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Terrorismo

Miliziani siriani e turchi diretti in Ucraina per vendicarsi dei russi

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Combattenti e miliziani del nord della Siria e Turchia cercano, armi alla mano, di andare in Ucraina per combattere contro i russi. Lo riporta il sito del Pontificio Istituto per le Missioni Estere (PIME) Asianews.

 

«Per molti è una questione personale e un tentativo di vendicarsi di Mosca, il cui sostegno al presidente Assad si è rivelato cruciale nel conflitto».

 

«Per molti è anche un modo per combattere, a causa del cessate il fuoco in vigore in Siria e che sembra reggere».

 

Secondo il Pentagono, miliziani jihadisti veterani del macello siriano sarebbero stati usati dalla Turchia anche in Libia, dove combattono per il governo di Tripoli contro la fazione del generale Haftar, che è sostenuto anche dalla Russia.

 

Sempre la Turchia avrebbe inviato l’anno scorso 4 mila mercenari dei tempi dell’ISIS nel Caucaso per combattere contro l’Armenia – un’altro governo sostenuto da Mosca.

 

Alcuni jihadisti sarebbero stati inviati dalla Turchia anche in Afghanistan prima del crollo perpetrato dall’amministrazione Biden.

 

L’uomo ritenuto nuovo vertice dell’ISIS, Abu Ibrahim al-Qurayshi, è stato ucciso da un raid americano in un’area della Siria controllata da Turchi e da Al Qaeda.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Turchia già un anno fa era sospettata di reclutare jihadisti da mandare in Ucraina.

 

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Terrorismo

Indonesia, attentato suicida contro una stazione di polizia: un morto e 10 feriti

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il responsabile è Agus Sujatno, un membro dell’organizzazione terroristica Jamaah Ansharut Daulah (JAD). Alcuni messaggi ritrovati dagli agenti inneggiavano contro il nuovo codice penale indonesiano approvato nei giorni scorsi.

 

 

Un attentatore suicida si è fatto esplodere questa mattina all’interno della stazione di polizia di Astanaanyar, a Bandung, nella provincia di Giava occidentale, causando la morte di un poliziotto e il ferimento di altre 10 persone.

 

L’autore è stato identificato come Agus Sujatno, alias Agus Muslim, arrestato nel 2017 dopo aver fatto esplodere una bomba a pressione nel cortile di un ufficio governativo a Bandung senza aver causato vittime. Al tempo era stato condannato a 4 anni di detenzione nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Nusakambangan. È stato rilasciato a ottobre dello scorso anno.

 

Agus «è affiliato alla frangia JAD di Bandung o di Giava occidentale» ha detto il capo della polizia nazionale, Listyo Sigit Prabowo, in conferenza stampa, riferendosi al principale gruppo terroristico del Paese, la Jamaah Ansharut Daulah, organizzazione che dal 2015 raccoglie decine di sottogruppi che hanno giurato fedeltà allo Stato islamico (ISIS). Il capo della polizia ha aggiunto che l’aggressore aveva portato due bombe sulla scena, ma solo una è stata fatta esplodere.

 

Questa mattina la polizia ha anche confiscato una motocicletta su cui era attaccato un adesivo con la bandiera dell’ISIS. Sulla carrozzeria era inoltre presente un messaggio di protesta contro il nuovo codice penale dell’Indonesia approvato nei giorni scorsi, definito come un prodotto degli infedeli. I membri della rete terroristica, che vorrebbero imporre la legge islamica a tutto il territorio, rifiutano le leggi degli Stati moderni.

 

Membri della JAD ad hanno condotto diversi attentati in Indonesia, il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, tra cui un attacco suicida alla chiesa cattolica di Makassar, nel Sulawesi meridionale a marzo 2021 e uno alla chiesa cattolica di Surabaya, a Giava orientale, nel 2018.

 

Tra il 2011 e il 2019 le stazioni di polizia e le Forze dell’ordine sono state più volte prese di mira.

 

 

 

 

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Terrorismo

Escalation di attacchi da parte dei talebani pakistani

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Dopo la fine del cessate il fuoco i TTP hanno preso di mira le forze dell’ordine ma l’accordo con il governo aveva già cominciato a scricchiolare nei mesi scorsi. Non è un caso che la tregua sia terminata in concomitanza con la nomina del nuovo capo dell’esercito. Islamabad potrebbe presto cambiare strategia.

 

 

 

Il Pakistan è alle prese con un’escalation di attacchi da parte dei Tehreek-e Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani, nel nord del Paese dopo che questi il 28 novembre hanno annunciato la rottura del cessate il fuoco, una tregua che era stata concordata a fine maggio grazie alla mediazione dei talebani afghani e in particolare del loro autoproclamato ministro dell’Interno e leader del clan Haqqani, Sirajuddin.

 

Le tensioni avevano in realtà cominciato a montare nelle regioni tribali del Khyber Pakhtunkhwa a fine agosto.

 

Oggi i TTP hanno rivendicato un attacco contro una scuola avvenuto ieri nella regione del Waziristan del Sud in cui almeno una persona è rimasta uccisa e un’altra ferita, ma nelle ultime due settimane si sono verificati attentati quasi a giorni alterni contro le forze di sicurezza del Paese: i talebani hanno rivendicato un attentato contro il personale dell’esercito pakistano nell’area di Zalukhel, nel Waziristan settentrionale, che avrebbe provocato 5 morti e 3 feriti, e hanno confermato l’uccisione di un poliziotto a Tangi Tehsil, nel distretto di Charsadda, mentre due giorni fa, per sancire la fine del cessate il fuoco, hanno condotto un attentato suicida contro una squadra di vaccinazione antipolio vicino alla città di Quetta uccidendo 4 persone e ferendone 30.

 

In totale, secondo quanto pubblicato sui loro canali, nel mese di novembre avrebbero condotto 59 attacchi, uccidendo o ferendo circa 100 persone. A ottobre gli attacchi rivendicati erano stati 48.

 

I talebani del Pakistan, che avevano raggiunto la massima espansione nel 2014 e poi fino al 2018 erano andati incontro a un periodo di declino, vogliono da Islamabad l’indipendenza delle aree tribali, considerato un territorio di loro appartenenza sul quale vogliono imporre la shari’a, la legge islamica.

 

Oggi il dipartimento di Stato americano ha aggiunto alla lista dei terroristi globali anche un leader dei TTP, Qari Amjad, che supervisiona le operazioni militari nel Khyber Pakhtunkhwa. «Cerchiamo una solida cooperazione con il Pakistan sull’antiterrorismo e ci aspettiamo un’azione sostenuta contro tutti i gruppi militanti e terroristici», ha detto un portavoce del dipartimento di Stato al quotidiano pakistano in lingua inglese Dawn.

 

I talebani hanno risposto con un comunicato dicendo di non avere un’agenda internazionale e che la loro guerra, condotta in nome di «valori religiosi e nazionali» si limita al Pakistan. Hanno inoltre negato di aver utilizzato il territorio dell’Afghanistan per condurre le loro operazioni, ma questo è falso, perché noto che i cugini afghani abbiano condiviso armi e risorse con i TTP per averli aiutati a sconfiggere le forze straniere.

 

Nei giorni scorsi una delegazione guidata dalla ministra degli Esteri Hina Rabbani Khar è volata a Kabul per discutere di varie questioni, inclusa, con tutta probabilità, quella sulla sicurezza dei confini e il sostegno ai TTP, anche se nei comunicati ufficiali non ne è stato dato conto.

 

Il governo del Pakistan, guidato dal primo ministro Shehbaz Sharif, che ha preso il potere ad aprile, dopo che il Parlamento ha votato la sfiducia all’ex premier Imran Khan, si trova in difficoltà nella risposta alla rottura del cessate il fuoco.

 

Non è un caso che la tregua sia terminata proprio quando Islamabad ha nominato un nuovo capo dell’esercito, il generale Asim Munir, che, dopo aver coordinato due delle agenzie di Intelligence del Paese, potrebbe distanziarsi dalla politica di cercare di siglare una tregua con i talebani pakistani.

 

Secondo alcuni analisti il periodo di tregua è infatti servito ai terroristi soprattutto per riorganizzare i propri combattenti e ora potrebbe chiedere maggiori concessioni a Islamabad.

 

In base a indiscrezioni rivelate ieri da fonti governative a The Express Tribune, il governo pakistano, che l’anno prossimo dovrà affrontare le elezioni e teme gli attacchi armati dei miliziani, potrebbe presto annunciare una nuova strategia per neutralizzare la minaccia terroristica dei TTP.

 

 

 

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Armi biologiche

Osama Bin Laden testava armi chimiche sui miei cani, dice il figlio. La nipote è Ultra-MAGA

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Omar bin Laden, figlio maggiore del fondatore ed emiro generale di Al Qaeda Osama Bin Laden, in un’intervista con i media britannici ha rivelato i dettagli della sua infanzia traumatica.

 

Bin Laden jr. lamenta un’educazione includeva percosse regolari; più in linea con il personaggio, ecco che spunta fuori la storia di papà Osama testava armi chimiche sui suoi cuccioli.

 

Quando la sua famiglia è fuggita in Sudan, suo padre avrebbe vietato tutto ciò che era americano, dall’aria condizionata agli inalatori per l’asma, nonostante i suoi figli soffrissero di questa condizione.

 

Lo sceicco saudita li avrebbe quindi costretti a sottoporsi a un duro addestramento di sopravvivenza nel deserto dove non avevano praticamente cibo né acqua e dovevano dormire in buche nel terreno.

 

Quando l’Omar aveva 15 anni, suo padre lo scelse per raggiungerlo in Afghanistan e lo nominò suo erede. Lo ha portato al campo dove addestravano i futuri terroristi.

 

Qui Omar avrebbe scoperto che i suoi cani da compagnia erano stati usati per testare armi chimiche ed è morto in agonia. Il figlio di Osama avrebbe pianificato la fuga quando suo padre emanò l’ordine che gli altri suoi figli diventassero attentatori suicidi. «Odiava i suoi nemici più di quanto amasse i suoi figli» ha dichiarato il Bin Laden junior ai media britannici. Scappò nell’aprile 2001, meno di sei mesi prima dell’11 settembre.

 

L’uomo, che afferma di non aver mai più parlato con il padre da allora, ora soffre di disturbo bipolare e dice che sentiva persino la voce di suo padre nella sua testa.

 

Quando gli è stato chiesto perché suo padre lo avesse scelto come suo erede, Omar ha suggerito che era perché era «più intelligente» dei suoi fratelli, motivo per cui probabilmente è «vivo oggi».

 

Un altro membro della famiglia Bin Laden si sta facendo invece conoscere negli USA. Noor Bin Laden, una delle (tante) nipoti di Osama, si presenta al pubblico americano come alfiere dell’Ultra MAGA, e afferma di far parte di una «maggioranza silenziosa» che si sta levando contro le élite globali.

 

 

«È per questo che il presidente Trump è stato una così grande spina nel fianco e l’intero movimento Ultra MAGA è una spina nel fianco così grande per loro», ha detto la Noor Bin Laden, che risiede per lo più in Svizzera, nel podcast di Steve Bannon War Room. «Lo penso giudicando l’intensificarsi dell’attacco e il palese, palese furto farsesco delle elezioni del 2020 e tutti i diversi sforzi”.

 

Nella sua prima apparizione il mese scorso, la 35enne ereditiera del casato Bin Laden (il nonno, padre di Osama, partito da facchino all’hotel divenne un ricchissimo appaltatore ed ebbe 54 figli) ha difeso i partecipanti all’insurrezione del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti, definendoli «prigionieri politici» ed elogiando quei legislatori che li hanno difesi.

 

«Possiamo essere davvero grati per i rappresentanti Marjorie Taylor Greene, [Matt] Gaetz, il senatore Ron Johnson… [sono] tra i pochi che difendono, si alzano e parlano di questi prigionieri politici».

 

A undici anni dall’assassinio (presunto) di Osama da parte delle forze speciali USA, la famiglia Bin Laden, numerosa e complicata com’è, non smette mica di stupire. Del resto, diceva Leone Tolstoj, «Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»

 

 

 

 

 

Immagine di Hamid Mir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

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