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Concilio Vaticano II, mons. Viganò contro papa Leone

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha affidato a X un commento sulle recenti parole del papa riguardo il Concilio Vaticano II.

 

«Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme».

 

«Dinanzi alla rovina e alle macerie di sessant’anni di “primavera conciliare”, ammetterne il fallimento richiederebbe un minimo di buona fede purtroppo assente nei fautori della rivoluzione conciliare, i quali usarono come grimaldello un “concilio” per introdurre i principi rivoluzionari nella Chiesa Cattolica, provocando così la sua demolizione dall’interno» scrive il monsignore.

 


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«Da Roncalli in poi, la presa di distanza della chiesa conciliare rispetto alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana è proseguita inesorabile, giungendo con Bergoglio a teorizzare la “sinodalità” come ultimo sfregio rivoluzionario al papato voluto da Nostro Signore» dice il prelato lombardo.

 

«Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler “andare incontro all’umanità” proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari».

 

Non si tratta della prima condanna che monsignor Viganò emette contro il Concilio e i suoi seguaci di tutti i livelli.

 

«Chi aderisce consapevolmente a questo “concilio” si rende responsabile della demolizione della Chiesa Cattolica e ratifica con la propria complicità il golpe conciliare e sinodale» aveva tuonato l’arcivescovo pochi mesi fa.

Ancora quattro anni fa l’arcivescovo disse che «tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo».

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Come riportato da Renovatio 21, in un’omelia del novembre 2024 Viganò dichiarò che i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II «usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi».

 

In un testo precedente fa Sua Eccellenza aveva scritto dell’«unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».

 

La catastrofe non solo religiosa causata dal Concilio è stata spiegata in un’intervista ad una testata francese dello scorso anno: «La chiesa del Vaticano II, che ci tiene tanto a definirsi così in antitesi alla “chiesa preconciliare”, ha posto le basi teologiche alla dissoluzione della società. Tutti gli errori dottrinali del Concilio si sono tradotti in errori filosofici, politici e sociali dagli esiti disastrosi per le Nazioni cattoliche».

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Un professore della diocesi di Maiorca sul tema delle consacrazioni: «né scisma né peccato»

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Il professor Jaime Mercant Simó, sacerdote diocesano di Maiorca, dottore in filosofia e diritto tomistico, professore presso il Centro di Studi Teologici e direttore della biblioteca diocesana, non è membro della FSSPX. Pur non condividendo ogni punto della sua dichiarazione pubblicata su X, la riproduciamo comunque di seguito perché dimostra che le imminenti consacrazioni della FSSPX stanno suscitando una riflessione seria e ragionata anche al di fuori dei suoi ranghi.   Diversi miei lettori mi hanno chiesto informazioni sulle prossime consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X. Ecco la mia posizione, espressa in modo chiaro e accessibile sotto forma di domande e risposte:   1. I lefebvriani commetteranno un peccato mortale con queste consacrazioni episcopali? — No, assolutamente no.   2. Non si tratta di un atto scismatico? — No, formalmente non lo è.   3. Perché formalmente non è così? Perché ci sia uno «scisma perfetto», deve esserci la chiara intenzione di commettere un atto scismatico e di stabilire, con i nuovi vescovi, una giurisdizione gerarchica parallela a quella esistente nella Chiesa cattolica romana. Tuttavia, in questo caso, nessuna delle due cose si verificherà.

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4. Questo potrebbe almeno essere considerato un atto di disobbedienza? — Sì, certo, almeno materialmente, poiché Roma non vuole che queste consacrazioni abbiano luogo.   5. Quindi peccano mortalmente attraverso la disobbedienza? No, perché in questo caso l’intenzione dell’autorità della FSSPX, dei consacranti e dei futuri consacrati sembra giusta. Essi invocano lo «stato di necessità», che giustificherebbe la «disobbedienza materiale». A questo proposito, non abbiamo alcuna ragione oggettiva per dubitare della loro coscienza o della loro retta intenzione, che è il bene delle anime affidate alle loro cure.   6. Ma la scomunica latae sententiae, cioè automatica e immediata, avverrà, non è vero? — Dal punto di vista canonico, sì; ma, a mio modesto parere, questa scomunica sarebbe nulla e priva di effetto. Credo che ci siano sufficienti ragioni teologiche e legali per giungere a questa conclusione, anche se so che molti canonisti mi contraddiranno da un punto di vista puramente legalistico. Tuttavia, ritengo che, oltre al motivo fondamentale dello «stato di necessità», manchi la “ragione formale” per cui questa pena dovrebbe applicarsi, non essendoci alcuna intenzione oggettiva di scisma formale o di creazione di una giurisdizione parallela, ripeto.   7. L’arcivescovo Lefebvre ricevette la pena della scomunica? — Sì, come probabilmente riceveranno questi vescovi; ma la sua scomunica era anche nulla, perché, sul piano soprannaturale del Corpo Mistico, questo vescovo non ha mai cessato di essere in comunione con la Chiesa.   8. Cosa intendi con questo? — L’essenza della comunione è triplice: dottrinale, sacramentale e gerarchica. Credo quindi che Mons. Lefebvre e, per estensione, la FSSPX, non abbiano negato nessuna di queste tre «dimensioni essenziali» della comunione ecclesiale.   9. La FSSPX è in comunione dottrinale? — Naturalmente, non ha mai smesso di insegnare ciò in cui la Chiesa ha sempre creduto.   10. Ma i lefebvriani non mettono forse in discussione costantemente i documenti del Concilio Vaticano II? Non respingono del tutto la questione, come comunemente si crede, dato che questi testi contengono elementi attinenti al depositum fidei. Tuttavia, affrontano, con spirito critico, alcune questioni «delicate», sulle quali la discussione teologica è legittima.   11. Come puoi dire una cosa del genere? — Posso dirlo perché la «natura» stessa del Concilio me lo consente.   12. Cosa intendi con questo? — Voglio dire che il Vaticano II è stato un concilio di «natura pastorale», non dogmatico; di conseguenza, non ha beneficiato del carisma dell’infallibilità, poiché in nessun punto è stato definito o condannato infallibilmente alcunché; questa è stata la decisione espressa della maggioranza dei padri conciliari. Tuttavia, nell’era postconciliare, nonostante questa «natura pastorale», alcuni hanno tentato di trasformare questo concilio in un «superdogma».   13. «Superdogma»? Non è irrispettoso? Perché usi la retorica lefebvriana? — In realtà sto usando le stesse parole di Joseph Ratzinger che, durante una visita ai vescovi del Cile (1988), usò questi stessi termini.   14. Inoltre, è vero che la FSSPX è in comunione sacramentale? — I suoi sacramenti non solo sono validi, ma vengono celebrati secondo i riti tradizionali che la Chiesa usa da tempo immemorabile.

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15. Ma è ovvio che la FSSPX non è in comunione gerarchica, non è vero? — Benché la sua «situazione istituzionale» sia irregolare e imperfetta dal punto di vista canonico, la Società continua a riconoscere il Papa di Roma come pastore supremo della Chiesa universale. Di fatto, riconosce e rispetta anche la giurisdizione di tutti i vescovi del mondo cattolico.   16. Dammi la prova di ciò che dici. — In ogni Messa della FSSPX, senza eccezioni, i sacerdoti nominano, nel canone della messa, il papa e il vescovo del luogo.   17. Non è un argomento molto debole? — Assolutamente no. La manifestazione più formale e pubblica del riconoscimento gerarchico avviene proprio nella Santa Messa, precisamente nel canone.   18. Sei un lefebvriano o un filo-lefebvriano? — Nessuna delle due, signore; sono indipendente. Sono semplicemente cattolico e, come tale, ho uno spirito critico, cioè la buona abitudine di usare ragione e discernimento.   19. Eppure, sembra che tu sia d’accordo con la FSSPX su tutto? — No, non lo sono. Su certi atteggiamenti e questioni non sono d’accordo, ma questi, a mio avviso, sono secondari e incidentali. Sugli «elementi essenziali», sono d’accordo al 100% con la Fraternità e, di conseguenza, non contribuirò alla sua ingiusta e sproporzionata «demonizzazione» pubblica.   20. Puoi dirmi qual è la cosa essenziale? — La cosa «essenziale» è la sua «cattolicità». Punto.   21. Ma non ti preoccupa la «tendenza» dei lefebvriani? — Sono più preoccupato per la moltitudine di individui eterodossi, blasfemi e sacrileghi che si trovano ovunque, soprattutto in Germania. Sono anche preoccupato per il doppio standard che sembra esistere nell’applicazione di punizioni e censure da parte delle autorità ecclesiastiche.   22. Quale soluzione vedi per l’attuale problema lefebvriano? — In primo luogo, penso che Roma dovrebbe mostrare buona volontà e accettare formalmente la consacrazione di questi futuri vescovi, riconoscendo al contempo i frutti spirituali dell’apostolato della FSSPX. Credo che questo sarebbe un vero gesto di misericordia e comprensione; queste due cose non sono incompatibili.   23. Non hai paura di essere criticato per queste opinioni? — No, perché sono un sacerdote della Chiesa cattolica, non il pastore di una setta; e, quindi, con tutto il rispetto, posso e devo esercitare, nella mia vita di fede, la vera libertà dei figli di Dio.   Dott. Mn Jaime Mercant Simó   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Vescovo della Costa d’Avorio trasferito da Papa Leone dopo aver chiesto ai laici di denunciare i preti impuri

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Papa Leone XIV ha trasferito un vescovo diocesano dell’Africa occidentale in un’arcidiocesi vicina per svolgere il ruolo di vescovo ausiliare, dopo che il vescovo aveva cercato di garantire che i sacerdoti sotto la sua cura vivessero vite sante e caste.

 

In quella che è stata definita una «mossa insolita ma non senza precedenti», il 19 febbraio Leone ha nominato il vescovo Gaspard Béby Gnéba vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Abidjan. Gnéba era in precedenza a capo della diocesi di Man, dove ha prestato servizio a partire dal 2008 all’età di 44 anni.

 

L’apparente retrocessione di Gnéba sembra essere stata il risultato di attriti sorti a seguito di una forte dichiarazione da lui pubblicata nel 2024, in cui incoraggiava il clero della diocesi a dedicarsi alla propria vocazione sacerdotale. Esortava anche i laici a informarlo di coloro che non si comportavano all’altezza del loro stato di vita.

 

«Qualsiasi fedele laico che sappia che un sacerdote non è fedele al suo celibato, che ha una moglie o un figlio, che ha commesso abusi sessuali o crimini economici, deve avere il coraggio di denunciarlo al vescovo», ha affermato Gnéba in una lettera pubblicata nel gennaio 2024.

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Un mese prima della sua lettera, nel dicembre 2023, i vescovi della Costa d’Avorio avevano esortato i sacerdoti a rimanere ortodossi astenendosi dal benedire le «coppie» omosessuali o altre persone in «situazioni irregolari».

 

«Noi, vostri Arcivescovi e Vescovi, vostre guide spirituali della Chiesa cattolica in Costa d’Avorio, riaffermiamo il nostro attaccamento ai valori della famiglia, del sacramento del matrimonio tra un uomo e una donna, come Dio ha voluto fin dall’inizio», ha affermato in una nota monsignor Marcellin Yao Kouadio, presidente della conferenza dei vescovi della Chiesa cattolica della Costa d’Avorio.

 

La decisione di Gnéba di esortare i laici a informarlo dei comportamenti scorretti del clero infastidì alcuni sacerdoti della diocesi. Le conseguenze sono divenute così intense che il Vaticano aveva commissionato una visita apostolica nell’agosto dello stesso anno. Infine, nel dicembre 2024, papa Francesco aveva chiesto all’ex arcivescovo di Abidjan, il cardinale Jean-Pierre Kutwa, di guidare la diocesi di Man come amministratore apostolico, mentre Gnéba rimase vescovo, ma in un ruolo chiaramente subordinato.

 

Il clero della diocesi era sconvolto per la retrocessione. Il 31 dicembre 2024, i sacerdoti della diocesi pubblicarono una lettera congiunta in cui esprimevano «rammarico» per la «situazione incresciosa» che aveva «travolto» la diocesi.

 

«Noi, sacerdoti della diocesi di Man, cogliamo l’occasione per esprimere la nostra profonda gratitudine agli arcivescovi e ai vescovi della Costa d’Avorio per i loro instancabili sforzi per risolvere questa crisi. Inoltre, esprimiamo il nostro più profondo rammarico per tutto quanto accaduto», si legge nella dichiarazione.

 

Giovedì 19 febbraio, Leone ha nominato Gnéba vescovo ausiliare di Abidjan, apparentemente nel tentativo di calmare la situazione nella diocesi, anche se alcuni lo considereranno sicuramente come una punizione nei confronti di un vescovo che voleva semplicemente assicurarsi che i sacerdoti non cadessero nel peccato.

 

L’arcidiocesi di Abidjan conta oltre 2,6 milioni di cattolici. Con Gnéba come unica sede ausiliare, sarà sicuramente richiesto un carico di lavoro maggiore.

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Mons. Schneider afferma che Leone gli ha detto di aver incontrato giovani convertiti attraverso la Messa in latino

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Il vescovo Athanasius Schneider ha recentemente dichiarato che papa Leone XIV gli ha confidato di aver incontrato giovani convertiti al cattolicesimo grazie alla Messa tradizionale. Lo riporta LifeSite.   Tale rivelazione è stata messa in evidenza dal corrispondente vaticanista del National Catholic Register, Edward Pentin, in un post su X, nel quale ha condiviso un’intervista rilasciata dal vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, al dott. Robert Moynihan, fondatore e direttore della rivista Inside the Vatican. «Ha detto di aver incontrato dei giovani che gli hanno detto che la loro conversione a Dio era dovuta alla messa tradizionale in latino», ha riferito Schneider a Moynihan. «Sono rimasto sorpreso di sentirlo dire dal Papa stesso. Quindi per me è stato un segno che aveva una certa sensibilità per questo argomento».   L’ammissione da parte di Leone assume un rilievo particolare se si considera che, fino ad oggi, egli ha consentito ai vescovi di applicare il motu proprio Traditionis Custodes del suo predecessore, il quale ha di fatto soppresso la messa tradizionale in tutto il mondo.

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Schneider ha spiegato a Moynihan di aver incontrato Leone per presentare due proposte: in primo luogo, ha sottoposto al papa una bozza di «Professione di fede», nella quale erano indicati punti relativi agli errori dottrinali «diffusi nel nostro tempo» oppure espressi in forma ambigua.   In secondo luogo, ha chiesto al pontefice di concedere una «pace liturgica» che «accordi gli stessi diritti» alla forma tradizionale del rito romano e al Novus Ordo Missae, e «li lasci coesistere pacificamente».   Il vescovo ha riferito di aver detto a Leone: «Quando lo farai, allora passerà alla storia come una Pax Liturgica Leonina».   Monsignor Schneider ha inoltre raccontato il mese scorso di aver personalmente suggerito a Leone l’emanazione di una costituzione apostolica al fine di creare un quadro giuridico stabile per la Messa latina tradizionale, con l’intento di superare le restrizioni attualmente in vigore sulla Messa latina tradizionale.   «Suggerirei, e l’ho proposto al Santo Padre, quando l’ho incontrato, di redigere un documento più solenne di un motu proprio», ha affermato Schneider. «Benedetto XVI ha redatto un motu proprio e Francesco un anti-motu proprio. Quindi, penso che non sarebbe così appropriato redigere di nuovo un anti-motu proprio contro Francesco, ma semplicemente un documento più solenne».

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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