Pensiero
Devastazione multidimensionale e voto di mangiatoia: prima breve meditazione sui risultati elettorali
Il risultato delle elezioni politiche 2022 è devastante. Multidimensionalmente devastante.
Lo scenario politico, sociopolitico, geopolitico dell’Italia ne esce segnato con forza.
Innanzitutto, ha vinto, stravinto l’unico partito finito all’opposizione. Questo dovrebbe essere un bel messaggio per il potere riguardo a Draghi, la tecnocrazia e lo Stato-partito che ficca in un blob fusionale tutte le compagini politiche possibili.
Ricordate: il prototipo di Draghi, Mario Monti, dopo averci governato su mandato dei poteri desovranizzanti si candidò con un partito creato per la bisogna, Scelta Civica, che divenne Sciolta Civica nel giro di pochi mesi: e aveva preso il 10%, una cifra che adesso molti si sognano. Nonostante i voti e i deputati, il partito si rivelò biodegradabile.
Pensiamo quindi il messaggio per Draghi sia netto, tuttavia, come abbiamo visto a Nuova York dove è stato insignito del Bafometto d’oro da Kissinger in persona (mancavano solo Joker, Lex Luthor e Irisa di Candy Candy), il potere costituito se ne sbatte allegramente, e piazzerà Draghi al vertice della NATO (lui, che il lato economico della alla Russia l’avrebbe organizzato, ha scritto il Financial Times) oppure, peggio, dietro alla Meloni a vermilinguare verso il prossimo passo, che è la CBDC, la valuta digitale da Banca Centrale, che nel nostro caso è l’«inevitabile» euro digitale – cioè, come sa il lettore di Renovatio 21, il «danaro programmabile» con cui sorveglieranno e soprattutto telecomanderanno le vostre esistenze via piattaforme dove diverrete utenti privi di diritti.
Ma andiamo oltre. Berlusconi raggiunge una cifra che non pensavamo, ma rimane ostaggio di un partitello, che pur spogliatosi dei Brunetta e delle Carfagne, esprime gente come la Ronzulli. Sappiamo che, purtroppo, il migliore di quel partito è morto poche settimane fa. Il risultato, ribadiamo, è comunque ottimo: chi pensava alla disintegrazione di Forza Italia (per esempio: noi) si sbagliava.
Già dalle prime ore di spoglio diveniva chiaro che il PD era arrivato al risultato peggiore di sempre. Con la sequela di leader pieni di carisma di questi anni (Bersani, Zingaretti, soprattutto Letta) era possibile. La soglia del 20% era considerata da tutti come non oltrepassabile: è il metabolismo basale piddino, fatto, immaginiamo dalla base, dai lavoratori coop con le relative famiglie, le regioni Emilia-Romagna e Toscana con tutto l’indotto piddizzato nei decenni. Ebbene, Letta è riuscito a infrangere anche questa certezza: perfino chi deve al PD lo stipendio non lo vota più.
Quel 20% era considerabile come un «voto di mangiatoia», che quindi è solido e affidabile.
Riteniamo che sia così spiegabile il successo all’altro grande vincitore morale della tornata elettorale, il M5S. Ogni promessa di cambiamento (il motivo per cui presero oltre il 35% l’altra volta) è stata fumata con il Conte bis e il governo Draghi. C’è stato poi di tutto: scandali, urla, accuse orrende contro il figlio del fondatore (una cosa non troppo dissimile a quella che negli anni Cinquanta fece dimettere immediatamente il senatore Piccioni; ma ora è diverso), scissioni Dirty Dancing, e soprattutto un tizio calato dall’alto, anzi dal basso, dal Meridione, che con la sua carriera di avvocato-professore e la sua pochette poco c’entrava con il sentire popolano grilloide.
E invece, è successo il peggio: valanghe di voti ai 5 stelle, ma concentrati, guarda guarda, tutti al Sud. Il lettore sta pensando per caso al Reddito di Cittadinanza, che di fatto è un assistenzialismo da Cassa del Mezzogiorno (abolita via referendum, in teoria) spudorato? Mica possiamo entrare nella testa degli elettori.
Tuttavia, il dato è davvero disarmante: circoscrizioni, in Puglia e in Campania, dove il M5S è oltre il 40%, praticamente quasi un cittadino su due. Prendete invece il dato del Veneto: i grillini sono arrivano appena al 5%.
La distinzione dell’Italia secondo i blocchi latitudinali, Nord contro Sud, era in realtà già ben visibile nel 2018: ora è esplosa impudicamente. Due Italie diverse, che votano diversamente, perché vivono diversamente, esistono diversamente – e in modo diametralmente opposto. Ciò è per forza di cose drammatico, e non sappiamo, nel breve e medio termine, quanto risolvibile.
La Lega Nord, che era nata più di trent’anni fa proprio su questa divisione, paga il prezzo più alto. La Lega nazionale è finita. Il risultato, che la mette sullo stesso piano di Forza Italia e perfino del duo-bullo Calenda-Renzi, è semplicemente mostruoso, soprattutto pensando che si partiva dalla Madonnina del Duomo di Milano, quel comizio con Salvini e dietro tutta la destra Europea in fila (dalla Le Pen in giù) che portò più del 35% dei voti alle Europee 2019.
La Lega paga l’essere stata con Draghi? Certo. Paga il fatto di aver voluto – crediamo sia la spiegazione – far parte del sedicente governo di «ricostruzione» post-pandemica, magari intestandosi un po’ della pioggia di miliardi PNNR (a proposito, li avete visti voi?) di modo da non essere esclusi dal possibile voto di mangiatoia che ne sarebbe uscito.
Bella scelta: avesse fatto questo anno e mezzo all’opposizione, ora probabilmente la storia sarebbe diversa, e magari il mondo avrebbe potuto avere il primo premier europeo, tra una Nutella e l’altra, a parlare di fine delle sanzioni alla Russia, fine degli armamenti all’Ucraina, fine del suicidio economico-energetico della Nazione.
Il risultato della Lega, quindi, sarà tragico non solo per l’Italia, ma possibilmente per il mondo intero. Perché la guerra e l’energia (ciò che rende uno Stato possibile: la difesa dei cittadini dalla violenza e la fornitura minima di strumenti per vivere) erano in realtà l’unico tema su cui valeva la pena di votare, più, certo, la questione della sottomissione bioelettronica che ci attende.
Il risultato della Lega sarà tragico poi soprattutto per la Lega: non immaginiamo le notti dei lunghi coltelli che si preparano, i Giorgetti, gli Zaia, i Fedriga, che avrebbero potuto essere domati se Salvini avesse fatto almeno almeno il 15%, ma così è davvero finita.
Ancora più preoccupante, ma ne scriveremo un’altra volta, è il danno che si potrebbe produrre sul territorio: la forza della Lega, come noto, sono le sue radici locali, le migliaia di sindaci e consiglieri dei piccoli comuni, che in trent’anni magari non hanno amministrato male, e quindi magari valeva la pena di tenerseli.
È chiaro che il programma di Fratelli d’Italia, che ha nella Lega l’unico vero avversario, sarà quello di disinstallarli, per sostituirli con chissà chi: sappiamo che il partito ha in questo momento più potere di spesa di quanto ne sappia spendere, che il successo è tale che si sono creati buchi di personale, e chissà cosa può entrarvi dentro (qualche inchiesta giornalistica in merito c’è).
Infine, una parola sui partitini antisistema, che dovrebbero starci a cuore ma in realtà non lo sono mai stati.
La débâcle è senza fine.
Molti sono ridotti a prefissi telefonici piemontesi (0,1…) come il partito della Cunial, che forse ingiustamente ci eravamo dimenticati (davvero) di citare nel precedente pezzo sui partiti che non avremmo votato.
Non vanno sopra l’1% Paragone e Italia Sovrana.
C’è perfino un prefisso telefonico internazionale (0,0…): è il caso di Adinolfi, che ha preso lo 0,06% alla Camera, ma ci hanno detto che ha comunque già fatto un post tutto baldanzoso.
Insomma: la ridda di possibili gatekeeper e scappati di casa è stata distrutta.
Ora c’è da capire cosa succederà a tutto il loro pur piccolo capitale politico di dissenso. Crediamo che, come il summenzionato partito di Monti e tanti altri, si vada verso il biodegradabile.
Non crediamo che nessuno di questi partiti possa durare nel tempo. Italia sovrana, con dentro Rizzo e Ingroia, è già in se stessa divisa. Paragone ci chiediamo come farà a tenersi dentro anche lui i vari nomi e le varie componenti, alcune dotate di identità propria – sempre che il Paragone abbia voglia di andare avanti, e che magari, colpo di fortuna, non torni nella TV nazionale con un programma tutto suo. La Cunial neanche stavolta vorremmo spendere tempo a considerarla.
In realtà, al di là della morfologia interna dei vari partitini, è un’altra la cosa che vogliamo dire: tutti questi partiti moriranno per mancanza di cultura – o meglio, di idee, financo di Fede.
Cosa credono, i membri di queste compagini? Hanno un’idea persistente delle cose? Hanno – perdonaci il termine – un’ideologia? Riformuliamo: hanno una visione del mondo che accomuna tutti i quadri, i vertici e la base?
No: hanno solo il dissenso della gente, magari drogata dalla dopamina Telegram. Hanno solo il risentimento, che sappiamo quanto possa essere cieco e fallimentare se non direzionato dalla corretta visione delle cose.
Diciamo di più: praticamente nessuno di questi partiti ha un vero ripetitore coerente della cultura che dovrebbero rappresentare.
Potete annegare nella pubblicità dei loro siti, gustarvi video e post con gli emoji nei loro canali YouTube e Telegram, finché glieli lasciano: dispositivi fatti per offrire una massima esposizione con la minima riflessioni, creati per far vivere le persone solo nel presente, senza chiedere loro di pensare o di credere. Anzi, pensare e credere e quanto i social media vogliono evitare che facciate, per questo offrono a chiunque (o quasi) una piattaforma.
Sono tutte realtà senza radici – e il loro sradicamento è moltiplicato dai canali che utilizzano per arrivare al popolo, cioè ai loro elettori.
Ecco perché, oltre ad esplodere o ad implodere, ad un certo punto spariranno – perché, come con l’euro digitale, al potere basta premere un pulsante per paralizzarli o frantumarli.
Più passa il tempo, e più credo che la realtà cui un movimento odierno deve votarsi è quella di una rete fisica: persone, incontri, carta: libri e financo giornali, newslettere di cellulosa, spediti in casa di persone che comunque si trovano, de visu, si parlano a voce e mangiano insieme, cioè fanno quelle cose dove i social media non arrivano.
Se non le si oppone materialmente una Cultura umana – coerente, persistente, vivificante – la Cultura della Morte vince. Sempre. Contro chiunque.
Le considerazioni partitiche sulle elezioni sono finite.
Rimane ora la realtà: una crisi economica senza precedenti è davanti a noi e potrebbe mandarci alla fame. Una crisi energetica potrebbe a breve eutanatizzare per assideramento migliaia e migliaia di anziani, e non solo loro. Una crisi geopolitica potrebbe, come disse Putin a inizio anno, trascinarci in una guerra nucleare europea senza vincitori, una guerra a cui di fatto stiamo già prendendo parte.
Nessuna di queste cose, le uniche importanti, saranno prese in carico dai partiti e dal futuro governo a sovranità limitata.
Per cui, ribadiamo ancora una volta, quello che con probabilità farà il governo Meloni sarà quello che si preparano a fare i governi di tutta Europa: la repressione verso chi dissentirà dalla miseria del Nuovo Ordine Mondiale.
Questo è il vero dato devastante uscito dalle urne.
Ma quali elezioni. Rimboccatevi le maniche: la campagna della popolazione umana per la propria sopravvivenza è appena iniziata.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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