Spirito
«Ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso». Mons. Viganò a proposito della risposta ai «Dubia»
Renovatio 21 pubblica questo testo di Monsignor Carlo Maria Viganò.
« REDDE RATIONEM VILLICATIONIS TUÆ »
A proposito dei «Responsa ad Dubia»
di Traditionis Custodes
Vos estis qui justificatis vos coram hominibus :
Deus autem novit corda vestra :
quia quod hominibus altum est,
abominatio est ante Deum.
Lc 16, 15
Nel leggere i Responsa ad Dubia pubblicati recentemente dalla Congregazione per il Culto Divino viene da chiedersi a quali infimi livelli sia potuta scendere la Curia Romana, per dover assecondare Bergoglio con tale servilismo, in una guerra crudele e spietata contro la parte più docile e fedele della Chiesa.
Mai, negli ultimi decenni di gravissima crisi nella Chiesa, l’autorità ecclesiastica si è mostrata così determinata e severa: non l’ha fatto con i teologi eretici che infestano gli Atenei pontifici e i Seminari; non l’ha fatto con chierici e Prelati fornicatori; non l’ha fatto nel punire esemplarmente gli scandali di Vescovi e Cardinali.
Ma contro i fedeli, i sacerdoti e i religiosi che chiedono solo di poter celebrare la Santa Messa tridentina, nessuna pietà, nessuna misericordia, nessuna inclusività. Fratelli tutti?
Mai come sotto questo «pontificato» è stato percepibile l’abuso di potere da parte dell’autorità, nemmeno quando duemila anni di lex orandi sono stati immolati da Paolo VI sull’altare del Vaticano II, imponendo alla Chiesa un rito tanto equivoco quanto ipocrita.
Quell’imposizione, a cui corrispose la proibizione di celebrare nell’antico rito e la persecuzione dei dissenzienti, aveva almeno l’alibi dell’illusione che un cambiamento avrebbe forse risollevato le sorti del Cattolicesimo dinanzi a un mondo sempre più secolarizzato.
Oggi, dopo cinquant’anni di disastri immani e quattordici anni di Summorum Pontificum, quella labile giustificazione non solo non è più valida, ma è sconfessata nella sua inconsistenza dall’evidenza dei fatti.
Tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo.
E viceversa, da quando Benedetto XVI ha cercato di sanare quel vulnus riconoscendo pieni diritti alla liturgia tradizionale, le comunità legate alla Messa di San Pio V si sono moltiplicate, i seminari degli Istituti Ecclesia Dei sono cresciuti, le vocazioni aumentate, la frequenza dei fedeli incrementata, la vita spirituale di tanti giovani e di tante famiglie ha trovato uno slancio insperato.
Quale lezione si sarebbe dovuta trarre da questa «esperienza della Tradizione» invocata a suo tempo anche da mons. Marcel Lefebvre? Quella più evidente e allo stesso tempo più semplice: quello che Dio ha dato alla Chiesa è destinato al successo, e quello che vi aggiunge l’uomo crolla miseramente.
Un’anima non accecata dal furore ideologico avrebbe ammesso l’errore compiuto, cercando di riparare ai danni e di ricostruire quello che era stato nel frattempo distrutto, di restaurare quanto era stato abbandonato. Ma questo richiede umiltà, uno sguardo soprannaturale e una fiducia nel provvidente intervento di Dio.
Questo richiede anche la consapevolezza da parte dei Pastori di essere amministratori dei beni del Signore, e non padroni: essi non hanno il diritto né di alienarne i beni, né di nasconderli o di sostituirli con loro invenzioni; essi devono limitarsi a custodirli e a renderli disponibili ai fedeli, sine glossa, e con il pensiero costante di dover rispondere dinanzi a Dio per ogni pecorella e ogni agnello del Suo gregge. Ammonisce l’Apostolo: « Hic jam quæritur inter dispensatores, ut fidelis quis inveniatur» (I Cor 4, 2), «quanto si richiede negli amministratori è che siano fedeli».
I Responsa ad Dubia sono coerenti con Traditionis custodes, ed esplicitano l’indole eversiva di questo «pontificato», in cui il potere supremo della Chiesa è usurpato per ottenere uno scopo diametralmente opposto a quello per il quale Nostro Signore ha costituito in autorità i Sacri Pastori e il Suo Vicario in terra.
Un potere indocile e ribelle a Colui che lo ha istituito e che lo legittima, un potere che si crede fide solutus, per così dire, secondo un principio intrinsecamente rivoluzionario e quindi eretico.
Non dimentichiamolo: la Rivoluzione rivendica a sé un potere che si giustifica per il solo fatto di essere rivoluzionario, eversivo, cospiratorio e antitetico al potere legittimo che intende abbattere; e che appena giunge a ricoprire ruoli istituzionali viene esercitato con autoritarismo tirannico, proprio perché non è ratificato né da Dio né dal popolo.
Mi sia permesso sottolineare un parallelo tra due situazioni apparentemente scollegate.
Come in presenza della pandemia sono negate le cure efficaci, con l’imposizione di un «vaccino» inutile, anzi dannoso e perfino letale; così la Santa Messa tridentina, vera medicina dell’anima in un momento di gravissima pestilenza morale, viene negata colpevolmente ai fedeli, sostituendole il Novus Ordo.
I medici del corpo vengono meno al proprio dovere, pur in presenza di terapie, e impongono tanto ai malati quanto ai sani un siero sperimentale, e si ostinano a somministrarlo nonostante l’evidenza della totale inefficacia e degli effetti avversi.
Analogamente i sacerdoti, medici dell’anima, tradiscono il proprio mandato, pur in presenza di un farmaco infallibile testato per oltre duemila anni, e fanno di tutto per impedire che quanti ne hanno sperimentato l’efficacia possano usarlo per guarire dal peccato.
Nel primo caso le difese immunitarie del corpo sono indebolite o annullate per creare dei malati cronici in balia delle case farmaceutiche; nel secondo caso le difese immunitarie dell’anima sono compromesse da una mentalità mondana e dalla cancellazione della dimensione soprannaturale e trascendente, in modo da lasciare le anime indifese dinanzi agli assalti del demonio
E questo valga come risposta a coloro che pretendono di affrontare la crisi religiosa senza considerare in parallelo la crisi sociale e politica, perché è proprio questa duplicità di attacco che lo rende così tremendo e che ne svela l’unica mente criminale.
Non voglio entrare nel merito dei deliri dei Responsa: basta conoscere la ratio legis per respingere Traditionis custodes come un documento ideologico e fazioso, redatto da persone vendicative e intolleranti, pieno di velleità e di grossolani errori canonici, con l’intenzione di proibire un rito canonizzato da duemila anni di Santi e Pontefici e imporne uno spurio, copiato dai luterani e raffazzonato dai modernisti, che in cinquant’anni ha causato un immane disastro al corpo ecclesiale e che, proprio per questa sua efficacia devastatrice, non deve conoscere deroga. Non c’è solo la colpa: c’è anche il dolo e il duplice tradimento del divino Legislatore e dei fedeli.
Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati
Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati. E questo avviene in una situazione paradossale in cui la Chiesa cattolica e la sua contraffazione coincidono nella medesima Gerarchia, alla quale i fedeli sentono di dover obbedire in quanto espressione dell’autorità di Dio e contemporaneamente di dover disobbedire in quanto traditrice e ribelle.
Certo, non è semplice disobbedire al tiranno: le sue reazioni sono spietate e crudeli; ma persecuzioni ben peggiori furono quelle che dovettero patire nel corso dei secoli i Cattolici che si trovarono a dover affrontare l’arianesimo, l’iconoclastia, l’eresia luterana, lo scisma anglicano, il puritanesimo di Cromwell, il laicismo massonico della Francia e del Messico, il comunismo sovietico, della Spagna, della Cambogia, della Cina… Quanti vescovi e sacerdoti martirizzati, imprigionati, esiliati. Quanti religiosi massacrati, quante chiese profanate, quanti altari distrutti. E tutto questo perché? Perché i Sacri Ministri non hanno voluto rinunziare al tesoro più prezioso che Nostro Signore ci ha donato: la Santa Messa. La Messa che Egli ha insegnato a celebrare agli Apostoli, che gli Apostoli hanno trasmesso ai loro Successori, che i Papi hanno custodito e restaurato e che da sempre è al centro dell’odio infernale dei nemici di Cristo e della Chiesa.
Pensare che quella Santa Messa, per la quale i missionari inviati in terre protestanti o i sacerdoti prigionieri dei gulag rischiavano la propria vita, sia oggi proibita dalla Santa Sede è motivo di dolore e di scandalo, oltre che un’offesa ai Martiri che quella Messa hanno difeso fino all’ultimo respiro. Ma queste cose le può capire solo chi crede, chi ama, chi spera. Solo a chi vive di Dio.
Chi si limita ad esprimere riserve o critiche a Traditionis custodes e ai Responsa cade nel tranello dell’avversario, perché riconosce legittimità ad una legge illegittima e invalida, voluta e promulgata per umiliare la Chiesa e i suoi fedeli, per fare un dispetto ai «tradizionalisti» che osano nientemeno che avversare dottrine eterodosse condannate fino al Vaticano II, da esso fatte proprie e oggi assurte a cifra del pontificato bergogliano. Traditionis custodes e Responsa vanno semplicemente ignorati, respinti al mittente. Vanno ignorati perché è chiara la volontà di punire i Cattolici rimasti fedeli, di disperderli, di farli scomparire.
Rimango sgomento dinanzi al servilismo di tanti Cardinali e Vescovi, che per compiacere Bergoglio calpestano i diritti di Dio e delle anime loro affidate e che si fanno un merito di mostrare la propria avversione per la Liturgia «preconciliare», considerandosi meritevoli del pubblico encomio e dell’approvazione vaticana. A costoro sono rivolte le parole del Signore: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio» (Lc 16, 15).
La risposta coerente e coraggiosa dinanzi a un gesto tirannico dell’autorità ecclesiastica deve essere la resistenza e la disobbedienza a un ordine irricevibile. Rassegnarsi ad accettare questa ennesima sopraffazione significa aggiungere un altro precedente alla lunga serie di abusi sinora tollerati, e con la propria obbedienza servile rendersi responsabili del mantenimento di un potere fine a se stesso.
Occorre che i Vescovi, Successori degli Apostoli, esercitino la propria sacra autorità, nell’obbedienza e nella fedeltà al Capo del Corpo Mistico, per porre fine a questo colpo di stato ecclesiastico che si è consumato sotto i nostri occhi. Lo richiede l’onore del Papato, oggi esposto al discredito e all’umiliazione da colui che occupa il Soglio di Pietro. Lo richiede il bene delle anime, la cui salvezza è suprema lex della Chiesa. Lo richiede la gloria di Dio, rispetto alla quale nessun compromesso è tollerabile.
L’Arcivescovo polacco mons. Jan Paweł Lenga ha detto che è il momento di una controrivoluzione cattolica, se non vogliamo vedere la Chiesa sprofondare sotto le eresie e i vizi dei mercenari e dei traditori.
La promessa del Non prævalebunt non esclude minimamente, anzi chiede e pretende una azione ferma e coraggiosa non solo da parte dei Vescovi e dei sacerdoti, ma anche dei laici, che mai come oggi sono trattati come sudditi, nonostante i fatui appelli alla actuosa participatio e al loro ruolo nella Chiesa.
Prendiamone atto: il clericalismo ha raggiunto il proprio apice sotto il «pontificato» di chi ipocritamente non fa altro che stigmatizzarlo.
Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Spirito
Arcivescovo riduce allo stato laicale sacerdote per messaggi in cui definiva Francesco e Leone «usurpatori»
L’arcivescovo di San Antonio Gustavo García-Siller ha annunciato oggi che un tribunale canonico ha dichiarato padre John Mary Foster colpevole di scisma, lo ha scomunicato con sentenza tardiva e lo ha dimesso dallo stato clericale. Lo riporta LifeSite.
La decisione del tribunale è stata emessa il 20 aprile, ma resa pubblica solo oggi. L’arcidiocesi ha contemporaneamente proibito a tutti i cattolici di partecipare alle messe o alle attività presso la Missione della Divina Misericordia a Canyon Lake e ha invitato a interrompere ogni sostegno finanziario.
Nella nota datata 14 agosto, García-Siller ha sottolineato che Foster «ha definito pubblicamente papa Francesco e Papa Leone XIV degli “usurpatori”» e che, «pubblicando messaggi presumibilmente ricevuti da Dio, Gesù e dalla Beata Vergine Maria da un membro della Missione della Divina Misericordia, di cui John Mary Foster è il leader de facto, ha ripetutamente e costantemente affermato che Papa Leone XIV “è anch’egli un usurpatore e non un vero papa”».
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L’arcivescovo ha aggiunto che il sacerdote continua a celebrare la Messa omettendo deliberatamente il nome del Papa dalla Preghiera Eucaristica e ha dichiarato che la partecipazione agli eventi della Missione della Divina Misericordia costituisce «un atto formale di disobbedienza».
In una risposta pubblicata sul sito web della Missione della Divina Misericordia, padre Foster ha osservato che, pur avendo motivi canonici per impugnare la decisione, non lo faranno perché «le realtà pratiche dell’attuale Vaticano e della gerarchia, così profondamente infiltrati dal nemico, pesano fortemente contro un eventuale esito positivo del ricorso. Ad esempio, ci rivolgeremmo a Victor Manuel Fernandez del Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha una responsabilità significativa in molte delle azioni più problematiche dell’attuale Vaticano, tra cui la stesura della Fiducia Supplicans. E qualsiasi decisione finale spetterebbe a Robert Prevost (Leone), che il Signore ha definito un usurpatore che lavora per minare la Sua Chiesa».
Al centro della vicenda — e messa in evidenza sia dall’arcidiocesi che dalla Missione della Divina Misericordia — vi è una serie di presunte rivelazioni private ricevute da un membro della comunità di Foster, suor Amapola. Questi messaggi, che la Missione della Divina Misericordia ha iniziato a pubblicare nel febbraio 2024 dopo anni di silenzio su richiesta dell’arcivescovo, avvertono esplicitamente che Giorgio Mario Bergoglio occupava illegittimamente la Cattedra di Pietro.
Un primo messaggio, indirizzato ai vescovi, affermava: «Non solo avete permesso al fumo di Satana di infiltrarsi nel Mio Santuario, ma avete anche consentito a un intero esercito di demoni di prendere il vostro posto. E avete permesso all’usurpatore di sedere sulla cattedra del Mio Pietro, colui che sta compiendo il Grande Tradimento che lascerà la Mia Chiesa desolata». Messaggi successivi estesero lo stesso giudizio a Robert Prevost (Leone XIV), con Dio Padre che dichiarò il 2 settembre 2025: «Colui che siede sul trono di Pietro non è Mio».
La comunità ha espresso un sentimento simile nel comunicato odierno in risposta alla scomunica: «La Missione della Divina Misericordia è cattolica e afferma tutto ciò che è presente nella fede cattolica, compreso il ruolo che Gesù ha affidato a San Pietro e ai suoi legittimi successori. Non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare la Chiesa cattolica. Lungi dal rifiutare la Chiesa, stiamo facendo tutto il possibile per difenderla, anche mettendo a rischio il nostro intero ministero».
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La risposta della Missione della Divina Misericordia, pubblicata anch’essa oggi con il titolo «Ascoltare Dio – Riguardo alla sentenza di “scomunica” e “laicizzazione”», ha sottolineato che i messaggi identificano entrambi gli uomini come «usurpatori o falsi papi» e che «alcuni studiosi cattolici si sono spinti oltre. Considerando tutte le eresie, i problemi dottrinali e il profondo danno arrecato alla Chiesa da Francesco e Leone, alcuni sostengono che sia più facile conciliare gli insegnamenti cattolici sull’infallibilità e l’indefettibilità con l’idea che questi uomini siano usurpatori e antipapi piuttosto che veri papi».
I cattolici di San Antonio si trovano inoltre di fronte a un dilemma, poiché la comunità della Missione della Divina Misericordia presenta un rito Novus Ordo estremamente riverente in una diocesi circondata da abusi liturgici.
Va detto inoltre che l’arcivescovo Garcia-Siller, che ha emesso il decreto, è stato oggetto di numerose controversie contro la fede, tra cui l’aver impartito la Santa Comunione al presidente pro-aborto Joe Biden durante una messa per le famiglie delle vittime della sparatoria nella scuola di Uvalde, evitando però di interferire con il governatore pro-vita del Texas, Greg Abbott.
Monsignor Garcia-Siller è altresì noto per impedire ai fedeli l’accesso alle lettere di esenzione religiosa per i parrocchiani che avevano obiezioni di coscienza a sottoporsi ai vaccini ottenuti con l’aborto.
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Spirito
Il paradiso è un dono, mai un diritto
III. La creazione dell’uomo e l’ordine soprannaturale della grazia
23. Credo che Dio abbia creato l’uomo a sua immagine, dotandolo di un’anima spirituale e immortale, capace di conoscere la verità, di amare il bene conosciuto attraverso la ragione naturale e di rivolgersi liberamente al suo Creatore. L’uomo non è quindi il prodotto necessario di una cieca evoluzione, né il mero risultato di forze materiali; proviene da Dio come sua causa creatrice, dipende da Dio che lo sostiene nell’esistenza ed è destinato a Dio come fine ultimo. 24. Io affermo che Dio non ha destinato l’uomo alla sola perfezione naturale, ma lo ha chiamato liberamente a un fine soprannaturale che trascende completamente i poteri e i diritti della natura creata: la visione beatifica, attraverso la quale l’anima vedrà Dio faccia a faccia e parteciperà alla vita intima della Santissima Trinità. Che l’uomo sia chiamato a diventare figlio di Dio, partecipe della natura divina ed erede del Cielo, non è il necessario compimento della sua natura, ma un puro effetto della generosità divina.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Spirito
Mons. Schneider: la FSSPX ha dovuto scegliere tra Roma e «l’integrità della fede»
Il vescovo ausiliare di Astana, monsignor Athanasius Schneider, ha rottoil silenzio riguardo le ordinazioni episcopali della Fraternità San Pio X (FSSPX) ad Écône lo scorso 1 luglio. Le dichiarazioni di monsignor Schneider sono state pubblicate in un lungo e denso testo a firma del prelato apparso nel sito della vaticanista Diane Montagna. Sua Eccellenza aveva chiesto espressamente e più volte Leone XIV affinché concedesse alla FSSPX il mandato apostolico indispensabile per ordinare nuovi vescovi ed evitare così una nuova rottura. Nel suo appello del 24 febbraio domandava esplicitamente al Pontefice di agire come «costruttore di ponti» e mise in guardia dal rischio di provocare «una nuova divisione veramente inutile e dolorosa all’interno della Chiesa». Solo due mesi fa, sempre in un testo pubblicato dalla Montagna, monsignore aveva detto che le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della Fraternità. Nei mesi precedenti, sempre esortando a sostenere la FSSPX, aveva affermato che la scomunica della Fraternità sarebbe stata invalida.
Il dilemma tra preservare l’ integrità inequivocabile della fede cattolica ed essere canonicamente riconosciuti dal Papa
È utile ricordare un caso storico in cui un grande santo si trovò di fronte al seguente dilemma: la scelta tra preservare l’integrità inequivocabile della fede cattolica ed essere canonicamente riconosciuto dal papa. Quel santo era il padre della Chiesa del IV secolo, Sant’Atanasio di Alessandria. Nel 357, papa Liberio, dopo aver firmato una formula di fede ambigua (che ometteva il termine dottrinale cruciale «consustanziale»), ordinò a Sant’Atanasio di entrare in comunione con i vescovi ariani e semi-ariani, vescovi con i quali lo stesso papa, sotto la pressione dell’Imperatore, era purtroppo entrato in comunione.
Sant’Atanasio si rifiutò di obbedire al papa, il quale, secondo la testimonianza di Sant’Ilario di Poitiers e altre fonti storiche, lo scomunicò, accusandolo di turbare la pace della Chiesa. Nonostante la scomunica, Sant’Atanasio continuò a governare la sua diocesi ad Alessandria e mostrò persino comprensione per la deplorevole condotta di papa Liberio. Tuttavia, papa San Damaso, successore di papa Liberio, ringraziò Sant’Atanasio e si consultò con lui sulle questioni relative ai vescovi orientali. Papa Liberio fu il primo papa a non essere canonizzato, mentre Atanasio non solo fu canonizzato, ma anche dichiarato Dottore della Chiesa.
Oggi Sant’Atanasio sarebbe considerato uno scismatico secondo la definizione di «scisma» contenuta nell’attuale Codice di Diritto Canonico, poiché si rifiutò di entrare in comunione con i membri della Chiesa (vescovi eretici e semi-eretici) che erano canonicamente riconosciuti e quindi soggetti al papa.
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Le consacrazioni episcopali celebrate a Écône dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) il 1° luglio 2026 rappresentano un esempio di questo raro dilemma: dover scegliere tra preservare l’integrità inequivocabile della fede cattolica così come è stata insegnata dal Magistero nel corso dei secoli, o essere canonicamente riconosciuti dal papa. Questo dilemma è evidente nelle condizioni poste per il riconoscimento canonico della FSSPX da parte del papa: essa deve accettare alcune ambiguità dottrinali recentemente introdotte (come si evince da alcuni insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II e da alcune affermazioni e atti del Magistero post-conciliare), e accettare non solo la validità ma anche la correttezza (legittimità) del rito della Nuova Messa, nonostante la sua vaghezza dottrinale e rituale, che segna una netta rottura con il rito romano tradizionale.
Nell’affrontare questa complessa questione, è essenziale mantenere una prospettiva equilibrata, chiarire la terminologia e tenere sempre presente il vero e ultimo fine della Chiesa e la sua grande tradizione; una tradizione che affonda le sue radici ben oltre i secoli e i decenni recenti. In tal senso, occorre anche considerare situazioni analoghe tratte dalle principali crisi della storia della Chiesa.
Nel corso dei secoli, all’interno della Chiesa si sono manifestate due tendenze malsane che hanno portato a una visione ristretta della realtà: la tendenza a considerare l’aspetto giuridico quasi assoluto, ovvero il legalismo; e la tendenza ad assolutizzare la persona del papa e l’obbedienza a lui, ovvero il papalismo. Il legalismo, ossia la rigida adesione alla lettera della legge, e il papalismo, ossia l’obbedienza indifferenziata e quasi assoluta al papa, sono giunti a prevalere sulla necessità di chiarezza nella fede e nella liturgia.
Eppure, durante ogni grande crisi dottrinale nella storia della Chiesa, la regola ferrea è stata quella di evitare qualsiasi ambiguità dottrinale, come nel caso di papa Onorio I, le cui lettere dottrinalmente ambigue, emanate nell’ambito del suo Magistero ordinario, furono fermamente condannate dai papi successivi e da tre Concili Ecumenici, nonostante i tentativi del suo secondo successore, papa Giovanni IV, di una sorta di ermeneutica della continuità.
Ai giorni nostri, all’interno della Chiesa si afferma diffusamente che non possa sorgere alcun conflitto di coscienza tra l’obbedienza al papa e la preservazione della purezza inequivocabile della fede. Ciò significa, in definitiva, che l’obbedienza al papa è considerata talmente importante da ritenere preferibile accettare ambiguità in materia di fede e riti liturgici piuttosto che agire contro un comando papale, anche se tale comando è solo umano e può essere imperfetto. Inoltre, si è affermata anche una concezione ristretta di comunione, sia con il papa che con la Chiesa.
L’obbedienza al papa è vista come indistinguibile dalla comunione con la Chiesa. Questo rischia di elevare l’obbedienza al papa allo stesso livello dell’obbedienza alla rivelazione divina di Dio.
Occorre inoltre distinguere tra diritto positivo – ovvero le leggi disciplinari emanate dall’autorità umana della Chiesa – e diritto divino, ossia le verità di fede rivelate da Dio. Nessuno può contraddire il diritto divino e rimanere cattolico. Tuttavia, in circostanze davvero straordinarie e rare, un cattolico può essere chiamato in coscienza ad agire contro il diritto positivo, proprio per rimanere fedele senza compromessi al diritto divino.
I concetti stessi di «scisma» e «sottomissione» non sono ancora stati pienamente chiariti nella loro applicazione concreta e pratica. Il Codice di Diritto Canonico (Canone 751) definisce lo scisma come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». Di fatto, nella storia recente della Chiesa è emersa un’interpretazione molto ristretta di «scisma» e «sottomissione», in cui la disobbedienza materiale al papa – a prescindere dall’intenzione – è praticamente equiparata allo scisma formale.
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Occorre inoltre tenere presente lo stato di scisma formale, che significa il rifiuto, in linea di principio, dell’autorità papale attraverso l’istituzione di una gerarchia separata – come accadde con la Chiesa greco-ortodossa nel 1054, e in seguito con i numerosi e vari gruppi sedevacantisti fino ai giorni nostri. Tuttavia, non si può parlare di stato di scisma formale finché persiste la fede soprannaturale nel dogma del primato e dell’infallibilità papale, insieme al desiderio di vivere in concreta sottomissione all’autorità papale – anche se, a causa di una crisi straordinaria nella Chiesa, ciò non può al momento realizzarsi pienamente.
Una tale crisi straordinaria nella Chiesa può comportare un temporaneo offuscamento o una sospensione del compito principale del ministero papale, ovvero difendere e proclamare, in modo inequivocabile, l’integrità della fede e della liturgia cattolica.
Lo stesso vale per il concetto di essere «in comunione» con il papa. Per un periodo molto lungo, le ordinazioni episcopali furono effettuate senza il coinvolgimento diretto del papa, e le singole Chiese e i singoli vescovi esprimevano la loro comunione con lui in vari modi. Solo più tardi nella storia della Chiesa i papi richiesero che ogni ordinazione episcopale avvenisse con un mandato papale. Eppure, anche dopo questo sviluppo, il diritto canonico non considerava le ordinazioni episcopali illecite – cioè quelle compiute contro la volontà del papa – come offese all’unità della Chiesa, come atti intrinsecamente scismatici o come intrinsecamente malvagi. Ancora oggi, l’attuale Codice di Diritto Canonico elenca le ordinazioni episcopali illecite tra le offese riguardanti la celebrazione dei sacramenti o le classifica come atti di usurpazione d’ufficio.
In realtà, la norma che richiede un mandato papale per le consacrazioni episcopali è una questione di diritto positivo, non di diritto divino. Altrimenti, questa norma sarebbe stata osservata per tutta la storia della Chiesa, sempre, ovunque e da tutti, senza eccezioni. Naturalmente, un mandato papale per le consacrazioni episcopali è ordinariamente necessario ed è stato saggiamente istituito per garantire al meglio la sottomissione gerarchica dell’episcopato al papa.
La natura straordinaria dell’attuale crisi nella Chiesa si rivela, nel caso presente, nel fatto che una comunità la cui caratteristica essenziale è il desiderio di essere fedele al papa — e la Fraternità Sacerdotale San Pio X si considera tale — si trova di fronte a una tragica scelta: obbedire al papa, ed essere così costretta ad accettare aspetti incerti e poco chiari della dottrina e della liturgia, oppure disobbedire al papa in una questione di grave importanza, come la consacrazione dei vescovi, con l’unico intento di preservare i mezzi per trasmettere la fede e la liturgia nella loro piena integrità — come servizio alle anime, e quindi a tutta la Chiesa, papato compreso.
Non bisogna però sottovalutare la portata della crisi attuale della Chiesa, ma piuttosto esaminarla con onestà, risalendo alle sue radici. Queste radici affondano in alcune affermazioni dottrinali vaghe e ambigue del Concilio Vaticano II che, negli ultimi sessant’anni, hanno seminato confusione, come il relativismo dottrinale derivante dall’insegnamento e dalla pratica dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, che hanno contribuito a minare l’unicità di Gesù Cristo e della Sua Chiesa come unica via di salvezza. Inoltre, alcune lacune dottrinali e rituali della riforma liturgica, con le sue tendenze protestantizzanti, hanno oscurato la natura sacrificale centrale della Messa e la sua focalizzazione cristocentrica.
San Giovanni Enrico Newman fece la seguente notevole e opportuna osservazione : «i vescovi, quando non insegnano formalmente [ex cathedra], possono errare, come abbiamo constatato che errarono nel IV secolo. Papa Liberio poteva firmare una formula eusebiana [ariana] a Sirmio, e la messa dei vescovi ad Ariminum [Rimini] o altrove, eppure potevano, nonostante questo errore, essere infallibili nelle loro decisioni ex cathedra ” (Arians of the Fourth Century, Londra 1876, p. 464). Ciò che il vescovo di Ratisbona Mons. Rudolf Graber, più di cinquant’anni fa, descrive in modo ancora più preciso la situazione attuale della Chiesa: «Ciò che accadde più di 1600 anni fa si ripete oggi, ma con due o tre differenze: Alessandria è oggi l’intera Chiesa universale, la cui stabilità è scossa, e ciò che allora fu intrapreso con la forza fisica e la crudeltà viene ora trasferito a un livello diverso. L’esilio è sostituito dal bando nel silenzio dell’indifferenza, l’uccisione dall’assassinio della reputazione» (Athanasius and the Church of Our Time, Edimburgo 1974, p. 23; originale: Athanasius und die Kirche unserer Zeit, Abensberg 1973).
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La Fraternità Sacerdotale San Pio X è praticamente l’unica comunità nella Chiesa odierna che richiama apertamente l’attenzione sulle evidenti ambiguità dottrinali presenti in alcune dichiarazioni conciliari e nel rito della Nuova Messa, chiedendone un chiarimento inequivocabile e, se necessario, anche una modifica, in conformità con il costante Magistero della Chiesa.
L’«ermeneutica della continuità» o della «riforma in continuità» – un approccio di per sé valido e utile – può però trasformarsi in una sorta di «camicia di forza», che si limita a coprire, superficialmente, le ferite causate dalle ambiguità e dalle confusioni dottrinali e liturgiche. Di fatto, la Santa Sede richiede una forma di ragionamento circolare: che tutto sia in ordine, a patto di compiere sforzi intellettuali sufficientemente rigorosi.
In realtà, con la sua instancabile insistenza sulla chiarezza nella dottrina e nella liturgia, la Fraternità Sacerdotale San Pio X rende un grande servizio a tutta la Chiesa, un servizio di valore storico. Se la Santa Sede prendesse sul serio questa posizione della Fraternità e, inoltre, riconoscesse le ambiguità oggettive presenti in alcune affermazioni del Concilio Vaticano II e nel rito della Nuova Messa, segnerebbe l’inizio della fine per il progetto modernista all’interno della Chiesa, che in realtà ha avuto inizio più di cento anni fa.
L’attuale crisi tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X può essere illustrata anche dalla seguente parabola: scoppia un incendio in una grande casa. Il capo dei vigili del fuoco autorizza l’uso solo dei nuovi metodi antincendio, sebbene questi si siano dimostrati meno efficaci dei vecchi metodi e strumenti collaudati. Un gruppo di vigili del fuoco disobbedisce a quest’ordine, continua a usare i metodi collaudati e addirittura recluta nuovi membri – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – e, di fatto, l’incendio viene circoscritto in molti punti. Eppure questi vigili del fuoco vengono etichettati come disobbedienti e scismatici e puniti per questo.
Per estendere ulteriormente la parabola: il capo dei vigili del fuoco ora ammette solo quei pompieri che riconoscono i nuovi metodi e obbediscono ai nuovi regolamenti della caserma. Ma data l’enorme portata dell’incendio, la disperata lotta per contenerlo e l’insufficienza dei metodi ufficiali, altri soccorritori intervengono con altruismo – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – apportando competenza, conoscenza e buone intenzioni, e alla fine contribuendo a salvare proprio la casa che il capo dei vigili del fuoco stava cercando di proteggere.
Col tempo, le circostanze storiche cambiano ed emerge un nuovo capo dei vigili del fuoco, che riconosce gli effetti negativi dei nuovi metodi antincendio. Non solo concede il permesso di utilizzare nuovamente i vecchi metodi collaudati, ma ne diventa egli stesso un fervente sostenitore. Riconosce inoltre il contributo di quei vigili del fuoco che un tempo erano stati incompresi, duramente puniti, trattati come emarginati ed espulsi come ribelli, e li riaccoglie tra le sue fila. Alla fine, una volta superato quel grande sconvolgimento, ciò che un tempo era stato condannato come disobbedienza e ribellione si rivela essere stato un atto di altruismo e dedizione.
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La storia un giorno rivelerà se le seguenti parole di Sant’Agostino si applicano alla situazione attuale della Fraternità Sacerdotale San Pio X:
«Spesso la divina provvidenza permette che anche uomini buoni vengano allontanati dalla congregazione di Cristo dalle tumultuose sedizioni di uomini carnali. Quando, per amore della pace della Chiesa, sopportano pazientemente quell’insulto o quell’offesa, e non tentano novità in fatto di eresia o scisma, insegneranno agli uomini come Dio debba essere servito con una vera disposizione e con grande e sincera carità. L’intenzione di tali uomini è di tornare quando il tumulto si sarà placato. Ma se ciò non è permesso perché la tempesta continua o perché il loro ritorno potrebbe scatenarne una ancora più violenta, essi rimangono fermi nel loro proposito di vegliare sul bene anche di coloro che sono responsabili dei tumulti e dei disordini che li hanno cacciati. Non formano conventicoli separati, ma difendono fino alla morte e sostengono con la loro testimonianza la fede che sanno essere predicata nella Chiesa cattolica. Questi il Padre che vede nel segreto incorona nel segreto. Sembra che questo sia un tipo raro di cristiano, ma gli esempi non mancano. Così la divina provvidenza si serve di ogni genere di uomini come esempi per la sorveglianza delle anime e per l’edificazione del suo popolo spirituale» (De vera religione, 6,11).
Ciò che Sant’Atanasio scrisse ai suoi confratelli vescovi in tutto il mondo, nel mezzo di una straordinaria crisi di fede, è applicabile anche al nostro tempo:
«I canoni e i decreti della Chiesa non furono dati ai giorni nostri, ma furono rettamente e fedelmente trasmessi a noi dai nostri antenati. Né la fede ebbe inizio in questo tempo, ma ci è giunta dal Signore per mezzo dei suoi discepoli. Affinché dunque le ordinanze che sono state conservate nelle Chiese fin dai tempi antichi non vadano perdute ai nostri giorni, e la custodia che ci è stata affidata sia richiesta dalle nostre mani, risvegliatevi, fratelli, come amministratori dei misteri di Dio, vedendoli ora sottratti dagli stranieri». (Ep. encyclica, 1)
Dio, nella Sua Provvidenza, scrive dritto anche su linee che, da una prospettiva puramente legale, appaiono storte. Possa Egli far sì che questo giorno giunga presto. Gioiamo in mezzo alla tribolazione e diciamo: Credo nell’invincibilità della Chiesa e del oapato, e credo che la Santa Sede un giorno risplenderà di nuovo come Cattedra di verità davanti al mondo intero.
Mons. Athanasius Schneider
Vescovo
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