Pensiero
Fine del green pass? Ci credete? Avete visto dove vi hanno portati?
Lo hanno annunciato. Il 31 marzo finisce lo Stato di Emergenza, durato appena quei due anni esatti consentiti dalla legge.
Il primo aprile sparisce il sistema semaforico inventato dal ministro Speranza. Levato l’obbligo di super green pass per gli ultracinquantenni. Stop alla quarantena da contatto. Tutti allo stadio: 100% della capienza.
Il 30 aprile termina l’obbligo delle mascherine.
Il primo maggio è il giorno fatidico in cui, dicono, non ci sarà più il green pass.
È strano. Non sentiamo nessuno festeggiare. Né i no vax impenitenti, quelli che per il green pass si sono fatti schedare (andando in piazza a protestare), né i covidioti di varie gradazioni
È strano. Non sentiamo nessuno festeggiare. Né i no vax impenitenti, quelli che per il green pass si sono fatti schedare (andando in piazza a protestare), né i covidioti di varie gradazioni: nessuno sta stappando.
È ben bizzarro: si tratta di un momento di liberazione tanto agognato, sulla carta sarebbe catartico al punto che il governo ve lo ha messo nel giorno della festa del lavoro (quello che il governo vi ha fatto capire di potervi togliere), mantenedovi in cattività greenpassata sia la Pasqua di Resurrezione che la Festa della Liberazione. Resurrezione, Liberazione: semantiche che in effetti andavano a sovrapporsi con la grazia, scesa dagli dèi del cielo, della fine della tessera verde.
Probabilmente, nessuno ci crede più. A nessuno importa più quello che fa il governo. Si tratta di una sorta di «impotenza acquisita», oramai inflitta all’intera popolazione. Nell’impotenza acquisita, lo scienziato dà le scosse elettriche al cane fino a che questo non tenta più nemmeno di fuggire, e impara, semplicemente, ad accettare il suo destino di tortura. Come noto, questa psicologia era la base delle torture perpetrate dalla CIA ai presunti terroristi nei vari dark sites in giro per il mondo.
Green pass, mascherina, vaccino… Oramai, che importanza ha? Abbiamo capito che l’unica forma di convivenza con lo Stato è la nostra sottomissione. Abbiamo capito che non c’è modo di eludere questa realtà. Perché, avete magari anche provato, ma poi lo Stato moderno, spogliato dell’ultima foglia di fico, vi ha mostrato la sua natura profonda: il monopolio della violenza. Ecco i manganelli, gli idranti, la proibizione di andare a lavoro, la miseria indotta, l’emarginazione, con il contorno di insulti per strada, negli ambulatori, in TV.
Cosa c’è da festeggiare? Il ritorno dello stato di diritto? Il reintegro dei propri diritti fondamentali? La ricomparsa del contratto sociale? La restaurazione della Costituzione come guida della società?
Quindi, davvero, cosa c’è da festeggiare? Il ritorno dello stato di diritto? Non ci crede nessuno. Il reintegro dei propri diritti fondamentali? No. La ricomparsa del contratto sociale? Una barzelletta nemmeno più comprensibile. La restaurazione della Costituzione come guida della società? Ma dove?
Nessuno ci crede più. Tutti in realtà sanno che una volta persa la condizione precedente, indietro non si tornerà. Anzi. Già due anni fa qualcuno aveva iniziato a capire che ci trovavamo davanti ad un fenomeno ciclico: ci avrebbero aperto e richiuso a piacimento (chiaro, brandendo qualche statistica a caso, e dietro un medico e un poliziotto che fanno sì con la testa), e ogni volta avremmo perso un po’ più di libertà, oltre che un po’ più di denaro.
Vi stiamo dicendo, in pratica: possono pure togliere il green pass, ma non pensate nemmeno per un momento che esso sparirà. La mela è stata mangiata.
Credete che i vostri dati sanitari saranno cancellati, come secondo vostro diritto di privacy e roboanti disposizioni europee GDPR? Volete farci ridere? Voi non avete più alcun potere sui vostri dati, che la manovra ha stabilito possono circolare liberamente tra un database (silos) statale ad un altro, senza bisogno di giudici, ordinanze o di motivazioni particolari.
La digitalizzazione coatta è compiuta: e il green pass è il suo compimento
Date un’occhiata al vostro cassetto fiscale, o, ancora meglio, al vostro fascicolo elettronico: ci trovate i vaccini che avete fatto 20, 40, 70 anni fa. Tutto segnato, tutto reso dato per schedature e algoritmi – per sempre.
La digitalizzazione coatta è compiuta: e il green pass è il suo compimento. Perché lo scongeleranno a ottobre (già i televirologi parlano di nuove ondate), e soprattutto perché, come abbiamo ripetuto infinite volte su Renovatio 21, sul sistema del green pass correrà l’«inevitabile» euro digitale, il danaro programmabile che cambierà completamente la vostra vita, di fatto asservendola ad un sistema centrale sul quale non avrete più alcun potere – nemmeno la farsa del voto…
Quindi: mettono a nanna il green pass per un po’, perché se lo possono permettere. Perché il lavoro è stato fatto, per lo meno questa delicata prima fase di inghiottimento della realtà nel database, e di piegamento della popolazione ad un sistema di libertà limitata basata su meccaniche premiali
Siete tutti divenuti dei numeri. Non siete più cittadini, siete utenti di una piattaforma. Non avete più diritti, avete l’accesso, o meno, a spazi, servizi. Non avete più privacy, siete controllati in ogni vostro movimento, in ogni vostra transazione – anche quelle che non avete ancora fatto, ma che possono essere predette algoritmicamente, oppure inibite e basta (decideranno che il fumo fa male: il vostro danaro non potrà comprare sigarette, e quindi non fumerete mai più).
Tuttavia, la vera vittoria per il Padrone del Mondo è stata farvelo accettare. La pandemia è stata un referendum sull’abolizione dei vostri diritti, e avete risposto sì.
Per questo, vi diciamo: che importanza ha il green pass, in fondo? Guardatevi intorno, guardatevi dove vi hanno importato
Avete accettato che vi chiudessero in casa. Avete accettato che non vi consentissero di lavorare. Avete accettato che vi impedissero di abbracciare i vostri cari – anche quando stavano per morire. Avete accettato che vi tappassero la bocca. Avete accettato ogni insulto, ogni sopruso della libertà e del diritto.
Per questo, vi diciamo: che importanza ha il green pass, in fondo? Guardatevi intorno, guardatevi dove vi hanno importato.
Siamo pronti, preparatissimi, per un mondo di privazioni e crudeltà senza fine. Guardate cosa sta succedendo con le industrie: acciaierie, fabbriche di ceramica, cartiere chiudono. Il combustibile ha costi impossibili. Il cibo potrebbe diventare un lusso. Alcuni settori vivono già la realtà del razionamento, in attesa che colpisca tutti. Lavorerai solo secondo la logica distributiva che ti impongono. Mangerai solo quello che ti daranno, quando te lo daranno. Userai la corrente elettrica solo se te la manderanno a casa tua.
Lo avete di certo notato: dopo i due anni di emergenza, stiamo affrontando la nuova emergenza – la guerra delle Russie – in modo spaventosamente passivo. Le materie prime non arrivano alle fabbriche? Non si odono industriali e operai sul piede di guerra contro il governo. Gli alimentari aumentano i loro prezzi a dismisura, e minacciano di scomparire? Non si sentono politici che cerchino una soluzione a una prospettiva enorme come quella del ritorno della fame.
Non importa più nulla, a nessuno. Anzi: invece che cercare con raziocinio la pace, armano il conflitto, gettano benzina (che è oramai rara e carissima) sul fuoco.
Un paio di bombe atomiche scappate nell’escalation, tanto per ricordare a tutti che bisogna obbedire, perché l’emergenza è concreta, presente. Fate come vi diciamo e non si farà male nessuno
A questo punto, uno può pensare, è anche possibile che la bomba atomica da qualche parte la sgancino. Siamo onesti: non cambierebbe gli equilibri sconvolti, non turberebbe la nostra narcosi di impotenza acquisita. Che differenza potrebbero fare un paio di città nuclearizzate in Russia o in America, o in Europa? Ci sottometteremmo anche a quello, comprendendo che in fondo abbiamo solo aggiunto qualche radiazione ad un collasso che già stavamo vivendo. Come nei romanzi del compianto Maurice Dantec, dove la Siberia è dilaniata da guerre infinite con aree completamente rese inagibili con le radiazioni, ci si passa attraverso con la transiberiana che al momento giusto abbassa sulle finestre delle barriere per la radioattività.
Un paio di bombe atomiche scappate nell’escalation, tanto per ricordare a tutti che bisogna obbedire, perché l’emergenza è concreta, presente. Fate come vi diciamo e non si farà male nessuno.
Quale spiegazione può avere tutta questa follia?
Beh, semplice: non ci troviamo più in una situazione di declino controllato, ma di demolizione, devastazione, distruzione programmatica della Civiltà.
Perché la Civiltà umana, cioè la Civiltà cristiana, quella fatta dall’uomo Imago Dei, devi finire una volta per tutte. Dalle sue rovine dovrà ricrearsi un nuovo sistema, dove gli umani sono degli ingranaggi, a loro volta modificabili a piacimento – e per questi motivi totalmente controllabili.
Solve et coagula. Dissolvere la Civiltà per comporre la nuova era invertita, dove gli esseri umani non avranno più nessuna libertà se non quella della depravazione e della morte – in una parola, la Necrocultura
Solve et coagula. Dissolvere la Civiltà per comporre la nuova era invertita, dove gli esseri umani non avranno più nessuna libertà se non quella della depravazione e della morte – in una parola, la Necrocultura.
Quindi, tranquilli: il green pass ve lo tolgono, ma domani ve lo rimettono.
Ad ogni modo, hanno già ottenuto quello che desideravano. Hanno installato il sistema operativo della schiavitù e della Cultura della Morte.
Vi lasceranno stare da qui a qualche mese, ma statene certi: nel medio e lungo periodo, vi faranno cose indicibili.
A meno che… a meno che questo piano non venga rovesciato.
Nessuno è mai uscito dal totalitarismo continuando ad obbedire, attendendo che passi la nottata.
Sarà tremendo. Richiederà lotte impossibili, sacrifici spaventosi.
Tuttavia, avete alternative?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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