Spirito
Mons. Viganò parla della chiesa ridotta a simulacro con un unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II
Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. La prima parte è stata pubblicata qui pochi giorni fa.

NON SEQUITUR
Ulteriori precisazioni in risposta alla replica del Prof. Daniele Trabucco
Non posso che condividere quasi tutto ciò che il prof. Trabucco ha argomentato in risposta al mio commento (1). Sul blog di Duc in Altum egli scrive infatti (2):
«Un santo che obbedisce a un provvedimento disciplinare ingiusto ma non contrario alla fede (come nel caso di Padre Pio) compie un atto di eroica abnegazione, perché riconosce che anche nella durezza e nell’iniquità il comando non rompe il legame con il deposito rivelato. Diversa è, invece, la situazione in cui un’autorità ecclesiastica comanda ciò che contraddice la fede: in quel caso l’ordine non è più autenticamente disciplinare, ma si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità. Qui il rifiuto non è ribellione, ma fedeltà».
Dato come valido questo principio – che faccio mio sine glossa – mi trovo però in difficoltà ad accettare come valida l’eccezione che Trabucco aggiunge subito dopo:
«Tuttavia (…) tale rifiuto non può mai tradursi in atti di natura scismatica, né in atteggiamenti che producano pubblico scandalo. Perché se è vero che disciplina e fede si completano, è altrettanto vero che la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico. Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale».
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È vero che «la disciplina, in quanto ordine visibile, serve anche a custodire l’unità della Chiesa. E l’unità è parte del bene comune soprannaturale del Corpo mistico». Ma l’unità che si ottiene mediante l’obbedienza è l’effetto e non la causa della professione della medesima Fede: si è uniti nella Chiesa sotto l’autorità del Romano Pontefice perché si crede la stessa dottrina, non l’inverso. Ed è questo l’errore che inficia l’argomentazione del prof. Trabucco sull’obbedienza.
Il rifiuto di obbedire a un’autorità ecclesiastica, quando essa comanda ciò che contraddice la Fede, non può costituire un attentato all’unità, perché è l’ordine illegittimo del Superiore ad essere di natura scismatica e di scandalo, non la disobbedienza del suddito fedele a Dio.
Se il rifiuto di obbedire a un’autorità o a un ordine illegittimi «non è ribellione, ma fedeltà»; se la Regula Fidei è il principio supremo che trova la propria ragione nella Verità coessenziale e consustanziale a Dio (3); se l’obbedienza stessa, come virtù morale, è ordinata al bene e quindi al Vero, perché Fede e disciplina, come afferma il prof. Trabucco, «pur diverse nell’oggetto, sono unite nel fine: la gloria di Dio e la salvezza delle anime»; come può il Professore affermare: «Non si può, dunque, difendere la verità della fede al prezzo di lacerare la comunione ecclesiale»? Posto un principio assoluto, com’è possibile derogarvi con un’eccezione che rende assoluta l’unità nell’obbedienza e relativa ad essa la Verità?
È vero il contrario: non si può difendere la comunione ecclesiale a prezzo di lacerare la Verità della Fede, perché è l’obbedienza ad essere ordinata alla Fede, e non viceversa (4).
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Aggiungo che chi contraddice, adultera o tace la Fede è il primo a dare scandalo, specialmente se si trova nella posizione di forza coercitiva di un Superiore ecclesiastico rispetto a un sacerdote o a un religioso; e che è dovere di ogni battezzato difendere e proclamare la sana dottrina e denunciare chi, costituito in autorità, ne abusa con gravissimo scandalo dei semplici, i quali giustamente sono abituati ad obbedire – istintivamente direi quasi – all’autorità della Gerarchia e considerano il suo traviamento come impensabile, in condizioni normali.
Ciò vale specialmente per il sacerdote sottoposto alla giurisdizione dei suoi Superiori e alle sanzioni che essi possono comminargli: la disobbedienza doverosa ad un ordine abusivo e illecito comporta sanzioni canoniche per chiunque doverosamente resista, come auspicato da Trabucco. È questo lo scandalo: non il denunciare la corruzione dell’Autorità ecclesiastica. Così come è uno scandalo che eretici, scismatici, corrotti e fornicatori notori non siano perseguiti ma anzi incoraggiati, mentre viene dichiarato scismatico e scomunicato chiunque denuncia la crisi, ne indica le cause e i responsabili, i quali da sessant’anni detengono fraudolentemente il potere e ne possono abusare a piacimento.
La Comunione dei Santi – che è archetipo e modello della comunione ecclesiale – è fondata in Dio, che è Verità, non obbedienza. Dio non è obbediente, perché ciò presupporrebbe un’autorità a Lui superiore. L’obbedienza del Figlio – factus obœdiens usque ad mortem (Fil 2, 8) – è unità di volontà (idem velle) tra le Tre Divine Persone, senza un interno rapporto gerarchico tra Loro (5).
Al tempo stesso, Dio è il destinatario principale di ogni obbedienza, perché obbedendo ai Superiori cui Egli ha concesso autorità, noi obbediamo comunque a Dio. Ma non può esistere obbedienza, se il Superiore che chiede di essere obbedito non riconosce a sua volta l’autorità di Dio sopra di sé. Quell’obbedienza accetterebbe la premessa, anche solo teorica, di poter disobbedire a Dio per obbedire agli uomini, contravvenendo il precetto di San Pietro (At 5, 29) e rendendo l’autorità terrena autoreferenziale e quindi potenzialmente tirannica.
In questo, il concetto di sinodalità si mostra come assolutamente eversivo dell’ordine voluto da Dio, in quanto manomette la struttura monarchica della Chiesa – sul modello di Cristo Re e Pontefice che ne è Capo – facendo risiedere la sovranità nel popolo (anche se in realtà il potere, come nelle repubbliche civili, è nelle mani di un’élite) e affermando «che Cristo abbia voluto che la Sua Chiesa fosse governata nel modo di una repubblica» (6).
Solo la sottomissione universale a un Dio verace e buono rende l’obbedienza mezzo sicuro di santità per chi obbedisce ai Superiori. Ed è per questo che abbiamo la ragione e il sensus Fidei: per discernere quando l’obbedienza è un atto virtuoso e quando invece «si trasforma in una deviazione che colpisce la stessa ratio dell’autorità».
Se il prof. Trabucco riconosce la possibilità che vi siano Superiori ecclesiastici che impartono ordini contrari alla Fede o alla Morale (una possibilità peraltro confermata da quotidiani abusi dell’autorità contro i Cattolici tradizionali e da altrettanto quotidiane tolleranze verso scandali inauditi), egli deve anche ammettere da parte del sottoposto la possibilità che questi respinga gli ordini illegittimi del Superiore. La scala gerarchica della Chiesa consente di adire un’Autorità superiore quando ci si trova in conflitto con un’altra autorità a questa sottoposta.
Ma se i vertici della scala gerarchica – in questo caso, il Romano Pontefice e i Dicasteri Romani – sono essi stessi coinvolti in un generale sovvertimento della Fede (ad iniziare dalla recente dichiarazione di Leone secondo cui « «dobbiamo cambiare gli atteggiamenti» prima di poter cambiare la dottrina) (7) è evidente che il ricorso gerarchico è impraticabile e che nessuna autorità terrena può porre rimedio alla disobbedienza dei Superiori.
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In sostanza: nell’evidente disobbedienza generale dell’Autorità a tutti i livelli, come può rimanere obbediente un sacerdote o un semplice fedele ad essa sottoposto, se non continuando ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini?
Questo è il vero olocausto della volontà di cui parlano i mistici: saper essere obbedienti fino alla morte, e alla morte di croce, nell’obbedienza a Dio. Ma mai, per nessun motivo, poter nemmeno immaginare di obbedire cortigianamente a Superiori eretici e scismatici, per timore di infrangere «con atti di natura scismatica» l’apparente unità della loro chiesa.
Perché quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo. Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali.
Sul resto, in nome dell’unità ecumenica e sinodale, Leone ha esplicitamente detto che si può tranquillamente glissare, compreso il Filioque [8]. Ma sul Vaticano II no: esso è atto fondativo di una chiesa che nasce nel 1962 e che rivendica l’autorità della vera Chiesa, dal cui Magistero prende però le distanze e si oppone.
Ci troviamo dunque dinanzi ad un’Autorità – l’autorità suprema – palesemente disobbediente a Cristo Capo del Corpo Mistico, ma che usurpando l’autorità di Cristo pretende di decidere in cosa il sottoposto debba esserle obbediente, disobbedendo ai comandi di Dio.
Possiamo anche solo immaginare di poter riconoscere come legittima questa autorità e di doverle obbedienza, per non lacerare quell’unità che la Gerarchia ha già infranto con la propria disobbedienza a Dio? Dovremmo forse ratificare i suoi abusi, rendendoci complici dei traditori della Verità?
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
23 Settembre 2025
S.cti Lini Papæ et Martyris
S.ctæ Theclæ Virginis et Martyris
NOTE
1) Cfr. https://exsurgedomine.it/250917-trabucco-ita/
3) Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 2: Dio è la verità stessa – ipsa veritas –, e tutto ciò che è vero deriva da Lui, perché Egli è l’origine di ogni verità.
4) Lo ricorda anche il decreto del Sant’Uffizio del 20 Dicembre 1949 a condanna del movimento ecumenico: Questa unità non può essere raggiunta se non nel riconoscimento della verità cattolica.
5) Sant’Agostino, In Joannis Evangelium tractatus, 51, 8: L’obbedienza di Cristo non è una diminuzione della Sua divinità, ma un’espressione della Sua perfetta unione con il Padre, poiché la volontà del Figlio è una con quella del Padre.
6) Pio VI, Breve Super soliditate del 28 novembre 1786, a condanna del febronianesimo. Questa dottrina si inserisce nel contesto dell’Illuminismo e delle tensioni tra il potere temporale degli Stati e l’autorità della Chiesa Cattolica, promuovendo una visione che limitava il primato del Papa e rafforzava l’autonomia delle Chiese nazionali e dei Vescovi locali. Febronio (pseudonimo di Johann Nikolaus von Hontheim, Vescovo di Treviri) sosteneva che l’autorità del papa non fosse assoluta, ma derivasse dalla Chiesa universale, intesa come comunità dei fedeli e dei Vescovi. Il febronianesimo influenzò anche il Conciliabolo di Pistoia (1786), nel quale compaiono sostanzialmente identiche le medesime istanze ereticali che ritroveremo nel Vaticano II.
7) Cfr. https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/09/papa-leone-parla-con-elise-ann-allen-di.html
8) Cfr. https://youtube.com/watch?v=IkPJn2L9BBs&si=oGcPhGwR5nxQ6jva
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Leone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
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Spirito
Mons. Strickland: mons. Lefebvre e la crisi della fede nel soprannaturale
Renovatio 21 riporta le parole del vescovo emerito di Tyler, Texas, Joseph P. Strickland, pronunciate durante il podcast dello scorso 14 agosto 2026 e intitolato «Una Chiesa senza Dio».
Una domanda mi pesa sul cuore ed è difficile da porre: «Stiamo diventando una chiesa senza Dio?»
Naturalmente, non intendo dire che Dio abbia abbandonato la sua Chiesa. Gesù Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Né intendo dire che non ci siano innumerevoli cattolici fedeli, santi sacerdoti, religiosi, vescovi, padri e madri che amano profondamente Dio e si sforzano ogni giorno di vivere la fede cattolica.
Vorrei dire un’altra cosa.
Mi chiedo se non abbiamo gradualmente sviluppato un modo di concepire la Chiesa – un modo di governarla, di parlarne, di celebrare il culto al suo interno e di determinarne le priorità – che funziona sempre più come se il soprannaturale non fosse più la sua realtà centrale. Perché il cattolicesimo è soprannaturale, altrimenti non è nulla.
Consideriamo la fede cattolica che i nostri antenati conoscevano. Credevano nel paradiso. Credevano nell’inferno. Credevano negli angeli e nei demoni. Credevano che Satana fosse reale e che anche la guerra spirituale fosse reale. Credevano nei miracoli. Credevano nella Madonna e nell’intercessione dei santi. Credevano che il peccato potesse distruggere la vita di grazia nell’anima. Credevano che la confessione potesse restituire quella vita. Credevano che quando il sacerdote pronunciava le parole della consacrazione all’altare, il pane e il vino diventassero veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Credevano nella realtà dell’eternità.
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E poiché credevano in queste cose, vivevano in modo diverso. Costruivano chiese magnifiche perché Dio era lì. Si inginocchiavano perché Dio era lì. Parlavano a bassa voce nelle chiese perché Dio era lì. Si confessavano perché il peccato era reale. Digiunavano perché la penitenza era reale. Pregavano per i morti perché il purgatorio era reale. Recitavano il Rosario perché credevano che la Madre di Dio li ascoltasse veramente. Trascorrevano un’ora in presenza del Santissimo Sacramento perché credevano di trovarsi al cospetto di Gesù Cristo.
I cattolici delle generazioni passate avevano certamente i loro peccati e le loro mancanze. Non c’è mai stata un’età dell’oro in cui tutti erano santi. Ma la vita cattolica veniva compresa all’interno di una cornice soprannaturale. E temo che, per decenni, abbiamo smantellato questa cornice.
Prestate attenzione al linguaggio che si usa oggi nella Chiesa. Sentiamo continuamente parlare di ascolto, dialogo, accompagnamento, inclusione, incontro, sinodalità, cammino comune, fraternità umana.
Questi termini possono avere un significato legittimo. Ascoltare può essere una cosa positiva. Il dialogo può essere necessario. Dobbiamo certamente sostenere le persone con carità e compassione.
Ma dobbiamo chiederci: «dov’è Dio in tutto questo?» Parlando tra di noi, stiamo ancora parlando con Lui?
E quando ascoltiamo, ascoltiamo prima la voce di Dio, oppure ascoltiamo per stabilire se ciò che Dio ha già rivelato non debba, in un modo o nell’altro, essere riconsiderato? La differenza è immensa.
La Chiesa non ha ricevuto il Vangelo da un gruppo di discussione. La verità non ci è stata data per consenso. Gesù Cristo non chiese agli Apostoli di andare nel mondo per scoprire in cosa credesse l’umanità. Disse loro: «andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».
Alla Chiesa è stato affidato qualcosa: un deposito di fede, una rivelazione, una verità che viene da Dio. Il nostro compito non è reinventarla. Il nostro compito è riceverla, custodirla, viverla e trasmetterla.
Oltre un secolo fa, papa San Pio X individuò un pericolo che si stava sviluppando all’interno del pensiero cattolico. Lo chiamò Modernismo. Capì che il Modernismo non era semplicemente un’eresia isolata tra le tante, ma che attaccava qualcosa di più profondo: i fondamenti stessi che ci permettono di conoscere e ricevere la verità rivelata.
Se la verità religiosa dipende in ultima analisi dall’esperienza umana, dalla coscienza o dallo sviluppo storico, allora l’uomo diventa gradualmente il giudice della Rivelazione, anziché la Rivelazione essere il giudice dell’uomo.
Ecco perché San Pio X combatté il modernismo con tanto vigore. Ecco perché la Chiesa un tempo richiedeva il giuramento antimodernista. Ed ecco perché uomini come l’arcivescovo Marcel Lefebvre in seguito avvertirono che il modernismo non era scomparso.
Non è necessario approvare tutte le decisioni prese dall’arcivescovo Lefebvre per riconoscere la gravità della questione da lui sollevata. Cosa accade quando la Chiesa comincia ad adattarsi allo spirito dei tempi? Cosa accade quando il desiderio di essere accettata dall’uomo moderno diventa più forte del desiderio di convertirlo?
Dietrich von Hildebrand individuò il problema con notevole chiarezza quando mise in guardia dal porre l’unità al di sopra della verità. In definitiva, infatti, il primato della verità è il primato di Dio. Qui sta il nocciolo della questione.
Quando il soprannaturale comincia a scomparire, le conseguenze si diffondono ovunque. Si pensi al peccato. Se il paradiso e l’inferno sono realtà, allora il peccato mortale è di estrema gravità. Se un’anima può essere separata dalla grazia santificante, avvertire qualcuno del pericolo del peccato non è un atto di odio, ma di amore.
Se vedessi qualcuno camminare verso il bordo di un precipizio, la compassione mi imporrebbe di rimanere in silenzio con il pretesto che le mie urla potrebbero metterlo a disagio? Certo che no. Urlerei proprio perché lo amo.
Per duemila anni, la Chiesa ha chiamato uomini e donne al pentimento perché crede che la loro eternità sia in gioco. Ma cosa succede quando perdiamo questa prospettiva soprannaturale?
Il peccato si trasforma gradualmente in qualcos’altro. Invece di chiederci se un atto sia conforme alla legge di Dio, iniziamo a chiederci se la persona si senta accettata. Gli insegnamenti riguardanti il matrimonio, la sessualità e la persona umana diventano sempre più difficili da proclamare perché la cultura li ha rifiutati.
La Chiesa deve sempre accogliere ogni persona con carità. Ogni essere umano possiede dignità. Nessun cattolico dovrebbe trattare un’altra persona con odio o disprezzo. Ma la carità non può consistere nel dire a qualcuno che ciò che Dio ha chiamato peccato non è più peccato. Questa non è misericordia. Perché se il peccato non è reale, il pentimento diventa inutile. Se il pentimento è inutile, lo è anche il perdono. E se il perdono è inutile, la Croce stessa, in definitiva, diventa inutile.
Perché l’umanità avrebbe bisogno di un Salvatore se il suo problema fondamentale è semplicemente che non ci siamo ascoltati abbastanza a vicenda?
Lo stesso problema può sorgere nei nostri rapporti con le altre religioni. Dobbiamo trattare le persone di tutte le fedi con dignità. Dobbiamo adoperarci per la pace. Dobbiamo opporci all’odio e alla persecuzione. Ma non dobbiamo mai dimenticare la ragion d’essere della Chiesa.
Gesù Cristo non è semplicemente un altro maestro religioso. Egli è il Figlio di Dio. Ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
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Queste parole non possono essere semplicemente accostate a tutte le altre affermazioni religiose, come se tutte le strade conducessero in definitiva alla stessa cosa. Se Gesù Cristo è veramente Dio, allora l’evangelizzazione è importante. La conversione è importante. Il battesimo è importante. La missione è importante. La salvezza è importante.
Ancora una volta, il soprannaturale cambia tutto.
E questo ci porta ai vescovi.
Parlo in qualità di vescovo e, pertanto, mi rivolgo prima a me stesso.
Ogni vescovo comparirà davanti a Gesù Cristo. Non compariremo davanti a una commissione. Non compariremo davanti ai media. Non compariremo davanti a politici, donatori, consulenti o all’opinione pubblica. Compariremo davanti a Cristo. E saremo ritenuti responsabili delle anime affidate alle nostre cure.
Il vescovo non è semplicemente un amministratore. Non è il direttore di una filiale appartenente a un’organizzazione religiosa internazionale.
La Lumen Gentium stessa ci ricorda che i vescovi non dovrebbero essere considerati semplici vicari del Romano Pontefice. I vescovi sono i vicari e gli ambasciatori di Cristo. Questo dovrebbe far tremare ogni vescovo.
Nel corso della storia della Chiesa, ci sono stati momenti in cui i vescovi hanno dovuto resistere a potenti correnti di errore. Si pensi a Sant’Atanasio. Si pensi a San Giovanni Fisher. Si pensi agli innumerevoli vescovi che hanno subito l’esilio, la prigione e persino la morte piuttosto che compromettere la fede.
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Da dove viene questo coraggio? Viene da una fede soprannaturale.
Se questo mondo è tutto ciò che esiste, proteggi la tua posizione. Proteggi la tua reputazione. Proteggi la tua carriera. Evita le controversie. Preserva il tuo benessere.
Ma se l’eternità è reale, tutto cambia. Pertanto, perdere una posizione non è nulla. Perdere la popolarità non è nulla. Perdere l’approvazione dei potenti non è nulla.
L’unica domanda che conta davvero è questa: «Sono stato fedele a Gesù Cristo?»
Anche la Chiesa è diventata stranamente a disagio con l’idea di condanna. Noi preferiamo il dialogo. E, ripeto, il dialogo ha la sua importanza. Ma a volte un pastore deve dire di no.
Questo vale per ogni famiglia. Un padre affettuoso non approva tutto ciò che i suoi figli decidono di fare. A volte l’amore richiede che dica: «No. Questo ti farà male».
Storicamente, la Chiesa ha inteso la condanna dottrinale in modo molto simile. Gli anatemi non erano intesi come espressioni di odio. Stabilivano dei limiti perché la Chiesa credeva che l’errore potesse sviare le anime. Per questo motivo, il concetto talvolta chiamato «anatema caritatevole» merita di essere preso in considerazione.
Se l’eresia può allontanare le anime da Cristo, correggerla è un atto di carità. Se il peccato mortale può separare un’anima da Dio, mettere in guardia contro di esso è un atto di carità. Se ricevere la Santa Comunione indegnamente può costituire sacrilegio, proteggere l’Eucaristia è un atto di carità.
Forse siamo diventati così restii a condannare l’errore non perché abbiamo scoperto una carità superiore a quella dei santi, ma perché abbiamo perso la convinzione che l’errore comporti conseguenze eterne. E se così fosse, ci ritroviamo ancora una volta di fronte allo stesso problema: la perdita del soprannaturale.
Ma non voglio che questo messaggio sia un messaggio di disperazione. Perché sta succedendo qualcos’altro. Ovunque vada, incontro cattolici che hanno fame. Non hanno fame di un nuovo programma, di un nuovo comitato o di un nuovo incontro di ascolto. Hanno fame di Dio.
I giovani cattolici stanno riscoprendo l’adorazione eucaristica. Le famiglie stanno riscoprendo il Rosario. Le persone leggono le vite dei santi. Scoprono i miracoli eucaristici. Scoprono il digiuno e le devozioni tradizionali. Molti sono attratti dalla bellezza e dalla riverenza della Messa tradizionale in latino.
Per quello ?
Non credo che si tratti semplicemente di nostalgia.
Molti di questi giovani non hanno memoria del vecchio mondo cattolico. Non l’hanno mai conosciuto. Ciò che cercano è la trascendenza. Cercano qualcosa che non provenga da loro stessi. Vogliono il mistero. Vogliono la riverenza. Vogliono il sacrificio. Vogliono la verità.
In definitiva, desiderano Dio.
E forse comprendono qualcosa che i pianificatori ecclesiastici hanno dimenticato: se la Chiesa offre al mondo solo ciò che il mondo già può offrire, allora il mondo non ha bisogno di noi. Il mondo ha già organizzazioni umanitarie. Ha movimenti sociali. Ha conferenze. Ha terapisti. Ha organizzazioni di comunità. Ha movimenti politici. Ha innumerevoli opportunità di dialogo.
Ciò che il mondo non può donarsi è la grazia soprannaturale. Il mondo non può assolvere un solo peccato. Il mondo non può consacrare l’Eucaristia. Il mondo non può donarci il Corpo e il Sangue di Cristo. Il mondo non può aprire il cielo.
Solo Cristo può salvare. E Cristo ha affidato la sua missione salvifica alla sua Chiesa.
Qual è dunque la risposta? Non è l’amarezza. Non è la rabbia. Non è una nuova fazione cattolica. E, fondamentalmente, ciò di cui abbiamo bisogno non è una Chiesa più rigida.
Abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a credere.
Una Chiesa che crede che Gesù Cristo sia veramente presente nel tabernacolo. Una Chiesa che crede che la confessione restituisca la vita alle anime spiritualmente morte. Una Chiesa che crede che la Madonna e i santi intercedano veramente per noi. Una Chiesa che crede che gli angeli siano reali. Una Chiesa che crede che i demoni siano reali. Una Chiesa che crede che i miracoli accadano ancora. Una Chiesa che crede che la Scrittura sia la Parola di Dio. Una Chiesa che crede nella realtà del peccato. Una Chiesa che crede nella realtà della misericordia. Una Chiesa che crede nella realtà del giudizio. Una Chiesa che crede che il paradiso valga la pena di sacrificare tutto per raggiungerlo.
E quindi una Chiesa che abbia il coraggio di dire la verità anche quando ciò le costa qualcosa.
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Le Sacre Scritture ci offrono parole di cui il nostro tempo ha disperatamente bisogno: «Comportatevi da forti, ed abbiate coraggio; non abbiate timore, e non v’impaurite davanti a loro, perchè il Signore Dio tuo è egli stesso il tuo condottiero e non ti lascerà nè t’abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).
Perché abbiamo paura? Perché un vescovo dovrebbe avere paura di proclamare ciò che Cristo ha rivelato? Perché un sacerdote dovrebbe avere paura di predicare sul peccato? Perché i genitori dovrebbero avere paura di insegnare ai propri figli che la verità cattolica è veramente vera? Perché i cattolici dovrebbero vergognarsi di parlare di miracoli? Perché dovremmo vergognarci dei santi? Perché dovremmo parlare a bassa voce del diavolo quando la Scrittura parla chiaramente di guerra spirituale? Perché dovremmo scusarci per credere che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo?
San Paolo ci dice: «è la nostra lotta col sangue e colla carne, ma contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria.» (Efesini 6,12).
O è vero, o non lo è.
Se ciò è vero, forse è giunto il momento che i cattolici inizino a vivere come se lo fosse.
Forse la crisi più profonda del cattolicesimo non è, in definitiva, la crisi liturgica. Non è la crisi sessuale. Non è la crisi delle vocazioni. Non è la crisi dell’autorità episcopale. Non è nemmeno la crisi dottrinale.
Dietro tutte queste crisi si cela forse qualcosa di ancora più profondo: una crisi di fede nel soprannaturale.
Crediamo veramente che Dio abbia parlato? Crediamo che la sua verità rimanga tale anche quando il mondo la rifiuta? Crediamo nella realtà dell’eternità? Crediamo che le anime possano perire? Crediamo che le anime possano essere salvate? Crediamo che Gesù Cristo sia Dio?
Se crediamo veramente in queste cose, le nostre chiese dovrebbero avere un aspetto diverso. La nostra predicazione dovrebbe avere un tono diverso. Il nostro culto dovrebbe assumere una forma diversa. Le nostre famiglie dovrebbero vivere in modo diverso. E i nostri vescovi dovrebbero guidare in modo diverso.
Possiamo avere i nostri sinodi. Possiamo avere i nostri comitati. Possiamo redigere i nostri documenti. Possiamo tenere le nostre riunioni. Possiamo impegnarci nel dialogo. Possiamo ascoltare. Possiamo accompagnare. Ma se, a un certo punto del cammino, Dio diventa secondario, verso cosa stiamo esattamente viaggiando insieme?
La Chiesa non ha bisogno di assomigliare di più al mondo per salvare il mondo. Ha bisogno di diventare più pienamente ciò che Gesù Cristo ha stabilito che essa sia.
Abbiamo bisogno che i confessionali tornino a essere pieni. Abbiamo bisogno che le famiglie preghino il Rosario. Abbiamo bisogno del digiuno. Abbiamo bisogno della penitenza. Abbiamo bisogno di riverenza davanti alla Santa Eucaristia. Abbiamo bisogno di sacerdoti che predichino le verità eterne. Abbiamo bisogno di vescovi disposti a soffrire per queste verità. Abbiamo bisogno di chiese dove chiunque varchi la soglia senta immediatamente: Dio è qui.
Ciò che spaventa non è solo che il mondo abbia imparato a vivere senza Dio. Gran parte del mondo lo ha chiaramente fatto. La possibilità spaventosa è che anche la Chiesa possa imparare a funzionare senza di Lui.
Una chiesa brulicante di attività. Una chiesa piena di conversazioni. Una chiesa piena di programmi, processi, riunioni e documenti. Eppure, una chiesa in cui il Dio soprannaturale era stato in qualche modo silenziosamente relegato ai margini.
Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che ciò accada. La risposta non è un nuovo programma. La risposta è Gesù Cristo.
Rimettiamolo al centro. Ritorniamo al Suo Cuore Eucaristico. Ritorniamo alla confessione. Ritorniamo alla preghiera. Ritorniamo alla Sacra Scrittura. Ritorniamo alla fede che ci è stata tramandata. Ritorniamo alla Madonna. Ritorniamo ai santi. Ritorniamo al sacrificio. Ritorniamo alla riverenza. Ritorniamo al soprannaturale.
E non abbiate paura. Perché il mondo non ha bisogno di una Chiesa senza Dio, ma della Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa del Dio vivente.
Possa il Signore darvi forza, la Madonna proteggervi con il suo manto e possiate rimanere saldi nella vera fede, qualunque prova vi attenda.
E che Dio Onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
E così sia.
Vescovo Joseph E. Strickland,
Vescovo emerito
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Immagine di Jim, the Photographer e Stv26 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata, rimodificata ed estesa digitalmente
Spirito
Lo Spirito Santo non si contraddice
VIII. Lo Spirito Santo, santificatore delle anime e anima della Chiesa
67. Io professo che lo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità, vero Dio con il Padre e il Figlio, ha parlato per mezzo dei profeti, ha ispirato le Scritture, ha santificato i giusti, ha formato l’umanità del Verbo incarnato nel grembo verginale di Maria, ed è stato visibilmente inviato a Pentecoste per manifestare la Chiesa e darle vita fino alla fine dei tempi. 68. Credo che, inviato dal Padre e dal Figlio, egli rimanga nella Chiesa fino alla fine dei tempi, secondo la promessa del Signore. Egli è l’anima increata della Chiesa, non come forma sostanziale che annullerebbe la distinzione tra Cristo e i suoi membri, ma come principio invisibile e causa efficiente della sua vita soprannaturale, della sua unità di professione di fede e di culto, della santità del suo governo e del suo Magistero, e della sua fecondità nelle opere. 69. Affermo che tutta la vita della Chiesa dipende dalla sua azione. È lui che assiste il Magistero ecclesiastico, specialmente quello del Papa, affinché esso custodisca, dichiari e spieghi senza errore il deposito rivelato: non perché inventi nuove dottrine, ma perché penetri più profondamente, nello stesso senso e nello stesso significato, la verità già rivelata da Dio agli Apostoli.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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