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Mons. Viganò: «il filo a cui è appeso il Concilio Vaticano II»

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

«IL FILO A CUI È APPESO IL CONCILIO»

Una risposta a Reid, Cavadini, Healy, Weinandy.

 

 

 

 

Et brachia ex eo stabunt, 

et polluent sanctuarium fortitudinis, 

et auferent juge sacrificium: 

et dabunt abominationem in desolationem.

Dan 11, 31

Ho seguito con interesse il dibattito in corso su Traditionis Custodes e il commento di Dom Alcuin Reid (qui) nel quale confuta Cavadini, Healy e Weinandy senza giungere tuttavia ad una soluzione dei problemi rilevati. Con questo mio contributo desidero indicare un possibile sbocco alla crisi presente. 

 

 

Il Vaticano II, non essendo un Concilio dogmatico, non ha inteso definire alcuna verità dottrinale, limitandosi a ribadire indirettamente – e in forma peraltro spesso equivoca – dottrine precedentemente definite in modo chiaro e inequivocabile dall’autorità infallibile del Magistero.

 

Esso è stato indebitamente e forzatamente considerato come «il» Concilio, il «superdogma» della nuova «chiesa conciliare», al punto da definirla in relazione a quell’evento.

 

Nei testi conciliari non vi è alcuna menzione esplicita di ciò che fu poi fatto in ambito liturgico, spacciandolo come compimento della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Sono invece molteplici le criticità della cosiddetta «riforma», che rappresenta un tradimento della volontà dei Padri conciliari e dell’eredità liturgica preconciliare.

 

Dovremmo piuttosto interrogarci su quale valore dare a un atto che non è ciò che vuole sembrare: se cioè possiamo moralmente considerare «Concilio» un atto che, al di là delle sue premesse ufficiali – ossia negli schemi preparatori lungamente e dettagliatamente formulati dal Sant’Uffizio – si è dimostrato eversivo nelle intenzioni inconfessabili e doloso nei mezzi da impiegare da parte di coloro che, come poi è avvenuto, volevano usarlo per uno scopo totalmente opposto a ciò per cui la Chiesa ha istituito i Concili Ecumenici.

 

Questa premessa è indispensabile per poter poi valutare oggettivamente anche gli altri eventi e atti di governo della Chiesa che da esso derivano o che ad esso fanno riferimento. 

 

Mi spiego meglio. Sappiamo che una legge viene promulgata sulla base di una mens, ossia di una finalità ben precisa, che non può prescindere dall’intero sistema giuridico nel cui ambito essa nasce. Queste quantomeno sono le basi di quel Diritto che la saggezza della Chiesa ha acquisito dall’Impero Romano. Il legislatore promulga una legge con uno scopo e la formula in modo che essa sia applicabile solo per quello scopo specifico; egli eviterà pertanto ogni elemento che possa rendere la legge equivocabile rispetto al destinatario, allo scopo, al risultato.

 

L’indizione di un Concilio Ecumenico ha come scopo la convocazione solenne dei Vescovi della Chiesa, sotto l’autorità del Romano Pontefice, per definire particolari aspetti della dottrina, della morale, della liturgia o della disciplina ecclesiastica. Ma ciò che ogni Concilio definisce deve in ogni caso rientrare nell’alveo della Tradizione e non può in alcun modo contraddire il Magistero immutabile, perché se lo facesse andrebbe contro la finalità che legittima l’autorità nella Chiesa.

 

Lo stesso vale per il Papa, il quale ha piena, immediata e diretta potestà sull’intera Chiesa solo nei confini del suo mandato: confermare i fratelli nella Fede, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge che il Signore gli ha affidato.

 

Nella storia della Chiesa, sino al Vaticano II, non è mai accaduto che un Concilio potesse de facto cancellare i Concili che lo hanno preceduto, né che un Concilio pastorale – un ἅπαξ del Vaticano II – potesse avere più autorità di venti Concili dogmatici. Eppure è accaduto, nel silenzio della maggioranza dell’Episcopato e con l’approvazione di ben cinque Romani Pontefici, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. In questi cinquant’anni di rivoluzione permanente nessun Papa ha mai messo in discussione il «magistero» del Vaticano II, né ha osato tantomeno condannarne le tesi ereticali o precisarne quelle equivoche.

 

Al contrario, tutti i Papi da Paolo VI in poi hanno fatto del Vaticano II e della sua attuazione il fulcro programmatico del loro Pontificato, subordinando e vincolando la propria autorità apostolica ai diktat conciliari. Essi si sono distinti per una netta presa di distanze dai loro Predecessori e per una marcata autoreferenzialità da Roncalli a Bergoglio: il loro «magistero» inizia con il Vaticano II e lì si esaurisce, e i Successori proclamano santi gli immediati Predecessori per il solo fatto di aver indetto, concluso o applicato il Concilio.

 

Anche il linguaggio teologico si è adeguato all’equivocità dei testi conciliari, giungendo ad adottare come definite delle dottrine che prima del Concilio erano considerate eretiche: pensiamo alla laicità dello Stato, oggi data per acquisita e lodevole; all’ecumenismo irenista di Assisi e di Astana; al parlamentarismo delle Commissioni, del Sinodo dei Vescovi, della “via sinodale” della Chiesa tedesca. 

 

Tutto questo nasce da un postulato che quasi tutti danno per scontato: che il Vaticano II possa rivendicare l’autorità di un Concilio Ecumenico, dinanzi alla quale il fedele dovrebbe sospendere ogni giudizio e piegare umilmente il capo alla volontà di Cristo, espressa infallibilmente dai Sacri Pastori, anche se in forma pastorale e non dogmatica. Ma così non è, perché i Sacri Pastori possono essere tratti in inganno da una colossale cospirazione che ha come scopo l’uso eversivo di un Concilio.

 

Quanto è avvenuto a livello globale con il Vaticano II avvenne in forma locale con il Sinodo di Pistoia, nel 1786, dove l’autorità del Vescovo Scipione de’ Ricci – che egli poteva legittimamente esercitare convocando un Sinodo diocesano – venne dichiarata nulla da Pio VI per il fatto di averla usata in fraudem legis, ossia contro la ratio che presiede e orienta qualsiasi legge della Chiesa: perché l’autorità nella Chiesa appartiene a Nostro Signore, che ne è il Capo, che la concede in forma vicaria a Pietro e ai suoi legittimi Successori solo nell’alveo della Sacra Tradizione.

 

Non è quindi un’ipotesi ardita supporre che una conventicola di eretici possa aver organizzato un vero e proprio colpo di stato nel corpo ecclesiale, allo scopo di imporre quella rivoluzione che con analoghi metodi venne organizzata dalla Massoneria, nel 1789, contro la Monarchia di Francia, e che il modernista Card. Suenens salutò come realizzata al Concilio.

 

Né ciò è in conflitto con la certezza dell’assistenza divina di Cristo sulla Sua Chiesa: il non prævalebunt non ci promette l’assenza di conflitti, di persecuzioni, di apostasie; esso ci rassicura che nella furiosa battaglia delle portæ inferi contro la Sposa dell’Agnello queste non riusciranno a distruggere la Chiesa di Cristo.

 

La Chiesa non sarà vinta finché essa rimarrà come il Suo Eterno Pontefice le impose di essere. Inoltre, la speciale assistenza dello Spirito Santo sull’infallibilità papale non è messa in discussione, quando il Papa non ha alcuna intenzione di impegnarla, come nel caso dell’approvazione degli atti di un Concilio pastorale. Sotto un profilo teorico, dunque, l’uso eversivo e doloso di un Concilio è possibile; anche perché gli pseudochristi e gli pseudoprophetæ di cui parla la Sacra Scrittura (Mc 13, 22) potrebbero ingannare anche gli stessi eletti, tra cui buona parte dei Padri conciliari, e con essi una moltitudine di chierici e fedeli. 

 

Se dunque il Vaticano II fu, com’è evidente, uno strumento di cui venne usata fraudolentemente l’autorità e l’autorevolezza per imporre dottrine eterodosse e riti protestantizzati, possiamo sperare che prima o poi il ritorno sul Soglio di un Pontefice santo e ortodosso sani questa situazione dichiarandolo illegittimo, invalido, nullo, al pari del Conciliabolo di Pistoia.

 

E se la liturgia riformata esprime quegli errori dottrinali e quell’impostazione ecclesiologica che il Vaticano II conteneva in nuce, i cui artefici si ripromettevano di rendere palesi nella loro portata devastante solo dopo la sua promulgazione, nessuna ragione pastorale – come vorrebbe Dom Alcuin Reid – potrà mai giustificare alcun mantenimento di quel rito spurio, equivoco, favens hæresim e del tutto disastroso nei suoi effetti sul popolo santo di Dio.

 

Il Novus Ordo non merita quindi alcun emendamento, alcuna «riforma della riforma», ma la sola soppressione e abrogazione, quale conseguenza della sua insanabile eterogeneità rispetto alla Liturgia cattolica, al Rito Romano di cui vorrebbe essere presuntuosamente unica espressione e alla dottrina immutabile della Chiesa. «La menzogna va confutata, come insiste san Paolo, ma chi è invischiato nelle sue trappole deve essere salvato, non perduto», dice Dom Alcuin: ma non a detrimento della Verità rivelata e dell’onore dovuto alla Santissima Trinità nell’atto supremo del culto; perché nel dare un peso eccessivo alla pastoralità si finisce col mettere l’uomo al centro dell’azione sacra, quando egli dovrebbe invece porvi Dio e prostrarsi dinanzi a Lui in adorante silenzio.

 

E anche se ciò può destare stupore nei fautori dell’ermeneutica della continuità concepita da Benedetto XVI, ritengo che Bergoglio abbia per una volta perfettamente ragione a considerare la Messa tridentina come una intollerabile minaccia per il Vaticano II, dal momento che quella Messa è talmente cattolica, da sconfessare qualsiasi tentativo di convivenza pacifica tra le due forme del medesimo Rito Romano. Anzi, è un’assurdità poter concepire una forma ordinaria montiniana e una forma straordinaria tridentina per un Rito che, in quanto tale, deve rappresentare la sola voce della Chiesa Romana – una voce dicentes – con l’eccezione limitatissima dei riti venerandi per antichità quali l’Ambrosiano, il Lionese, il Mozarabico e le minime variazioni del Rito Domenicano e simili.

 

Lo ripeto: l’estensore di Traditionis Custodes sa benissimo che il Novus Ordo è l’espressione cultuale di un’altra religione – quella della «chiesa conciliare» – rispetto alla Religione della Chiesa Cattolica di cui la Messa di San Pio V è perfetta traduzione orante. In Bergoglio non c’è alcuna volontà di comporre il dissidio tra la stirpe della Tradizione e la stirpe del Vaticano II.

 

Al contrario, l’idea di provocare una rottura è funzionale all’estromissione dei Cattolici tradizionali, siano essi chierici o laici, dalla «chiesa conciliare» che si è sostituita alla Chiesa Cattolica e che di essa mantiene appena (e di malavoglia) il nome. Lo scisma auspicato da Santa Marta non è quello dell’ereticale cammino sinodale delle Diocesi tedesche, ma quello dei Cattolici tradizionali esasperati dalle provocazioni bergogliane, dagli scandali della sua Corte, dalle sue dichiarazioni intemperanti e divisive (qui e qui).

 

Per ottenere il quale, Bergoglio non esiterà a portare alle estreme conseguenze i principi posti dal Vaticano II, cui egli incondizionatamente aderisce: considerare il Novus Ordo come unica forma del Rito Romano postconciliare, e coerentemente abrogare qualsiasi celebrazione in Rito Romano antico, in quanto del tutto aliena all’impianto dogmatico del Concilio. 

 

Ed è verissimo, oltre ogni possibile confutazione, che non vi sia possibilità di conciliazione tra due visioni ecclesiologiche eterogenee, anzi opposte. O sopravvive l’una e l’altra soccombe, o soccombe l’una e sopravvive l’altra. La chimera di una convivenza tra Vetus e Novus Ordo è impossibile, artificiosa, ingannatoria: perché ciò che il celebrante compie perfettamente nella Messa apostolica lo porta naturalmente e infallibilmente a compiere ciò che vuole la Chiesa; mentre ciò che il presidente dell’assemblea compie nella Messa riformata è quasi sempre inficiato dalle variazioni autorizzate dal rito medesimo, anche se in esso si realizza validamente il Santo Sacrificio.

 

Ed è proprio in questo che consiste la matrice conciliare della messa nuova: la sua fluidità, la sua capacità di adattarsi alle esigenze delle più disparate «assemblee», di poter essere celebrata tanto da un sacerdote che crede nella Transustanziazione e lo manifesta con le genuflessioni prescritte quanto da uno che crede nella transignificazione e dà la Comunione in mano ai fedeli.

 

Non mi stupirei quindi se, in un futuro molto prossimo, chi sta abusando dell’autorità apostolica per demolire la Santa Chiesa e provocare l’esodo in massa dei Cattolici «preconciliari», non esitasse non solo a limitare la celebrazione della Messa antica, ma giungesse anche a proibirla del tutto, perché in quella proibizione si compendia l’odio settario contro il Vero, il Buono, il Bello che ha animato la congiura dei Modernisti sin dalla prima Sessione del loro idolo, il Vaticano II.

 

Non dimentichiamo che, coerentemente con questa impostazione fanatica e tirannica, la Messa tridentina fu disinvoltamente abrogata con la promulgazione del Missale Romanum di Paolo VI, e che quanti continuarono a celebrarla vennero letteralmente perseguitati, ostracizzati, fatti morire di crepacuore e sepolti con funerali in rito nuovo, quasi a suggellare una miserabile vittoria su un passato da dimenticare definitivamente. E a quei tempi a nessuno interessavano le motivazioni pastorali per derogare alla durezza della legge canonica, così come oggi nessuno si preoccupa delle motivazioni pastorali che potrebbero indurre molti Vescovi a concedere quella celebrazione in rito antico a cui chierici e fedeli mostrano particolare attaccamento. 

 

Il tentativo conciliatore di Benedetto XVI, lodevole nei suoi temporanei effetti di liberalizzazione dell’Usus Antiquior, era destinato al fallimento proprio perché nasceva dall’illusione di poter applicare la sintesi di Summorum Pontificum alla tesi tridentina e all’antitesi di Bugnini: quella visione filosofica influenzata dal pensiero hegeliano non poteva avere successo in ragione della natura stessa della Chiesa (e della Messa), che è cattolica o non è. E che non può essere allo stesso tempo ancorata saldamente alla Tradizione e scossa dai flutti della mentalità secolarizzata. 

 

Per questo provo grande sgomento nel leggere che la Messa apostolica è considerata da Dom Reid «espressione di quella legittima pluralità che fa parte della Chiesa di Cristo», perché la pluralità delle voci si esprime nella sinfonia complessiva, e non nella compresenza dell’armonia e del frastuono stridente. Vi è qui un equivoco che dev’essere chiarito quanto prima, e che con ogni probabilità verrà sanato non tanto dal timido e composto dissenso di chi chiede tolleranza per sé riconoscendola a propria volta a chi rivendica principi diametralmente opposti, ma dall’azione intollerante e vessatoria di chi crede di poter imporre la propria volontà andando contro la volontà di Cristo Capo della Chiesa, presumendo di poter governare il Corpo Mistico al pari di una multinazionale, come giustamente ha evidenziato il Card. Mueller in un suo recente intervento. 

 

Eppure, a ben vedere, quanto accade oggi e quanto avverrà in un prossimo futuro non sono altro che la logica conseguenza delle premesse poste nel passato, il gradino successivo in una lunga serie di passi più o meno lenti, al superare dei quali molti hanno taciuto, hanno accettato, hanno subito il ricatto.

 

Perché chi celebra la Messa tridentina abitualmente ma continua a celebrare saltuariamente il Novus Ordo – e non parlo dei sacerdoti sottoposti a ricatto ma di quanti potevano imporsi o avevano la libertà di scegliere – ha già ceduto sul fronte dei principi, accettando di poter celebrare indifferentemente l’uno o l’altro, come se entrambi si equivalessero, come – appunto – se uno fosse la forma straordinaria e uno quella ordinaria dello stesso Rito.

 

E non è ciò che, con metodi analoghi, è avvenuto in ambito civile, con l’imposizione di restrizioni e violazione dei diritti fondamentali, accettate in silenzio dalla maggioranza della popolazione, terrorizzata dalla minaccia di una pandemia? Anche in quelle circostanze, con motivazioni diverse ma finalità analoghe, i cittadini hanno subìto un ricatto: «O ti vaccini o non puoi lavorare, viaggiare, uscire al ristorante».

 

E quanti, pur sapendo che si trattava di un abuso dell’autorità, hanno obbedito? Credete che i sistemi di manipolazione del consenso siano molto diversi, quando chi li adotta proviene dalla stessa schiera nemica ed è guidata dallo stesso Serpente? Pensate che il piano del Great Reset ideato dal World Economic Forum di Klaus Schwab abbia scopi differenti da quelli che si prefigge la setta bergogliana? Il ricatto non sarà sullo stato sanitario, ma su quello dottrinale, e chiederà di accettare unicamente il Vaticano II e il Novus Ordo Missæ per poter avere diritti nella chiesa conciliare; i tradizionalisti saranno bollati come fanatici al pari dei no-vax.

 

Quando da Roma dovesse essere proscritta la celebrazione della Messa antica in tutte le chiese dell’Orbe, quanti credevano di poter servire due padroni – la Chiesa di Cristo e la chiesa conciliare – scopriranno di esser stati ingannati, come prima di loro avvenne ai Padri conciliari.

 

A quel punto dovranno compiere quella scelta che si erano illusi di poter eludere, e che li costringerà a disobbedire a un ordine illecito per obbedire al Signore, o piegare il capo al volere del tiranno venendo meno ai loro doveri di Ministri di Dio. Ci pensino bene, nell’esame di coscienza, quanti hanno evitato di sostenere i pochi, pochissimi confratelli fedeli al proprio Sacerdozio, quando venivano additati come disobbedienti o inflessibili solo perché avevano previsto l’inganno e il ricatto. 

 

Qui non si tratta di travestire la Messa montiniana da Messa antica, cercando di nascondere con paramenti e canti gregoriani l’ipocrisia farisaica che l’ha concepita; non è questione di togliere la Prex eucharistica II o celebrare ad orientem: la battaglia si combatte sulla differenza ontologica tra la visione teocentrica della Messa tridentina e la visione antropocentrica della sua contraffazione conciliare. 

 

Questa non è altro che la battaglia tra Cristo e Satana. Una battaglia per la Messa, che è il cuore della nostra Fede, il trono in cui il divino Re eucaristico discende, il Calvario su cui si rinnova in forma incruenta l’immolazione dell’Agnello immacolato. Non una cena, non un concerto, non una rassegna di eccentricità o un pulpito per eresiarchi, non un podio per comizi. 

 

Una battaglia che si rafforzerà spiritualmente nella clandestinità dei sacerdoti fedeli a Cristo, considerati scomunicati e scismatici, mentre nelle chiese assieme al rito riformato trionferanno l’infedeltà, l’errore, l’ipocrisia. E l’assenza: assenza di Dio, assenza di santi sacerdoti, assenza di buoni fedeli.

 

L’assenza – lo dicevo nell’Omelia per la Cattedra di San Pietro in Roma (qui) – di quella unità tra la Cattedra e l’Altare, tra l’autorità sacra dei Pastori e la loro stessa ragion d’essere, sul modello di Cristo, pronti a salire essi per primi il Golgota, ad immolarsi per il gregge. Chi rigetta questa visione mistica del proprio Sacerdozio finisce per esercitare l’autorità che ricopre senza la ratifica che viene solo dall’Altare, dal Sacrificio, dalla Croce: da Cristo che su quella Croce regna come Re e Pontefice anche sui sovrani temporali e spirituali.

 

Se questo è ciò che vuole Bergoglio per affermare il suo strapotere nel silenzio assordante del Sacro Collegio e dell’Episcopato, sappia che incontrerà l’opposizione ferma e decisa di tante anime buone, disposte a combattere per amore del Signore e per la salvezza della propria anima e determinate a non cedere, in un momento così tremendo per le sorti della Chiesa e del mondo, a chi vorrebbe cancellare il Sacrificio perenne, quasi a rendere più agevole l’ascesa dell’Anticristo ai vertici del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Comprenderemo presto il senso delle tremende parole del Vangelo (Mt 24, 15), in cui il Signore parla dell’abominazione della desolazione nel tempio: l’orrore abominevole di vederci proscritto il tesoro della Messa, di vedere spogli i nostri altari, chiuse le nostre chiese, costrette alla clandestinità le nostre funzioni.

 

Questa è l’abominazione della desolazione: la fine della Santa Messa apostolica. 

 

Quando, il 21 Gennaio 304, la tredicenne Agnese fu condotta al Martirio, molti tra i fedeli e tra i sacerdoti avevano apostatato la Fede dinanzi alla persecuzione di Diocleziano. Dovremmo noi temere l’ostracismo della setta conciliare, quando una bambina ci ha dato l’esempio di fedeltà e fortezza dinanzi al carnefice? Quella fedeltà eroica fu lodata da Sant’Ambrogio e San Damaso: facciamo in modo di poter meritare, ancorché indegnissimi, il futuro elogio della Chiesa mentre ci prepariamo a queste prove in cui testimoniare la nostra appartenenza a Cristo.

 

 

+Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

21 Gennaio 2023

Sanctæ Agnetis Virginis et Martyris

 

 

 

 

 

 

Immagine di Lothar Wolleh (1930–1979) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

 

Renovatio 21 pubblica questo scritto per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

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Geopolitica

Un viaggio del Papa ad alto rischio

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Papa Francesco ha programmato di compiere il suo prossimo viaggio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Sud Sudan, dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023. Due regioni dove i cristiani sono spesso le prime vittime del jihadismo e della guerra civile.

 

 

Il viaggio africano del successore di Pietro nella RDC e nel Sud Sudan avrebbe dovuto svolgersi nel luglio 2022, ma era stato rinviato a causa dei timori per la salute del Sommo Pontefice.

 

In questi due Paesi regolarmente scossi dalla violenza, l’incolumità del Papa promette di essere una sfida importante per i servizi di protezione e gli organizzatori in loco.

 

La RDC è un Paese che conta circa il 40% di cattolici, il 35% di protestanti e pentecostali, il 9% di musulmani e il 10% di kimbanguisti (setta derivata dal cristianesimo) su cento milioni di abitanti; il Paese non vedeva un Papa mettere piede nella sua terra dalla storica visita di Giovanni Paolo II nel 1985, quando il Paese si chiamava ancora Zaire.

 

Il pontefice argentino troverà lì una situazione critica. Nell’Est del Paese la situazione della sicurezza è molto complessa: vi operano più di cento gruppi paramilitari, jihadisti o mafiosi, spesso entrambi, a volte sovvenzionati dall’estero.

 

Le violenze contro i cristiani sono all’ordine del giorno: il 15 gennaio 2023, un attentato perpetrato in un luogo di culto pentecostale, e attribuito a terroristi delle ADF – Allied Democratic Forces – ha provocato 10 vittime e quasi quaranta feriti.

 

L’ADF – insieme a un altro gruppo terroristico autoproclamato Madina a Tauheed Wau Mujahedeen (MTM) – ha promesso fedeltà al ramo africano dell’organizzazione dello Stato islamico (IS) che porta il nome di ISCAP (Islamic State Central Africa Province).

 

All’indomani dell’attacco, l’ISCAP ha rivendicato la responsabilità del massacro: «I combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a piazzare e far esplodere una bomba all’interno di una chiesa cristiana nella città di Kasindi, ulteriore prova del fallimento delle recenti campagne militari delle forze congolesi e dei loro alleati per garantire la sicurezza dei cristiani».

 

Nel Nord-Est del Paese, nella provincia di Ituri, dall’inizio di gennaio 2023 sono morti più di 80 civili in un contesto largamente sfavorevole ai cristiani.

 

Il 3 febbraio Papa Francesco volerà a Juba, capitale del Sud Sudan. Paese a maggioranza cristiana diventato indipendente nel 2011 dopo essersi staccato dal suo fratello maggiore musulmano, il Sud Sudan è sprofondato in una guerra civile tra il 2013 e il 2018 che ha causato quasi 400.000 morti.

 

Vi si oppongono due clan, uno guidato dal presidente Salva Kiir, l’altro dal vicepresidente Riek Machar, accusato di aver fomentato un golpe. Entrambi sono cristiani, uno cattolico e l’altro protestante. Nonostante la firma di un accordo di pace nel 2018, le tensioni continuano e si accumulano ritardi nel calendario per l’accordo di pace.

 

Si tratterà del quarantesimo viaggio all’estero di papa Francesco dalla sua elezione nel 2013. Un viaggio ad alto rischio diplomatico, perché se il pontefice argentino è risolutamente impegnato nel dialogo con l’islam, non può ignorare la sorte di decine di milioni di cristiani perseguitati per la loro fede, nelle regioni che deve attraversare.

 

 

 

 

 

Immagine pubblico dominio CCO via Flickr

 

 

 

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Spirito

La Chiesa in piena guerra civile secondo un vaticanista

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Il vaticanista Marco Politi ha affermato che da diversi anni c’è «una guerra civile sotterranea» nella Chiesa. Parlando alla Radio diocesana di Colonia, Politi ha detto: «Dal momento in cui Papa Francesco ha autorizzato la Comunione de facto ai divorziati risposati dopo i due sinodi sulla famiglia, è iniziata questa guerra civile, e continua».

 

 

Il vaticanista cita in particolare il cardinale australiano George Pell, scomparso a gennaio, che «ha preparato, la scorsa primavera, un memorandum molto critico in vista del prossimo conclave», spiegando «che il pontificato di Francesco è una catastrofe, un disastro, e che lui non si cura della tradizione apostolica».

 

Questo documento anonimo era stato inviato a tutti i cardinali sotto la firma di Demos. Sandro Magister afferma di aver ricevuto questo memorandum dalle mani dello stesso cardinale Pell il 5 marzo 2022, e di averlo pubblicato il successivo 12 marzo. Il vaticanista ha atteso la morte del cardinale australiano per rivelare la sua paternità su questo testo.

 

Lo stesso cardinale Pell ha pubblicato un articolo sulla rivista inglese The Spectator, articolo reso postumo dalla morte dell’autore, in cui parla del «pensiero neomarxista e della mentalità New Age che si sono insinuati nella Chiesa», dice Politi. La sua conclusione è che «si tratta di un segno di questo conflitto».

 

Secondo Politi, oggi nella Chiesa “non c’è un’ampia base riformista”, solo “elementi”.

 

Al contrario, «c’è un’opposizione molto ferma, di almeno il 30%», ha proseguito il vaticanista. «Poi c’è un’ampia fascia intermedia del 30-40% di vescovi e teologi che hanno paura delle innovazioni e di una possibile protestantizzazione della Chiesa. E poi ci sono dal 20 al 25% di veri riformisti».

 

In futuro la «battaglia» tra i diversi partiti della Chiesa continuerà, secondo l’esperto, e questo soprattutto perché «l’opposizione conservatrice vuole esercitare influenza sul prossimo conclave». Essa vuole lanciare il messaggio: «guardate cosa sta succedendo con Francesco. Dobbiamo assolutamente avere un papa molto più prudente».

 

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

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Omelia di Mons. Viganò nella festa della Conversione di San Paolo Apostolo

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Renovatio 21 pubblica quest’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

VAS ELECTIONIS EST MIHI ISTE

Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Conversione di San Paolo Apostolo

 

 

Egregie Doctor Paule, mores instrue,

Et nostra tecum pectora in cœlum trahe;

Velata dum meridiem cernat fides,

Et solis instar sola regnet caritas.

O egregio dottore Paolo, insegna le leggi

e attira i nostri spiriti con te verso il cielo,

fin quando l’oscurata Fede scorga il mezzodì

e la sola Carità regni a somiglianza del sole.

 

 

 

 

 

La Conversione di San Paolo è una conquista di Santo Stefano, e non a caso la divina Liturgia pone questa festa a pochi giorni da quella del Protomartire, che il giudeo Saulo, ligio all’Antica Legge e fedele esecutore della volontà dei Sommi Sacerdoti, vide martirizzato sotto i suoi occhi e forse egli stesso martirizzò, credendo di compiere un’azione conforme ai precetti osservati da ogni Ebreo ortodosso.

 

Commenta l’abate Guéranger: Per completare la corte del nostro grande Re, era giusto che si elevassero ai lati della mangiatoia le due potenti colonne della Chiesa, l’Apostolo dei Giudei e l’Apostolo dei Gentili: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada. Così Saulo, da ebreo osservante e persecutore dei Cristiani, diventa Paolo, conquistatore dei pagani al Vangelo. 

 

Oggi la potenza di Cristo abbatte il Suo nemico, e la Sua misericordia lo risolleva facendo di lui un campione della Fede e il compagno del Principe degli Apostoli, assieme al quale egli verserà il proprio sangue nell’Urbe: O Roma felix, quæ duorum Principum es consecrata glorioso sanguine, cantiamo nell’inno Decora lux. Felice Roma, consacrata dal glorioso sangue dei due Principi! Un sangue che è glorioso perché da esso, versato per amore di Cristo, non deriva la morte ma la vita, non la sconfitta ma la vittoria, non l’ignominia del supplizio ma la gloria della palma del Martirio. 

 

Quando i Pastori obbedivano a Dio e non inseguivano gli inganni di questo mondo, dalla festa della Cattedra di San Pietro in Roma a quella della Conversione di San Paolo si teneva l’Ottavario di preghiera per la conversione dei non Cattolici, scismatici, eretici e pagani. La nuova chiesa, sulla falsariga del Vaticano II, ha rinnegato la propria missione e cerca di nascondere ciò che ci separa dalle sette e dagli idolatri, enfatizzando ciò che secondo loro ci unisce.

 

E quel momento di preghiera è diventato la «Settimana per l’unità dei Cristiani», anteponendo gli scopi di un insano ecumenismo alla missione soprannaturale della predicazione della vera Fede.

 

Vi invito dunque a pregare per i chierici e i Prelati persecutori dei buoni Cattolici, e per quanti come Saulo credono di osservare i precetti della legge mentre sono nell’errore.

 

Chiediamo al Signore di mostrarSi loro e di convertirli, come fu convertito l’Apostolo dei gentili.

 

Non vi stupisca questo parallelo: il velo del tempio che si strappò per il lungo nel momento della morte del Salvatore sulla Croce pose fine all’antica Alleanza, facendo della Chiesa di Cristo il nuovo Israele, e dei battezzati il nuovo popolo eletto.

 

Questa nuova ed eterna Alleanza, suggellata nel Sangue dell’Agnello di cui erano figura i sacrifici del Tempio, accolse molti figli della Sinagoga, illuminati dalle profezie messianiche e confermati dai miracoli del Signore: tra costoro vi furono tanti che, come Saulo, obbedirono alla Legge finché non furono toccati dalla Grazia che mostrò loro il compimento delle Scritture in Gesù Cristo.

 

E mentre l’accecamento della perfidia non lasciava scorgere la Luce venuta nel mondo e la respingeva; mentre il Sinedrio cospirava con Pilato nel timore di veder compromesso il proprio potere e nascondeva ai semplici le verità custodite nei rotoli di Isaia e dei santi Profeti; mentre Saulo cercava in tutte le sinagoghe di costringere i cristiani con minacce a bestemmiare (At 26, 11), ossia a rinnegare la divinità di Cristo e la Sua venuta come Messia promesso, si preparava il grande miracolo della conversione: istantanea, immediata, fulminea come tutte le cose che riguardano Dio. 

 

Il cammino di conversione è talvolta arduo e lungo, irto di difficoltà e di cadute; ma la conversione in sé avviene con la forza e la potenza di cui il Signore è capace, quando ci tocca con la luce della Verità e con il fuoco della Carità.

 

Chi sei tu, Signore?, chiede Saulo, disarcionato da cavallo; Io sono Gesù, che tu perseguiti (At 9, 5). Nella luce sfolgorante in cui risuona la voce di Cristo, uno dei più temuti inquisitori del Tempio riconosce il miracolo, ne comprende il divino Artefice, Gli si rivolge chiamandolo «Signore», obbedisce all’ordine di recarsi a Damasco. Egli rimane abbagliato e cieco per tre giorni, e per tre giorni digiuna, in mistica preparazione all’epifania di Cristo. 

 

Con un altro miracolo, Anania viene istruito di recarsi a guarire Saulo di Tarso, e quegli rimane stupito perché il giudeo ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome (At 9, 14). E il Signore gli risponde: Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome (ibid., 15-16). Recatosi dunque da Saulo, Anania gli impone le mani e lo guarisce, facendo cadere dai suoi occhi il velo della cecità, figura dell’oscuramento della vista dell’anima. Ricolmo di Spirito Santo, Saulo fu subito battezzato (ibid., 18) con il nome di Paolo.

 

Anche oggi un Sinedrio di seguaci del Vaticano II manda nelle sinagoghe i suoi ministri a perseguitare i Cattolici tradizionali, perché siano puniti e condotti all’osservanza dei riti riformati. Anche oggi vi sono dei Sauli zelanti e terribili che cercano i fedeli per «costringerli a bestemmiare», a rinnegare l’insegnamento di Cristo e ad obbedire ai Sommi Sacerdoti e agli scribi del popolo. Molti di loro credono di essere giusti e di rispettare la Legge. Ma la potenza di Dio, che rovescia e atterra i superbi, vuole toccare l’anima di costoro come fece con Saulo.

 

È per questi, cari fedeli, che vi invito a pregare: perché il Signore mostri la Sua potenza nel disarcionarli dalle loro granitiche certezze, per accecarli nel loro orgoglio; e usi nei loro riguardi la Sua misericordia per risollevarli, restituire loro la vista spirituale, colmarli dello Spirito Santo e farne dei Suoi apostoli.

 

Preghiamo perché i Prelati e i sacerdoti che oggi obbediscono al Sinedrio romano, che non vuole riconoscere Cristo Re mentre rende omaggio a Cesare, siano illuminati dalla Grazia del Signore. Perché essi tornino nelle sinagoghe come Paolo a proclamare Gesù Figlio di Dio (ibid., 20), a dimostrare che Gesù è il Cristo (ibid., 22), a predicare che il Sacrificio della nuova ed eterna Alleanza si rinnova sull’altare di coloro che fino ad oggi hanno perseguitato.

 

Preghiamo perché anche di quel Monsignore, di quel Vescovo, di quel Cardinale si possa dire: Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti? (ibid., 21).

 

Se sapremo rendere testimonianza della nostra Fede nel Signore e della nostra fedeltà al Santo Sacrificio della Messa, che è il cuore e l’anima palpitante della nostra santissima Religione, potremo fare con queste anime toccate dalla Grazia ciò che fecero i discepoli a Damasco: parlare loro di Cristo, farli stare con noi per crescere e camminare nel timore del Signore (ibid., 31).

 

Forse quel Prelato venuto per costringerci ad accettare i riti riformati vorrà celebrare la Santa Messa tradizionale, scoprendo quanto il proprio Sacerdozio sia confermato e nutrito dalla divina Liturgia, quanto la sua anima di Levita trovi perfetto compimento nel ripetere le parole del Salvatore che Si immola sull’altare, come una volta per tutte Si immolò sulla Croce.

 

Forse quel Vescovo giunto con intenti battaglieri si accorgerà di perseguitare Cristo, e vorrà diventare Suo apostolo e discepolo, dopo esserne stato persecutore per ordine del Sinedrio. 

 

E comprenderà – come abbiamo compreso noi, per grazia di Dio e nonostante la nostra indegnità – quanto dovrà soffrire per il mio nome

 

Questo è il nostro più sincero auspicio, questa la nostra preghiera, questa la ragione della nostra testimonianza.

 

E così sia.

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

 

25 Gennaio 2023

In Conversione Sancti Pauli Apostoli

 

 

 

 

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