
Ecco orde di no-greenpassisti, di telegrammatori antisistemici in solluchero per quello che passa e dice, in un libro autopubblicato, una cosa critica dei gay. Un partito chiede addirittura al militare di candidarsi alle elezioni per il seggio lasciato vacante da Silvio Berlusconi. Idolo istantaneo. «Santo subito».
Che dire, sarà il fascino della divisa. Il generale Vannacci, tre lauree e due master in materia di scienza strategica, non è un personaggio di secondo piano. Pochi giorni prima del Natale 2017, compare in un messaggio del presidente Mattarella, videocollegato dall’Iraq, dove il generale addestrava le truppe irachene: «la sconfitta di Daesh è un grande risultato, ottenuto anche con l’importante contributo dell’Italia», dice il canuto capo dello Stato. «Daesh» è il modo in cui quelli bravi chiamano l’ISIS. In pratica il generale ha condotto la battaglia contro lo Stato Islamico e ha vinto, dice il presidente della Repubblica.
Era tenente quando tra il 1992 e il 1994 partecipava alla Missione Ibis, in Somalia – una storia controversa con polemiche roventi, bufale, scoop, scandali, scuse che nessuno tuttavia ricorda. Tutto rientrato.
Incursore, diviene, da maggiore, capo del Battaglione, quindi capo delle Forze Speciali dell’Allied Rapid Reaction Corps della NATO. Elabora una dottrina interforze per le Operazioni speciali, leggiamo sull’ottimo profilo che qualche giorno fa ne ha dato La Verità.
Nel 2009 è a Kabul come assistente del capo di Stato maggiore che su mandato del Consiglio di Sicurezza ONU deve sorvegliare la capitale afghana. Qui lavora a stretto contatto con Stanley McChrystal, il generale che in un’intervista su Rolling Stone nel 2010 criticò Obama, venendo poi rimosso. Il giornalista, invece, morì non troppo tempo dopo in un incidente d’auto difficilmente spiegabile, che lasciò tanti dubbi ai soliti cospirazionisti. (La storia di McChrystal è raccontata nel film con Brad Pitt War Machine, dove tuttavia il destino di Hastings non è toccato nemmeno con un bastone.)
A Herat e Farah, tra le enigmatiche ed esiziali lande afghane, il generale italiano coordina la Task Force 45, dove comanda la lotta agli insorti.
Nel 2011, quando scoppia la cosiddetta «Primavera Araba», è inviato dallo Stato maggiore in Libia per proteggere i diplomatici italiani, di cui, ricevuto l’ordine, dispone l’evacuazione in maniera impeccabile con un C-130 dell’aeronautica militare italiana.
Quindi, torna in Afghanistan per la NATO come capo di Stato maggiore delle Forze Speciali: gli americani lo premieranno con una Bronze Star Medal per «atti di eroismo o di servizio meritevole in zone di combattimento».
Tornato in Italia, la carriera continua in modo irresistibile: eccolo a capo del 9° Reggimento d’assalto Col Moschin, poi si occupa di relazioni militari internazionale negli uffici dello Stato maggiore; promosso a generale di Brigata viene messo a capo della Folgore, dove rompe la tradizione e invece di rimanere in silenzio nel giorno dell’insediamento, come usa, tiene un discorso. Dopo la Folgore, l’Iraq e l’ISIS, pardon, «Daesh».
Nel 2020 è a Mosca dove gli è affidata la sicurezza della diplomazia italiana. Nel 2022, riporta sempre La Verità, nelle prime fasi del conflitto, l’Italia espelle diplomatici russi operanti sul territorio nazionale; la Russia reagisce in modo speculare: anche Vannacci, ora generale di divisione, è dichiarato «persona non gradita» dal Cremlino.
Leggendo questo curriculum, del quale abbiamo saltato sicuramente moltissimo, viene voglia solo di togliersi il cappello: questa è una carriera con i fiocchi, questo è un guerriero servitore dello Stato fatto e finito.
Se poi ci si mette anche il fatto che il nostro si è distinto per denunce vere e proprie a difesa dei suoi uomini, si potrebbe pure far scattare, davvero, la standing ovation. Leggiamo infatti che tornato dall’Iraq avrebbe presentato «due denunce, una alla Procura militare e l’altra alla Procura della Repubblica di Roma, nelle quali denuncia «gravi» e «ripetute omissioni» nella tutela della salute del contingente italiano, esposto, stando alla sua versione, ai rischi dell’uranio impoverito usato per le munizioni e mettendosi di traverso al ministero della Difesa, che aveva assunto una posizione decisamente opposta», scrive il quotidiano milanese.
Ci vuole un certo eroismo, sì: difendere i propri uomini (e, possibilmente, la loro progenie…) davanti all’Istituzione non è da tutti.
Tuttavia, qui ci parte un campanellino… Ci sembra che, negli anni, si sia sviluppata una certa vulgata, anche piuttosto pubblicizzata dalle Commissioni Parlamentari di Inchiesta, sul ruolo che sulla salute dei soldati avrebbero avuto i vaccini.
Non è che ce lo sogniamo, la questione è perfino nel nome: «Commissione parlamentare di inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato in missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti di deposito di munizioni, in relazione all’esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno e da somministrazione di vaccini, con particolare attenzione agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni Relazione sulla sicurezza sul lavoro e sulla tutela previdenziale nelle forze armate».
La storia, di cui non ha il monopolio l’Italia (pensiamo agli USA, e alla questione dei vaccini sperimentali antiantrace, e oltre) fa venire in mente la ripugnante idea che, come sempre, i nostri soldati vengano utilizzati come carne da cannone – e carne da siringa.
Tuttavia, al di là di queste valutazioni, possibile che la questione dei vaccini militari nel contesto dell’uranio non sia arrivata al generale?
Non sappiamo. Tuttavia nel libro autopubblicato, vi è un passaggio che fa pensare al fatto che il generale forse non vede di buon occhio chi critica i sieri inoculati alla popolazione.
Nel primo capitolo, intitolato, «Il Buonsenso» (con la maiuscola) leggiamo che «il riferirsi a sé stessi [sic] è una delle caratteristiche dei tempi moderni che ha mosso i suoi primi timidi passi, probabilmente, da quando Cartesio ha pronunciato il fatidico anatema “Cogito ergo sum“».
I limiti di questa tendenza cartesiana individuata dal generale vengono subito spiegati: «diventa difficile da sostenere quando ci riferiamo solo e unicamente a noi stessi senza tener conto di alcun altro, di quelli che ci hanno preceduto, della società, della maggioranza e mettiamo in dubbio anche quello che dovrebbe essere ormai palesemente considerato come acquisito». (Il corsivo qui è nostro)
Quindi l’invettiva:
«Ecco, allora, che la terra ritorna a essere piatta, che la NASA ha inscenato un teatrino spaziale per farci credere che l’uomo abbia passeggiato sul suolo lunare, che i vaccini diventano vettori per microchip al fine di controllare in senso orwelliano la nostra esistenza, che il virus del COVID non esiste, che i galli, ogni tanto, fanno le uova e che non conta se sono un uomo barbuto, muscoloso e dalla pelle olivastra, ma se mi percepisco come una donna bionda, esile e bisognosa di protezione tutti mi devono raffigurare in tale maniera ed, in primis, i miei documenti d’identità!». (anche qui il corsivo è nostro)
In sintesi: molti lettori di questo sito, pur non considerando che i vaccini contengano chip (con la penuria che c’è, causa Taiwan, poi) vengono accomunati a coloro che non credono allo sbarco sulla luna (cioè, a pochi metri dal terrapiattismo, vien da pensare), e a categorie come quella dei nerboruti levantini che si sentono ragazze nordiche e perfino, questa davvero ci mancava, a coloro che credono che i galli fanno le uova». (Ci sono? Chi sono? Hanno un’associazione? Hanno un sito? Una newslettera a cui iscriversi?).
Vorremmo dire: se non si è capito che è un mondo di sorveglianza più che orwelliana quello che si sta dipanando sotto i nostri occhi, probabilmente c’è da fare una diagnosi consistente di prosciutto oftalmico. Così come non comprendere che proprio i vaccini hanno introdotto un sistema di controllo – tramite chip, sì: quelli dei telefonini – ci lascia basiti. In questo libro auto-edito nel 2023, la parola green pass in effetti non ricorre nemmeno una volta.
Ora: qualcuno ha detto che le frasi su gay, immigrazione e di involuzione della società civile contenute nel libro, più che inopportune, sono di grande superficialità. Si può essere d’accordo: a leggere i passaggi incriminati, pare di vedere le reazioni di qualcuno che ha appena scoperto tali fenomeni, e non abbia davvero idea di quanto essi siano radicati non solo nella società, ma nello stesso Stato che il militare serve.
Il privilegio istituzionale omosessuale è stato letto da alcuni come materia di fatto già codificata con lo stralcio dell’obbligo di fedeltà nella legge Cirinnà: in pratica, a differenza degli eterosessuali che sono sottoposti, anche se «sposati» in Comune, all’obbligo di non tradire, nelle unioni gay le corna sono libere. E questa non è un’opinione politica: è legge della Repubblica Italiana. E questo è solo uno degli esempi possibili.
Il discorso sulla pallavolista di origine nigeriana Egonu (che, aggiungiamo noi, offre in combo anche il coming out fatto sul Corriere nel 2018: è stata con un’altra atleta, per poi però dirigersi su un altro atleta, senza apostrofo, maschio) è anche quello un po’ stucchevole: «anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri». Chi scrive una cosa del genere non ha mai sentito parlare di Piano Kalergi, né probabilmente si è reso conto che lo sforzo di africanizzare l’Europa è visibilmente portato avanti dagli Stati stessi.
Vi è quindi un passaggio sugli «occupatori abusivi ed i ladri di case», i quali sono «più tutelati dei loro legittimi proprietari». Una posizione pure condivisibile (anche se avvocati del settore ci dicono essere, nella maggior parte dei casi, meno irrisolvibile di quanto si creda), ma che ci fa scattare il pensiero definitivo: ma con tutti i problemi apocalittici davanti a noi, e nel piccolo di milioni di casi, con l’angoscia di non arrivare a fine mese delle partite IVA e dei dipendenti non garantiti (cioè, non statali), dobbiamo davvero metterci a pensare a chi ha due o tre case?
Siamo, decisamente, dalle parti dei discorsi della media borghesia conservatrice (quella benestante, benpensante, quella del «Buonsenso», con la maiuscola), in zona Feltri, Libero, etc. – che di fatto hanno abboccato subito.
A questo punto ci viene da ricordare che in Italia, come in altri Paesi, il programma di vaccinazione di massa è stato realizzato dai militari, con il comando dell’indimenticabile generale Figliuolo. Si tratta proprio dello stesso esercito in cui serve il Vannacci. I militari, che esistono grazie alla Costituzione italiana (il Giappone, in teoria, non ne ha: e per costituzione) hanno quindi lasciato tranquilli che essa venisse violata in quantità di articoli. Anzi, ci ricordiamo pure di quando, in un momento magico, il direttore di un giornale dell’oligarcato industrial-finanziario, compenetrato totalmente con l’establishment e la sinistra, chiese una sorta di golpe militare vaccinale.
E ci viene in mente pure che l’Ucraina, in questo momento, è armata con estrema generosità dall’Italia, che si è privata perfino di sistemi antiaerei (i SAMP-T) senza i quali ora siamo vulnerabili e che non si è capito bene con quale velocità saranno rimpiazzati.
Non so come la pensano i vertici militari, tuttavia in molti ritengono che armare l’Ucraina, con lo spettacolo osceno dei video finiti in rete carri e dei cannoni fermi nelle stazioni ferroviarie, abbia un microscopico effetto collaterale: apra alla possibilità di una guerra termonucleare.
Sappiamo che non tutti i decisori dell’esercito sono d’accordo: lo strano caso dei trasporti di carrarmati fermati e multati in autostrada in Campania (!) ci avevano fatto pensare a qualche malumore interno alle forze armate.
Tuttavia, ad eccezione del generale Mini, che è in pensione e la dice tutta, non ci pare di aver visto altri casi in cui un soldato, cioè un uomo che tecnicamente vive per difendere la patria e i compatrioti, abbia alzato la mano per dire: «è una follia, ci stiamo esponendo al rischio di una Terza Guerra Mondiale combattuta con le atomiche».
È possibile eseguire un ordine senza protestare, se si sospetta che esso possa ingenerare il genocidio dello stesso popolo che si deve difendere?
È possibile servire un comando che può portare alla devastazione definitiva della terra che si è giurati di proteggere? Qui si entra nella parte più abissale della riflessione che vogliamo fare, che accomuna i sieri mRNA e le atomiche, e va molto al di là del caso del generale.
Sì, una tale follia è possibile a causa della struttura stessa dello Stato moderno. Nella sua concezione sorta più o meno duecento anni fa, tuttora inflittaci, lo Stato va obbedito a prescindere, in quanto deposito di ideali (ideali, non persone), concetti e contenuti talvolta confusamente raffazzonati.
«Forse ingenuamente ed illudendomi un po’ – scrive nel suo libro il generale Vannacci – ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, di Romolo, di Giulio Cesare, di Dante, di Fibonacci, di Giovanni dalle Bande Nere e di Lorenzo de Medici, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo e di Galileo, di Paolo Ruffini, di Mazzini e di Garibaldi».
La vertigine della lista, diciamo un po’ eterogenea, è notevole, e riattiva nel cinefilo che è in tutti noi all’apologia del Made in Italy contenuta nel polpettone dei Fratelli Taviani Good Morning Babilonia (1987): «queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa e Lucca, Firenze» diceva, in una scena di kitsch assoluto, un immigrato nostrano nella Hollywood dei primordi, dinanzi agli insulti italofobi di un tizio a caso. «Di chi sei figlio tu? Noi siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo e Leonardo». (Quindi apprendiamo che i due grandi artisti non erano gay, con grande sollievo di taluni)
Bene, ma nell’elenco mistico-patriottico del generale ci sono anche, e soprattutto, Mazzini e Garibaldi. Sì, loro: il terrorista massone morto latitante come un Bin Laden qualsiasi (come si può morire da ricercati, e poi ricevere l’onore della toponomastica ancora persistente, è un mistero che ci spiegheranno un giorno, forse, a Londra, o forse a Livorno) e il ladro di cavalli, massone anche lui, che nonostante l’orecchio mozzato (era la punizione sudamericana per l’abigeato) e la passione per la giovane Anita (quanti anni aveva?), ha fatto carriera, come anche i figli suoi – chiedete, magari, ai correntisti della Banca Romana, lo scandalo Etruria dell’Ottocento, partito praticamente nell’immediatezza dell’Italia Unita.
La Nazione creata dai grembiulisti Mazzini e Garibaldi non era costituita da persone – gli italiani, a detta dello stesso Cavour, erano ancora da farsi – ma da concetti astrusi, nonché dai loro ideali massonici e dai loro traffici.
La Nazione, quindi, non era fatta, come dovrebbe suggerire l’etimo, dei nati. Anzi, alla nuova Nazione, al nuovo Stato, dei nati non sarebbe fregato niente: carne da cannone per guerre inutili prima, poi, inoltrandoci nel XX secolo, ecco il genocidio dei non-nati istituito per legge dallo Stato stesso.
In pratica, lo Stato moderno non difende la vita: esso è una struttura inorganica, una macchina, che agisce secondo il software che le si immette. Talvolta il programma è ancora quello dei massoni di due secoli fa, talaltra si sono innestate linee di comando nuove, e ancora più distruttive.
Ecco che, tra il XX e il XXI secolo, lo Stato moderno è divenuto definitivamente una macchina di morte: aborti, provette, eutanasie, contraccezioni, psicodroghe, predazione degli organi e vaccini ce lo dicevano apertamente da decenni. Ora si è aggiunta, grazie alla follia ucraina, anche la minaccia dell’annientamento dell’atomo.
In tutti questi casi, è sensibile più che mai il fatto che è la Necrocultura a guidare lo Stato e il super-Stato che lo contiene e lo informa, sia esso la UE o la NATO o chissà quale consesso occulto informi le decisioni che ricadono sulle nostre misere esistenze.
Lo Stato moderno è lo Stato della morte.
La domanda è: possibile davvero servirlo, anche quando il suo pungiglione diviene evidente?
Qual è la vera patria da proteggere? È un’insalata di nomi storici di artisti e scienziati e tizi vari, è l’accumulo dei monumenti, è la lingua (che in forme varie era parlata anche a Malta e in Isvizzera, dove Mazzini mai ha pensato annettere nulla, mentre Nizza è stata donata tranquillamente ai francesi, mentre Istria e Dalmazia, pochi anni fa, sono state semplicemente dimenticate), è l’ideale nazionale fatto della pastasciutta, dei musei, della squadra di calcio, del buon vino, della moda (fatta da stilisti gay, spesso), dei residui archeologici, degli gnocchi, delle auto sportive, della TV, del ragù… di cosa?
Peraltro quanto elencato dall’ ingenuo impulso nazionalista, dobbiamo aprire gli occhi, non solo non è eterno: è ora sotto la diretta minaccia della distruzione termonucleare, della cancellazione dal piano dell’esistenza pura e semplice: il fatto, quindi, che per chi si dica nazionalista non sia una priorità – anzi lavori in senso opposto – è un pensiero che dà sgomento.
E quindi, ancora, cos’è la patria? Cos’è che dobbiamo davvero proteggere?
La patria, o ancora meglio la madrepatria, è fatta, già nella parola, di qualcosa di assai immediato e di ben poco ideale: il padre, la madre. La generazione di esseri umani, i nati, costituisce la Nazione.
Materialmente: queste non sono idee, astrazioni sono fatti – sono vite umane.
Qualcuno ha detto che il patriottismo è la difesa della legge naturale. Forse, ma crediamo che sia ancora un’astrazione che non rappresenti la realtà ultima di ciò che dovrebbe proteggere lo Stato.
La vera madrepatria – riascoltate la parola, ancora una volta – non può che essere la vita. Il senso ultimo dello Stato non dovrebbe essere altro se non la protezione e la moltiplicazione della vita umana.
L’unica vera patria è la Vita. L’unico vero patriottismo è quello verso il Dio vivente.
Tale pensiero, speriamo di avervelo fatto capire, è totalmente opposto alla realtà dello Stato moderno, e quindi sconosciuto ai suoi servitori.
Ora possiamo capire come sia possibile che i militari eseguano la vaccinazione genica sperimentale di massa della popolazione che dovrebbero difendere.
Ora possiamo capire come sia possibile che i militari espongano il popolo che dovrebbero proteggere – e perfino la terra, i monumenti, i palazzi, le opere d’arte, i paesaggi – al rischio concreto di annichilazione nucleare.
E quindi, sceglietevi gli eroi antisistema che volete, lasciatevi risucchiare dalla sindrome da cartellone del momento, fate pure scroll su Telegram in cerca di eccitazione, di indignazione dopaminica. Ne avete diritto: la superficialità non è proibita dalla legge, anzi.
Ma rammentatelo sempre: il sistema ed i suoi uomini, in ultima analisi, non lavorano per la vostra vita, né quella dei vostri figli. Mai.
Solo uno Stato nato dalla fine dello Stato moderno, uno Stato rifondato nella sua profondità, basato sulla continuazione dell’essere umano, potrà farlo.
Non sappiamo se lo vedremo mai. Ma è ciò a cui dobbiamo tendere con tutte le forze che ci rimangono.
Roberto Dal Bosco
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata con taglio e ricolorazione.
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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