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Mons. Viganò: «il filo a cui è appeso il Concilio Vaticano II»

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

«IL FILO A CUI È APPESO IL CONCILIO»

Una risposta a Reid, Cavadini, Healy, Weinandy.

 

 

 

 

Et brachia ex eo stabunt, 

et polluent sanctuarium fortitudinis, 

et auferent juge sacrificium: 

et dabunt abominationem in desolationem.

Dan 11, 31

Ho seguito con interesse il dibattito in corso su Traditionis Custodes e il commento di Dom Alcuin Reid (qui) nel quale confuta Cavadini, Healy e Weinandy senza giungere tuttavia ad una soluzione dei problemi rilevati. Con questo mio contributo desidero indicare un possibile sbocco alla crisi presente. 

 

 

Il Vaticano II, non essendo un Concilio dogmatico, non ha inteso definire alcuna verità dottrinale, limitandosi a ribadire indirettamente – e in forma peraltro spesso equivoca – dottrine precedentemente definite in modo chiaro e inequivocabile dall’autorità infallibile del Magistero.

 

Esso è stato indebitamente e forzatamente considerato come «il» Concilio, il «superdogma» della nuova «chiesa conciliare», al punto da definirla in relazione a quell’evento.

 

Nei testi conciliari non vi è alcuna menzione esplicita di ciò che fu poi fatto in ambito liturgico, spacciandolo come compimento della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Sono invece molteplici le criticità della cosiddetta «riforma», che rappresenta un tradimento della volontà dei Padri conciliari e dell’eredità liturgica preconciliare.

 

Dovremmo piuttosto interrogarci su quale valore dare a un atto che non è ciò che vuole sembrare: se cioè possiamo moralmente considerare «Concilio» un atto che, al di là delle sue premesse ufficiali – ossia negli schemi preparatori lungamente e dettagliatamente formulati dal Sant’Uffizio – si è dimostrato eversivo nelle intenzioni inconfessabili e doloso nei mezzi da impiegare da parte di coloro che, come poi è avvenuto, volevano usarlo per uno scopo totalmente opposto a ciò per cui la Chiesa ha istituito i Concili Ecumenici.

 

Questa premessa è indispensabile per poter poi valutare oggettivamente anche gli altri eventi e atti di governo della Chiesa che da esso derivano o che ad esso fanno riferimento. 

 

Mi spiego meglio. Sappiamo che una legge viene promulgata sulla base di una mens, ossia di una finalità ben precisa, che non può prescindere dall’intero sistema giuridico nel cui ambito essa nasce. Queste quantomeno sono le basi di quel Diritto che la saggezza della Chiesa ha acquisito dall’Impero Romano. Il legislatore promulga una legge con uno scopo e la formula in modo che essa sia applicabile solo per quello scopo specifico; egli eviterà pertanto ogni elemento che possa rendere la legge equivocabile rispetto al destinatario, allo scopo, al risultato.

 

L’indizione di un Concilio Ecumenico ha come scopo la convocazione solenne dei Vescovi della Chiesa, sotto l’autorità del Romano Pontefice, per definire particolari aspetti della dottrina, della morale, della liturgia o della disciplina ecclesiastica. Ma ciò che ogni Concilio definisce deve in ogni caso rientrare nell’alveo della Tradizione e non può in alcun modo contraddire il Magistero immutabile, perché se lo facesse andrebbe contro la finalità che legittima l’autorità nella Chiesa.

 

Lo stesso vale per il Papa, il quale ha piena, immediata e diretta potestà sull’intera Chiesa solo nei confini del suo mandato: confermare i fratelli nella Fede, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge che il Signore gli ha affidato.

 

Nella storia della Chiesa, sino al Vaticano II, non è mai accaduto che un Concilio potesse de facto cancellare i Concili che lo hanno preceduto, né che un Concilio pastorale – un ἅπαξ del Vaticano II – potesse avere più autorità di venti Concili dogmatici. Eppure è accaduto, nel silenzio della maggioranza dell’Episcopato e con l’approvazione di ben cinque Romani Pontefici, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. In questi cinquant’anni di rivoluzione permanente nessun Papa ha mai messo in discussione il «magistero» del Vaticano II, né ha osato tantomeno condannarne le tesi ereticali o precisarne quelle equivoche.

 

Al contrario, tutti i Papi da Paolo VI in poi hanno fatto del Vaticano II e della sua attuazione il fulcro programmatico del loro Pontificato, subordinando e vincolando la propria autorità apostolica ai diktat conciliari. Essi si sono distinti per una netta presa di distanze dai loro Predecessori e per una marcata autoreferenzialità da Roncalli a Bergoglio: il loro «magistero» inizia con il Vaticano II e lì si esaurisce, e i Successori proclamano santi gli immediati Predecessori per il solo fatto di aver indetto, concluso o applicato il Concilio.

 

Anche il linguaggio teologico si è adeguato all’equivocità dei testi conciliari, giungendo ad adottare come definite delle dottrine che prima del Concilio erano considerate eretiche: pensiamo alla laicità dello Stato, oggi data per acquisita e lodevole; all’ecumenismo irenista di Assisi e di Astana; al parlamentarismo delle Commissioni, del Sinodo dei Vescovi, della “via sinodale” della Chiesa tedesca. 

 

Tutto questo nasce da un postulato che quasi tutti danno per scontato: che il Vaticano II possa rivendicare l’autorità di un Concilio Ecumenico, dinanzi alla quale il fedele dovrebbe sospendere ogni giudizio e piegare umilmente il capo alla volontà di Cristo, espressa infallibilmente dai Sacri Pastori, anche se in forma pastorale e non dogmatica. Ma così non è, perché i Sacri Pastori possono essere tratti in inganno da una colossale cospirazione che ha come scopo l’uso eversivo di un Concilio.

 

Quanto è avvenuto a livello globale con il Vaticano II avvenne in forma locale con il Sinodo di Pistoia, nel 1786, dove l’autorità del Vescovo Scipione de’ Ricci – che egli poteva legittimamente esercitare convocando un Sinodo diocesano – venne dichiarata nulla da Pio VI per il fatto di averla usata in fraudem legis, ossia contro la ratio che presiede e orienta qualsiasi legge della Chiesa: perché l’autorità nella Chiesa appartiene a Nostro Signore, che ne è il Capo, che la concede in forma vicaria a Pietro e ai suoi legittimi Successori solo nell’alveo della Sacra Tradizione.

 

Non è quindi un’ipotesi ardita supporre che una conventicola di eretici possa aver organizzato un vero e proprio colpo di stato nel corpo ecclesiale, allo scopo di imporre quella rivoluzione che con analoghi metodi venne organizzata dalla Massoneria, nel 1789, contro la Monarchia di Francia, e che il modernista Card. Suenens salutò come realizzata al Concilio.

 

Né ciò è in conflitto con la certezza dell’assistenza divina di Cristo sulla Sua Chiesa: il non prævalebunt non ci promette l’assenza di conflitti, di persecuzioni, di apostasie; esso ci rassicura che nella furiosa battaglia delle portæ inferi contro la Sposa dell’Agnello queste non riusciranno a distruggere la Chiesa di Cristo.

 

La Chiesa non sarà vinta finché essa rimarrà come il Suo Eterno Pontefice le impose di essere. Inoltre, la speciale assistenza dello Spirito Santo sull’infallibilità papale non è messa in discussione, quando il Papa non ha alcuna intenzione di impegnarla, come nel caso dell’approvazione degli atti di un Concilio pastorale. Sotto un profilo teorico, dunque, l’uso eversivo e doloso di un Concilio è possibile; anche perché gli pseudochristi e gli pseudoprophetæ di cui parla la Sacra Scrittura (Mc 13, 22) potrebbero ingannare anche gli stessi eletti, tra cui buona parte dei Padri conciliari, e con essi una moltitudine di chierici e fedeli. 

 

Se dunque il Vaticano II fu, com’è evidente, uno strumento di cui venne usata fraudolentemente l’autorità e l’autorevolezza per imporre dottrine eterodosse e riti protestantizzati, possiamo sperare che prima o poi il ritorno sul Soglio di un Pontefice santo e ortodosso sani questa situazione dichiarandolo illegittimo, invalido, nullo, al pari del Conciliabolo di Pistoia.

 

E se la liturgia riformata esprime quegli errori dottrinali e quell’impostazione ecclesiologica che il Vaticano II conteneva in nuce, i cui artefici si ripromettevano di rendere palesi nella loro portata devastante solo dopo la sua promulgazione, nessuna ragione pastorale – come vorrebbe Dom Alcuin Reid – potrà mai giustificare alcun mantenimento di quel rito spurio, equivoco, favens hæresim e del tutto disastroso nei suoi effetti sul popolo santo di Dio.

 

Il Novus Ordo non merita quindi alcun emendamento, alcuna «riforma della riforma», ma la sola soppressione e abrogazione, quale conseguenza della sua insanabile eterogeneità rispetto alla Liturgia cattolica, al Rito Romano di cui vorrebbe essere presuntuosamente unica espressione e alla dottrina immutabile della Chiesa. «La menzogna va confutata, come insiste san Paolo, ma chi è invischiato nelle sue trappole deve essere salvato, non perduto», dice Dom Alcuin: ma non a detrimento della Verità rivelata e dell’onore dovuto alla Santissima Trinità nell’atto supremo del culto; perché nel dare un peso eccessivo alla pastoralità si finisce col mettere l’uomo al centro dell’azione sacra, quando egli dovrebbe invece porvi Dio e prostrarsi dinanzi a Lui in adorante silenzio.

 

E anche se ciò può destare stupore nei fautori dell’ermeneutica della continuità concepita da Benedetto XVI, ritengo che Bergoglio abbia per una volta perfettamente ragione a considerare la Messa tridentina come una intollerabile minaccia per il Vaticano II, dal momento che quella Messa è talmente cattolica, da sconfessare qualsiasi tentativo di convivenza pacifica tra le due forme del medesimo Rito Romano. Anzi, è un’assurdità poter concepire una forma ordinaria montiniana e una forma straordinaria tridentina per un Rito che, in quanto tale, deve rappresentare la sola voce della Chiesa Romana – una voce dicentes – con l’eccezione limitatissima dei riti venerandi per antichità quali l’Ambrosiano, il Lionese, il Mozarabico e le minime variazioni del Rito Domenicano e simili.

 

Lo ripeto: l’estensore di Traditionis Custodes sa benissimo che il Novus Ordo è l’espressione cultuale di un’altra religione – quella della «chiesa conciliare» – rispetto alla Religione della Chiesa Cattolica di cui la Messa di San Pio V è perfetta traduzione orante. In Bergoglio non c’è alcuna volontà di comporre il dissidio tra la stirpe della Tradizione e la stirpe del Vaticano II.

 

Al contrario, l’idea di provocare una rottura è funzionale all’estromissione dei Cattolici tradizionali, siano essi chierici o laici, dalla «chiesa conciliare» che si è sostituita alla Chiesa Cattolica e che di essa mantiene appena (e di malavoglia) il nome. Lo scisma auspicato da Santa Marta non è quello dell’ereticale cammino sinodale delle Diocesi tedesche, ma quello dei Cattolici tradizionali esasperati dalle provocazioni bergogliane, dagli scandali della sua Corte, dalle sue dichiarazioni intemperanti e divisive (qui e qui).

 

Per ottenere il quale, Bergoglio non esiterà a portare alle estreme conseguenze i principi posti dal Vaticano II, cui egli incondizionatamente aderisce: considerare il Novus Ordo come unica forma del Rito Romano postconciliare, e coerentemente abrogare qualsiasi celebrazione in Rito Romano antico, in quanto del tutto aliena all’impianto dogmatico del Concilio. 

 

Ed è verissimo, oltre ogni possibile confutazione, che non vi sia possibilità di conciliazione tra due visioni ecclesiologiche eterogenee, anzi opposte. O sopravvive l’una e l’altra soccombe, o soccombe l’una e sopravvive l’altra. La chimera di una convivenza tra Vetus e Novus Ordo è impossibile, artificiosa, ingannatoria: perché ciò che il celebrante compie perfettamente nella Messa apostolica lo porta naturalmente e infallibilmente a compiere ciò che vuole la Chiesa; mentre ciò che il presidente dell’assemblea compie nella Messa riformata è quasi sempre inficiato dalle variazioni autorizzate dal rito medesimo, anche se in esso si realizza validamente il Santo Sacrificio.

 

Ed è proprio in questo che consiste la matrice conciliare della messa nuova: la sua fluidità, la sua capacità di adattarsi alle esigenze delle più disparate «assemblee», di poter essere celebrata tanto da un sacerdote che crede nella Transustanziazione e lo manifesta con le genuflessioni prescritte quanto da uno che crede nella transignificazione e dà la Comunione in mano ai fedeli.

 

Non mi stupirei quindi se, in un futuro molto prossimo, chi sta abusando dell’autorità apostolica per demolire la Santa Chiesa e provocare l’esodo in massa dei Cattolici «preconciliari», non esitasse non solo a limitare la celebrazione della Messa antica, ma giungesse anche a proibirla del tutto, perché in quella proibizione si compendia l’odio settario contro il Vero, il Buono, il Bello che ha animato la congiura dei Modernisti sin dalla prima Sessione del loro idolo, il Vaticano II.

 

Non dimentichiamo che, coerentemente con questa impostazione fanatica e tirannica, la Messa tridentina fu disinvoltamente abrogata con la promulgazione del Missale Romanum di Paolo VI, e che quanti continuarono a celebrarla vennero letteralmente perseguitati, ostracizzati, fatti morire di crepacuore e sepolti con funerali in rito nuovo, quasi a suggellare una miserabile vittoria su un passato da dimenticare definitivamente. E a quei tempi a nessuno interessavano le motivazioni pastorali per derogare alla durezza della legge canonica, così come oggi nessuno si preoccupa delle motivazioni pastorali che potrebbero indurre molti Vescovi a concedere quella celebrazione in rito antico a cui chierici e fedeli mostrano particolare attaccamento. 

 

Il tentativo conciliatore di Benedetto XVI, lodevole nei suoi temporanei effetti di liberalizzazione dell’Usus Antiquior, era destinato al fallimento proprio perché nasceva dall’illusione di poter applicare la sintesi di Summorum Pontificum alla tesi tridentina e all’antitesi di Bugnini: quella visione filosofica influenzata dal pensiero hegeliano non poteva avere successo in ragione della natura stessa della Chiesa (e della Messa), che è cattolica o non è. E che non può essere allo stesso tempo ancorata saldamente alla Tradizione e scossa dai flutti della mentalità secolarizzata. 

 

Per questo provo grande sgomento nel leggere che la Messa apostolica è considerata da Dom Reid «espressione di quella legittima pluralità che fa parte della Chiesa di Cristo», perché la pluralità delle voci si esprime nella sinfonia complessiva, e non nella compresenza dell’armonia e del frastuono stridente. Vi è qui un equivoco che dev’essere chiarito quanto prima, e che con ogni probabilità verrà sanato non tanto dal timido e composto dissenso di chi chiede tolleranza per sé riconoscendola a propria volta a chi rivendica principi diametralmente opposti, ma dall’azione intollerante e vessatoria di chi crede di poter imporre la propria volontà andando contro la volontà di Cristo Capo della Chiesa, presumendo di poter governare il Corpo Mistico al pari di una multinazionale, come giustamente ha evidenziato il Card. Mueller in un suo recente intervento. 

 

Eppure, a ben vedere, quanto accade oggi e quanto avverrà in un prossimo futuro non sono altro che la logica conseguenza delle premesse poste nel passato, il gradino successivo in una lunga serie di passi più o meno lenti, al superare dei quali molti hanno taciuto, hanno accettato, hanno subito il ricatto.

 

Perché chi celebra la Messa tridentina abitualmente ma continua a celebrare saltuariamente il Novus Ordo – e non parlo dei sacerdoti sottoposti a ricatto ma di quanti potevano imporsi o avevano la libertà di scegliere – ha già ceduto sul fronte dei principi, accettando di poter celebrare indifferentemente l’uno o l’altro, come se entrambi si equivalessero, come – appunto – se uno fosse la forma straordinaria e uno quella ordinaria dello stesso Rito.

 

E non è ciò che, con metodi analoghi, è avvenuto in ambito civile, con l’imposizione di restrizioni e violazione dei diritti fondamentali, accettate in silenzio dalla maggioranza della popolazione, terrorizzata dalla minaccia di una pandemia? Anche in quelle circostanze, con motivazioni diverse ma finalità analoghe, i cittadini hanno subìto un ricatto: «O ti vaccini o non puoi lavorare, viaggiare, uscire al ristorante».

 

E quanti, pur sapendo che si trattava di un abuso dell’autorità, hanno obbedito? Credete che i sistemi di manipolazione del consenso siano molto diversi, quando chi li adotta proviene dalla stessa schiera nemica ed è guidata dallo stesso Serpente? Pensate che il piano del Great Reset ideato dal World Economic Forum di Klaus Schwab abbia scopi differenti da quelli che si prefigge la setta bergogliana? Il ricatto non sarà sullo stato sanitario, ma su quello dottrinale, e chiederà di accettare unicamente il Vaticano II e il Novus Ordo Missæ per poter avere diritti nella chiesa conciliare; i tradizionalisti saranno bollati come fanatici al pari dei no-vax.

 

Quando da Roma dovesse essere proscritta la celebrazione della Messa antica in tutte le chiese dell’Orbe, quanti credevano di poter servire due padroni – la Chiesa di Cristo e la chiesa conciliare – scopriranno di esser stati ingannati, come prima di loro avvenne ai Padri conciliari.

 

A quel punto dovranno compiere quella scelta che si erano illusi di poter eludere, e che li costringerà a disobbedire a un ordine illecito per obbedire al Signore, o piegare il capo al volere del tiranno venendo meno ai loro doveri di Ministri di Dio. Ci pensino bene, nell’esame di coscienza, quanti hanno evitato di sostenere i pochi, pochissimi confratelli fedeli al proprio Sacerdozio, quando venivano additati come disobbedienti o inflessibili solo perché avevano previsto l’inganno e il ricatto. 

 

Qui non si tratta di travestire la Messa montiniana da Messa antica, cercando di nascondere con paramenti e canti gregoriani l’ipocrisia farisaica che l’ha concepita; non è questione di togliere la Prex eucharistica II o celebrare ad orientem: la battaglia si combatte sulla differenza ontologica tra la visione teocentrica della Messa tridentina e la visione antropocentrica della sua contraffazione conciliare. 

 

Questa non è altro che la battaglia tra Cristo e Satana. Una battaglia per la Messa, che è il cuore della nostra Fede, il trono in cui il divino Re eucaristico discende, il Calvario su cui si rinnova in forma incruenta l’immolazione dell’Agnello immacolato. Non una cena, non un concerto, non una rassegna di eccentricità o un pulpito per eresiarchi, non un podio per comizi. 

 

Una battaglia che si rafforzerà spiritualmente nella clandestinità dei sacerdoti fedeli a Cristo, considerati scomunicati e scismatici, mentre nelle chiese assieme al rito riformato trionferanno l’infedeltà, l’errore, l’ipocrisia. E l’assenza: assenza di Dio, assenza di santi sacerdoti, assenza di buoni fedeli.

 

L’assenza – lo dicevo nell’Omelia per la Cattedra di San Pietro in Roma (qui) – di quella unità tra la Cattedra e l’Altare, tra l’autorità sacra dei Pastori e la loro stessa ragion d’essere, sul modello di Cristo, pronti a salire essi per primi il Golgota, ad immolarsi per il gregge. Chi rigetta questa visione mistica del proprio Sacerdozio finisce per esercitare l’autorità che ricopre senza la ratifica che viene solo dall’Altare, dal Sacrificio, dalla Croce: da Cristo che su quella Croce regna come Re e Pontefice anche sui sovrani temporali e spirituali.

 

Se questo è ciò che vuole Bergoglio per affermare il suo strapotere nel silenzio assordante del Sacro Collegio e dell’Episcopato, sappia che incontrerà l’opposizione ferma e decisa di tante anime buone, disposte a combattere per amore del Signore e per la salvezza della propria anima e determinate a non cedere, in un momento così tremendo per le sorti della Chiesa e del mondo, a chi vorrebbe cancellare il Sacrificio perenne, quasi a rendere più agevole l’ascesa dell’Anticristo ai vertici del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Comprenderemo presto il senso delle tremende parole del Vangelo (Mt 24, 15), in cui il Signore parla dell’abominazione della desolazione nel tempio: l’orrore abominevole di vederci proscritto il tesoro della Messa, di vedere spogli i nostri altari, chiuse le nostre chiese, costrette alla clandestinità le nostre funzioni.

 

Questa è l’abominazione della desolazione: la fine della Santa Messa apostolica. 

 

Quando, il 21 Gennaio 304, la tredicenne Agnese fu condotta al Martirio, molti tra i fedeli e tra i sacerdoti avevano apostatato la Fede dinanzi alla persecuzione di Diocleziano. Dovremmo noi temere l’ostracismo della setta conciliare, quando una bambina ci ha dato l’esempio di fedeltà e fortezza dinanzi al carnefice? Quella fedeltà eroica fu lodata da Sant’Ambrogio e San Damaso: facciamo in modo di poter meritare, ancorché indegnissimi, il futuro elogio della Chiesa mentre ci prepariamo a queste prove in cui testimoniare la nostra appartenenza a Cristo.

 

 

+Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

21 Gennaio 2023

Sanctæ Agnetis Virginis et Martyris

 

 

 

 

 

 

Immagine di Lothar Wolleh (1930–1979) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

 

Renovatio 21 pubblica questo scritto per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

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Boy scout rifiuta di inchinarsi ad Allah durante una visita in moschea

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Un video è diventato virale mostrando un ragazzino che si rifiuta di inchinarsi ad Allah durante una gita dei castorini scout in una moschea di Stirling, in Scozia, mentre il resto del gruppo e il capo scout adulto hanno seguito le istruzioni e si sono inginocchiati.

 

Il ragazzo, di cui non si conosce il nome, non protestò. Rimase semplicemente in silenzio mentre tutti gli altri intorno a lui imitavano il loro ospite musulmano. L’Islam richiede ai suoi fedeli di pregare rivolti verso la Mecca cinque volte al giorno, inchinandosi in segno di sottomissione ad Allah.

 

La gita scolastica al Centro Islamico della Scozia Centrale si è trasformata da un’esperienza di apprendimento su altre religioni a una partecipazione a una religione diversa dal cristianesimo.

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Il gesto del ragazzo, sebbene silenzioso, ha parlato a milioni di persone in tutto il mondo, che lo hanno elogiato per la sua forza d’animo nel resistere alle pressioni per conformarsi a un atto religioso che probabilmente era in contrasto con le sue convinzioni personali.

 

«Un ragazzo scozzese è rimasto fermo nella sua posizione e si è rifiutato di inginocchiarsi e pregare mentre il suo gruppo di scout visitava una moschea musulmana», ha scritto Catholics for Catholics in un post sui social media che ha rapidamente raggiunto 700.000 visualizzazioni.

 

«Complimenti ai genitori di questo ragazzo. Noi cattolici dobbiamo rimanere saldi nella nostra fede», ha dichiarato il gruppo con sede negli Stati Uniti.

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I vescovi elvetici «respingono fermamente» le terapie di conversione per omosessuali e transessuali

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La Conferenza Episcopale Svizzera (SBK) ha annunciato martedì di essere «fortemente» contraria alle misure di conversione che cercano di allineare l’orientamento sessuale o l’«identità di genere» di una persona al sesso assegnatole da Dio. Lo riporta LifeSite.   I vescovi svizzeri hanno diffuso una dichiarazione a sostegno della proposta di legge presentata al Parlamento svizzero, che vieta le pratiche di conversione per bambini e giovani adulti. Come spiega il disegno di legge, le pratiche di conversione, note anche come «terapia di conversione» o «guarigione omosessuale», mirano a «ripolarizzare» la predisposizione omosessuale di una persona trasformandola in eterosessuale o a modificare l’identità di genere delle persone interessate.   «La Congregazione per la Dottrina della Fede (SBK) respinge fermamente le pratiche di conversione», hanno dichiarato i vescovi nella loro nota di martedì. «Esse non sono compatibili con un mandato pastorale basato sull’accoglienza, la veridicità e la protezione della persona. In ambito religioso, tali pratiche possono configurarsi come abuso spirituale quando le persone vengono umiliate, minacciate o manipolate in nome di Dio».   «Le pratiche volte a modificare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere contraddicono la dignità della persona in quanto immagine di Dio e possono causare danni significativi», ha affermato la SBK.

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I vescovi svizzeri suggeriscono quindi che l’orientamento omosessuale e le identità «transgender» non siano intrinsecamente disordinate, ma addirittura positive, in contraddizione con la dottrina cattolica, che dichiara che l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata».   La dichiarazione dei vescovi svizzeri potrebbe addirittura suggerire che l’orientamento omosessuale e le confuse «identità di genere» siano preferibili all’orientamento e all’identità sessuale naturali. Se omosessualità ed eterosessualità fossero semplicemente alternative moralmente uguali e neutre, non ci sarebbe motivo di opporsi alla libera scelta di qualcuno di ricercare una di queste alternative.   Va tenuto presente che sia le relazioni omosessuali che gli interventi di transizione di genere infliggono violenza fisica, ad esempio tramite mutilazioni chirurgiche. La terapia di conversione, al contrario, oltre ad essere liberamente scelta, consiste principalmente in un percorso di consulenza per superare sentimenti omosessuali indesiderati o per accettare il proprio sesso biologico, la cui efficacia è supportata da studi e testimonianze di coloro che ne hanno beneficiato.   I vescovi svizzeri si dimostrano quindi logicamente incoerenti, oltre a contraddire radicalmente l’insegnamento cattolico. Il disegno di legge svizzero stesso è esplicitamente aperto a «misure medicalmente indicate per il riallineamento di genere», dimostrando un doppio standard a favore di interventi che si oppongono al sesso naturale di una persona.   Se approvata, la legge vieterebbe ai minori e ai giovani adulti «tutte le misure volte a modificare (“cambiamento di polarità”) o a sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere (SOGIE)».   La giustificazione addotta dal Parlamento svizzero per il divieto di conversione per i minori è che «considera l’omosessualità e la transessualità come ‘malattie’» e che, a suo dire, «possono dimostrare di causare grandi sofferenze, danni psicologici fino al suicidio per le persone colpite e non hanno alcun beneficio terapeutico».   Gli oppositori della terapia di «conversione» o «riparativa» spesso sollevano obiezioni invocando pratiche marginali e ormai obsolete, come l’elettroshock e altre forme di interventi fisicamente dannosi che oggi non vengono più praticati. Secondo studi gli omosessuali e le persone con disforia di genere presentano livelli basali significativamente più elevati di problemi psicologici, tra cui depressione e ansia, che potrebbero falsare i risultati di qualsiasi intervento a cui partecipano.   Malta, Germania, Francia e Grecia hanno già introdotto divieti nazionali sulle terapie di conversione, e progetti di legge simili sono in fase di preparazione in Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Spagna.   Negli Stati Uniti, mentre più di 20 stati hanno emanato leggi che vietano le terapie di conversione, la sentenza della Corte Suprema del marzo 2026 nel caso Chiles contro Salazar si è pronunciata contro il divieto del Colorado, citando violazioni dei diritti sanciti dal Primo Emendamento. La decisione potrebbe avere ripercussioni sull’applicazione dei divieti sulle terapie di conversione negli altri stati.

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In Italia non esiste una legge specifica che vieti le terapie di conversione, tuttavia oltre 2.200 psicologi e psichiatri italiani hanno sottoscritto negli anni dichiarazioni di condanna. Gli ordini professionali sanzionano i membri che applicano tali pratiche basandosi sull’obbligo di tutela della salute del paziente, che a dir loro sarebbe quindi minacciata dalla terapia.   A fine aprile 2026, l’Europarlamento ha approvato a larga maggioranza la richiesta di vietare le terapie di conversione in tutti gli Stati membri. A maggio 2026, la Commissione Europea ha pubblicato una raccomandazione ufficiale invitando gli Stati membri (tra cui l’Italia) ad adottare leggi nazionali di divieto. Tuttavia, trattandosi di una raccomandazione, l’atto non è vincolante.   Le pressioni derivano anche dall’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) «Vietare le pratiche di conversione nell’Unione Europea», che ha raccolto oltre un milione di firme complessive, di cui circa 62.000 in Italia.  

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Intelligenza Artificiale

L’enciclica sull’IA è stata scritta con l’IA?

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Un ricercatore indipendente ha sostenuto che alcune parti della recente enciclica di Papa Leone XIV sull’Intelligenza Artificiale sarebbero state redatte, in linea con il tema del documento, da un’IA. Lo riporta LifeSite.

 

Linch Zhang, in un articolo pubblicato martedì su Substack, ha affermato che il rilevatore di Intelligenza Artificiale Pangram ha segnalato alcune sezioni dell’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas, «Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale», come generate da IA.

 

«Pangram è di gran lunga il miglior rilevatore di IA disponibile in commercio», ha affermato Zhang. «È molto superiore agli altri rilevatori di IA, al punto che questi ultimi risultano quasi inutili al confronto. In particolare, Pangram si impegna al massimo per ottenere un tasso di falsi positivi prossimo allo zero, tollerando al contempo un numero maggiore di falsi negativi», ha spiegato. il Zhang

 

Secondo Zhang, Pangram ha rilevato che «alcuni paragrafi» di Magnifica Humanitas sono generati dall’intelligenza artificiale in una percentuale compresa tra il 40% e il 100%, mentre la maggior parte dei paragrafi risulta scritta da esseri umani. Ad esempio, i paragrafi sette e otto sono stati indicati da Pangram come «interamente generati dall’IA», mentre i paragrafi 122 e 123 sono stati registrati come generati dall’IA al 60%.

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«Questo mi fa pensare che alcuni alti funzionari vaticani che hanno contribuito all’enciclica abbiano fatto ampio uso dell’intelligenza artificiale, mentre la maggior parte (probabilmente incluso lo stesso Papa Leone) non l’abbia fatto», ha commentato il Zhango. Infatti, ha ipotizzato che Leone non approvi l’uso dell’IA nelle encicliche «e che, con ogni probabilità, non fosse nemmeno a conoscenza del significativo utilizzo dell’IA nella sua stessa enciclica!».

 

A titolo di confronto, Zhang ha utilizzato Pangram per analizzare le ultime quattro encicliche papali, tutte scritte da Papa Francesco. Ha scoperto che «i primi 20 paragrafi di ciascuna di esse risultano essere al 100% opera umana, con un alto grado di certezza». Anche le encicliche di Papa Benedetto XVI e Papa Giovanni Paolo II sono risultate interamente composte da esseri umani.

 

Inoltre, ha esaminato con Pangram il recente discorso di Papa Leone in cui annunciava l’enciclica sull’IA e ha scoperto che era stato valutato come scritto «al 100%» da esseri umani. «Questa è la prova che Papa Leone stesso e/o il suo principale autore di discorsi non si avvalgono dell’IA per redigere i suoi discorsi», ha continuto il Zhang, dichiarando di leggere regolarmente testi generati dall’IA nell’ambito del suo lavoro e che la sua familiarità con la scrittura dell’IA, in particolare con il modello Claude, lo ha reso sensibile ai suoi segni distintivi.

 

Il ricercatore ha notato che questi includono la frequenza dei trattini lunghi, l’uso frequente della parola «genuinely», spesso utilizzata dal modello Claude, nonché l’uso denso di «tricloni», ovvero «una serie di tre parole, frasi o proposizioni parallele utilizzate per effetto retorico».

 

Il ricercatore ha sottolineato che questi indicatori possono essere parte di peculiarità stilistiche, evidenziando l’importanza di un’analisi olistica, in particolare quella fornita da un rilevatore di qualità basato sull’intelligenza artificiale come Pangram.

 

Zhang ritiene di aver individuato la «voce» del modello di IA Claude nella recente enciclica sulla «salvaguardia della persona umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale», un aspetto che ha trovato «ironico».

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Zhang è il fondatore di Open Asteroid Impact, una startup satirica e fittizia «dedicata a lanciare intenzionalmente asteroidi verso la Terra per ottenere diritti minerari». Con l’intento di parodiare Open AI, la missione immaginaria della «startup» è quella di scagliare asteroidi verso la Terra «per ottenere diritti minerari» in nome della sicurezza, «sostenendo che se non acceleriamo il più velocemente possibile, altri concorrenti, più pericolosi, lo farebbero prima di noi».

 

Molte personalità hanno avanzato una versione di questa argomentazione a sostegno dello sviluppo dell’IA negli Stati Uniti, come Sam Altman, il quale ha affermato che gli Stati Uniti «devono assolutamente vincere» la corsa all’IA. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato al vertice sull’IA di Parigi dello scorso anno: «Non sono qui per parlare di sicurezza dell’IA… sono qui per parlare delle opportunità offerte dall’IA» aveva detto, aggiungendo di credere che, quando si tratta di IA, «la nostra tendenza sia quella di essere eccessivamente avversi al rischio».

 

«Riteniamo che un’eccessiva regolamentazione nel settore dell’IA potrebbe soffocare un settore in rapida trasformazione proprio nel momento in cui sta decollando», aveva affermato Vance all’epoca. Ora che gli americani sono sempre più preoccupati per i pericoli posti dall’AI, come la minaccia all’occupazione, allo sviluppo intellettuale e alla salute mentale, l’amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di creare un gruppo di supervisione sull’IA.

 

Come riportato da Renovatio 21Leone ha presentato la sua prima enciclica, dedicata all’Intelligenza Artificiale, assieme al cofondatore del colosso dell’AI Anthropic Chrish Olah, che il pontefice ha ringraziato. Anthropic è entratata in collisione con il Pentagono e l’amministrazione Trump per l’uso militare della sua AI. Il CEO di Anthropic Dario Amodei ha inoltre varie volte preconizzato la distruzione sistematica di enormi percentuali di posti di lavoro remunerativi una volta che l’IA sarà via via introdotta sul mercato.

 

Secondo quanto riportato dalla stampa, Claude, un’IA di Anthropic, sarebbe stata utilizzata nell’operazione di rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro. È giunta inoltre sui giornali la storia di scienziato informatico di Anthropic, specializzato in sicurezza AI per le armi biologiche, il quale si è dimesso per darsi ad una vita bucolico-contemplativa sostenendo che «il mondo è in pericolo».

 

L’azienda quest’anno ha annunziato di possedere un’AI, Mythos, che sarebbe in grado di «bucare» quantità immani di sistemi informatici, mettendo la sicurezza di tutta l’umanità a rischio. Anthropic ha quindi dichiarato di non voler ancora rilasciare tale IA nel mondo, temendo rischi esiziali.

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Anthropic è stata fondata nel 2021 da Dario e Daniela Amodei insieme ad altri ricercatori usciti da OpenAI. La motivazione principale era la convinzione che i modelli di intelligenza artificiale stessero diventando troppo potenti per essere sviluppati solo secondo logiche di competizione, velocità e vantaggio strategico.

 

Come riassume Wired, l’azienda ha costruito la propria identità pubblica intorno al concetto di AI safety: non solo modelli potenti, ma controllabili, interpretabili e orientati a principi etici. Il progetto più rappresentativo in questo senso è la Constitutional AI, che consiste nell’addestrare i sistemi attraverso una sorta di “costituzione” fatta di principi e regole di comportamento, anziché limitarsi a correggere manualmente le risposte più pericolose.

 

La presenza di un rappresentante di Anthropic accanto a Papa Leone XIV non è casuale, ma il risultato di un percorso ragionato del Vaticano, che da semplice osservatore morale della tecnologia si è trasformato in interlocutore diretto dell’industria dell’IA Questo percorso è iniziato nel 2020 con la Rome Call for AI Ethics e si è rafforzato con l’esplosione dell’AI generativa. Il Vaticano ha compreso che la questione non riguarda più solo l’etica tecnologica, ma il futuro stesso dell’organizzazione sociale, politica e dell’umanità.

 

In questo contesto, Anthropic rappresenta un interlocutore privilegiato perché ha fatto della sicurezza e dell’allineamento dell’AI una missione identitaria, come suggerisce anche il suo stesso nome («Anthropic», cioè legato all’umano). Un ruolo particolarmente significativo è quello di Christopher Olah, ricercatore dell’azienda specializzato nell’interpretabilità dei modelli, ovvero nel rendere le reti neurali comprensibili agli esseri umani. Il suo approccio si sposa perfettamente con le preoccupazioni espresse nell’enciclica papale riguardo al rischio di tecnologie troppo potenti per essere comprese e governate.

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Il punto di incontro tra il Vaticano e Anthropic sta nella convinzione condivisa che la tecnica non è neutrale e che gli algoritmi incorporano inevitabilmente una visione del mondo. Entrambe le realtà temono che i sistemi di AI vengano plasmati unicamente da incentivi economici, geopolitici e competitivi, senza una vera riflessione antropologica ed etica. Per questo Anthropic, con la Constitutional AI, cerca di inserire esplicitamente valori e principi all’interno del comportamento dei modelli.

 

Secondo alcuni, tra cui Elon Musk e il suo ex collega a Paypal, ora consigliere per l’AI alla Casa Bianca David Sacks, Anthropic grida al lupo per poi capitalizzare sulla risposta. Non è facile capire di fatto come la società che crea un’arma cibernetica assoluta come Mythos poi si metta a parlare di etica e si piazzi a fianco al papa in Vaticano.

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