Essere genitori
Bambini esclusi dalle materne a Faenza, parla il Comitato Art.32
Nell’ultima settimana Faenza è balzata agli onori delle cronache locali e perfino nazionali per via di alcune esclusioni dalle scuole materne a danno di bambini che, a quanto avrebbero detto alcune dirigenti scolastiche, non sarebbero in regola con la documentazione vaccinale richiesta.
Decisioni apparentemente arbitrarie e nemmeno in linea con ciò che la legge dice.
È evidente che siamo davanti ad un far-west applicativo in cui, a causa del grande caos creato dalle legge Lorenzin e non chiarito o forse addirittura peggiorato dall’attuale Ministro alla Salute Giulia Grillo, ognuno fa ciò che vuole.
«Questa situazione è stata creata ad arte per poter portare avanti una decisione arbitraria che ci è stata venduta come il bene della gente, imposta alla gente raccontando a loro sempre verità molto parziali e rifiutando sistematicamente ogni dialogo e confronto reale»
Renovatio 21 ha raggiunto l’Ing. Paolo Svegli, Presidente del Comitato Art. 32 Libertà e Salute, per farci raccontare come sono andate veramente le cose e come si sta evolvendo la situazione a Faenza.
Ing. Svegli, vuole prima di tutto spiegarci brevemente di cosa si occupa il vostro comitato e quando è nato?
Il nostro comitato è nato quando abbiamo sentito minacciata la nostra libertà di cura, cioè quando la legge regionale e poi la legge nazionale (legge Lorenzin) diventava stringente sulla frequentazione di asili e materne per i bambini non vaccinati. Casualmente proprio il 31 luglio 2017 siamo andati a fare la registrazione del comitato all’Agenzia delle Entrate, mentre contemporaneamente il decreto legge Lorenzin diventava legge.
Entriamo subito nel merito dei fatti di cronaca che in questi giorni hanno scosso Faenza: cosa è successo dopo il famigerato 10 marzo?
È successo che alcuni dirigenti scolastici hanno fatto confusione tra le tante norme e hanno ritenuto di dover interpretare la legge richiedendo quanto non previsto dalla legge stessa e, in modo anche piuttosto disordinato (alcune telefonate, messaggi a voce, fogli consegnati a mano…) hanno comunicato ad alcuni genitori che i loro figli dovevano produrre altra documentazione, pena l’esclusione dalla scuola stessa.
«Questa situazione ha fatto sì che in alcune scuole si sia continuato a frequentare senza problemi e in altre ci siano stati momenti di tensione tra le maestre (messe a fare i guardiani) e i genitori consapevoli»
In un caso poi la dirigente ha dato disposizione alle maestre di allontanare i bimbi che non portassero la documentazione che lei richiedeva. Questa situazione ha fatto sì che in alcune scuole si sia continuato a frequentare senza problemi e in altre ci siano stati momenti di tensione tra le maestre (messe a fare i guardiani) e i genitori consapevoli che invece, verificato tramite il nostro pool di legali come stavano le cose, pretendono di lasciare i bimbi a scuola.
Quanti sono i bambini attualmente esclusi da asili e materne?
A venerdì scorso per l’area che gestisce il nostro comitato solo i due della scuola di Brisighella.
Difficile pensare che solo questi siano i bambini non vaccinati su tutto il territorio di Faenza…
Infatti, ed in effetti questo mette in evidenza come l’applicazione della legge sia assolutamente arbitraria da parte di qualcuno.
Ci spieghi cosa è successo all’interno di due scuole dove, racconta la cronaca locale e finanche nazionale, sono intervenuti i carabinieri.
Cominciamo con dire che i carabinieri quando sono arrivati, sono stati molto gentili e disponibili all’ascolto: ci hanno chiesto cosa facevamo, glielo abbiamo spiegato e direi che hanno avuto modo di capire che siamo persone informate e attente.
«I carabinieri quando sono arrivati sono stati molto gentili e disponibili all’ascolto»
Alcuni membri del comitato hanno accompagnato alcuni genitori, facendogli da sostegno emotivo per fare entrare i propri figli nelle varie scuole dove era stato detto loro (a voce) che non potevano entrare. In alcuni casi si è parlato, anche discusso, ma nessuno ha mai offeso nessuno (e abbiamo registrato tutto per sicurezza di non essere strumentalizzati, cosa che poi puntualmente è accaduta).
Chi si è preso la responsabilità di voler escludere questi bambini?
Le maestre presenti, in alcuni casi, ci hanno mostrato un foglio dicendo: «devo eseguire gli ordini, sono una dipendente». In altri casi non c’era nemmeno il foglio e la segreteria, con cui abbiamo provato a metterci in contatto, non ha voluto parlare con noi. Mi pare che alla fine siano state le maestre (loro malgrado) a prendersi tale responsabilità.
«La cosa veramente grave al di là di tutti i punti di vista è che dei bambini siano stati tenuti fuori da scuola senza alcuna comunicazione ufficiale»
La cosa veramente grave al di là di tutti i punti di vista è che dei bambini siano stati tenuti fuori da scuola senza alcuna comunicazione ufficiale (e anche di questo abbiamo la registrazione della vicepreside che, in presenza di un carabiniere e di due genitori cerca la ricevuta di ritorno della raccomandata senza ovviamente trovarla). Questo è un fatto gravissimo che mette insieme, a nostro parere, un’interpretazione arbitraria della legge, con un abuso d’ufficio.
Ma erano in regola con la documentazione richiesta dalla legge?
«I bambini erano in regola perché i genitori non avevano fatto l’autocertificazione ad inizio anno, ma avevano portato la richiesta d’appuntamento e quindi risultavano dentro l’iter previsto dall’AUSL territoriale»
I bambini erano in regola perché, come ha spiegato il legale del nostro comitato che lavora in un pool di livello nazionale, in una nota inviata anche al provveditore agli studi, i genitori non avevano fatto l’autocertificazione ad inizio anno, ma avevano portato la richiesta d’appuntamento e quindi risultavano dentro l’iter previsto dall’AUSL territoriale.
E allora perché le maestre e la preside volevano proibirvi di far entrare i bambini?
Evidentemente perché la preside ha voluto persistere nell’interpretare la legge in un modo tutto suo (e di pochi altri in tutt’Italia), e ha fatto pressione (così ci è stato detto dalle insegnanti stesse) sul corpo docenti. Alcune maestre si sono prese la responsabilità di obbedire ciecamente, altre ci risulta si siano informate (anche dal loro sindacato) e hanno perciò avuto un atteggiamento totalmente diverso.
Qualche quotidiano ha parlato di genitori che hanno minacciato le maestre: corrisponde al vero? Che toni sono stati utilizzati nei vostri dialoghi?
L’unica minaccia che potrebbe esserci stata è stata quella di tornare il giorno dopo per accompagnare i bambini. Nella discussione ogni tanto si è alzata la voce, ma nessuno ha offeso nessuno, tantomeno minacciato nessuno.
«Nella discussione ogni tanto si è alzata la voce, ma nessuno ha offeso nessuno, tantomeno minacciato nessuno»
I carabinieri, ci diceva, sono stati quindi disponibili?
Sono stati gentilissimi, hanno cercato di capire, e hanno cercato di promuovere un punto d’accordo per il bene dei bambini, purtroppo senza mai mettere in discussione quando veniva detto dal rappresentante della scuola di turno, ma rimanendo senza parole ogni volta che gli veniva chiesto da un genitore: «ma a voi sembra normale che per una settimana a mia figlia sia stato impedito l’accesso in assenza di una comunicazione ufficiale?».
Pensa che la cosa finisca qui?
Noi pensiamo di essere onesti e dalla parte della legge, ci confrontiamo volentieri con tutti, e non credo proprio che staremo in silenzio ad obbedire, perché niente è più importante di difendere i diritti dei nostri figli.
«Non credo proprio che staremo in silenzio ad obbedire, perché niente è più importante di difendere i diritti dei nostri figli»
Come pensate di muovervi allora?
Seguendo ogni possibilità concessa dalla legge per fare capire che stiamo assistendo ad un vero e proprio reato. Faremo un esposto alla magistratura se serve, ci muoveremo su tutti i piani che ci vengono concessi per tutelare i nostri diritti e quelli dei bambini.
Come si è potuti arrivare ad una situazione così allucinante ed evocatrice di storici tempi bui che tutti pensavano di poter aver lasciato alle spalle?
Semplicemente creandola. Questa situazione è stata creata ad arte per poter portare avanti una decisione arbitraria che ci è stata venduta come il bene della gente, imposta alla gente raccontando a loro sempre verità molto parziali e rifiutando sistematicamente ogni dialogo e confronto reale. Siamo esattamente dove è stato pianificato che dovevamo giungere, esattamente come nel 1938: l’unica differenza è che forse abbiamo più speranza nel risveglio delle coscienze e più strumenti che allora.
Cristiano Lugli
Epidemie
I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio
Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.
La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.
Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.
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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.
Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.
Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.
Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.
Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».
La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.
Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.
La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».
Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.
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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.
Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.
Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.
Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.
Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.
In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.
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Essere genitori
Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.
In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)
E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».
Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.
Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.
Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…
Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.
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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.
La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.
Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.
Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.
Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.
Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?
E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?
In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.
Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.
In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.
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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…
Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?
Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.
Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.
Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.
Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.
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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.
Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.
Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».
Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.
C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?
Roberto Dal Bosco
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