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Partito il Digital Service Act: l’Europa verso la censura totale. Renovatio 21 sparirà?

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Il 25 agosto è entrato ufficialmente in vigore in territorio dell’Unione Europea il Digital Service Act (DSA), l’eurolegge che di fatto dà alla alla Commissione Europea il potere di censurare i contenuti in rete in nome della lotta alla «disinformazione» e all’«incitamento all’odio» online.

 

A partire da venerdì scorso, le grandi piattaforme online che operano in Europa dovranno rispettare le regole stabilite nella DS, pena una multa immensa fino al 6% delle loro entrate globali annuali: una cifra da capogiro, considerando che i giganti informatici, pur con i magheggi fiscali che abbiamo visto negli anni, arrivano a fatturare in territorio UE miliardi.

 

Il commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, ha addirittura minacciato di chiudere le piattaforme dei social media se non rispetteranno le regole in caso di disordini civili, come la recente volta etnica in Francia.

 

Ricorderete cosa era successo, in pieno spirito di anarco-tirannide, Macron, invece che lanciare una repressione che fermasse la devastazione di intere città, diede la colpa ai videogiochi prima e ai social media poi. Pare che, come soluzione al disastro, l’Eliseo pensasse che fosse si dovesse partire dall’impedire la diffusione delle immagini della barbarie della rivolta immigrata.

 

Questa è, a tutti gli effetti, una censura – o ancora meglio, una censura di guerra, dove, come avvenuto per gli americani in Iraq, si proibiscono certe immagini (i soldati morti, le loro bare, etc.). Quindi, a meno che non si sia in una guerra non dichiarata (contro una parte della popolazione, contro un’altra Nazione Europea…?), si tratta senza dubbio di un atto di totalitarismo vero e proprio, che ora è, in massima tranquillità, eurolegalizzato.

 

«Avremmo squadre che potrebbero intervenire immediatamente», ha detto Breton in un’intervista. «Se i responsabili non agissero immediatamente, potremmo non solo multarli ma anche vietare l’esercizio delle piattaforme nel nostro territorio». Breton già in passato aveva parlato della possibilità di vietare i social in caso di disordini civili. I lettori di Renovatio 21 ricorderanno che Breton aveva, dal primo giorno della nuova gestione di Twitter, attaccato Musk, dicendo che in Europa la piattaforma avrebbe dovuto sottoporsi ai voleri di Bruxelles.

 

Twitter è tra le realtà coinvolte in questa fase 1 del DSA, che si applica a siti con più di 45 milioni di utenti europei: Amazon, Facebook, Instagram, Google, YouTube, Wikipedia. Tutti gli altri saranno sottomessi al DSA dal 2024, e ciò vale pure per Paesi non-UE come Svizzera, Islanda e Norvegia.

 

Abbastanza significativamente, traducendo dall’inglese leggiamo che nel comma 36 del DSA si scrive che: «in un contesto transfrontaliero, gli effetti dell’ordinanza dovrebbero, in linea di principio, essere limitati al territorio dello Stato membro di emissione, a meno che l’illegittimità del contenuto derivi direttamente dal diritto dell’Unione o l’autorità di emissione ritenga che i diritti in gioco richiedano una portata territoriale più ampia, in conformità con il diritto dell’Unione e internazionale, tenendo conto degli interessi della cortesia internazionale».

 

Non bisogna sforzarsi troppo per capire in quale orizzonte attuale concreto tale incredibile elasticità d’azione – in pratica, censurare anche contenuti non-UE – salti fuori: la vicepresidente del dipartimento «Valori e trasparenza» della Commissione Europea, Vera Jourova, ha affermato che Bruxelles è particolarmente preoccupata per l’ingerenza russa nelle elezioni europee del 2024.

 

«Progressi rimangono troppo lenti su aspetti cruciali, soprattutto quando si tratta di gestire la propaganda di guerra pro-Cremlino o l’accesso indipendente ai dati. Il Codice dovrebbe anche iniziare ad affrontare nuove minacce come l’uso improprio dell’intelligenza artificiale generativa”.

 

«Mentre ci prepariamo per le elezioni europee del 2024, invito le piattaforme a intensificare gli sforzi nella lotta alla disinformazione e alla manipolazione dell’informazione russa, e questo in tutti gli Stati membri e in tutte le lingue, grandi o piccole che siano» continua la Jurova.

 

Ora, al lettore è chiaro cosa sta succedendo: se ora ti danno del filorusso per un discorso non allineato con la narrativa NATO-UE, ora potranno anche cancellare le tue parole online, procedere contro di te legalmente.

 

Al di fuori dell’atto repressivo, che si manifesterà probabilmente sulle vostre vite, da notare c’è il fatto che la volontà di controllare le prossime elezioni, attaccando i contenuti sgraditi, è praticamente dichiarato. Questa sarebbe, quindi, la democrazia che combatte contro la dittatura moscovita.

 

La questione russa tuttavia non è l’unica preoccupazione che dobbiamo avere: perché tutto l’impianto del DSA è un grande cavallo di Troia per distruggere, negli unici ambiti che contano (politica, geopolitica, sanità, forsanche religione) la libertà di parola per mezzo milioni di europei, una grande mossa di orwelizzazione del continente, e non solo quello.

 

È istituita, quindi, una verità di Stato, o meglio di Superstato: l’Europa avrà un «Comitato Europeo per i servizi digitali» che fungerà da Ministero della Verità stile 1984.

 

Il perno dell’azione censoria si basa, guarda chi si rivede, sul concetto di emergenza: secondo il DSA la capacità di intervenire da parte dell’europotere dovrà essere «rapida» in caso di «crisi». E cosa sia una «crisi», il documento non lo spiega: la vaghezza, insomma, aiuterà a colpire chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi contesto.

 

Possiamo dire di essere fuori dalla «crisi» del COVID? A leggere i titoli dei giornali sulle nuove varianti, no.

 

Possiamo dire di essere fuori dalla «crisi» energetica? Calcolando che il gas russo non è ancora stato sostituito – perché è tecnicamente, al momento, insostituibile, no.

 

Possiamo dire di essere fuori dalla «crisi» economica? No, quella è perfino cantata dai bardi di Bruxelles.

 

Possiamo dire di essere fuori dalla «crisi» climatica? Giammai, quella, lo sappiamo bene, è eterna, alimentata ogni giorno da studi, proteste, misteriosi incendi.

 

Il contesto in cui viviamo, quindi, è stato definito «crisi permanente». E in una «perma-crisi» (come disse il caporione OMS europeo Hans Kluge) la censura europea, come da regolamento, può abbattersi dove e quando vuole, «rapidamente», come dice il testo.

 

L’aleatorietà più sfrenata, e programmatica, traspira anche dal resto del documento: non è detto quale sia l’informazione «affidabile», né quale sia il criterio per considerarla tale, così come non è chiaro quali competenze e doveri debba avere il censore che stabilisce se quello che dico è vero o falso.

 

Lo hanno chiamato eurobavaglio, ma è peggio – perché oltre ad impedirvi di parlare, vi impediranno di ascoltare cose considerate sbagliate, uccidendo la circolazione delle idee e creando una stagnazione cognitiva abitata, tecnicamente, proprio da schiavi. La democrazia occidentale si toglie la maschera, e si rivela per quello che è: un’oligarchia psicopoliziesca, una cleptocrazia schiavista, una dittatura dei corpi e delle anime.

 

Gli europarlamentari italiani del PD hanno, ovviamente, votato in massa. Forza Italia, compreso Antonio Tajani, pure. Ma potrebbe sorprendere che voti sono arrivati anche dai Cinque Stelle (il televisivo Giarrusso incluso) e, in bella quantità, da Fratelli d’Italia: secondo La Verità dello scorso 25 agosto, il pugliese Fitto, il «milanese» Fidanza e pure Vincenzo Sofo (noto anche come consorte di Marion Le Pen, eletto in Lega ma passato per qualche ragione in FDI) hanno votato il DSA. Solo la Lega Nord si è opposta.

 

Ora, quello che potrebbe succedere non solo lo abbiamo presente, ma lo abbiamo vissuto.

 

Come sa chi ci segue da un po’, nel 2021 Facebook cancellò la nostra pagina e disintegrò, cioè proprio eliminò, l’account personale collegato, e pure, en passant, innocue pagine associazionistiche collegate. Il traffico su Renovatio21.com crollò – perché è sui social che le persone stanno tutto il giorno, con centinaia di famelici scroll al giorno – com’era, con evidenza, l’intenzione ultima di chi poteva aver ordinato la censura.

 

Solo ora capiamo quanto pervasivi fossero gli ordini dell’amministrazione Biden e delle agenzie di Intelligence (e pure delle grandi farmaceutiche) che «ripulivano» la rete da messaggi indesiderati e dai loro autori; grazie a documenti delle Commissioni del Congresso USA abbiamo una qualche idea di come funzionasse la censura, con liste mandate direttamente ai social, se non post specifici da cancellare.

 

Non abbiamo ancora idea, perché nessun rappresentante eletto si vuole chiaramente intestare una battaglia del genere, di come funzionasse il sistema di censura in Italia: anche sul nostro territorio qualcuno faceva le liste? Chi le spingeva alle aziende? Domande a cui, a causa di una classe politica vigliacca che non protegge i suoi cittadini, non abbiamo risposta.

 

Con fatica, dopo nei mesi dopo il ban abbiamo fatto riemergere i numeri, praticamente unico caso di sito di spessore che fa totalmente a meno dei social, ma con una difficoltà incredibile. Portammo Facebook/Meta in tribunale, e il giudice emise l’ordinanza di ridarci pagine e account. Tuttavia, potete vedere voi stessi, se una volta un post sulla pagina Facebook di Renovatio 21 poteva fare centinaia di like e condivisioni (in alcuni casi migliaia e decine di migliaia), oggi riceviamo, se va bene, due like. Lo chiamano shadow ban, la «censura ombra»: non c’è modo di dimostrarla, né di far intervenire le autorità (in altri Paesi ci hanno provato, parrebbe).

 

Anche YouTube, come sapete, ha lanciato avvertimenti. Pubblichiamo poco, quindi difficile che arrivino strike censori, tuttavia eccoli qui: c’è stata la cancellazione dell’omelia di Pasqua di Monsignor Viganò (per qualche ragione, lasciata in altri noti canali di sedicente «controinformazione») e poi vari casi di strike retroattivi. Che vuol dire, ti cancellano video di anni fa, filmati che per anni andavano benissimo alla piattaforma, e che ora invece divengono occasione per minacciarti: fanne un altro così e ti buttiamo fuori.

 

Ancora oggi, la difficoltà che ha Renovatio 21 a raggiungere i suoi lettori è grande, è una corsa viziata da enormi ostacoli, che altri non hanno, e a un certo punto ci chiediamo anche perché. Tuttavia, siamo ancora qui, più forti e determinati che mai.

 

Esistere al di fuori dei social è, oggigiorno, difficile, al limite del possibile. Eppure noi è quello che stiamo tentando di fare.

 

Perché tutto lo spazio dei social è già manipolato, e lo sarà ancora di più – il DSA sta a significare esattamente questo. Nessuna credibilità potrà essere data ai social, non tanto per quello che la gente vi scriverà, ma per quello che non vi faranno leggere.

 

Stare sui social network oggi, quindi, è una scelta esiziale per la vostra libertà – è una scelta di schiavitù, in primis nei confronti della dopamanina (il neurotrasmettitore coinvolto nella dipendenza da internet) ma soprattutto riguardo al potere costituito, che vi sta dicendo in faccia che manipolerà quel che sentite nel programma di controllare il vostro pensiero.

 

Uscite da Facebook. Uscite da Instagram. Uscite anche da Telegram: proposte politiche per chiuderlo vi sono già state in Germania (dove è pure arrestato un utente perché «filorusso»), e non è detto che passino, o che la piattaforma – strana combo russo-emiratina, fondatori di San Pietroburgo ma server a Dubai – non si pieghi. Ricordiamo che è già successo, quando ad inizio pandemia, nel primissimo grande lockdown, giudici italiani, spinti dalle denunce dei quotidiani nazionali, chiesero a Telegram di cancellare i canali dove si distribuivano illegalmente i pdf dei giornali gratis, e con sorpresa di molti, il social, che non aveva mai risposto, obbedì.

 

Consideriamo anche il fatto che Telegram sta distruggendo, al pari degli altri social, la possibilità del lettore di approfondire, di cristallizzare pensiero ed opinione: non sono articoli, ma post brevissimi, fatti da influencer senza volto, che rendono dipendenti dalle continue update, e che in quantità di casi contengono fake news imbarazzanti, ignoranti e disperanti.

 

Il DSA, al momento, colpisce i grandi siti, le grandi app: state lontani, quantomeno quando siete alla ricerca di informazioni su ciò che accade.

 

Frequentate siti come Renovatio 21, che al momento rischiano meno, e che, come sapete, mai vi ha preso per i fondelli, mai vi ha ingannato, mai vi ha sfruttato per vendere pubblicità, mai vi ha detto menzogne.

 

Nella seconda fase del DSA, la censura orwelliana potrebbe tornare a colpirci. Ma non è che ci fermeranno: in caso, sposteremo i server, continueremo fuori da internet, magari perfino con la carta stampata, come una bella pubblicazione cartacea che arriva periodicamente nella buca delle lettere.

 

Decimateci pure il traffico sul sito: noi andiamo avanti comunque, con quei lettori che sanno chi siamo, cosa facciamo, e perché – cioè hanno in noi fiducia, un sentimento che mai il Moloch europeo potrà ottenere dai cittadini, e di qui il suo odio per quelli come noi.

 

Avanzeremo, qualunque cosa succeda, perché questo non è un sito come gli altri. E le persone coinvolte, collaboratori e lettori, hanno motivazioni fortemente logiche – per cui, oggi, fuori dal comune.

 

Non abbiamo niente da perdere, se non la libertà.

 

Non abbiamo altra opzione, che non sia la Verità. Che, come dice il Signore, è la Via, è la Vita – è Dio stesso.

 

Provino pure a censurare la Vita, a censurare Dio. Credono, davvero, di vincerla?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Trump diventa castano. Internet scatenata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato una nuova acconciatura decisamente più scura, generando sconcerto tra gli utenti dei social e scatenando una valanga di battute e meme.

 

Le foto di Trump che scende dall’Air Force One a Morristown, nel New Jersey, venerdì, diretto al suo golf club nella vicina Bedminster, ritraggono la caratteristica chioma biondo dorato trasformata in una tonalità quasi castana.

 

Internet è ovviamente impazzita, realizzando che Donald Trump, il biondo per eccellenza (pure a ottanta anni!) ora era diventato «moro».

 

Sono seguiti commenti satirici e, ovviamente, meme – oggi più che mai arricchiti dall’uso dell’AI che genera filmati fotorealistici, come quello in cui l’assistente Natalie Harp, detta la «stampante umana», lo tinge nello studio ovale.

 

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La frenesia online è esplosa pochi giorni dopo che Trump aveva ribadito di non indossare una parrucca. Parlando mercoledì a una cena nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, ha richiamato un comizio elettorale del 2024 in Ohio, particolarmente ventoso.

 

«Per anni ho dovuto sopportare la gente che diceva: “Indossa una parrucca”. Io non indosso una parrucca», ha detto Trump. «Quella sera hanno scoperto che non indossavo una parrucca, perché se l’avessi indossata, non sarebbe rimasta in testa a lungo».

 

Un video di Trump che sale a bordo dell’Air Force One nel 2018 è tornato virale dopo che una folata di vento gli ha sollevato i capelli accuratamente acconciati, scoprendo una chiazza calva sulla nuca.

 

«Faccio di tutto per nascondere quella calvizie, gente. Ci lavoro sodo», ha scherzato Trump alla Conservative Political Action Conference più tardi quello stesso mese. «Resistiamo, gente, insieme resistiamo.»

 

Diverse testate statunitensi hanno chiesto un commento alla Casa Bianca. Sabato il presidente sembrava nascondere la nuova acconciatura sotto un berretto rosso mentre giocava a golf.

 

Varie volte in televisione Trump, già famosissimo come immobiliarista e poi come conduttore del programma The Apprentice, aveva dato prova della veracità della chioma bionda facendosela toccare dai presentatori.

 

 

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La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato

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Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.   La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.   I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.

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La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.   Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».   Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.   In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.   Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».   Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.   La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.   La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.   Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.

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Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.   La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.   Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.   Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.   La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).   Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.   Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».   Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.

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Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.   E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.   Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.   Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.  

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Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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I fratelli Tate incriminati in Romania per reati sessuali contro minori

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Le autorità della Romania hanno formalizzato, in contumacia, l’incriminazione degli influencer Andrew e Tristan Tate, contestando loro reati che vanno dalla tratta di esseri umani ai crimini sessuali su minori, fino al riciclaggio di denaro e all’intralcio alla giustizia. Dalla metà di luglio i due fratelli si trovano detenuti in un istituto penitenziario statunitense, in attesa dell’esito della procedura di estradizione avviata dalla Gran Bretagna. Entrambi respingono con decisione ogni accusa mossa nei loro confronti.

 

Andrew Tate, ex campione mondiale di kickboxing con cittadinanza sia britannica sia statunitense, ha costruito nel tempo un ampio seguito internazionale facendo leva su temi come il successo economico e la mascolinità. I suoi contenuti pubblicati online gli hanno garantito milioni di follower, ma gli hanno anche attirato numerose critiche per le posizioni espresse nei confronti delle donne.

 

Venerdì la Direzione rumena per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) ha reso noto che Andrew deve rispondere delle accuse di tratta di esseri umani, rapporti sessuali con una persona minorenne, riciclaggio di denaro e intimidazione di testimoni, mentre a Tristan viene contestato il concorso nei medesimi reati attraverso attività di favoreggiamento.

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Stando alla ricostruzione accusatoria, nel 2012 Andrew avrebbe adescato nel Regno Unito una ragazza quindicenne, illudendola circa l’avvio di una relazione sentimentale, per poi condurla in Romania. Qui la giovane sarebbe stata costretta a realizzare materiale pornografico destinato a un’attività di webcam, mentre i due fratelli ne avrebbero mantenuto il controllo ricorrendo a minacce, pressioni psicologiche e violenza fisica.

 

L’accusa sostiene inoltre che Tristan abbia amministrato proventi derivanti da questa attività per una cifra complessiva pari a circa 1,25 milioni di dollari. La DIICOT punta ora a ottenere la confisca di quattro veicoli di lusso, che sarebbero stati acquistati con tale denaro e intestati a persone vicine ai due fratelli.

 

In un procedimento distinto, i pubblici ministeri hanno inoltre accusato Andrew di aver intrattenuto rapporti sessuali con un’altra minorenne quindicenne.

 

Il fascicolo è ora nelle mani del Tribunale di Bucarest, dove la fase preliminare del procedimento dovrebbe protrarsi per un periodo di almeno due mesi.

 

Il legale rumeno dei due fratelli, Eugen Vidineac, ha reso noto che la difesa intende impugnare l’atto d’accusa. Andrew e Tristan, stabilitisi in Romania nel 2016, erano già stati arrestati nel Paese nel dicembre 2022 nell’ambito di un procedimento separato basato su accuse analoghe; in quell’occasione una corte d’appello aveva successivamente rinviato il caso alla procura dopo aver dichiarato inammissibili alcune prove. Sebbene le accuse non siano mai state formalmente ritirate, nel febbraio 2025 le restrizioni agli spostamenti dei due sono state revocate, permettendo loro di volare in Florida.

 

Nel mese di luglio, la Procura della Corona britannica ha reso pubbliche ulteriori accuse a carico dei Tate, portando a sette il numero complessivo delle presunte vittime individuate nell’ambito del procedimento britannico e a 59 quello dei capi d’imputazione, che comprendono stupro, violenza sessuale e reati connessi alla tratta di esseri umani.

 

I due fratelli sono stati in seguito arrestati a Miami a seguito della richiesta di estradizione presentata da Londra. Il loro avvocato, Joseph McBride, ha dichiarato che Andrew e Tristan opporranno una resistenza decisa alla procedura di estradizione, sostenendo che il procedimento avviato nel Regno Unito abbia una matrice politica, dal momento che i suoi assistiti si sono più volte espressi in modo critico nei confronti delle autorità britanniche e dell’establishment politico del Paese.

 

Nel caso della persecuzione dei Tate era stato persino ipotizzato che fondi dell’ente di aiuto internazionale USAID, chiuso da Trump in un blitz appena reinsediatosi alla Casa Bianca, fossero stati utilizzati per spingere la persecuzione giudiziaria romena dei due fratelli.

 

I Tate si erano mossi spesso negli ultimi mesi, andando a soggiornare a Dubai nel momento in cui la città veniva bombardate dall’Iran e facendo una capatina in Russia solo poche settimane fa. Quando i fratelli l’anno scorso arrivarono in Florida, il governatore Ron DeSantis prese subito le distanze, dichiarando pubblicamente che non erano i benvenuti nello Stato.

 

Andrew Tate, chiamato dai fan «Top G», è stato quattro volte campione mondiale di kickboxing, arte marziale competitiva molto impegnativa e non troppo retribuita, dove era conosciuto con il nome di «King Cobra». È figlio di Emory Tate, il primo grande campione di scacchi di origini afroamericane; Andrew, che era divenuto un fenomeno della scacchiera già da bambino, sostiene oggi che il padre avesse lavorato anche per la CIA.

 

Inseparabile dal fratello Tristan, Andrew ha raccontato la sua versione dei fatti in una lunga intervista con Tucker Carlson, che ha poi sentito anche Tristan Tate. Andrew, dopo anni di ateismo manifesto, si è convertito all’islam a Dubai lo scorso anno, mentre Tristan avrebbe riscoperto la religione cristiana grazie al padre della madre di sua figlia, un religioso ortodosso romeno.

 

Andrew Tate è divenuto una figura di spicco sui social media dopo essere apparso nella versione britannica del reality «Grande Fratello» nel 2016, mantenendo nei suoi post un atteggiamento sfacciato per molti irritante, vantandosi della sua grande ricchezza e incoraggiando i suoi giovani seguaci maschi a frequentare e pagare corsi in cui promette di aiutarli a superare il loro insuccesso con il denaro e le donne.

 

I critici hanno accusato Tate di diffondere misoginia e di avere una cattiva influenza sui giovani. Lui ha sempre negato con forza tali accuse.

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I suoi discorsi, che spesso colpiscono per profondità ed articolazione, hanno molti estimatori ben al di fuori della cosiddetta «manosphere», ossia la sottocultura che rivendica il ruolo dei maschi nella società.

 

Tate fu uno delle prime figure pubbliche a rifiutare la narrazione pandemica, trasferendosi, allo scoppio del COVID, in Svezia, Paese che definiva «noioso» ma dove non c’era restrizioni, come mostravano i suoi tanti video con ragazze nei locali, pubblicati mentre il resto del mondo era chiuso in casa dai lockdown.

 

Poco dopo, d’improvviso, i suoi canali social furono chiusi, mentre partirono quantità di articoli e servizi che contenevano contro di lui e il fratello accuse sessuali e criminali.

 

Alcuni ritengono che l’origine dei problemi di Tate potrebbero essere proprio in meccaniche profonde del Dipartimento di Stato USA, o forse ancora più in alto, dove l’ideologia gender de-mascolinizzante è penetrata al punto da divenire una policy precisa, come peraltro dimostrerebbe l’avversione materiale per i Paesi africani che hanno istituito leggi anti-sodomia – lo stesso portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) di Biden, l’ammiraglio John Kirby, ha di fatto definito pubblicamente i diritti LGBT come «il fondamento della politica estera americana».

Andrew ha più volte preconizzato pubblicamente il ritorno di una persecuzione giudiziaria da parte della Gran Bretagna, che considera il suo vero Paese.

 

Le istituzioni britanniche sembrano infatti davvero preoccupate di come il messaggio di Tate si stia diffondendo tra i giovani maschi delle scuole britanniche. Ciò è provato dall’interesse che lo stesso governo britannico ha dimostrato per la serie Netflix Adolescence, dove ad usare violenza non sono i maranza d’Albione ma i seguaci della «manosfera» di Tate.

 

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