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Epstein incontrava l’attuale capo della CIA. E pure l’ex premier israeliano, i Rothschild e Noam Chomsky

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Il caso Epstein continua a regalare rivelazioni scioccanti. Le ultime sembrano uscite dalla Gazzetta del complottista, solo che stavolta lo scrive una grande testata del mainstream internazionale. CIA, Rothschild, uomini di Kissinger, l’ex premier israeliano Ehud Barak,  l’immancabile Fondazione Gates persino il linguista Noam Chomsky: tutti nomi contenuti in un exposé del Wall Street Journal.

 

La gigantesca notizia con cui partire è quella per cui l’attuale direttore della CIA, William Burns, ha incontrato diverse volte Epstein.

 

Nel 2014 Burns ha avuto almeno tre meeting con Jeffrey Epstein. All’epoca il Burns era il vice segretario di stato di Obama – e va notato che tali incontri sono avvenuti dopo che Epstein era stato condannato per sfruttamento sessuale di minori.

 

Burns ed Epstein si sono incontrati per la prima volta a Washington prima che Burns visitasse Epstein e la sua residenza a Manhattan, secondo una serie di documenti trapelati che includono gli orari di Epstein che non erano contenuti nella famosa «agendina nera» dei suoi contatti (peraltro zeppa di nomi italiani, cosa che la stampa nazionale ha bellamente ignorato) o dei registri di volo del cosiddetto Lolita Express, l’aereo usato da Epstein e dai suoi ospiti per gli spostamenti, spesso nella famosa tenuta di Saint James, nelle Isole Vergini americane, dove accoglieva gli «amici» con quantità di ragazzine giovanissime.

 

Burns, che è diventato direttore della CIA sotto Biden nel 2021, ha incontrato Epstein mentre si preparava a lasciare la sua posizione nel governo, secondo la portavoce della CIA Tammy Kupperman Thorp.

 

«Il direttore non sapeva nulla di lui, a parte il fatto che è stato presentato come esperto nel settore dei servizi finanziari e ha offerto consigli generali sulla transizione al settore privato», ha detto la portavoce del principale servizio segreto statunitense, aggiungendo che i due «non avevano alcuna relazione».

 

Bisogna ammettere che è curioso: l’uomo che diverrà capo del massimo servizio d’Intelligence del Paese e finanche del mondo – uno che andrà a gestire il più profondo sistema di informazione esistente – non sapeva nulla dei precedenti di questo tizio che andava a incontrare, nemmeno le chiacchiere che giravano sul suo conto. Le quali chiacchiere, come riportato da Renovatio 21, c’erano.

 

Burns è un diplomatico che aveva ricoperto il delicato ruolo di ambasciatore USA a Mosca. Nel 2014, al momento degli incontri, era vice segretario di Stato americano.

 

«Quell’agosto era previsto un pranzo presso l’ufficio dello studio legale Steptoe & Johnson a Washington» scrive il Wall Street Journal. «Epstein ha programmato due appuntamenti serali quel settembre con il signor Burns nella sua casa di città, mostrano i documenti. Dopo uno degli incontri programmati, Epstein ha pianificato che il suo autista portasse il signor Burns all’aeroporto».

 

«Il signor Burns ricorda di essere stato presentato a Washington da un amico comune e di aver incontrato brevemente Epstein una volta a New York, ha detto la signora Thorp. “Il direttore non ricorda alcun ulteriore contatto, inclusa la ricezione di un passaggio per l’aeroporto”».

 

Un mese dopo l’incontro con Epstein, nell’ottobre 2014, Burns si è dimesso da questo ruolo al Dipartimento di Stato per servire come presidente del Carnegie Endowment for International Peace, un think tank per la politica estera di cui il Cremlino ha chiuso la filiale moscovita nell’aprile 2022. Burns avrebbe gestito il think tank fino a quando non è stato nominato da Biden per servire come direttore della CIA all’inizio del 2021.

 

Secondo quanto riportato dal giornale di Nuova York, Epstein ha avuto anche dozzine di incontri con Kathryn Ruemmler, l’allora avvocato della Casa Bianca di Obama, che nel 2020 è diventata il principale avvocato della grande banca d’affari Goldman Sachs. Epstein avrebbe anche pianificato che lei lo raggiungesse nel 2015 in un viaggio a Parigi (dove operava il suo «socio» Jean-Luc Brunel, scout di modelle, trovato anche lui impiccato in carcere l’anno passato) e nel 2017 per visitare la sua isola privata nei Caraibi.

 

Secondo un portavoce di Goldman Sachs, la Ruemmler aveva una «relazione professionale» con Epstein legata al suo ruolo presso lo studio legale Latham & Watkins LLP e non viaggiava con lui. «Mi pento di aver mai conosciuto Jeffrey Epstein», ha dichiarato l’ex avvocato della presidenza Obama.

 

Secondo i documenti citati dal WSJ, Epstein «ha chiesto di avere a portata di mano involtini di sushi di avocado durante l’incontro con la Ruemmler. Ha visitato gli appartamenti che stava pensando di acquistare. Nell’ottobre 2014, Epstein era a conoscenza dei suoi piani di viaggio e ha detto ad un assistente di controllare il suo volo. “Vedi se c’è un posto in prima classe”, ha scritto, “se è così fai un upgrade”».

 

Va rammentato, anche qui, che tali incontri avvenivano in seguito alla condanna di Epstein nel 2006 per aver abusato sessualmente di ragazze in Florida di appena 14 anni.

 

A poche settimane dalla partenza di Ruemmler dalla Casa Bianca di Obama nel 2014, Epstein ha programmato un pranzo nella sua casa di città, seguito da una serie di incontri per presentarla ai suoi conoscenti.

 

I due si sono incontrati per la prima volta quando Epstein l’ha chiamata per chiederle se fosse interessata a rappresentare la Bill & Melinda Gates Foundation, una relazione che non è mai andata a buon fine.

 

«Epstein e il suo staff hanno discusso se la signora Ruemmler, che ora ha 52 anni, sarebbe stata a disagio con la presenza di giovani donne che lavoravano come assistenti e personale presso la residenza cittadina, mostrano i documenti» scrive il WSJ. «Le donne hanno inviato un’e-mail a Epstein in due occasioni per chiedere se dovevano evitare la casa mentre la signora Ruemmler era lì. Epstein ha detto a una delle donne che non la voleva intorno, e a un’altra che non era un problema, mostrano i documenti».

 

«La signora Ruemmler non ha visto nulla che potesse portarla a essere preoccupata nella residenza cittadina e non ha espresso alcuna preoccupazione, ha detto il portavoce di Goldman» continua il giornale americano.

 

Epstein ha anche collegato Ruemmler con Ariane de Rothschild, attuale CEO della banca privata svizzera Edmond de Rothschild Group. Lo studio legale di Ruemmler è stato assunto dalla banca per aiutarli con le questioni normative statunitensi, secondo la banca e il portavoce di Goldman.

 

La De Rothschild, che è entrata per matrimonio nella famosa famiglia di banchieri, ha incontrato Epstein più di una dozzina di volte.

 

«Nel settembre 2013, Epstein ha chiesto aiuto alla signora de Rothschild in una e-mail per trovare una nuova assistente, “donna… multilingue, organizzata”. “Chiederò in giro”, ha risposto la signora de Rothschild via e-mail. Ha acquistato quasi 1 milione di dollari di oggetti all’asta per conto di Epstein nel 2014 e nel 2015, mostrano i documenti» scrive il WSJ.

 

«La signora de Rothschild è stata nominata presidente della banca nel gennaio 2015. Quell’ottobre, lei ed Epstein hanno negoziato un contratto da 25 milioni di dollari per la Southern Trust Co. di Epstein per fornire “l’analisi del rischio e l’applicazione e l’uso di determinati algoritmi” per la banca, secondo una proposta esaminata dal Journal».

 

Nel 2019, dopo l’arresto di Epstein, la banca avrebbe affermato che la signora de Rothschild non ha mai incontrato Epstein e non aveva legami d’affari con lui. La banca avrebbe ammesso al Journal di aver mentito nella sua precedente dichiarazione e che la signora de Rothschild ed Epstein si sono incontrati come parte dei suoi normali doveri bancari.

 

Un altro ospite di Epstein nominato nelle ultime rivelazioni è l’ex premier israeliano Ehud Barak, un ex commando delle operazioni speciali dello Stato Ebraico nei suoi conflitti (era in squadra durante l’operazione Entebbe con Yonathan Netanyahu, fratello dell’attuale premier morto durante il raid ugandese) poi divenuto leader dei laburisti di Tel Aviv – il principale partito che si oppone al Likud di Netanyahu.

 

Della frequentazione epsteiniana di Barak si sapeva da molto tempo, con i giornali a pubblicare negli anni foto di lui con la sciarpa a coprirgli il volto fuori dal palazzo di Epstein. I due avrebbero investito in una startup di software video e geolocalizzazione nel 2015. L’ex premier dello Stato ebraico ha ammesso di non sapere quante volte ha incontrato il presunto finanziere, e di aver visitato due delle sue case di Manhattan più, una volta, la famosa isola.

 

Barak aveva detto alla testata Daily Beast di aver incontrato Epstein per la prima volta nel 2002 circa, quando è stato presentato dall’ex presidente israeliano Shimon Peres. Avrebbe detto che sia Bill che Hillary Clinton sarebbero stati presenti ad una festa di Epstein così come «molte persone famose e importanti».

 

La cifra israeliana dell’inghippo assume significato perché in molti rumoreggiano sulla possibilità che l’intero traffico di Epstein fosse in realtà un’operazione di honeypot da parte del Mossad, ossia una trappola per uomini potenti che uscivano dalle giornate con Epstein pesantemente compromessi. La tesi sarebbe suffragata, secondo i suoi sostenitori, dal fatto che la «socia» inseparabile di Epstein Ghislaine Maxwell fosse figlia di un’altra supposta spia israeliana, il magnate inglese (ma di origine ebraico-boema) Robert Maxwell, al cui funerale in Israele erano bizzarramente presenti mezza dozzina di capi del Mossad.

 

A scrivere dell’affiliazione di Maxwell padre con il Mossad fu il reporter premio Pulitzer Seymour Hersh un suo libro sull’atomica di Tel Aviv, The Samson Option: secondo le sue ricerche fu Maxwell ad avvisare gli israeliani delle intenzioni del fisico nucleare Vanunu, poi rapito a Roma nel 1986 e sparito per molti anni. Un recentissimo libro in due volumi scritto dalla ricercatrice americana Whitney Webb,  One Nation Under Blackmail: The Sordid Union Between Intelligence and Organized Crime That Gave Rise to Jeffrey Epstein, accenna alla voce di un possibile incontro personale tra Epstein e Robert Maxwell, circostanza mai uscita prima.

 

Un altro nome emerso in queste ore è quello di Joshua Cooper Ramo, allora co-amministratore delegato della società di consulenza aziendale di Henry Kissinger, l’onnipotente ex segretario di Stato USA che, oltre che amico degli Agnelli (e quindi pure tifoso della Juve), si è appreso essere con probabilità il vero mentore di Klaus Schwab.

 

«Il signor Ramo è stato anche invitato a una colazione nella residenza cittadina nel settembre 2013 con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, un altro ospite abituale, come mostrano i documenti».

 

Nelle carte del WSJ compaiono quindi un certo numero di professori e accademici, tra cui spicca il nome del più riverito linguista nonché attivista goscista mondiale, Noam Chomsky, che avrebbe incontrato Epstein in incontri in cui era presente sempre il Barak.

 

«Barak ha anche incontrato Epstein nel 2015 con il signor Chomsky, ora 94enne, professore di linguistica e attivista politico che è stato critico nei confronti del capitalismo e della politica estera degli Stati Uniti (…) Chomsky ha detto che Epstein ha organizzato l’incontro con il signor Barak per discutere “le politiche di Israele riguardo alle questioni palestinesi e all’arena internazionale» scrive la testata.

 

«Il signor Barak ha affermato di aver incontrato spesso Epstein durante i viaggi a New York ed è stato presentato a persone come il signor Ramo e il signor Chomsky per discutere di geopolitica o altri argomenti. “Spesso ha portato altre persone interessanti, dall’arte o dalla cultura, dalla legge o dalla scienza, dalla finanza, dalla diplomazia o dalla filantropia”, ha detto Barak».

 

Alla domanda postagli ora dai giornalisti sulla sua relazione con Epstein, Noam Chomsky ha dichiarato: «la prima risposta è che non sono affari tuoi. O di nessuno. La seconda è che lo conoscevo e ci siamo incontrati occasionalmente».

 

Come riportato da Renovatio 21, non è noto a tutti che il Chomsky – che è di origine ebraica come Barak ed Epstein – iniziò a lavorare negli anni cinquanta in progetti di carattere militare: fu consulente su questo progetto sponsorizzato dall’aeronautica militare al laboratorio per l’elettronica MITRE. Noi lo ricordiamo tuttavia per l’intervista del 2021 in cui disse che «i non vaccinati vanno imprigionati».

 

Dopo che Epstein ha donato 850 mila dollari al MIT tra il 2002 e il 2017 e 9,1 milioni ad Harvard tra il 1998 e il 2008, Chomsky ha dichiarato in un’intervista del 2020 che persone «peggiori di Epstein» avevano donato al MIT. All’epoca non aveva rivelato la loro amicizia, e ora afferma che al momento dei loro incontri, «quello che si sapeva di Jeffrey Epstein era che era stato condannato per un crimine e aveva scontato la pena. Secondo le leggi e le norme statunitensi, ciò produce una tabula rasa».

 

Come noto, Alexander Acosta, il procuratore della Florida che nel 2006 – poi segretario del Lavoro nell’amministrazione Trump – diede ad Epstein una pena assai lieve, ha confessato che qualcuno gli disse, all’epoca, di lasciar perdere Epstein, perché «è roba dell’Intelligence».

 

Eric Weinstein, matematico che lavora nei fondi di Peter Thiel e autore di podcast che ha raccontato il suo sconcerto durante il suo unico incontro di lavoro con Epstein – nel quale, dice si rese conto che il miliardario non sapeva nulla di finanza – tira le somme di questa nuova infornata di rivelazioni.

 

«Ho affermato che Epstein OVVIAMENTE non era un grande finanziere da molto prima del suo arresto in Florida nel 2006» scrive Weinstein in un tweet. «Questi leader lo stanno incontrando anni dopo la sua condanna e incarcerazione»

«La domanda centrale rimane: Jeffrey Epstein era un costrutto della comunità dell’Intelligence, che in quanto predatore sponsorizzato dallo Stato non può essere indagato dai media che collaborano con il governo per “ragioni di sicurezza nazionale”».

 

«Ciò dovrebbe suonare più folle di quanto non faccia oggi».

 

Epstein «è morto», ripetè in modo inquietante Bill Gates durante un’intervista TV in cui gli si chiedeva della loro strana amicizia, anche quella andata avanti negli anni successivi alla condanna di Epstein. Sui motivi di questa amicizia, Renovatio 21 ha provato a fare qualche ipotesi.

 

C’è un detto anglofono: «dead man tell no tale», l’uomo morto non può raccontare storie. Non sembra, tuttavia, il caso di Epstein, «suicidato» in carcere oramai quattro anni fa in un momento fatale in cui, per pura coincidenza, le guardie non stavano attente e le telecamere erano disfunzionanti.

 

Più si va avanti, più la storia del morto salta fuori: perché tale storia è semplicemente enorme, tocca punti nodali del potere finanziario e politico globale, al punto da diventare impossibile da insabbiare.

 

Del resto, la lista definitiva non è ancora uscita. E Ghislaine, quella che si sospetta abbia ereditato dal padre la sua connessione con i servizi israeliani, è ancora viva, anche se in carcere.

 

È a questo punto che ci torna in mente quella sua strana apparizione a Los Angeles, quando era ancora latitante. Fu trovata nel dehors di un fast food, dove si fece fotografare mentre leggeva un libro.

 

 

Il titolo del libro The Book of Honor: The Secret Lives and Deaths of CIA Operatives. Tradotto: «Il libro d’onore: le vite segrete e le morti degli agenti della CIA».

 

Perché nel grande costrutto di Intelligence globale che è l’operazione Epstein forse non c’erano dentro solo gli israeliani.

 

 

 

 

 

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Gli USA temevano che Israele potesse ammazzare i negoziatori iraniani

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Gli Stati Uniti temevano che Israele potesse eliminare i principali negoziatori iraniani nel tentativo di sabotare i colloqui di pace tra Washington e Teheran. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani.

 

Secondo un articolo pubblicato giovedì dal quotidiano neoeboraceno, i funzionari statunitensi paventavano che Israele avrebbe preso di mira il presidente del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, compromettendo così qualsiasi possibilità di raggiungere un’intesa.

 

Secondo fonti del NYT, Washington sarebbe arrivata a chiedere ai suoi alleati nella regione di avvertire Teheran del possibile complotto ordito dallo Stato ebraico.

 

Ghalibaf e Araghchi avevano assunto la guida dei negoziati per conto dell’Iran dopo che Israele aveva già ucciso il principale consigliere per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, e l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, entrambi coinvolti nei colloqui con gli americani. I primi attacchi israelo-americani contro la Repubblica islamica, alla fine di febbraio, avevano ucciso la Guida Suprema iraniana, l’aiatollà Ali Khamenei, e altri alti funzionari iraniani.

 

L’articolo rileva che gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele «si sono rapidamente differenziati in modo radicale», con Washington alla ricerca di un accordo e lo Stato di Israele che insisteva sulla prosecuzione dei combattimenti.

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Il Ghalibaffo e l’Araghchi hanno dapprima raggiunto una tregua temporanea con gli Stati Uniti in aprile e poi concordato un memorandum d’intesa (MoU) il 17 giugno, che ha aperto un periodo di negoziati di 60 giorni per elaborare una soluzione definitiva al conflitto. I colloqui tra le parti sono in corso nonostante uno scambio di colpi d’arma da fuoco la scorsa settimana a causa di disaccordi sullo Stretto di Ormuzzo.

 

A giugno, lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato Ghalibaf e Araghchi dopo che Teheran aveva avvertito che avrebbe chiuso lo stretto se Israele avesse continuato la sua operazione militare in Libano. Durante un’intervista telefonica con Fox News, Trump ha affermato di aver detto ai funzionari iraniani: «Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto paese».

 

Lunedì il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che anche la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «condannata a morte». Araghchi ha replicato dicendo che Teheran avrebbe dato una risposta immediata e decisa a qualsiasi minaccia contro il suo popolo o la sua leadership.

 

Le processioni funebri per Ali Khamenei si svolgeranno in Iran tra sabato e giovedì, e Teheran ha avvertito che qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele durante questo periodo sarebbe un grave «errore di valutazione».

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 


 

 

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L’AI è «a pochi mesi di distanza» dal rovesciare i governi: parlano le agenzie di Intelligence

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I modelli avanzati di Intelligenza Artificiale potrebbero presto fornire agli hacker la capacità di paralizzare governi, aziende e sistemi critici, hanno messo in guardia le agenzie di sicurezza informatica di Five Eyes, l’unione internazionale dei Paei anglofoni per lo spionaggio.   In una rara dichiarazione congiunta diffusa lunedì, i vertici della sicurezza informatica di Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Nuova Zelanda hanno sostenuto che i modelli di IA all’avanguardia si stanno evolvendo più velocemente del previsto e si prevede che «supereranno le attuali aspettative del settore, trasformando radicalmente le capacità di sicurezza informatica sia offensive che difensive».   «Non si tratta di anni, ma di mesi», hanno affermato le agenzie, aggiungendo che «il rischio informatico non può più essere trattato come una questione puramente tecnica. Si tratta di un rischio aziendale fondamentale e di una responsabilità della leadership».

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Secondo il documento, l’AI contribuirà a potenziare le difese informatiche nel tempo, ma sta anche abbassando le barriere per gli attori malevoli, aumentando la velocità e la complessità degli attacchi e riducendo il tempo tra la scoperta e lo sfruttamento delle vulnerabilità.   Le agenzie hanno invitato le organizzazioni a rafforzare le proprie difese digitali, ad aggiornare più rapidamente i software obsoleti, a limitare l’accesso ai sistemi sensibili e a prepararsi agli attacchi informatici prima che si verifichino.   Sebbene la dichiarazione dei Five Eyes non abbia citato alcun modello o azienda specifica, il recente dibattito sulla sicurezza dell’IA si è concentrato sullo sviluppatore statunitense Anthropic, finito sotto esame per i suoi sistemi più recenti e avanzati.   All’inizio di quest’anno, l’azienda ha dichiarato che uno dei suoi modelli di punta, Mythos, era troppo potente per essere rilasciato al grande pubblico e ha limitato l’accesso a un piccolo gruppo di organizzazioni fidate. Successivamente, l’azienda ha introdotto Fable 5, una versione più restrittiva della tecnologia, ma entrambi i modelli sono stati poi ritirati dal mercato dopo che il governo degli Stati Uniti ha ordinato che ai cittadini stranieri fosse vietato utilizzarli, citando motivi di sicurezza nazionale.   Questi sviluppi si collocano nel contesto di avvertimenti più ampi da parte di ricercatori, leader tecnologici e funzionari della sicurezza, secondo i quali le capacità dell’AI si stanno evolvendo più rapidamente di quanto governi e istituzioni riescano ad adattarsi.   Gli esperti hanno sempre più spesso messo in guardia sul fatto che i sistemi progettati per aumentare la produttività e rafforzare le difese informatiche potrebbero essere utilizzati anche per automatizzare gli attacchi, abbassare le barriere per gli attori malevoli e amplificare l’impatto di piccoli gruppi.   Secondo una clamorosa indiscrezione riportata in questi giorni dalla rivista The Economist, il software Mythos avrebbe violato la National Security Agency (NSA), ossia l’agenzia di spionaggio informatico USA, nota per la sofisticazione dei suoi sistemi e la preparazione dei suoi hacker.   La testata ha riferito che il senatore Mark Warner ha svelato i dettagli di un briefing tenuto dal generale Joshua Rudd, capo della NSA e del Cyber Command statunitense. Secondo quanto riportato, durante un’esercitazione di red-teaming (la pratica di testare rigorosamente le difese, i sistemi o le strategie di un’organizzazione adottando una prospettiva avversaria), Mythos è riuscito a penetrare in quasi tutti i sistemi classificati della NSA nel giro di poche ore, anziché settimane.   Antrophic avrebbe deciso di non distribuire pubblicamente il modello proprio a causa delle sue straordinarie capacità autonome di hacking e analisi dati, che includono anche la ricostruzione di tipi cellulari dal DNA grezzo e l’individuazione di vulnerabilità inedite nei principali sistemi operativi e browser.   L’affermazione sulla violazione dei sistemi NSA ha scatenato un acceso dibattito tra gli esperti di tecnologia e cybersicurezza, con molti osservatori che ritengono si sia trattato della forzatura di ambienti isolati o sistemi di prova in condizioni controllate, piuttosto che di un vero e proprio attacco riuscito alla rete centrale dell’agenzia.   Tale evento ha comunque segnato una svolta geopolitica decisiva, spingendo l’amministrazione Trump ad abbandonando l’approccio deregolamentato per imporre severi controlli sulle esportazioni dei modelli di IA di frontiera. Secondo quanto riportato dal New York Times, in queste ore la NSA ha perso l’accesso al modello di IA Mythos 5 di Anthropic, che utilizzava per individuare vulnerabilità nei software. La vicenda si inserisce nel contesto della disputa, che dura da mesi, tra Washington e l’azienda della Silicon Valley.   Il blocco è scattato dopo che l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni all’esportazione nei confronti di Anthropic all’inizio di questo mese, citando motivi di sicurezza nazionale, secondo quanto riportato dal New York Times.   La perdita ha «privato» l’agenzia di Intelligence di uno «strumento che ha impressionato e allarmato i suoi analisti per la sua efficacia nell’individuare le vulnerabilità del software», ha aggiunto la testata.

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La tecnologia AI di Anthropic è stata sempre più impiegata su reti governative classificate e integrata nelle attività di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con i suoi modelli utilizzati per l’analisi dell’intelligence, la pianificazione operativa e le operazioni informatiche.   Tuttavia, a febbraio, il dipartimento della Guerra USA ha classificato Anthropic come «rischio per la catena di approvvigionamento» dopo che l’azienda si è rifiutata di rimuovere le restrizioni su alcune applicazioni militari dei suoi sistemi di intelligenza artificiale. L’azienda ha dichiarato di opporsi alla sorveglianza di massa sul territorio nazionale e alle armi completamente autonome. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva quindi ordinato alle agenzie federali di eliminare gradualmente la tecnologia di Anthropic entro sei mesi.   Anthropic ha citato in giudizio il governo, sostenendo che le misure adottate costituivano una ritorsione illegale per il rifiuto di allentare le garanzie sull’utilizzo militare dell’IA.   Nonostante l’ordine di eliminazione graduale e la battaglia legale in corso, diverse testate giornalistiche hanno successivamente affermato che alcune componenti del governo statunitense continuano a utilizzare i sistemi Anthropic.   Questi sviluppi si verificano in un contesto di avvertimenti da parte di ricercatori, leader tecnologici e funzionari della sicurezza, secondo i quali i sistemi di AI vengono integrati nelle operazioni militari e di Intelligence a un ritmo più rapido di quanto governi e istituzioni riescano ad adattarsi alle loro crescenti capacità.   Gli esperti hanno avvertito che gli stessi strumenti utilizzati per rafforzare le difese informatiche potrebbero anche automatizzare gli attacchi e abbassare le barriere per gli attori malevoli.   Lo scontro emerso segue alle accuse secondo cui il modello di Intelligenza Artificiale dell’azienda sarebbe stato utilizzato durante l’operazione per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio di gennaio. Tuttavia, L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nell’attacco statunitense a una scuola elementare femminile in Iran, che ha causato la morte di quasi 160 persone, per lo più bambini, non ha violato le «linee rosse» di Anthropic, ha dichiarato l’amministratore delegato Dario Amodei.   Si tratta dell’azienda coinvolta dal Vaticano per il lancio dell’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas.   Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi vi è stato un progressivo deterioramento dei rapporti tra Anthropic e il Pentagono, legato alla volontà del dipartimento della Guerra statunitense di utilizzare l’IA per il controllo di armi autonome senza le garanzie di sicurezza che l’azienda ha cercato di imporre.   L’Amodei, ha più volte espresso gravi preoccupazioni sui rischi della tecnologia che la sua azienda sta sviluppando e commercializzando. In un lungo saggio di quasi 20.000 parole pubblicato il mese scorso, ha avvertito che sistemi AI dotati di «potenza quasi inimmaginabile» sono «imminenti» e metteranno alla prova «la nostra identità come specie».

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Amodei ha messo in guardia dai «rischi di autonomia», in cui l’IA potrebbe sfuggire al controllo e sopraffare l’umanità, e ha ipotizzato che la tecnologia potrebbe facilitare l’instaurazione di «una dittatura totalitaria globale» attraverso sorveglianza di massa basata sull’Intelligenza Artificiale e l’impiego di armi autonome.   Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato l’Amodei ha dichiarato che l’AI potrebbe eliminare la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base entro i prossimi cinque anni.   Settimane fa Mrinank Sharma, fino a poco tempo fa responsabile del Safeguards Research Team presso l’azienda sviluppatrice del chatbot Claude, ha pubblicato su X la sua lettera di dimissioni, in cui scrive che «il mondo è in pericolo. E non solo per via dell’Intelligenza Artificiale o delle armi biologiche, ma a causa di un insieme di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio ora».   Il Fondo Monetario Internazionale ha citato il recente rilascio controllato di Claude Mythos Preview da parte di Anthropic, descritto come «un modello di Intelligenza Artificiale avanzato con eccezionali capacità informatiche». Secondo il FMI, Mythos sarebbe in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità in tutti i principali sistemi operativi e browser web, «anche se utilizzato da utenti non esperti».  

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Rapporto dell’Intelligence USA: Netanyahu intensificherà le pressioni per rimanere in carica

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Agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito l’amministrazione Trump che Netanyahu cercherà di minare l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto da Trump. Lo riporta il Washington Post,  che cita funzionari statunitensi attuali ed ex.

 

Sebbene ciò possa sembrare ovvio, nel bizzarro clima di Washington, è significativo che un rapporto del genere venga diffuso.

 

Il rapporto dell’Intelligence, secondo un funzionario statunitense a conoscenza del documento, afferma che la sopravvivenza politica di Netanyahu nelle prossime elezioni è legata alla dimostrazione, da parte dell’opinione pubblica interna, che non ritirerà le truppe dal Libano e che intende intensificare i combattimenti con Hezbollah.

 

Il WaPo afferma che i funzionari dell’amministrazione Trump «insistono sul fatto che le preoccupazioni di Netanyahu impallidiscono rispetto alla necessità di concludere un accordo e riaprire lo Stretto di Hormuz per scongiurare una crisi economica globale».

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Un altro funzionario avrebbe dichiarato: «Continuare a occupare parte del Libano è una ricetta per il disastro. Senza un ritiro completo di Israele, la probabilità di una ripresa delle ostilità tra l’esercito israeliano e Hezbollah è pressoché certa».

 

Harrison Mann, ex ufficiale dell’esercito statunitense e analista presso la Defense Intelligence Agency, ha dichiarato al Washington Post che i rapporti dell’Intelligence statunitense hanno individuato un fattore chiave alla base delle decisioni politiche di Netanyahu. «La guerra permanente e l’espansione territoriale sono state le forze trainanti della politica israeliana per anni» ha spiegato. «Non sorprende che, con le elezioni alle porte, Netanyahu debba dimostrare di poterle attuare meglio del suo avversario».

 

«Gli Stati Uniti possono interrompere le forniture di munizioni, carburante per aerei e supporto logistico, limitando la portata di qualsiasi offensiva israeliana, congelare la condivisione di informazioni cruciali o ritirare le forze statunitensi attualmente schierate a protezione dello spazio aereo israeliano, aumentando il costo di qualsiasi guerra israeliana».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’intero arco costitituzionale israeliano, dall’opposizione ai partiti di governo, si dichiara insoddisfatto dal Memorandum di Intesa tra Trump e gli iraniani e chiedono quindi l’estromissione di Netanyahu dal governo.

 

Netanyahu, fuori dalla carica di primo ministro, potrebbe rischiare condanne per le accuse di corruzione mossegli dalla magistratura israeliana. La questione è mostrata in tutta la sua crudezza nel documentario Bibi Files, recentemente rimesso in distribuzione sul sito di Tucker Carlson.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump si è speso più volte chiedendo pubblicamente la grazia per Bibi (che parrebbe averlo spinto in questo senso). Tuttavia, negli ultimi tempi, gli ha rinfacciato il suo ruolo per averlo tenuto fuori di galera.

 

«Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo», avrebbe urlato Trump a Netanyahu durante un confronto telefonico recente finito sui giornali. Secondo quanto riportato, un Trump «furioso»  avrebbe pure gridato al Netanyahu: «Che cazzo stai facendo?».

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

 

 

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