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Il Concilio Vaticano II fatto per disperdere il gregge ed abbandonarlo ai lupi: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò per la festa di San Carlo Borromeo (4 novembre 2024).

 

 

SERVUS, PATER, ET ANGELUS

Omelia nella festa di San Carlo Borromeo, vescovo e confessore

Sacerdos et Pontifex,
et virtutum opifex.

 

Quattrocentoquarant’anni fa, il 3 Novembre del 1584, San Carlo Borromeo rendeva l’anima a Dio all’età di quarantasei anni.

 

Apparteneva all’antica e nobile famiglia padovana dei Buon Romeo, che aveva il proprio castello e la contea ad Arona, sul Lago Maggiore. Tonsurato a soli sette anni, a partire dal Novembre del 1552 fu studente di diritto a Pavia, divenne dottore in utroque jure nel 1559.

 

Votato alla Prelatura in quanto cadetto, iniziò la carriera ecclesiastica a ventidue anni, quando lo zio Giovanni Angelo de Medici – eletto Papa col nome di Pio IV – gli conferì importanti incarichi: Abate commendatario di una dozzina di Abbazie, Legato delle Romagne, protettore del Regno di Portogallo e dei Paesi Bassi, Arciprete di Santa Maria Maggiore, Gran Penitenziere, amministratore della Diocesi di Milano, e poi Segretario di Stato.

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La vita del giovane Carlo fu dedicata al servizio della Chiesa e del Papato, sicché il cognome Buon Romeo pare perfettamente esprimere la fede del pellegrino che fa volta verso la Roma dei Martiri, la Roma di Pietro e Paolo, e la Roma della grande Riforma Cattolica e del Concilio di Trento.

 

Il suo ideale presbiterale consisteva nel creare un corpo, distinto dagli altri, le cui parti si collegavano organicamente e obbedivano tutte a una testa. «Voi siete i miei occhi, le mie orecchie, le mie mani» diceva Carlo ai suoi sacerdoti: questa metafora aveva in lui valore letterale.

 

Fondò gli Oblati di Sant’Ambrogio, prendendo ad esempio le costituzioni degli Oratoriani di San Filippo Neri. La sua congregazione costituiva un corpo di volontari a disposizione del Vescovo, ben addestrati e formati, disposti ad assumere incarichi difficili e impegnativi. Gli Oblati vennero impiegati per la direzione dei Seminari e, soprattutto, per la predicazione delle missioni al popolo.

 

Il loro carisma, nel quale si ravvisano molti elementi ignaziani, consisteva nel tenere viva una spiritualità contrassegnata dall’appartenenza al Clero diocesano, dal voto di obbedienza al Vescovo e dalla salvaguardia degli elementi propriamente ambrosiani. 

 

La situazione della Chiesa nel Cinquecento non era delle migliori. Al decadimento morale dei laici e del Clero a causa della secolarizzazione indotta dalla cultura del Rinascimento – di netta impostazione neopagana, cabalistica ed esoterica nei ceti dirigenti – si accompagnava una scarsa formazione dottrinale.

 

La corruzione della Curia Romana, presa a pretesto dagli eretici per attaccare il Papato, rendeva assai arduo il governo della Chiesa e ben poco efficace il ministero dei Pastori. 

 

Il Concilio tridentino, cui Borromeo collaborò attivamente, giunse a sanare questa crisi ecclesiale con una grande riforma che diede nuovo impulso all’intera società, non solo sotto un profilo religioso, ma anche morale, culturale, artistico ed economico. Esso diede inizio alla fondazione dei Seminari, grazie ai quali i chierici erano preparati ad affrontare gli impegni sacerdotali nelle varie discipline ecclesiastiche.

 

I Papi e i vescovi tridentini si comportarono insomma in modo diametralmente opposto a ciò che fecero i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II, che usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi.

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Se San Carlo fu infiammato di amore per la Messa e per la Santissima Eucaristia – famose le sue omelie al popolo e le sue meditazioni al clero su questo tema – i vescovi di tre secoli dopo ne calpestarono l’eredità, indebolendo proprio quei due presidi dell’ortodossia cattolica che nuovamente erano minacciati dal neoprotestantesimo di cui essi si facevano promotori.

 

Se San Carlo fu devoto fautore del culto mariano, del quale comprendeva la forte valenza antiprotestante, i fautori del Vaticano II cercarono in tutti i modi di indebolirlo, per favorire colpevolmente il dialogo ecumenico. E quei Seminari e Atenei che il Borromeo fondò per la difesa della Fede e la disciplina del clero, trecento anni dopo divennero ricettacoli di ribelli e di fornicatori.

 

E ciò non avvenne per un caso, ma per la deliberata e scellerata volontà di distruggere quel modello che si era rivelato incontestabilmente efficace, affinché la Chiesa Cattolica si ritrovasse come e peggio che nel Cinquecento.

 

Il modello dei beni fondiari di cui la famiglia Borromeo era proprietaria e il suo spirito genuinamente lombardo, ispirò San Carlo nel governo della Chiesa.

 

La sua economia pastorale ne portò il segno e consistette nel distribuire «terre» a buoni fittavoli (i pastori), a visitarli e controllarli. Essa era geografica e territoriale, mirava ad un miglior rendimento in termini di raccolti e di «frutti» dei terreni – le parrocchie – affidati ad economi zelanti.

 

L’insieme dei testi votati dal Concilio di Trento nel 1562-63 presentava l’ideale, offerto ad un’ambizione più alta e legato all’urgenza dei tempi, della eminente dignità e dei doveri del vescovo. Per tutta la vita i Canones reformationis generalis di Trento ebbero per San Carlo il valore di una rivelazione decisiva. Egli assistette e collaborò alla produzione di questa immagine del vescovo, uomo d’azione: «huomo di frutto et non di fiore, de’ fatti et non di parole» a dire del Cardinal Seripando.

 

Il Borromeo non poteva concepire la Fede senza le opere – dottrina fondamentale del Tridentino, negata dal sola fides dai Protestanti – e la sua vita fu un monumento all’azione pastorale, nutrita di solida spiritualità e di un grande amore per il popolo, per i poveri, per i bisognosi.

 

Anche in questo, significativamente, il suo esempio è eloquentissimo: il suo impegno nella cura degli appestati durante la peste che colpì Milano nel 1576-1577 lo portò a indire processioni penitenziali e a visitare e comunicare personalmente i malati nei lazzaretti.

 

I pavidi cortigiani, figli del Vaticano II, che qualche anno fa si sono rintanati nelle loro Curie proibendo addirittura la celebrazione della Messa durante la farsa pandemica, dovrebbero arrossire di vergogna dinanzi allo zelo di San Carlo e del suo Clero. 

 

Una regola data ai sacerdoti dal Tridentino era: Se componere (Conc. Trid., VIII, p. 965), conformarsi al ruolo, trasformarsi alla lettera: «È tanto il desiderio mio che hormai s’attenda ad exequir, poi che sarà confirmato questo Santo Concilio conforme al bisogno che ne ha la Christianità tutta e non più a disputare».

 

Il Borromeo non fu teologo, né grande disputatore – motivo per cui non lo vediamo annoverato tra i Dottori della Chiesa – ma pastore, ossia fedele esecutore. «Noi vorremmo avere osservato diligentemente tutto ciò che è stato prescritto in tutti i Sinodi precedenti» disse nel 1584.

 

E ancora: «La vita di un Vescovo deve regolarsi […] unicamente secondo le leggi della disciplina ecclesiastica».

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Quale abisso, cari fratelli, separa questa stirpe di santi Prelati da coloro che oggi ne hanno preso il posto! L’obbedienza di quelli si è mutata in ribellione di questi, la povertà in brama di beni e potere, la castità in vizi e fornicazione, la fedeltà al Magistero in ostentato incoraggiamento dell’eresia.

 

San Carlo sapeva anche scegliere i propri collaboratori, spesso sottraendoli ad altre Diocesi, al punto che San Filippo Neri, con la confidenza usuale tra Santi, lo chiama «ladro di vescovi». Quando divenne Arcivescovo di Milano, nel 1564, egli indisse il Sinodo diocesano e raccolse i suoi milleduecento sacerdoti per dettar loro un programma di applicazione dei decreti tridentini e una serie di misure disciplinari (residenza, riduzione del numero dei benefici, moralità, studi ecclesiastici, pratiche pastorali) che non mancò di sollevare proteste, specialmente quando egli applicò multe pecuniarie ai chierici disobbedienti.

 

Affidò il Seminario ambrosiano ai Gesuiti, continuando a vigilare e sorvegliare nei minimi dettagli la vita dei giovani che vi si formavano. L’istituto della Visita pastorale fu uno strumento che consentì a San Carlo di seguire la vita delle parrocchie, facendo sì che i Decreti del Concilio di Trento trovassero piena applicazione.

 

Quando nel 1565 morì lo zio Pio IV de Medici e nel 1566 venne eletto Pio V Ghisiglieri, il Borromeo si dedicò interamente alla cura animarum nella propria Diocesi.

 

Qui combatté strenuamente il diffondersi delle eresie luterane, calviniste, zwingliane ed infine anabattiste che trovavano seguaci presso gli Agostiniani, i Francescani e i Domenicani. Ma contro le ribellioni, le sette, i carnevali e le concussioni – i suoi principali avversari – San Carlo preferiva i rigori della predicazione o della legge ecclesiastica, più che le interferenze del potere temporale, all’epoca sotto la dominazione spagnola.

 

Forte dell’esempio del suo illustre predecessore Sant’Ambrogio, mai egli si piegò allo strapotere dell’autorità civile, alla quale non esitò a comminare anche la scomunica. Il Borromeo creò così un corpo d’élite, grazie a istituzioni modello in cui tutti i metodi applicati nella Diocesi potevano funzionare in modo esemplare: «Nihil magis necessarium aut salutare videri ad restituendum veterum ecclesiasticorum disciplinam quam Seminarii institutionem». Niente sembra più necessario o salutare per restaurare l’antica disciplina degli ecclesiastici che l’istituzione di Seminari.

 

San Carlo si occupò delle vocazioni tardive, dei curati di villaggio, dei piccoli seminari, della formazione ecclesiastica nei cantoni Svizzeri limitrofi, il Ticino e i Grigioni. Ma l’élite che vi si formava non era quella della ricchezza o della nobiltà né quella del sapere: i poveri vi erano largamente ricevuti e finanziariamente aiutati.

 

Contro la lethargia dei preti e dei vescovi egli oppose l’ascesim, per farne servi, patres, et angeli. Servitori del Vescovo nel suo servizio dei fedeli; padri delle anime, sull’esempio dei Padri della Chiesa antica e dei loro successori; angeli, infine, per l’imitazione di un ordine gerarchizzato, per la castità che vale loro una posterità spirituale, e per il loro statuto di esseri separati.

 

I balli o le superstizioni che egli soppresse, le sostituì non con discorsi, ma con gesti: guidò egli stesso le processioni di reliquie, si professò pubblicamente devoto dei Santi, si fece pellegrino della Sacra Sindone a Torino o della Vergine a Varallo, Varese, Saronno, Rho, Tirano o Loreto.

 

E seppe essere tanto fiero Principe della Chiesa dinanzi ai potenti, quanto tenero Pastore del popolo cristiano, sempre senza mai umiliare la dignità di cui era insignito. Scrive eloquentemente di lui il nipote e successore sulla Cattedra milanese, Federico: «mai non si scardinalava, ed […] era un Vescovo che mai non si svescovava». 

 

San Carlo, infine, fu colui grazie al quale nel 1575 venne ripristinato il venerabile Rito Ambrosiano, nel quale sono stato battezzato per immersione e in cui celebro quotidianamente il Santo Sacrificio. Ancora oggi sopravvive, nella sua versione non corrotta dalla pseudoriforma liturgica di Giovanni Battista Montini, in alcune chiese della Diocesi di Milano. 

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Invochiamo l’intercessione di San Carlo Borromeo – del quale mi onoro di portare il nome – in questi tempi dolorosi che travagliano la Santa Chiesa. Possa egli essere per noi modello ed esempio, specialmente per quanti di voi si apprestano ad ascendere i gradi dell’Ordine Sacro e per quanti sono già sacerdoti.

 

Ci guidi nella nostra vita e nel nostro Ministero la dignità con cui San Carlo ricoprì importanti e delicati incarichi al servizio della Chiesa; la fermezza paterna con la quale seppe riformare il Clero e la disciplina ecclesiastica; la mansuetudine con cui istruì il gregge affidatogli dal Signore; la severità verso se stesso nell’orazione, nel digiuno e nella penitenza.

 

Affidiamo alla sua protezione la Barca di Pietro, nave senza nocchiere in gran tempesta, perché implori dal Cielo nuovi santi Pastori che non si prostrino al mondo, ma a Cristo; che siano fedeli alla Santa Chiesa e al Papato Romano, e non asserviti ai nemici dell’una e dell’altro.

 

E come abbiamo udito dal Vangelo di ieri, riponiamo la nostra fiducia in Nostro Signore, addormentato mentre i flutti minacciano di sommergere l’unica Arca di salvezza.

 

Alle nostre preghiere risponda la voce serena del Salvatore, che comanda al mare e ai venti. Tempora bona veniant.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

4 Novembre MMXXIV a. D.ñi S.cti Caroli Episcopi Mediolanensis et Confessoris

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Immagine: Guercino (1591-1666), San Carlo Borromeo in preghiera (1613-1614), Collegiata di San Biagio, Cento (Ferrara)

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Renovatio 21 offre questa omelia di Monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»

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Renovatio 21 pubblica risposta dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò ad una lettera apparsa sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli  
Gentile Dott. Valli,   Ho letto il commento di Mons. Viganò (1) sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.   Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe «aprire ad ogni culto» ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.   Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

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Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.   Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.   Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.   È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.  

Con stima,

 

Pietro Piciocchi

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Hanno riconosciuto l’ingiustizia

e le hanno dato cittadinanza.

2 Ts 2, 11-12

  Caro Avvocato Piciocchi,   ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.   La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo.   Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.   La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.   Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.   Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.   Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

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Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.   Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo   Quella stessa matrice rivoluzionaria dei «diritti» — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare «diritto» l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.   La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).   Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.   Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.   Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.   Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.   La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.   Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’errore, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).   Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

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Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un papa che finalmente parla da papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.   Un pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico.   Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.   Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.   Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).   Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.   I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.   Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.   Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,  

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 1 Ottobre 2026

S.Remigii Episcopi et Confessoris

NOTE  

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Leone XIV rilancia la diplomazia vaticana a Mosca

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A distanza di un mese l’uno dall’altro, due emissari di Papa Leone XIV furono ricevuti a Mosca. Dopo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, giunto per ristabilire il dialogo con il Cremlino e il Patriarcato ortodosso russo, il cardinale Matteo Zuppi proseguì la sua delicata missione tra i prigionieri e le famiglie separate dalla guerra.

 

L’arcivescovo Gallagher incontra Lavrov, cinque anni dopo

Dal 24 al 28 agosto 2026, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha effettuato la sua prima visita in Russia dal novembre 2021. Durante quel precedente viaggio, la guerra non era ancora scoppiata su vasta scala e il diplomatico della Santa Sede aveva incontrato il primo ministro Mikhail Mishustin, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Metropolita Hilarion, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Quasi cinque anni dopo, gli interlocutori politici sono in parte gli stessi, ma il contesto è radicalmente cambiato.

 

Il 25 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sergey Lavrov per un lungo colloquio sulle relazioni bilaterali, la situazione internazionale e le prospettive di pace in Ucraina. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante della Santa Sede ha ribadito l’appello di Papa Leone XIV per porre fine alle ostilità e alle sofferenze dei civili. «La guerra deve finire», ha dichiarato, ricordando che il Vaticano resta pronto a offrire i suoi buoni uffici per facilitare i negoziati.

 

Il 26 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per gli affari esteri. Ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Ushakov ricopre una posizione di rilievo nelle relazioni internazionali del Cremlino dal 2012. Non era previsto alcun incontro con Vladimir Putin in persona. Questi incontri hanno comunque permesso all’arcivescovo Gallagher di ristabilire un contatto diretto con due figure chiave della diplomazia russa, poche settimane dopo un viaggio in Ucraina durante il quale aveva incontrato, tra l’altro, il presidente Volodymyr Zelens’kyj.

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Una proposta di mediazione rimasta senza risposta

Al suo ritorno da Mosca, l’arcivescovo Gallagher ha riconosciuto i limiti dell’azione di Roma. Interrogato sull’offerta di mediazione della Santa Sede, ha osservato che non aveva ricevuto alcuna risposta concreta: «non sembra che si desideri un coinvolgimento diretto dei nostri servizi diplomatici».

 

Il prelato ha inoltre chiarito che Roma non intende redigere direttamente i termini di un accordo. La Santa Sede resta a disposizione per facilitare le discussioni, ma la responsabilità dei negoziati spetta alle parti in conflitto. Nonostante i suoi contatti con entrambe le capitali, il Vaticano non ha quindi alcun mandato per condurre i negoziati di pace.

 

L’arcivescovo Gallagher ha tuttavia sottolineato che Leone XIV gli aveva chiesto personalmente di evidenziare la dimensione umanitaria del conflitto. Il Papa auspicava in particolare la prosecuzione della missione del cardinale Zuppi, il cui ritorno a Mosca era già in fase di valutazione.

 

Il Patriarcato di Mosca esprime le proprie rimostranze

Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher ha avuto anche una significativa dimensione religiosa. Il 25 agosto, il rappresentante della Santa Sede ha incontrato il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il metropolita Antonio è succeduto al metropolita Ilarione, precedente interlocutore chiave di Roma, nel 2022.

 

Durante l’incontro, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa hanno denunciato le misure adottate dalle autorità ucraine contro la Chiesa ortodossa ucraina, storicamente legata al Patriarcato di Mosca. Hanno menzionato in particolare le restrizioni imposte alle sue istituzioni e i procedimenti legali avviati contro alcuni dei suoi funzionari.

 

La questione è entrata anche nella sfera politica. Dopo l’incontro con l’arcivescovo Gallagher, Sergej Lavrov ha dichiarato che il diplomatico vaticano aveva riconosciuto la natura preoccupante della situazione religiosa in Ucraina e aveva promesso di riferire tali preoccupazioni a Kiev. Questa versione dei fatti, resa pubblica dal ministro russo, non è stata tuttavia confermata in questi termini dalla Santa Sede.

 

Questa questione complica ulteriormente i rapporti tra Mosca e Kiev, in un contesto in cui le affiliazioni ecclesiastiche e le lealtà nazionali sono diventate un elemento centrale del conflitto. I rapporti tra Roma e il Patriarcato russo rimangono tesi da quando il Patriarca Kirill ha pubblicamente appoggiato l’intervento militare russo. Tuttavia, il continuo contatto con il Metropolita Antonio dimostra che la Santa Sede non intende interrompere il dialogo con Mosca.

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I cattolici di Russia, un altro tema in gioco nel viaggio

La missione del vescovo Gallagher non si è limitata ai colloqui diplomatici. Il 27 agosto, il prelato ha incontrato sacerdoti, monaci e suore provenienti dalla Russia, prima di celebrare la messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, alla presenza dei vescovi cattolici del Paese.

 

Egli trasmise ai fedeli l’incoraggiamento di Leone XIV, esortandoli a perseverare nella loro vita cristiana nonostante le difficoltà. La Chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza in questo vasto paese. È organizzata attorno all’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e alle diocesi di Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.

 

Il vescovo Gallagher ha inoltre discusso con le autorità russe delle esigenze pastorali delle comunità cattoliche e delle loro attività caritative.

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Zuppi ritorna a Mosca con una missione più concreta.

Un mese dopo l’arcivescovo Gallagher, il cardinale Matteo Zuppi è giunto a Mosca il 28 settembre per una visita di tre giorni. Si è trattato del suo terzo viaggio nella capitale russa, dopo quelli di giugno 2023 e ottobre 2024. L’arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, prosegue la missione umanitaria affidatagli da papa Francesco nel 2023 ed espressamente confermata dapapa Leone XIV.

 

Prima del suo arrivo, il cardinale aveva spiegato all’agenzia di stampa russa TASS che il suo mandato riguardava i bambini separati dalle loro famiglie, gli scambi di prigionieri e le questioni relative ai civili. Il cardinale aveva chiarito che la Santa Sede stava esaminando le richieste di entrambe le parti. Pertanto, non si trattava solo di garantire il ritorno dei cittadini ucraini, ma anche di agevolare alcune procedure riguardanti prigionieri o civili russi.

 

Migliaia di prigionieri in attesa

Durante un precedente viaggio in Ucraina, nel mese di luglio, il cardinale Zuppi ha incontrato i familiari di militari e civili detenuti in Russia. In particolare, gli hanno chiesto di adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri di guerra detenuti da entrambe le parti, secondo il principio «tutti per tutti».

 

Secondo le stime presentate al cardinale e riportate da Vatican News, circa 7.000 ucraini sono detenuti in Russia, a fronte di circa 4.000 russi detenuti in Ucraina. Queste cifre, basate su informazioni raccolte durante la sua missione, non costituiscono un censimento indipendente ed esaustivo.

 

Il cardinale aveva visitato anche un centro di detenzione nella regione di Leopoli, dove erano reclusi soldati russi. Le famiglie ucraine speravano che potesse fare lo stesso per i loro parenti detenuti in Russia.

 

Il 30 settembre, la loro richiesta è stata parzialmente accolta: il cardinale ha potuto visitare un centro di detenzione che ospita prigionieri di guerra ucraini. Ha parlato con alcuni di loro e ha trasmesso un messaggio di solidarietà da parte di Papa Leone XIV. Accompagnato dal Nunzio Apostolico in Russia, l’Arcivescovo Giovanni d’Aniello, ha espresso la speranza che questa visita possa favorire ulteriori scambi.

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Bambini, persone scomparse e civili di Kursk

A Mosca, il cardinale Zuppi ha incontrato Yuri Ushakov, nonché diversi funzionari russi responsabili di questioni umanitarie, tra cui Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dei minori, e Yana Lantratova, presentata come responsabile per i diritti umani.

 

Le discussioni si sono concentrate sui prigionieri militari e civili, sulla ricerca delle persone scomparse e sul ritorno dei minori separati dalle loro famiglie. Il cardinale ha chiesto l’accelerazione delle procedure di verifica per il ricongiungimento familiare. Tali procedure richiedono l’accertamento dell’esatta situazione dei minori coinvolti, del loro luogo di residenza e delle possibilità di un loro ritorno alle famiglie.

 

Durante i colloqui si è discusso anche della situazione dei civili russi sfollati a causa delle operazioni militari ucraine nella regione di Kursk. Mosca desidera in particolare verificare che le persone colpite siano riuscite a tornare a casa. L’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, ha accolto con favore la visita del cardinale, pur sottolineando le difficoltà legali e pratiche che un eventuale scambio di prigionieri civili comporterebbe.

 

Al termine della missione, non è stato reso pubblico alcun nuovo accordo generale.

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Leone XIV si è confrontrato con i limiti della diplomazia papale

Quando papa Francesco ha affidato al cardinale Zuppi la sua prima missione nel maggio 2023, l’obiettivo era ancora quello di esplorare le vie per risolvere il conflitto. L’arcivescovo di Bologna si è recato successivamente a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Ma le posizioni delle parti in conflitto ridussero rapidamente le prospettive di mediazione. Volodymyr Zelens’kyj, in particolare, ha respinto qualsiasi iniziativa che non tenesse conto delle condizioni poste dall’Ucraina.

 

I colloqui hanno assunto quindi una piega più concreta. Nell’ottobre del 2024, durante il suo secondo viaggio a Mosca, Zuppi ha affrontato già i temi dello scambio di prigionieri, del rimpatrio dei soldati feriti, della restituzione delle salme e del ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Le autorità russe avrebbero poi riconosciuto il ruolo svolto dalla Santa Sede in alcune operazioni umanitarie, in particolare nel rimpatrio dei soldati feriti.

 

Due anni dopo, Leone XIV ha cercato di ampliare questo margine di manovra ristabilendo contatti diplomatici di alto livello, senza tuttavia abbandonare le iniziative intraprese dal suo predecessore. Il contrasto tra l’accoglienza riservata all’arcivescovo Gallagher e al cardinale Zuppi e la mancata risposta all’offerta di mediazione di Roma è, tuttavia, rivelatore. Mosca ha accettato i buoni uffici del Vaticano su questioni specifiche, ma non riconobbe alcun ruolo per la definizione di una soluzione politica.

 

La diplomazia papale aveva ristabilito i contatti con i suoi interlocutori russi; era ancora in attesa che questi aprissero le porte ai negoziati.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Ruffec, 15 nuove postulanti presso le Suore della FSSPX

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Il noviziato delle Suore della Fraternità accoglie un numero eccezionale di candidate alla vita religiosa.   Il 14 settembre è il grande giorno dell’arrivo dei postulanti nei nostri noviziati nell’emisfero settentrionale.   Il noviziato di lingua francese di Ruffec accoglie quest’anno 15 postulanti: 9 francesi, 2 tedesche, 2 svizzere, 1 polaccoa e 1 slovena. Il numero totale di aspiranti al noviziato di Ruffec sale così a 26 (per un totale di 41 nei nostri tre noviziati). Deo gratias!   La crociata per le vocazioni sta dando i suoi frutti e rendiamo grazie per queste anime generose che bussano alla porta della congregazione, desiderose di donarsi totalmente a Dio nella vita religiosa.   Il raccolto è abbondante, le richieste di fondazioni continuano a moltiplicarsi sia in Francia che all’estero, e preghiamo fervidamente affinché molte altre anime rispondano alla chiamata di Dio!   Nello stesso mese, il 2 settembre, Nostro Signore ha chiamato a sé una delle nostre novizie del noviziato di Pilar, in Argentina: Suor Maria Luz, di 22 anni, che è morta improvvisamente per un attacco di cuore. Questa novizia generosa e gioiosa si stava preparando a emettere i voti di lì a pochi mesi. Mentre continuiamo a pregare per lei, le affidiamo le nostre novizie!   Le Suore della Società di San Pio X     Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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