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Ancora: Facebook censura Renovatio 21. E il Senato del Texas (!)
Ebbene sì, Facebook ha censurato Renovatio 21 un’altra volta.
In realtà, dall’ultima volta che ve ne avevamo dato comunicazione, c’è stato un altro episodio ancora: al Moloch dello Zuckerbergo non era piaciuto l’articolo «Il Coronavirus è una bioarma», per cui sono stati inflitti 7 giorni di carcere telematico a colui che ha postato l’articolo.
Ebbene sì, Facebook ha censurato Renovatio 21 un’altra volta
Una settimana intera in cui non solo non era possibile al malcapitato iscritto da 16 anni all’albo dei giornalisti scrivere nemmeno un rigo sulla pagina Facebook di Renovatio 21, ma da nessuna parte: né nella sua bacheca, né in quella di altri, né nelle altre pagine che gestisce: una di queste, riguarda l’attività strettamente religiosa, e crediamo che la cosa vada propriamente contro l’articolo 19 della Costituzione Italiana, quello sulla libertà di culto, che include parole specifiche sul diritto «di farne propaganda e di esercitarne in privato in pubblico il culto».
Ma non andiamo per il sottile, su: Facebook, così come gli altri enti che governano le terre emerse, negli ultimi mesi hanno soppresso anche molti altri diritti costituzionali, o perfino pre-costituzionali: hanno soppresso la vita stessa, quindi di che scandalizzarsi.
Facebook, così come gli altri enti che governano le terre emerse, negli ultimi mesi hanno soppresso anche molti altri diritti costituzionali, o perfino pre-costituzionali: hanno soppresso la vita stessa, quindi di che scandalizzarsi
L’avvocato, comunque, siamo andati a sentirlo lo stesso.
A parte l’impossibilità di comunicare con gli altri utenti (il contratto di Facebook parla di questo), compresi anche solo i like alle foto dei nipoti, è baluginato all’occhio del carcerato digitale qualcosa di interessante: per una volta sola – una schermata che, giuriamo, mai più siam riusciti a ritrovare – ci è stato fatto vedere una sorta di elenco, lunghissimo, delle cose che non si possono dire su Facebook riguardo al COVID-19.
Erano decine e decine di voti: a suo modo, un documento straordinario, il sistema operativo dell’opinione mondiale visibile nel suo codice di programmazione.
Vi era scritto, a chiare lettere, che non si può dire che il COVID ha mortalità uguale o inferiore a quella dell’influenza.
Vi erano poi diverse voci riguardo le cure al COVID che non si possono discutere – e questo già lo sapevamo: ad un’amica arrivò la minaccia di esilio dopo che aveva pubblicato la foto di un articolo di giornale, neanche tanto entusiastico, sulle «cure domiciliari».
È baluginato all’occhio del carcerato digitale qualcosa di interessante: per una volta sola – una schermata che, giuriamo, mai più siam riusciti a ritrovare – ci è stato fatto vedere una sorta di elenco, lunghissimo, delle cose che non si possono dire su Facebook riguardo al COVID-19
Niente, ban assoluto. Traffico di Renovatio21.com in crollo, ma nemmeno in modo troppo preoccupante: contiamo oramai su diverse migliaia di fedelissimi che vanno direttamente sulla pagina ogni giorno senza passare da Facebook
Infine, una lunga serqua di pensieri proibiti riguardo l’origine artificiale del COVID. Non si può dire che può essere scappato dal laboratorio (quello che ora stanno dicendo tutti, perfino Burioni!).
Non si può dire che potrebbe essere stato, in origine, un progetto di arma biologica – come lo sono tutti, in potenza, gli studi su virus e vaccini: chi non capisce il concetto di dual use, può guardarsi il film Virus Letale e capire come funziona la cosa.
Niente, ban assoluto. Traffico di Renovatio21.com in crollo, ma nemmeno in modo troppo preoccupante: contiamo oramai su diverse migliaia di fedelissimi che vanno direttamente sulla pagina ogni giorno senza passare da Facebook.
Di più. Ricordiamo bene, nelle comunicazioni di Facebook, una questione precisa: ci veniva detto che la distribuzione dei nostri contenuti, se avremmo continuato, sarebbe stata ridotta, e – ci comunicavano – ridotta in verità lo è già. Praticamente, l’ammissione dello shadow ban.
Ricordiamo bene, nelle comunicazioni di Facebook, una questione precisa: ci veniva detto che la distribuzione dei nostri contenuti, se avremmo continuato, sarebbe stata ridotta, e – ci comunicavano – ridotta in verità lo è già. Praticamente, l’ammissione dello shadow ban
Una settimana senza Facebook può passare in fretta. Dobbiamo dirlo: in quei giorni abbiamo maturato l’idea di mai più piegare la nostra libertà di parola – i nostri scritti, i nostri argomenti, le nostre opinioni, le nostre emozioni – alla follia del Moloch zuckerbergo, che una politica nazionale dissenata lascia molestare i suoi cittadini.
«Le persone potranno anche vedere se una Pagina in passato ha condiviso informazioni false»: i vostri peccati sono imperdonabili, il marchio dell’infamia sarà tatuato per sempre sulla pelle della vostra pagina (e sulla vostra). Alla facciazza delle simpatiche trovate UE tipo il «diritto all’oblio». Come si diceva: Internet is Forever
Poi, d’improvviso, ecco che ci capita una nuova segnalazione.
Ma cosa è successo? Stavolta sembra diverso, ma non riusciamo capire se sia più grave o no.
Zuckerbergo stavolta ci dice «parzialmente falso».
«Renovatio 21 ha condiviso contenuti che è stato controllato da fact-checker indipendenti» (sic). Gli errori sono nel testo originale, potete vederlo nell’immagine qui sotto: credo che ci disprezzino al punto da risparmiare perfino sull’ortografia quando si tratta di emanare sentenze che ci cacciano».
Poi un richiamo, credo a questi Fact-checker, ovviamente mai sentiti prima, ma che a quanto sembra hanno il potere di accusarci di dire il falso (parzialmente falso, in realtà ) e dire a Facebook di chiudermi la bocca.
Dobbiamo dire che ci abbiamo messo un po’ a capire per cosa ci stavano punendo: del resto capita così nei regimi totalitari – e Facebook lo è, e sempre più assimilabile a quella Cina che tanto piace al suo fondatore – e anche nel Processo di Kafka.
Stavolta, come vedete, abbiamo screenshottato.
Eccola lì, un’altra minaccia – in realtà già ben attuata, come vi dicevamo – di «diminuzione della distribuzione complessiva», a cui si aggiunge l’esclusione dalla monetizzazione e alla pubblicità (non ci riguardano) e alla registrazione come Pagina di Notizie (non sappiamo cosa sia).
«Le persone potranno anche vedere se una Pagina in passato ha condiviso informazioni false»: i vostri peccati sono imperdonabili, il marchio dell’infamia sarà tatuato per sempre sulla pelle della vostra pagina (e sulla vostra). Alla facciazza delle simpatiche trovate UE tipo il «diritto all’oblio». Come si diceva: Internet is Forever.
Facebook censura Renovatio 21, ma anche il Senato dello Stato del Texas.
Poi la ciliegina eccezionale: «l’eliminazione di post che contengono le informazioni false non avrà alcun impatto su queste restrizioni». Bellissimo. Per rispetto del loro cliente, cui vogliono davvero bene, usano l’artificio retorico di chiudere con una nota di speranza: anzi no, aspetta che gli ricordiamo che oramai il danno è fatto, è anche se volesse divenire un faccia-Quisling, un collaborazionista dello zuckerbergismo, a noi non importa nulla – non perdoniamo nulla, perché in realtà tu, utente, non ci interessi, ne abbiamo miliardi di come te, e vogliamo andare avanti con loro, quelli calmi e tranquilli che al massimo condividono le foto della Ferragna e Fedezzo.
Dobbiamo dire che ci abbiamo messo un po’ a capire per cosa ci stavano punendo: del resto capita così nei regimi totalitari – e Facebook lo è, e sempre più assimilabile a quella Cina che tanto piace al suo fondatore – e anche nel Processo di Kafka.
Poi abbiamo capito: si tratta di un video caricato la notte prima, ci era arrivato via Whatsapp, ci sembrava interessante, lo abbiamo uppato senza tanti pensieri, tanto più che veniva da materiale del governo USA, quindi scevro da diritti di sorta – certo, ci va qui il nostro ringraziamento a chi ha subbato, tale KasperCarlo, un grande.
Se non avete visto il video, guardatelo qui sotto: salvato sulla nostra pagina web a futura memoria, lontano dalle grinfie della dittatura facebookara.
In pratica, un privato si permette di spegnere un contenuto che viene da un corpo eletto, dalla struttura visibile dello Stato democratico
Vedete: si tratta di un’audizione al senato dello Stato del Texas. Un senatore invita a parlare una pediatra locale, la dottoressa Angelina Farella. La quale premette di essere pro-vaccini, e di aver vaccinato tanti bambini – quindi non una no-vax, ci rassicura.
Poi però la dottoressa prende a mettere in discussioni i vaccini COVID: non la convince, in particolare, la mancanza di una sperimentazione completa. Gli effetti sulla popolazione, dice, sono sconosciuti, quindi la cosa dovrebbe fare un po’ paura.
Facebook decide che perfino i discorsi che avvengono in un tempio della democrazia – un Senato – possono essere censurati come fake news, rimossi, modificati.
Abbiamo avuto un tono scherzoso nel modo in cui vi abbiamo raccontato questo episodio, tuttavia c’è qualcosa di estremamente grave in quello che è accaduto.
Facebook censura Renovatio 21, ma anche il Senato dello Stato del Texas.
In pratica, un privato si permette di spegnere un contenuto che viene da un corpo eletto, dalla struttura visibile dello Stato democratico.
Facebook decide che perfino i discorsi che avvengono in un tempio della democrazia – un Senato – possono essere censurati come fake news, rimossi, modificati.
Facebook, in breve, ha il potere di iniettarsi nell’esistenza stessa dello Stato moderno, e dettarvi legge
Facebook, in breve, ha il potere di iniettarsi nell’esistenza stessa dello Stato moderno, e dettarvi legge. La cosa è spaventosa, spaventa tantissimo noi, ma in Italia non abbiamo visto tanti politici con la stessa paura, pur sapendo che molti di loro probabilmente sono stati bannati o shadowbannati. Molti, siamo sicuri, non dicono nulla perché temono le ritorsioni del Moloch, che gli farebbe perdere follower e quindi voti e quindi stipendione.
Si diceva, negli ultimi decenni, del primato della politica eclissata dall’economia. Ora sappiamo che il primato sulla politica di certo lo ha l’elettronica, che agisce come una psicopolizia così forsennata da non risparmiare nemmeno i discorsi in Senato.
Immaginate se TIM o Vodafone facessero cadere la linea se al telefono con vostra madre cominciate a parlare di un determinato argomento. Sì: i totalitarismi del Novecento erano delle mammole a confronto, e avevano strumenti da pivelli.
Si diceva, negli ultimi decenni, del primato della politica eclissata dall’economia. Ora sappiamo che il primato sulla politica di certo lo ha l’elettronica, che agisce come una psicopolizia così forsennata da non risparmiare nemmeno i discorsi in Senato
Ora la domanda che ci facciamo è: quanto ancora riusciremo davvero a tollerare tutto questo?
Quanto tempo prima che anche i social, l’ultimo schizofrenico collante rimasto alla società polverizzata del XXI secolo, implodano generando chissà quale altro mostro?
Non abbiamo risposte. Tuttavia oramai lo sapete: se non ci vedete più su Facebook è perché il ban (che secondo alcuni calcoli potrebbe aver tolto ai nostri post e al nostro sito il 90% del pubblico via social) sta facendo il suo corso, magari sta pure peggiorando.
Non preoccupatevi: non ci faremo intubare, e non fatevi intubare neanche voi. Vediamoci qui, su renovatio21.com. Questo, lo avete capito, è un sito sano.
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Deputati indiani chiedono a Zuckerberg di scusarsi
Una commissione parlamentare indiana ha chiesto a Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Meta, di scusarsi per la rimozione, avvenuta la scorsa settimana, di un video del Primo Ministro Narendra Modi rivolto ai giovani del Paese. La rimozione ha scatenato una forte reazione negativa contro il colosso dei social media.
Il presidente della commissione, Nishikant Dubey, membro del Parlamento e del Bharatiya Janata Party di Modi, ha affermato che Zuckerberg dovrebbe scusarsi per la rimozione temporanea del video di Modi su Facebook, aggiungendo che Meta dovrebbe perdere la protezione del «porto sicuro» se non lo farà.
«Il nostro comitato ha affermato due cose e ha chiaramente dichiarato che le scuse devono provenire da Zuckerberg. Se Zuckerberg non le presenterà, allora la protezione prevista dalla Sezione 79 dovrà essergli revocata», ha detto Dubey ai giornalisti al termine della riunione.
La sezione 79 della legge indiana sulle tecnologie dell’informazione protegge i fornitori di servizi internet, le piattaforme di social media e i marketplace online dalla responsabilità legale per i contenuti di terzi, a condizione che agiscano come host neutrali e rispettino le norme di base in materia di sicurezza.
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Sebbene in India una commissione parlamentare non possa punire direttamente nessuno, può presentare raccomandazioni punitive all’intera Assemblea per la votazione finale.
Il responsabile globale delle politiche pubbliche di Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, è stato recentemente convocato dal Ministero dell’Elettronica e dell’Informatica indiano (MeitY) in merito alla questione.
In India, la base utenti combinata di Facebook, Instagram e WhatsApp supera 1,15 miliardi, rendendo il Paese il mercato più importante per Meta.
La riunione della Commissione parlamentare permanente per le tecnologie dell’informazione è stata convocata per discutere la regolamentazione delle piattaforme di social media e dei media digitali.
I rappresentanti di Meta, YouTube, X, Snapchat, del ministero degli Interni indiano e del MeitY sono comparsi davanti alla commissione. Meta si è scusata davanti alla commissione, affermando che la rimozione del video era dovuta a un errore.
Tuttavia, i membri della commissione hanno assunto una posizione intransigente, con diversi legislatori che hanno affermato che la questione andava oltre le semplici scuse. Secondo quanto riportato, hanno chiesto che i responsabili venissero chiamati a rispondere delle proprie azioni.
«I membri del comitato hanno anche chiesto provvedimenti legali contro il funzionario di Meta responsabile della rimozione del video», si legge in un rapporto dell’agenzia di stampa ANI, che cita alcune fonti.
La scorsa settimana, la polizia di Hyderabad, città del sud dell’India, ha aperto un’indagine contro il responsabile nazionale di Meta e diversi utenti di Facebook e Instagram per post ritenuti offensivi nei confronti di Modi.
Lunedì, i parlamentari hanno chiesto a Meta informazioni dettagliate sui provvedimenti adottati dall’azienda in merito ai contenuti controversi e inappropriati presenti sulle sue piattaforme.
L’India ha inasprito le norme sui contenuti che tutelano le piattaforme online dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. Da febbraio, le piattaforme sono tenute a rimuovere i contenuti illegali segnalati dai tribunali o dal governo entro tre ore. In precedenza, il termine era di 36 ore.
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Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso in una nota inviata a Meta, proprietaria di WhatsApp oltre che di Facebook, il governo indiano aveva dichiarato mercoledì che la nuova funzione di cambio nome utente potrebbe aumentare «truffe online, phishing, truffe di arresto digitale e furto d’identità».
In un rapporto pubblicato a marzo, Meta ha affermato che l’India è seconda solo agli Stati Uniti tra i paesi più presi di mira dai truffatori online, confermando così le preoccupazioni di Nuova Delhi.
In India ci sono oltre 500 milioni di utenti WhatsApp, e la piattaforma di messaggistica è la più utilizzata nel Paese di 1,4 miliardi di abitanti. L’India è anche il più grande mercato globale per Telegram, con circa 150 milioni di download.
In India, la base utenti combinata di Facebook, WhatsApp e Instagram supera il miliardo, rendendo il Paese un mercato di primaria importanza per Meta. Gli incidenti di sicurezza informatica sono raddoppiati nel Paese, dove si stima che l’86% delle famiglie sia connesso a Internet, raggiungendo oltre 2 milioni nel 2024 rispetto al 2022.
WhatsApp afferma di aver bloccato oltre 7 milioni di account indiani solo nel mese di maggio.
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Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Operazione Blackout: l’FBI ha smantellato 4 dei «più grandi centri di truffa al mondo»
Operation Blackout took down 4 of the largest scam compounds on earth.
$15.2 BILLION seized. Thousands of trafficked workers freed. 8,000 internet terminals shut off. 10,000 Americans already saved from losing their life savings. The mission is results. The end. pic.twitter.com/wN4vTpQwSl — FBI Director Kash Patel (@FBIDirectorKash) July 31, 2026
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Ingegnere Meta delle «esperienze digitali per bambini» arrestato per messaggi espliciti verso un’utente ritenuta minorenne
Un ingegnere newyorkese che sosteneva di occuparsi della creazione di «esperienze digitali per bambini» presso il gigante dei social media Meta è stato arrestato dopo aver confessato di aver cercato di inviare messaggi a sfondo sessuale a una ragazza di tredici anni nel corso di un’operazione sotto copertura. Lo riporta il quotidiano New York Post.
L’uomo, 44 anni, al momento in congedo dall’azienda che controlla Facebook, ha ammesso di aver adescato e scambiato messaggi a sfondo sessuale con qualcuno che riteneva essere una minorenne, nell’ambito di un’operazione condotta sotto copertura dai Predator Poachers Long Island, un collettivo di vigilantes impegnato a smascherare potenziali pedofili.
«Anche se erano già successe cose inappropriate, vorrei quasi essere suo padre», avrebbe dichiarato — sposato e padre di un bambino piccolo — a un membro del gruppo che si fingeva la nonna della presunta vittima, come emerge dal filmato dell’incontro che sarà diffuso lunedì.
L’uomo, che in un profilo LinkedIn ormai rimosso si descriveva come responsabile ingegneristico per lo sviluppo di «esperienze digitali per bambini» presso Meta, aveva contattato a maggio l’account civetta del gruppo, operativo da tredici anni, continuando poi a scambiare messaggi con loro con regolarità, secondo quanto riferito dall’organizzazione.
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L’uomo avrebbe fatto poi affermazioni specifiche, arrivando a tentare di spiegare alla ragazza come masturbarsi, a inviarle diverse foto e video di sé mentre faceva lo stesso, e persino a provare a organizzare incontri dal vivo, ha raccontato al NY Post Mike Villani, uno degli specialisti nella cattura di predatori sessuali che ha coordinato l’operazione.
Mercoledì il gruppo lo ha affrontato di sorpresa fuori dal suo appartamento. L’uomo in un primo momento ha tentato di allontanarsi, ma ha poi accettato di fermarsi a parlare in un luogo nelle vicinanze, poiché sua suocera si trovava in casa e non voleva che lo sentisse mentre tradiva la moglie adescando quella che riteneva fosse una minorenne, come si vede nel video.
Messo davanti alle proprie conversazioni, l’uomo ha ammesso di aver scambiato messaggi con quella che credeva fosse la giovane adolescente — in realtà mai esistita — e ha rivelato che non si trattava del primo episodio del genere, secondo quanto mostrato nel filmato.
«L’ho già fatto una volta con un’altra ragazza minorenne», ha detto, arrivando a paragonare in modo inquietante le adolescenti a «qualsiasi porto sicuro in caso di tempesta».
L’uomo ha poi attribuito in modo bizzarro la responsabilità alla moglie e al loro matrimonio privo di vita sessuale, sostenendo che questo avesse alimentato le sue fantasie morbose, spingendolo verso gli angoli più oscuri di internet.
L’incontro con il gruppo, durato quasi due ore, si è concluso con l’arrivo della polizia poco dopo la fine della sua confessione, e con il suo arresto a pochi isolati dall’appartamento di Manhattan. Egli è accusato di diffusione di materiale osceno a minori e di messa in pericolo del benessere di un minore.
Giovedì, durante l’udienza preliminare, si è dichiarato non colpevole e tornerà in tribunale il 9 settembre.
Un portavoce di Meta ha riferito al giornale neoeboraceno che l’uomo è stato posto in congedo. «Collaboreremo con le forze dell’ordine nelle indagini», ha dichiarato il portavoce.
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Come riportato da Renovatio 21, a marzo Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, è stata condannata dal dipartimento di Giustizia dello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media. Un altro processo di grande risonanza è a Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale
Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.
Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.
Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no.
Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social.
DO NOT trust Mark Zuckerberg. His Platforms participate in Human Trafficking.
Never forget that Senator Hawley verbally destroyed Zuckerberg…and surprised him with the Trafficking Victims…at the Hearing…and forced him to apologize on National TV. pic.twitter.com/tjgTemIfJL
— Liz Churchill (@liz_churchill10) December 13, 2024
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