Spirito
«Ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso». Mons. Viganò a proposito della risposta ai «Dubia»
Renovatio 21 pubblica questo testo di Monsignor Carlo Maria Viganò.
« REDDE RATIONEM VILLICATIONIS TUÆ »
A proposito dei «Responsa ad Dubia»
di Traditionis Custodes
Vos estis qui justificatis vos coram hominibus :
Deus autem novit corda vestra :
quia quod hominibus altum est,
abominatio est ante Deum.
Lc 16, 15
Nel leggere i Responsa ad Dubia pubblicati recentemente dalla Congregazione per il Culto Divino viene da chiedersi a quali infimi livelli sia potuta scendere la Curia Romana, per dover assecondare Bergoglio con tale servilismo, in una guerra crudele e spietata contro la parte più docile e fedele della Chiesa.
Mai, negli ultimi decenni di gravissima crisi nella Chiesa, l’autorità ecclesiastica si è mostrata così determinata e severa: non l’ha fatto con i teologi eretici che infestano gli Atenei pontifici e i Seminari; non l’ha fatto con chierici e Prelati fornicatori; non l’ha fatto nel punire esemplarmente gli scandali di Vescovi e Cardinali.
Ma contro i fedeli, i sacerdoti e i religiosi che chiedono solo di poter celebrare la Santa Messa tridentina, nessuna pietà, nessuna misericordia, nessuna inclusività. Fratelli tutti?
Mai come sotto questo «pontificato» è stato percepibile l’abuso di potere da parte dell’autorità, nemmeno quando duemila anni di lex orandi sono stati immolati da Paolo VI sull’altare del Vaticano II, imponendo alla Chiesa un rito tanto equivoco quanto ipocrita.
Quell’imposizione, a cui corrispose la proibizione di celebrare nell’antico rito e la persecuzione dei dissenzienti, aveva almeno l’alibi dell’illusione che un cambiamento avrebbe forse risollevato le sorti del Cattolicesimo dinanzi a un mondo sempre più secolarizzato.
Oggi, dopo cinquant’anni di disastri immani e quattordici anni di Summorum Pontificum, quella labile giustificazione non solo non è più valida, ma è sconfessata nella sua inconsistenza dall’evidenza dei fatti.
Tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo.
E viceversa, da quando Benedetto XVI ha cercato di sanare quel vulnus riconoscendo pieni diritti alla liturgia tradizionale, le comunità legate alla Messa di San Pio V si sono moltiplicate, i seminari degli Istituti Ecclesia Dei sono cresciuti, le vocazioni aumentate, la frequenza dei fedeli incrementata, la vita spirituale di tanti giovani e di tante famiglie ha trovato uno slancio insperato.
Quale lezione si sarebbe dovuta trarre da questa «esperienza della Tradizione» invocata a suo tempo anche da mons. Marcel Lefebvre? Quella più evidente e allo stesso tempo più semplice: quello che Dio ha dato alla Chiesa è destinato al successo, e quello che vi aggiunge l’uomo crolla miseramente.
Un’anima non accecata dal furore ideologico avrebbe ammesso l’errore compiuto, cercando di riparare ai danni e di ricostruire quello che era stato nel frattempo distrutto, di restaurare quanto era stato abbandonato. Ma questo richiede umiltà, uno sguardo soprannaturale e una fiducia nel provvidente intervento di Dio.
Questo richiede anche la consapevolezza da parte dei Pastori di essere amministratori dei beni del Signore, e non padroni: essi non hanno il diritto né di alienarne i beni, né di nasconderli o di sostituirli con loro invenzioni; essi devono limitarsi a custodirli e a renderli disponibili ai fedeli, sine glossa, e con il pensiero costante di dover rispondere dinanzi a Dio per ogni pecorella e ogni agnello del Suo gregge. Ammonisce l’Apostolo: « Hic jam quæritur inter dispensatores, ut fidelis quis inveniatur» (I Cor 4, 2), «quanto si richiede negli amministratori è che siano fedeli».
I Responsa ad Dubia sono coerenti con Traditionis custodes, ed esplicitano l’indole eversiva di questo «pontificato», in cui il potere supremo della Chiesa è usurpato per ottenere uno scopo diametralmente opposto a quello per il quale Nostro Signore ha costituito in autorità i Sacri Pastori e il Suo Vicario in terra.
Un potere indocile e ribelle a Colui che lo ha istituito e che lo legittima, un potere che si crede fide solutus, per così dire, secondo un principio intrinsecamente rivoluzionario e quindi eretico.
Non dimentichiamolo: la Rivoluzione rivendica a sé un potere che si giustifica per il solo fatto di essere rivoluzionario, eversivo, cospiratorio e antitetico al potere legittimo che intende abbattere; e che appena giunge a ricoprire ruoli istituzionali viene esercitato con autoritarismo tirannico, proprio perché non è ratificato né da Dio né dal popolo.
Mi sia permesso sottolineare un parallelo tra due situazioni apparentemente scollegate.
Come in presenza della pandemia sono negate le cure efficaci, con l’imposizione di un «vaccino» inutile, anzi dannoso e perfino letale; così la Santa Messa tridentina, vera medicina dell’anima in un momento di gravissima pestilenza morale, viene negata colpevolmente ai fedeli, sostituendole il Novus Ordo.
I medici del corpo vengono meno al proprio dovere, pur in presenza di terapie, e impongono tanto ai malati quanto ai sani un siero sperimentale, e si ostinano a somministrarlo nonostante l’evidenza della totale inefficacia e degli effetti avversi.
Analogamente i sacerdoti, medici dell’anima, tradiscono il proprio mandato, pur in presenza di un farmaco infallibile testato per oltre duemila anni, e fanno di tutto per impedire che quanti ne hanno sperimentato l’efficacia possano usarlo per guarire dal peccato.
Nel primo caso le difese immunitarie del corpo sono indebolite o annullate per creare dei malati cronici in balia delle case farmaceutiche; nel secondo caso le difese immunitarie dell’anima sono compromesse da una mentalità mondana e dalla cancellazione della dimensione soprannaturale e trascendente, in modo da lasciare le anime indifese dinanzi agli assalti del demonio
E questo valga come risposta a coloro che pretendono di affrontare la crisi religiosa senza considerare in parallelo la crisi sociale e politica, perché è proprio questa duplicità di attacco che lo rende così tremendo e che ne svela l’unica mente criminale.
Non voglio entrare nel merito dei deliri dei Responsa: basta conoscere la ratio legis per respingere Traditionis custodes come un documento ideologico e fazioso, redatto da persone vendicative e intolleranti, pieno di velleità e di grossolani errori canonici, con l’intenzione di proibire un rito canonizzato da duemila anni di Santi e Pontefici e imporne uno spurio, copiato dai luterani e raffazzonato dai modernisti, che in cinquant’anni ha causato un immane disastro al corpo ecclesiale e che, proprio per questa sua efficacia devastatrice, non deve conoscere deroga. Non c’è solo la colpa: c’è anche il dolo e il duplice tradimento del divino Legislatore e dei fedeli.
Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati
Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati. E questo avviene in una situazione paradossale in cui la Chiesa cattolica e la sua contraffazione coincidono nella medesima Gerarchia, alla quale i fedeli sentono di dover obbedire in quanto espressione dell’autorità di Dio e contemporaneamente di dover disobbedire in quanto traditrice e ribelle.
Certo, non è semplice disobbedire al tiranno: le sue reazioni sono spietate e crudeli; ma persecuzioni ben peggiori furono quelle che dovettero patire nel corso dei secoli i Cattolici che si trovarono a dover affrontare l’arianesimo, l’iconoclastia, l’eresia luterana, lo scisma anglicano, il puritanesimo di Cromwell, il laicismo massonico della Francia e del Messico, il comunismo sovietico, della Spagna, della Cambogia, della Cina… Quanti vescovi e sacerdoti martirizzati, imprigionati, esiliati. Quanti religiosi massacrati, quante chiese profanate, quanti altari distrutti. E tutto questo perché? Perché i Sacri Ministri non hanno voluto rinunziare al tesoro più prezioso che Nostro Signore ci ha donato: la Santa Messa. La Messa che Egli ha insegnato a celebrare agli Apostoli, che gli Apostoli hanno trasmesso ai loro Successori, che i Papi hanno custodito e restaurato e che da sempre è al centro dell’odio infernale dei nemici di Cristo e della Chiesa.
Pensare che quella Santa Messa, per la quale i missionari inviati in terre protestanti o i sacerdoti prigionieri dei gulag rischiavano la propria vita, sia oggi proibita dalla Santa Sede è motivo di dolore e di scandalo, oltre che un’offesa ai Martiri che quella Messa hanno difeso fino all’ultimo respiro. Ma queste cose le può capire solo chi crede, chi ama, chi spera. Solo a chi vive di Dio.
Chi si limita ad esprimere riserve o critiche a Traditionis custodes e ai Responsa cade nel tranello dell’avversario, perché riconosce legittimità ad una legge illegittima e invalida, voluta e promulgata per umiliare la Chiesa e i suoi fedeli, per fare un dispetto ai «tradizionalisti» che osano nientemeno che avversare dottrine eterodosse condannate fino al Vaticano II, da esso fatte proprie e oggi assurte a cifra del pontificato bergogliano. Traditionis custodes e Responsa vanno semplicemente ignorati, respinti al mittente. Vanno ignorati perché è chiara la volontà di punire i Cattolici rimasti fedeli, di disperderli, di farli scomparire.
Rimango sgomento dinanzi al servilismo di tanti Cardinali e Vescovi, che per compiacere Bergoglio calpestano i diritti di Dio e delle anime loro affidate e che si fanno un merito di mostrare la propria avversione per la Liturgia «preconciliare», considerandosi meritevoli del pubblico encomio e dell’approvazione vaticana. A costoro sono rivolte le parole del Signore: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio» (Lc 16, 15).
La risposta coerente e coraggiosa dinanzi a un gesto tirannico dell’autorità ecclesiastica deve essere la resistenza e la disobbedienza a un ordine irricevibile. Rassegnarsi ad accettare questa ennesima sopraffazione significa aggiungere un altro precedente alla lunga serie di abusi sinora tollerati, e con la propria obbedienza servile rendersi responsabili del mantenimento di un potere fine a se stesso.
Occorre che i Vescovi, Successori degli Apostoli, esercitino la propria sacra autorità, nell’obbedienza e nella fedeltà al Capo del Corpo Mistico, per porre fine a questo colpo di stato ecclesiastico che si è consumato sotto i nostri occhi. Lo richiede l’onore del Papato, oggi esposto al discredito e all’umiliazione da colui che occupa il Soglio di Pietro. Lo richiede il bene delle anime, la cui salvezza è suprema lex della Chiesa. Lo richiede la gloria di Dio, rispetto alla quale nessun compromesso è tollerabile.
L’Arcivescovo polacco mons. Jan Paweł Lenga ha detto che è il momento di una controrivoluzione cattolica, se non vogliamo vedere la Chiesa sprofondare sotto le eresie e i vizi dei mercenari e dei traditori.
La promessa del Non prævalebunt non esclude minimamente, anzi chiede e pretende una azione ferma e coraggiosa non solo da parte dei Vescovi e dei sacerdoti, ma anche dei laici, che mai come oggi sono trattati come sudditi, nonostante i fatui appelli alla actuosa participatio e al loro ruolo nella Chiesa.
Prendiamone atto: il clericalismo ha raggiunto il proprio apice sotto il «pontificato» di chi ipocritamente non fa altro che stigmatizzarlo.
Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Spirito
Il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna
Papa Leone XIV ha visitato la Spagna per una breve settimana, dal 6 al 12 giugno. Si è fermato a Madrid, Barcellona, Montserrat e infine alle Isole Canarie. Il suo predecessore, papa Francesco, non aveva mai visitato il Paese, a differenza di Benedetto XVI, che vi si recò tre volte, e Giovanni Paolo II, che vi si recò cinque volte.
Durante il suo viaggio, il Papa regnante ha pronunciato sei omelie, ha partecipato a due veglie di preghiera, ha incontrato i vescovi di Spagna, nonché il clero e i fedeli di Madrid e Las Palmas. Ha inoltre incontrato autorità, rappresentanti della società civile e del corpo diplomatico, e ha tenuto un importante discorso ai membri del Parlamento spagnolo.
Inoltre, ha incontrato diversi rappresentanti di organizzazioni caritatevoli e di aiuto umanitario, ha visitato un carcere e ha trascorso molto tempo con organizzazioni che accolgono e integrano i migranti, nonché con i migranti stessi. Ha anche avuto un incontro privato con i membri dell’Ordine di Sant’Agostino.
Una storia avvincente
I fondamenti del diritto secondo Leone XIV
Lunedì 8 giugno, Leone XIV si rivolse al Congresso dei Deputati, o più precisamente alle “Cortes Generales”, l’assemblea composta dal Congresso dei Deputati (camera bassa) e dal Senatore (camera alta). Il suo discorso fu incisivo sul tema del rispetto per la vita e si distinse nettamente, per tono e profondità, dagli interventi del suo predecessore.
Il Sommo Pontefice afferma innanzitutto che «ogni compito legislativo si scontra inevitabilmente con una questione decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e che tipo di società queste leggi costruiscono?». Descrive poi la risposta offerta dalla storia della Spagna, da Don Chisciotte a Unamuno, passando per Santa Teresa d’Avila.
Si sofferma poi sulla Scuola di Salamanca, fondatrice del diritto internazionale moderno e di un nuovo concetto di comunità internazionale, che il papa descrive come «l’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potenza particolare, che ci permette di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli».
Leone XIV fonda in definitiva la sua riflessione sul «riconoscimento dell’inviolabile dignità della persona umana», che appartiene «a ogni essere umano in virtù della sua esistenza». Ciò richiama irresistibilmente i fondamenti posti dalla recente enciclica del Papa per la dottrina sociale della Chiesa: la dignità umana intesa nel suo senso ontologico e la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Tale fondamento è chiaramente insufficiente, come spiegato nel commentario all’enciclica Magnifica humanitas. Pio XII affermò infatti che i diritti umani non possono garantire l’ordine, l’unità e la pace di una società se quest’ultima non ottiene il riconoscimento ufficiale dei diritti di Dio e della sua legge o, quantomeno, dei diritti naturali (Siamo molto sensibili , 11 novembre 1948).
Poco prima aveva affermato che la garanzia data dalla Chiesa alla dignità dell’uomo «trascende infinitamente ciò che tutte le possibili dichiarazioni dei diritti umani potrebbero realizzare» ( Benignitas et humanitas , 24 dicembre 1944).
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Un manifesto per il rispetto della vita
Il Sommo Pontefice afferma quindi che «se la vita cessa di essere riconosciuta come valore fondamentale, quale futuro può avere la nostra società? Possiamo definire veramente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalle cure altrui?».
Proseguì: «La difesa della vita umana non è una questione parziale né una questione di appartenenza religiosa: è un obiettivo della civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e protetta dal concepimento al naturale declino, in ogni circostanza della sua esistenza».
Leone XIV si appellò al bene comune, «la ‘forma sociale della dignità umana’ ( Magnifica humanitas , n. 59)», che non consiste nella somma di interessi particolari, ma nella totalità delle condizioni della vita sociale. (…) Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di preservare ciò che appartiene a tutti.
Sulla base di questa osservazione, il Papa auspica il sostegno della famiglia «quale realtà umana primaria e fondamento naturale della comunità», nonché delle istituzioni educative che devono contribuire all’educazione dei bambini. Ciò implica il rispetto del «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di educazione e formazione che i propri figli ricevono, secondo le proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (Magnifica humanitas, n. 143).
Appello per i migranti
Questo appello non è a favore dell’immigrazione. Leone XIV afferma infatti un duplice requisito: «offrire percorsi sicuri e legali, un’accoglienza rispettosa e reali opportunità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, adoperandosi affinché nessuno sia costretto ad abbandonare la propria casa per mancanza di pace, sicurezza o condizioni di vita dignitose».
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Guerra e pace
Il Papa spiega la pace come «un’aspirazione politica e, ancor più, un vero e proprio imperativo morale». Invoca il rispetto per «chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica alla ricerca della verità e della riconciliazione», un’allusione neanche troppo velata alla controversia della Valle dei Caduti .
Il papa, in modo alquanto utopico, esorta la Spagna ad abbracciare una «coesistenza matura» in politica, nonché un «linguaggio disarmato». Chiede poi che venga prestata particolare attenzione alla “libertà di pensiero, di coscienza e di religione, un diritto fondamentale che tutela la sfera più intima dell’individuo».ù
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Libertà religiosa
In particolare, il Sommo Pontefice precisa che «la legittima autonomia dell’ordine temporale non deve mai essere interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non cerca di imporsi attraverso privilegi o costrizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se non avesse alcuna importanza per la vita pubblica».
«In questo contesto, il segreto sacramentale della confessione assume un’importanza particolare per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel più ampio quadro della libertà religiosa, che garantisce alle comunità di fedeli un proprio spazio di vita, organizzazione e disciplina interna», alludendo agli attacchi contro tale segreto, in particolare agli abusi, e molto recentemente anche in Francia.
Un appello (moderato) per qualcosa che vada oltre la politica
Infine, Papa Leone XIV invitò a considerare una nuova dimensione. «In quest’Aula», spiegò, «la luce naturale entra attraverso la vetrata che si affaccia sulla stanza. Questa luce dall’alto può ricordarci che anche la politica deve riconoscere una dimensione che la precede e la trascende». E il Pontefice fece un ulteriore passo avanti:
«Analogamente, i dipinti nella parte superiore della parete principale, raffiguranti l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ci ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi simboli ci invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
Sebbene Leone XIV avesse concluso che fosse necessario un «rinnovamento morale», sembra che Cristo venga invocato solo come fondatore lontano della società, e non come suo Re. In tali circostanze, qualsiasi appello alla giustizia rimane fondamentalmente viziato.
Pertanto, sebbene questo discorso affronti con fermezza una vasta gamma di punti difficili o dolorosi nella nostra società de-cristianizzata e rappresenti un insegnamento benvenuto, resta al di sotto di ciò che ci si può legittimamente aspettare da un papa.
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Autorità, rappresentanti della società civile e corpo diplomatico
Davanti ai rappresentanti delle autorità, papa Leone XIV ha innanzitutto ricordato «l’antichissimo legame tra la fede cristiana» e la Spagna, che ha profondamente plasmato la sua cultura. Ha poi evocato due figure che «per cinque secoli hanno nutrito la vita della Chiesa e la ricerca religiosa di molte persone»: San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila.
Egli evoca la «notte beata» del primo secolo per contrapporla alla nostra epoca di tenebre. Aggiunge che «abbiamo bisogno, anche nella vita pubblica, di uomini e donne che percepiscano la luce nelle tenebre». Un paragone difficile da seguire: la notte che avvolge il mistero di Dio ha ben poco a che fare con le tenebre del peccato.
Leone XIV, tuttavia, credeva che la nostra epoca «aspiri in sé stessa profondamente alla pace, a una nuova comprensione della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore». Per questo motivo, il papa «invita tutti, per amore della verità, ad abbandonare i discorsi che dividono e polarizzano la vostra realtà sociale e la vostra storia» e a «fuggire da quegli approcci basati sull’identità che sembrano illuminare ogni cosa, ma che popolano il mondo di fantasmi e nemici».
«La sicurezza», ha proseguito, «matura imparando ad andare avanti insieme, a crescere fianco a fianco. La vostra stessa storia ne è testimonianza. La presenza dell’Islam nella penisola iberica, ad esempio, è una realtà politica, culturale e religiosa di lunga data. Durante questo periodo, non ci sono stati solo scontri, ma anche tentativi di creare uno spazio di incontro, di dialogo e di confronto sul significato della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei».
Un’affermazione anacronistica di «dialogo interreligioso», che vorrebbe far dimenticare la Reconquista che i regni cristiani condussero per secoli contro l’Islam invasore.
Creazione di reti
Durante un incontro alla Movistar Arena, papa Leone XIV ha affrontato il tema del dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Ha affermato, come punto di partenza, che «il desiderio di bontà, bellezza e verità è radicato nel DNA dell’umanità». Forse è opportuno precisare che ciò non è più del tutto vero per l’umanità decaduta…
Il Papa passa quindi a una «questione decisiva»: «che cosa significa essere veramente umani?». Dopo aver affermato che «Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e sulla sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo compimento nell’eternità», il papa ripete quanto scritto nella Magnifica humanitas , ovvero che «la persona umana rimane sempre ‘la via della Chiesa’ e il cuore di ogni autentico cammino verso lo sviluppo integrale della persona» (n. 50).
Questa posizione rappresenta una deviazione dalle priorità della Chiesa, perché Cristo stesso è la via, la verità e la vita.
Leone XIV spiega quindi che «costruire ponti» richiede un dialogo sociale paragonabile all’«arte di creare reti». Sviluppa poi la metafora di questa rete in tre punti: «dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana», «creare insieme» e «servire in modo disinteressato».
Prosegue con una domanda: «Dobbiamo chiederci onestamente se il mondo – e l’Europa in particolare – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. (Questo è) un invito a riflettere sulla possibilità di conciliare l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio con l’incarnazione di Gesù Cristo, con la quotidianità. È davvero possibile credere che l’Europa – che amiamo tanto – sarebbe se stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità?»
La questione delle «radici cristiane» ha quantomeno il merito di essere sollevata. Ma è rilevante solo in un contesto in cui l’Europa è in gran parte apostata e impegnata nella distruzione sistematica della legge naturale, a cominciare dal divorzio, seguito dalla contraccezione, dall’aborto, dall’eutanasia e dal suicidio assistito, per non parlare di tutte le perversioni derivanti dalla teoria di genere.
Attualmente l’attenzione è focalizzata sulla conversione di questi europei, prima ancora di prendere in considerazione la trasformazione delle strutture europee.
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Incontro con i vescovi spagnoli
Papa Leone XIV ha avuto cura di inquadrare il suo discorso ai vescovi come un contributo al processo sinodale, volendo collocare le sue parole «in questo dialogo nello Spirito che consiste nell’accogliere tutto il bene che il Signore ci comunica attraverso il fratello». Ha aggiunto che «il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Saper riconoscere la voce di Dio che parla attraverso la comunità ecclesiale è uno dei suoi valori fondamentali».
In questo processo, una prima fase deve affrontare «la questione di come affrontare questa sfida che ci siamo posti, con prudenza, libertà e coraggio, per abbandonare le strutture che non ci aiutano, che non soddisfano le nostre aspettative, o addirittura che ci allontanano dal nostro obiettivo». – Se si tratta del Concilio Vaticano II e delle sue conseguenze, perché no?
In una seconda fase, è necessario «cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviando processi e costruendo relazioni in cui seminare il seme del Regno». Poi, è necessario seguire «la chiamata a creare realtà capaci di comunicare la propria esperienza di fede». E in particolare, a dare «testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza di doni, carismi e sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio».
Il Santo Padre pone l’accento sulle vocazioni, un vero e proprio punto dolente in Spagna, come del resto in tutta l’Europa cattolica. Afferma giustamente che queste nascono da comunità vivaci, da sacerdoti felici, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce la vita, ma la arricchisce.
Egli chiede che i seminari siano «vere case di formazione»; che garantiscano «un’adeguata esperienza di vita comunitaria»; che abbiano «formatori interamente dediti allo studio e all’insegnamento»; che siano «dotati di centri di teologia superiore equipaggiati con le risorse necessarie».
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Incontro con le comunità diocesane
Rivolgendosi alla comunità di Madrid, il Santo Padre ha ripreso la figura di Neemia per chiederci di costruire nella pluralità, che per un cristiano significa: «orientare l’azione verso Dio affinché, nella sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma diventi, nell’esercizio della sinodalità, lo spazio in cui l’umanità trova i suoi solidi fondamenti e il suo fine ultimo».
Nel corso del suo discorso, ci invita a esplorare nuove strade e a cantare nuove melodie. In particolare, chiede ai sacerdoti «di considerare la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero»,
A Las Palmas, dove si presenta come padre e fratello nella fede, Leone XIV indica come prima «linea guida» quella di abbracciare la croce di Cristo, «accompagnando e aiutando a portare i fardelli di tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita». Ma anche quella di «coltivare una spiritualità eucaristica», dalla quale scaturisce una spiritualità di comunione.
Omelie
Il 7 giugno a Madrid, nella solennità del Corpus Domini, l’omelia di Leone XIV fu interamente dedicata a questa festa, alle sue origini e alla sua rilevanza attuale.
Il 9 giugno, l’omelia ha accompagnato la celebrazione della Sesta domenicale nella Cattedrale della Santa Croce e di Sant’Eulalia a Barcellona. Il tema era l’immagine della Sposa e del Corpo, applicata alla Chiesa.
Lo stesso giorno, dopo la veglia di preghiera tenutasi allo Stadio Olimpico di Lluís Companys, è stata pronunciata un’omelia in seguito alle risposte date ai giovani che vi avevano partecipato. Il Papa ha poi citato l’esempio di Nicodemo, che andò a trovare Nostro Signore di notte.
Il giorno seguente, Leone XIV pronunciò un’omelia nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona, il celebre edificio tuttora in costruzione. Utilizzò l’immagine delle pietre vive.
Giovedì 11 giugno, il Santo Padre ha predicato nello stadio di Gran Canaria. Alla vigilia della festa del Sacro Cuore, il Papa ha ricordato la carità del Cuore di Cristo, così come la sua umiltà.
Il giorno seguente, festa del Sacro Cuore, Leone XIV si trovava al porto di Santa Cruz de Tenerife: «Davanti a noi, il mare evoca l’infinito, così come il cielo, ma l’infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, dolori e ansie trovano eco nel cuore della Chiesa». Parlò anche della vocazione turistica del luogo e della sua accoglienza dei migranti.
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Il viaggio in Spagna e i migranti
Durante questo viaggio, papa Leone XIV dedicò molto tempo ad affrontare le necessità dei migranti e dei prigionieri, e a visitare organizzazioni caritative. Si espresse con fermezza contro certi atteggiamenti, comportamenti e persino forme di sfruttamento in questo ambito.
La dignità umana è stata il tema centrale del discorso papale: «la Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo in cui la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a violare la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono ignorare il grido di coloro che gridano nella notte».
Pur chiedendo, in nome della dignità umana, “percorsi legali e sicuri, aiuti e assistenza, una reale cooperazione contro i trafficanti, processi seri di accoglienza e integrazione”, ha anche auspicato politiche che consentano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra.
Egli spiegò così il suo pensiero: «se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover emigrare: il diritto di rimanere a casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini».
Il papa si è rivolto anche ai trafficanti che sfruttano la situazione: «Voglio mandare un messaggio chiaro a coloro che traggono profitto dalla disperazione; a coloro che organizzano rotte della morte, trafficano esseri umani, trattengono documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un business. Fermatevi. Pentitevi (cfr. Mc 1,15). (…)
«Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo reso schiavo, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr. 2 Cor 5,10). Spezzate queste catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr. Is 58,6). Restituite ciò che vi è stato tolto e riparate al danno per quanto vi è possibile».
Certamente, questi sfruttatori sono spregevoli e condannabili. Ma coloro che trafficano nella fede; che lasciano perire le pecore del Signore; che le conducono a falsi pascoli; che non ricordano alle nazioni i loro doveri; che dimenticano il Regno di Cristo e in tal modo rendono sterile l’opera della sua Sposa, questi meritano una condanna ben maggiore. Questo è il paradosso.
Ed è proprio questo che giustifica il fatto che la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che vuole occuparsi soprattutto della salvezza delle anime, senza dimenticare le opere di carità, debba dunque assumere la condizione imposta alla Chiesa e giungere a compiere le consacrazioni che avranno luogo, se Dio vorrà, il 1° luglio.
Al ritorno dalla Spagna non c’era nessun “magistero volante”. Infatti, l’Airbus 320 della Iberia che avrebbe dovuto riportare il Papa ebbe dei problemi, quindi il Pontefice decollò da Tenerife con il jet Falcon messo a sua disposizione dal re Filippo VI di Spagna.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
L’apertura mentale di un oppositore delle consacrazioni episcopali FSSPX
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Spirito
Processione del Corpus Domini della FSSPX ad Anversa
In occasione della solennità del Corpus Domini, questa domenica, 7 giugno 2026, i fedeli del priorato della Società di San Pio X di Anversa (Belgio) hanno accompagnato Nostro Signore Gesù Cristo per le vie della città.
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Estratto dall’omelia della Messa
Se coloro che vivevano in Galilea duemila anni fa desideravano ardentemente toccare Gesù nel suo corpo visibile, noi oggi possediamo una grazia ancora maggiore. Gesù Cristo rimane realmente presente nella Santa Eucaristia, nel Santissimo Sacramento. Lo stesso Signore che camminava per le strade della Palestina è presente oggi sui nostri altari, nella nostra processione per le vie di Anversa.
Forse qualcuno per strada si chiederà: «Cosa stai facendo? Chi stai seguendo?». Sì, qui il sacerdote porta il Santissimo Sacramento. Non vediamo nemmeno il sacerdote stesso; scompare dietro l’ostensorio. Stiamo camminando sulle orme di Nostro Signore Gesù Cristo.
La stessa vita divina che emanava da Lui continua a essere comunicata alle anime che si avvicinano a Lui con fede. La domanda, dunque, è questa: possediamo ancora questa fame, questo fervore, questo desiderio di toccare Cristo, di toccarlo nel Santissimo Sacramento, nella Santa Eucaristia?
Quanti santi si formarono davanti al tabernacolo! Il Cristo eucaristico continua a guarire: guarisce la superbia attraverso l’umiltà; guarisce la tristezza attraverso il suo amore; guarisce la debolezza attraverso la sua grazia; guarisce le anime ferite attraverso il suo perdono.
Ma dobbiamo desiderare di toccarlo; dobbiamo avvicinarci a lui; dobbiamo cercarlo. Ed è proprio questo il significato della nostra processione di oggi: seguiamo Gesù come la folla nel Vangelo. Ogni passo di questa processione dovrebbe essere una preghiera interiore: «Signore, fammi toccare te».
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine screenshot da YouTube
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