Terrorismo
Attentato a San Pietroburgo: vogliono ri-cecenizzare la Russia
Vladlen Tatarski, blogger militare molto noto nella rete russa, è stato assassinato a San Pietroburgo con una bomba che ha distrutto il bistrot dove stava tenendo una presentazione, ferendo, a quanto riportato, almeno 16 persone.
In rete circolano vari video, in cui si vede esplodere lo «Street Bar» café, locale in riva alla Neva nel pieno centro dell’antica capitale russa, poco distante dal palazzo dell’Ammiragliato della Marina.
Altri video mostrano il classico, orrendo spettacolo di persone ferite e coperte di polvere che escono dal locale disorientate e barcollanti, come mostrava già sessanta anni fa, con estrema precisione e crudeltà, il film anti-europeo La battaglia di Algeri.
The moment of an explosion in a cafe in St. Petersburg. Propagandist Vladlen Tatarsky held an event there. He is reportedly killed and six others were wounded. pic.twitter.com/lWijn522qN
— NOËL ???????? ???????? (@NOELreports) April 2, 2023
???????? Medios rusos denuncian un atentado en San Petersburgo que ha terminado con la vida de #VladlenTatarsky, un reportero de guerra y voluntario en el ejército ruso. La explosión ha dejado también numerosos heridos.#SanPetesburgo #Russia #Tatarsky #SaintPetersburg pic.twitter.com/trZO4i2Rp7
— AUSTROHÚNGARO (@AUSTROHNGARO2) April 2, 2023
Tatarskij era nativo dell’area di Donetsk. Arrestato dalle autorità ucraine, si era unito alle milizie della Repubblica Popolare, divenendo noto come reporter inviato nelle zone di guerra a Donetsk e Lugansk. Aveva scritto diversi libri.
In occidente è già partita la macchina della propaganda. «Chi era Vladlen Tatarsky, l’ex ladro ucraino diventato blogger per conto di Mosca» titola Repubblica, giornale che un tempo ospitava inserti russi, ma ora ha come direttore Maurizio Molinari, che, come riportato da Renovatio 21, con Mosca ha una storia di rapporti non semplicissimi: ricorderete la vicenda, al limite della spy-story, montata sulla presenza dei russi in Italia nell’ambito della cooperazione per i primissimi mesi del COVID.
Secondo quanto ricostruito, la bomba sarebbe stata contenuta in un premio consegnato a Tatarskij. La modalità fa pensare alla corona di fiori con cui le Tigri Tamil eliminarono il primo ministro indiano Rajiv Gandhi nel 1991.
Video emerges of moment war reporter VladlenTatarsky person speaking in video is given a bust as a gift at event in cafe in Saint Petersburg,Russia,that reportedly contained explosive materials.Tatarsky was killed in explosion which reportedly took place minutes after this moment pic.twitter.com/vDE9T17FQR
— dkenna (@bigDkenna1) April 3, 2023
I giornali occidentali premono sulla solita pista: hastatoputin. Così come sono i russi che si sarebbero bombardati da soli il Nord Stream 2 (sì: sono riusciti a dirlo, nei giornali e in TV, e a ripeterlo per un po’), anche qui sono stati i russi a bombardarsi un caffè della seconda città di Russia, luogo natale del presidente, rendendo insicura la popolazione. Eccerto: è una bega interna tra l’Esercito e la tremenda Wagner, assicurano.
Di pensare che si tratti di un altro attentato riconducibile all’Ucraina, come il ponte sullo stretto di Kerch, non ci pensano nemmeno.
E nemmeno riescono a vedere che si tratta, specularmente, di un caso identico a quello di Darja Dugina, la cui responsabilità ucraina è stata ammessa perfino dagli americani, ovviamente dicendo che loro però non ne sapevano niente.
Colpiscono i blogger, e dentro al territorio russo. Perché? Perché vogliono far sapere che nessuno è al sicuro, in nessun luogo, e che la guerra non si combatte solo sul campo, ma continua con fatti di sangue in ogni punto del pianeta. Che cos’è questo? Lo sapete, è terrorismo. Puro e semplice.
Ora, c’è da considerare che la Russia non è nuova alla faccenda. Perché prima dell’Ucraina, negli alcolici anni Novanta di Eltsin, qualcuno aveva provato a disintegrare la Russia passando da un’altra porta, ma pur sempre utilizzando estremisti.
Stiamo parlando della Cecenia. Che cosa accadde? Riassumiamo: separatisti islamici, spinti da chissà chi, avevano preso le armi e pure fondato un loro Stato non riconosciuto, la Repubblica di Ichkeria, poi confluita nell’altrettanto fantomatico Emirato del Caucaso.
Il bagno di sangue fu immane. All’epoca non c’era internet, ma alcuni filmati di soldati russi sgozzati circolavano comunque. La depressione della popolazione russa, appena uscita dal comunismo, era totale. Dopo una prima guerra, che non spense le fiamme, Eltsin fece qualcosa che cambiò per sempre la storia russa: mise al potere un funzionario sconosciuto, tale Vladimir Putin.
Il risultato fu la rapida stabilizzazione militare e civile della Cecenia. Chi combatteva i russi, come i Kadyrov, ora riuniscono decine di migliaia di combattenti negli stadi (i cosiddetti kadyrovtsy) per cantare «Allah Akbar – viva il presidente Putin». Il comportamento delle truppe cecene in ucraina dello scorso anno dà conto di questa trasformazione.
Per anni, però, abbiamo assistito agli effetti della vittoria di Putin in Cecenia. Gli estremisti che rifiutarono la pace con Mosca continuarono con gli attentati, molti dei quali il lettore potrebbe ricordare: le «vedove nere» al teatro Dubrovka nel 2001, le centinaia di bambini trucidati nella scuola Beslan nel 2004. Qualcuno, spingendosi oltre, arriva a dire che anche la strage alla Maratona di Boston, perpetrata da due fratelli di origine cecena, sarebbe collegata al network terrorista caucasico e ai suoi equilibri in cambiamento: la strage bostoniana arrivò a poche settimane dalla morte dell’oligarca in esilio a Londra Boris Berezovskij, arcinemico di Putin che aveva rapporti diretti con i signori della guerra ceceni.
Altri attentati si sono consumati in territorio russo senza conseguenze. Tuttavia la gente laggiù ricorda bene quegli anni di paura e di incertezza, quando ogni atto terroristico ti faceva pensare che no, il potere non ti avrebbe protetto. La Russia «cecenizzata», secondo i piani dei signori del mondo, non doveva avere un potere sufficientemente forte, così da potere continuare con il loro business, cioè la predazione dei beni dello Stato e la cancellazione del Cremlino dallo scacchiere geopolitico mondiale.
Vladimir Putin è stato l’antidoto a tutto questo. Ha, letteralmente, fermato la questione cecena, combattuto il terrorismo, riportato Mosca al centro della scena mondiale.
In una sequenza piuttosto tesa della serie documentaria dedicata a Putin da Oliver Stone, il presidente russo sgancia una rivelazione enorme: dice che gli USA, beccati ad aver contatti con i ceceni, hanno risposto dicendo che erano autorizzati diplomaticamente a parlare con chi volevano. Putin era visibilmente scosso: la Cecenia, per lui che l’aveva vinta come prima missione della sua carriera ai vertici, significava tanto: rischio, dolore.
Era chiaro che qualcuno voleva riportare le lancette indietro, ai tempi degli sgozzamenti, delle bombe e delle carneficine nei teatri e nelle scuole.
Il lettore capisce che è esattamente quello che sta succedendo ora: qualcuno vuole far regredire la Russia, o quantomeno il sentimento della sua popolazione, a quegli anni. Vuole, letteralmente, terrorizzare.
Invece che gli estremisti islamici, abbiamo un altro tipo di estremista: l’ucronazista. Cresciuto, anche lui come il tagliagole maomettano, nella povertà indotta dalla società oligarchica, e pronto a qualsiasi brutalità nel nome dell’ideologia totalizzante. E aiutato, ça va sans dire, da servizi segreti stranieri il cui unico fine pratico è la distruzione della Russia.
Qualcuno suggerisce che tra islamisti ceceni antirussi e nazionalisti integristi ucraini ad un certo punto ci sia stato un incontro: dieci anni fa Thierry Meyssan scrisse che «l’8 maggio 2007 a Ternopol (Ucraina occidentale), nazisti baltici, polacchi, ucraini e jihadisti ucraini e russi crearono un cosiddetto “Fronte anti-imperialista” (…) Nel luglio 2013, l’emiro del Caucaso nonché responsabile locale di Al-Qa’ida, Doku Umarov, fece appello ai membri del “Fronte anti-imperialista” affinché andassero a combattere in Siria». Umarov, che alla conferenza inviò un documento scritto, è il quinto presidente dell’Emirato islamico d’Ichkeria e successivamente emiro del Caucaso.
La presenza di battaglioni islamici nel fronte anti-russo, taluni pure con mostrine ISIS in bella vista, è qualcosa di cui su Renovatio 21 abbiamo trattato tante volte.
Siamo quindi in piena modalità terrorista del conflitto contro la Russia. Questa è, esattamente, l’ulteriore parte del messaggio dell’assassinio di Tartaskij.
Stanno dicendo a Mosca che anche se vincerà in Ucraina, dovrà prepararsi, come fu per la Cecenia, al dopoguerra fatto di stragi terroriste. Se riescono a piazzare autobombe contro i blogger nel pieno centro di Mosca, se riescono a disintegrarli dentro un tranquillo caffè di San Pietroburgo, cosa riusciranno a fare domani ai mercati rionali, alle metropolitane, alle discoteche? Ecco: lo stanno dichiarando. Il terrorismo, ricordiamolo, è sempre una forma linguaggio.
La cosa riguarda anche noi. Perché, come abbiamo scritto altre volte, è ridicolo pensare che quantità enormi di combattenti ucronazisti non finiranno in Italia. Nel nostro Paese essi hanno non solo la zia badante, ma anche un governo amico, più sottoboschi indicibili che emanano dalle basi americani, e perfino qualche organizzazione fascistoide con cui hanno contatti da anni e anni, oltre, ovviamente, a partiti maggioritari compiacenti.
Che faranno in Italia, gli ucronazisti? Potrebbero continuare con i loro traffici, farne degli altri, sostituire qualche mafia – ma sempre ricordando che il fine è quello della lotta ferale contro Mosca, non diversamente dagli irlandesi americani che finanziavano l’IRA utilizzando di fatto gli USA come base logistica e finanziaria delle bombe nei ristoranti di Londra.
E come risponderà la Russia? Anche qui, possiamo guardare alla storia. Il 13 febbraio 2004 a Doha una bomba infilata nel suo SUV disintegrava Zemlikhan Yandirbiev, presidente ad interim della Repubblica di Ichkeria rifugiatosi in Qatar. Lo Yandirbiev, secondo l’ONU, era legato ad Al Qaeda. Le autorità qatariote arrestarono diplomatici russi entrandogli in casa, processandoli e – dissero i russi – torturandoli. I rapporti tesi tra Doha e Mosca iniziarono più o meno da là.
Scenari del genere potrebbero toccare anche a noi. Se andiamo ancora più indietro, vediamo come lo stesso può essere accaduto con il padre ideologico dell’ucronazismo, Stepan Bandera, eliminato, si ritiene, dal KGB a Monaco di Baviera nel 1959.
Ciò significa, terrore e sangue anche da noi – come negli Anni di Piombo, come ai tempi delle bombe nei treni, nelle banche, nelle piazze, nelle stazioni. Eccoci tornati ad essere il campo di battaglia della Guerra Fredda, ripiombati nell’enantiodromia assassina delle potenze globali, un conflitto per il quale non abbiamo nessun interesse – abbiamo interesse, quello sì, ad avere invece buoni rapporti con la Russia.
Questo è il futuro al qualche i nostri governi ci stanno consegnando. Gli attentati contro Darja Dugina e Tatarskij sono solo delle anteprime. Ricordando pure questo dato non trascurabile: sono stati assassinati per quello che scrivevano su internet.
Ogni persona che ha lasciato traccia delle sue idee in rete – un sito, un blog, un profilo social, un commento – dovrebbe meditare, e forse iniziare a tremare.
Roberto Dal Bosco
Terrorismo
Attacco armato in Nigeria: 20 morti
Almeno 20 persone sono state uccise in un attacco armato nello stato di Plateau, nella Nigeria centrale, secondo quanto riportato martedì dalla polizia locale.
L’attacco è avvenuto prima dell’alba di domenica nel villaggio di Kawel, situato nel distretto di Mushere, nella zona di governo locale di Bokkos. La polizia ha dichiarato che un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella comunità intorno alle 4:40 del mattino, dando inizio a un attacco che ha provocato la morte di diverse persone.
Le forze di sicurezza, tra cui agenti del Comando di Polizia dello Stato di Plateau e dell’Unità di Intervento per i Crimini Violenti, sono state inviate nella zona poco dopo aver ricevuto segnalazioni di violenza. Le autorità hanno affermato che gli aggressori hanno ingaggiato uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza prima di ritirarsi.
Diciotto vittime sono state trovate morte sul posto e altre tre sono state trasportate in ospedale con ferite. «In seguito, due delle vittime ferite sono state dichiarate morte da un medico, portando il numero totale delle vittime a venti», ha dichiarato la polizia.
Il movente dell’attacco rimane sconosciuto. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità.
In risposta, il commissario di polizia dello Stato di Plateau, Bassey Ewah, ha ordinato l’invio di ulteriori unità tattiche e agenti di polizia mobili nella zona colpita.
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Lo Stato dell’Africa occidentale è da tempo alle prese con bande criminali e gruppi estremisti, che spesso prendono in ostaggio le persone chiedendo un riscatto. La questione ha attirato l’attenzione globale nel 2014, quando i militanti di Boko Haram hanno rapito centinaia di studentesse a Chibok, nello stato di Borno.
Sabato, il Comando della Difesa nigeriano ha annunciato che il generale di divisione in pensione Rabe Abubakar è morto in prigionia dopo essere stato rapito da uomini armati non identificati.
Il mese scorso, presunti militanti di Boko Haram hanno rapito più di 40 alunni durante un’incursione in una scuola nello Stato di Borno, secondo quanto riferito da funzionari locali e gruppi della società civile. Gli aggressori avrebbero fatto irruzione nelle aule mentre le lezioni erano in corso, costringendo decine di altri studenti a fuggire nella boscaglia vicina.
Ad aprile, il Dipartimento di Stato americano ha sconsigliato i viaggi negli stati settentrionali e centrali, tra cui Plateau, Jigawa, Kwara, Niger e Taraba, a causa del terrorismo e della violenza armata.
Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi mesi l’antidroga nigeriana ha smantellato un cartello della metanfetamina legato al Messico. Poche settimane fa un’operazione congiunta delle forze nigeriane e statunitensi aveva inoltre eliminato almeno 175 militanti dello Stato Islamico, tra cui alti comandanti, nel Nord-Est del Paese.
Nigeria e USA avevano annunziato a maggio l’uccisione, in un’operazione militare congiunta nel bacino del lago Ciad, di Abu-Bilal al-Minuki, alto comandante dello Stato Islamico, che il presidente statunitense Donald Trump aveva descritto come il numero due del gruppo a livello globale.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Terrorismo
L’Alleanza degli Stati del Sahel: dietro l’attacco all’aeroporto del Niger ci sono sponsores stranieri
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Terrorismo
Attacco terrorista all’aeroporto del Niger: diecine di morti
Giovedì, uomini armati hanno sferrato un attacco all’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey, capitale del Niger, confermando l’accaduto con 13 vittime, tra cui 11 membri delle forze di sicurezza e due civili. Quattro persone sono rimaste ferite, mentre 22 aggressori sono stati neutralizzati e circa 20 sospetti arrestati.
Esplosioni e intensi spari sono stati segnalati dai residenti nei pressi dell’aeroporto nelle prime ore del mattino. Gli aggressori sono arrivati a bordo di due taxi e un furgone prima di tentare di entrare nel terminal, ha dichiarato il ministero in un comunicato stampa diffuso dai media statali.
Secondo quanto riportato nel comunicato, le forze di sicurezza li hanno fermati prima che potessero raggiungere l’edificio e in seguito hanno recuperato armi pesanti, lanciagranate a razzo, fucili d’assalto, granate, munizioni, radio, telefoni cellulari e veicoli.
Secondo quanto riferito, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad Al-Qaeda, ha rivendicato la responsabilità dell’offensiva.
Il ministero ha dichiarato che è in corso un’importante operazione per rintracciare i restanti sospetti, aggiungendo che l’aeroporto è stato messo in sicurezza e rimane aperto al traffico aereo.
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Il Niger è sotto regime militare dal luglio 2023, quando i soldati hanno rovesciato il governo del presidente nigerino Mohamed Bazoum a causa della sua presunta incapacità di contenere la crescente minaccia delle insurrezioni islamiste legate ad al-Qaeda e allo Stato Islamico (IS, precedentemente ISIS).
Le autorità di transizione del Niger e i loro alleati in Burkina Faso e Mali hanno ripetutamente accusato la Francia, ex potenza coloniale, di finanziare i gruppi terroristici responsabili dell’escalation degli attacchi, nel tentativo di destabilizzare i loro governi.
Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa Mali e Niger (quest’ultimo particolarmente importante per la fornitura di uranio) annullarono gli accordi con Parigi. Il Burkina Faso arrivò ad abbandonare il francese come lingua ufficiale.
L’aeroporto internazionale Diori Hamani, che ospita anche una base militare, era già stato attaccato dai combattenti dell’ISIS a gennaio. Il governo del Niger ha ringraziato le forze russe, dispiegate per assistere il Paese nella lotta contro l’insurrezione, per aver contribuito a sventare l’attacco. Secondo il Ministero della Difesa, quattro soldati nigerini sono rimasti feriti, 20 militanti sono stati uccisi nello scontro a fuoco e altri 11 sono stati arrestati.
Il leader di transizione del Niger, Abdourahamane Tiani, ha accusato i leader di Francia, Benin e Costa d’Avorio di aver finanziato l’attacco di gennaio.
In una dichiarazione rilasciata giovedì, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha condannato l’ultimo attacco e ha promesso la «solidarietà del blocco con il Niger nella lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento».
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