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Siamo tecnicamente tutti detenuti

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Renovatio 21 pubblica il testo dell’intervento di Elisabetta Frezza al convegno Sapiens^3. Superare un’antropologia disumana, Roma, 4 dicembre 2021.

 

 

 

 

 

Giunti al punto in cui siamo giunti, qualsiasi discorso che cerchi di fornire una lettura ragionata dei fatti può sembrare vano e inconcludente.

 

 

Là fuori, infatti, c’è un tran tran che continua imperterrito, in apparenza sempre uguale a se stesso, e ha però i connotati di una parodia: viaggia su un piano parallelo, «sterilizzato», e ormai svuotato di ogni verità.

 

 

E noi siamo le comparse involontarie di questo teatro dell’assurdo. Per cui vien da pensare che sia proprio l’assurdo l’unica chiave per leggere infallibilmente la realtà delle cose.

 

Siamo condannati senza giudizio al 41 bis o, in alternativa, se muniti di tessera tecnosanitaria, alla libertà vigilata: in ogni caso, soggetti a un regime penitenziario più o meno rigido, ma siamo tecnicamente tutti dei detenuti

 

 

Basti pensare che siamo condannati senza giudizio (o con giudizio sommario, che non contempla l’esercizio del diritto di difesa) al 41 bis o, in alternativa, se muniti di tessera tecnosanitaria, alla libertà vigilata (comunque a scadenza fino a successivo rinnovo): in ogni caso, soggetti a un regime penitenziario più o meno rigido, ma siamo tecnicamente tutti dei detenuti.

 

 

Molti vengono privati addirittura del lavoro, dello studio, cioè dei mezzi di sostentamento fisico e intellettuale. E tutto sulla base di una premessa indimostrata, semplicemente perché indimostrabile.

 

 

Forse il senso di continuare ad analizzare e interpretare i fatti sta nella necessità di capire come e perché bisogna ostinatamente resistere, senza farsi inghiottire dal film – un po’ come avviene nella Rosa Purpurea del Cairo – ma di seguirne la trama con uno sguardo disincantato, il più possibile lucido, anche per disporre degli argomenti utili per sottrarre qualcun altro a un micidiale meccanismo di immedesimazione. È difficile, è logorante, perché sappiamo bene che dentro quel film non si spara a salve, ma si giocano davvero le nostre vite e, soprattutto, le vite dei nostri figli.

 

 

Fatta questa premessa, proverò ora a mettere insieme qualche riflessione sparsa, ben conscia della mia inadeguatezza a trattare di un tema, come quello della libertà, così sterminato da dare le vertigini.

 

 

La libertà è materia impastata con l’uomo, ha a che fare con la sua creaturalità e con la sua natura di essere razionale.

 

 

Fin dalle origini del pensiero, da quando, agli albori della nostra civiltà, l’uomo ha cominciato a interrogarsi su se stesso – sulle costanti e le varianti della sua natura – e sulla realtà che lo circonda, il tema della libertà è stato al centro di una speculazione – filosofica, teologica, etica e politica – mai interrotta.

 

La libertà appartiene all’uomo: nelle sue estrinsecazioni fondamentali – libertà personale, di pensiero e di manifestazione del pensiero, di religione, di circolazione, di associazione e di riunione, eccetera – è poi entrata nel diritto (in particolare, in età moderna, nelle Costituzioni degli Stati di diritto) essendone un antecedente; è, cioè, un a-priori della legge: fenomeno pregiuridico

 

 

La libertà appartiene all’uomo: nelle sue estrinsecazioni fondamentali – libertà personale, di pensiero e di manifestazione del pensiero, di religione, di circolazione, di associazione e di riunione, eccetera – è poi entrata nel diritto (in particolare, in età moderna, nelle Costituzioni degli Stati di diritto) essendone un antecedente; è, cioè, un a-priori della legge: fenomeno pregiuridico che il diritto positivo (lo ius positum) non fonda ex novo, ma deve semplicemente riconoscere, e quindi tutelare, anche e soprattutto contro l’arbitrio, sempre in agguato, del potere costituito.

 

 

In un ordinamento che si definisca democratico, una eventuale e per forza di cose circoscritta limitazione di questa sfera essenziale di libertà non può prescindere dalla presenza di presupposti di fatto certi, verificati e dimostrati, che la giustifichino e, in ogni caso, da uno scrupoloso bilanciamento tra esigenze e interessi concorrenti.

 

 

 

Sta di fatto che lo Stato di diritto è chiamato a proteggere i suoi cittadini anche da se stesso, ossia contro le proprie derive autoritarie, ogniqualvolta si affacci la tentazione di travalicare gli argini che presidiano quel nucleo inscalfibile e irriducibile che si può distillare nel concetto (atecnico, ma pregnante) di «dignità» umana.

 

 

 

La divisione dei poteri, l’indipendenza e il reciproco controllo tra gli organi che li impersonano, serve a rendere effettivo questo presidio e ad evitare degenerazioni liberticide.

 

 

È evidente che il diritto, lo ius – che non per nulla condivide la sua radice etimologica con quella della iustitia – deve avere un fondamento che lo trascende: un fondamento sostanziale solido e non fluttuante secondo gli estri di maggioranze estemporanee. Se così non fosse, si manifesterebbe nel mero uso della forza di cui il sovrano dispone per rendere effettivo il proprio potere.

 

 

Il buon funzionamento di qualsivoglia sistema normativo contingente dipende cioè dalla sua adesione a un riferimento esterno ad esso, un riferimento oggettivo e superiore, fatto di un novero di principi fondamentali che afferisce alla natura immutabile dell’uomo e che, proprio per questo, può e deve orientare e limitare l’esercizio del potere sovrano.

 

Del resto, che al di sopra della volontà del sovrano insista un modello superiore di giustizia, era chiaro già agli antichi: lo sapeva re Salomone quando invocava la grazia di essere un legislatore giusto; lo gridava Antigone quando disobbediva all’editto di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice, a costo della propria vita.

 

La produzione di norme sganciate da un criterio oggettivo di valore non può, viceversa, che generare mostri.

 

Ecco per esempio che, con decreto imperiale, Caligola insignì il proprio cavallo del titolo di senatore.

 

Ecco che il partito nazionalsocialista, a Norimberga, nel 1935, in occasione del «raduno della libertà» promulgò le leggi razziali.

 

In un ordinamento che si definisca democratico, una eventuale e per forza di cose circoscritta limitazione di questa sfera essenziale di libertà non può prescindere dalla presenza di presupposti di fatto certi, verificati e dimostrati, che la giustifichino e, in ogni caso, da uno scrupoloso bilanciamento tra esigenze e interessi concorrenti

 

 

Ecco che con raffiche di DPCM (fonte peraltro inventata per l’occasione, inesistente in rerum natura), di decreti-legge, e poi, a cascata, di circolari, ordinanze, protocolli e altra paccottiglia palesemente illegittima (in quanto sconta appunto un vizio di origine), i nuovi despoti grandi e piccini, centrali e periferici, tutti servi di altri padroni, praticano senza freni e in modo continuato, in danno dei cittadini, l’abuso legalizzato (e ormai normalizzato) del diritto, fingendosi tuttora al riparo di un ordinamento costituzionale che, di fatto, è stato proditoriamente sbaraccato. Ma che viene tenuto lì, esposto alla vista dei sudditi, come una mummia, come un’insegna luminosa appesa sulla facciata pericolante di un rudere diroccato.

 

 

Maestranze ottuse o ottusamente conniventi, al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli, se ne stanno infrattate nei gangli delle burocrazie, a riprodurre in serie schemi e procedure del sistema cosiddetto democratico – inscenano i suoi riti – per instaurare un sostanziale assolutismo.

 

 

Non è un caso che la ripartizione dei poteri, di cui dicevamo poc’anzi – teorizzata a garanzia di un equilibrio necessario per salvaguardare le libertà – oggi sia appannata, se non del tutto dissolta, perché il potere, oggi, fa capo a un’unica centrale operativa, tecnocratica, occupata stabilmente sempre dalle stesse pedine, fluttuanti tra Quirinale, Consulta, Palazzo Chigi, Magistrature superiori. Mentre il Parlamento, l’organo rappresentativo, è disattivato.

 

 

Costoro eseguono i diktat che sono formulati in sede extra e sovranazionale da organismi opachi, senza volto e senza responsabilità, e che sono diramati da altri groppuscoli tecnico-scientifici dai molti nomi, apparecchiati nelle retrovie istituzionali per fare da ripetitore e da cinghia di trasmissione di quei diktat, contestualmente esautorando la politica; o meglio, ciò che resta di una politica da tempo ostaggio di personaggi per lo più privi del senso stesso del mestiere che, per grazia ricevuta, si trovano a praticare.

 

È una anomalia politica quella che avvolge e sconvolge il nostro presente, individuale e collettivo, facendoci affondare nelle sabbie mobili del caos mentre un potere sadico e vorace demolisce tutt’intorno, giorno dopo giorno, le regole scritte e non scritte del vivere civile, della ragione, della stessa religione

 

 

È una anomalia politica quella che avvolge e sconvolge il nostro presente, individuale e collettivo, facendoci affondare nelle sabbie mobili del caos mentre un potere sadico e vorace demolisce tutt’intorno, giorno dopo giorno, le regole scritte e non scritte del vivere civile, della ragione, della stessa religione.

 

 

Il paradosso è che lo strapotere che veste i panni liberal democratici, in questa vorticosa giostra di artifizi e raggiri, riesce nell’incantesimo di inglobare i sudditi nel proprio stesso corpo, di farli parte integrante di sé dopo averli ipnotizzati e plasmati in funzione del proprio perpetuarsi. Lo fa attraverso la torsione delle parole e lo sgretolamento dei concetti, riempiendo le une e gli altri di contenuti cangianti, strumentali ai propri obiettivi.

 

 

In tal modo gli stessi sudditi, adeguatamente addomesticati, da antagonisti genetici del potere si trasformano nel suo corpo di guardia: diventano insomma i pretoriani pronti a reprimere, e potenzialmente sopprimere, i propri simili non allineati.

 

 

Fatte salve le poche e luminose eccezioni che ormai tutti conosciamo e che ancor più brillano nella eclissi totale delle idee e delle parole sensate, ciò che più colpisce, in questa grottesca sceneggiata infarcita e ricoperta da strati di menzogna, è l’afasia di quanti dovrebbero gridare per primi alla nudità del re – soprattutto giuristi, legulei, magistrati e giusfilosofi, o sedicenti intellettuali, tutti ovviamente democraticissimi. Costoro fino a ieri pomposamente predicavano quanto oggi vedono impunemente calpestato sotto i loro occhi, e tacciono con ignominia di fronte alla normalizzazione dell’incertezza del diritto e del suo sistematico sfregio.

 

 

In effetti viene da domandarsi cosa mai si insegni, oggi, nelle lezioni di diritto costituzionale in Università.

 

 

Si tengono ancora, nelle aule delle facoltà di giurisprudenza, i corsi di diritto costituzionale? Se sì, con quale coraggio? Lo chiedo con sincera curiosità, da allieva, in un tempo ormai lontano, di un docente che fu anche presidente di Corte Costituzionale e che raccontava tutt’altra storia di quei 139 articoli e 18 disposizioni transitorie tuttora formalmente vigenti. Norme che, tanto più in quanto apicali nella gerarchia delle fonti, dovrebbero preservare il loro significato e la loro ratio al di là della prevalenza estemporanea dell’uno o dell’altro flusso di potere, o della linea bassamente politica del momento al cui servizio vengono invece piegate, come un ferro caldo.

 

 

In compenso, questo vuoto pneumatico e questo silenzio tombale da parte degli interpreti naturali del diritto sono stati riempiti dallo starnazzo perpetuo dei piazzisti televisivi variamente qualificati i quali, anch’essi a libro paga dei tenutari di un’agenda inflessibile nella sua mostruosità, si prestano a ruminare le battute farsesche e volgari di un copione fantascientifico e fantasanitario che, scritto da qualche sceneggiatore psicopatico, è calato sulle vite di tutti, dei volenti e dei nolenti.

 

 

A sentire Monti, nel suo recente invito a scoprire le carte, dovrebbero essere questi fenomeni pappagalleschi ad aggiudicarsi l’esclusiva dell’informazione, in regime di monopolio. «I potere è nostro e guai a chi ce lo tocca», insomma, senza più tanti giri di parole.

 

La «prevalenza» dell’interesse collettivo è il nuovo totem al quale sacrificare i diritti fondamentali dell’individuo: l’interesse collettivo si impone oggi come concetto di ordine quantitativo, avulso dallo sforzo di un giudizio di valore che investirebbe invece quel piano del dover essere su cui per definizione si muove il diritto, con le sue norme

 

 

I nuovi pensatori e le nuove pensatrici sono quelli che, al suono della parola libertà, partono in quarta a intonare i ritornelli di repertorio, il più famoso (e idiota) dei quali suona: «la tua libertà finisce dove comincia quella degli altri».

 

 

Un giochetto di parole che, per la sua orecchiabilità, piace tanto sia ai guitti sia all’uditorio belante. Nessuno di essi però – essendo tutti in vacanza cerebrale di gruppo per motivi di salute pubblica – è in grado di fare una analisi del testo e di domandarsi se la filastrocca, al di là del bel suono, voglia effettivamente dire qualcosa.

 

 

Basterebbe chiedersi: chi ha titolo per tracciare questo confine tra la mia libertà e quella altrui? Con quale criterio verrebbe definito il discrimine? Con quale metro si misura lo spazio rispettivo? Chi sarebbero gli “altri” la cui libertà per definizione limiterebbe la mia?

 

Tanto per cominciare, gli altri sono una sommatoria di enne individui, che quindi, in virtù del mero fattore numerico, appaiono ictu oculi prevalenti sul singolo, grazie alla mistica de «la maggioranza vince» e all’onnipresente equivoco democratico.

 

 

La «prevalenza» dell’interesse collettivo è il nuovo totem al quale sacrificare i diritti fondamentali dell’individuo: l’interesse collettivo si impone oggi come concetto di ordine quantitativo, avulso dallo sforzo di un giudizio di valore che investirebbe invece quel piano del dover essere su cui per definizione si muove il diritto, con le sue norme – che sono, per definizione, generali e astratte, e anche tendenzialmente stabili e dunque certe.

 

La collettività non è altro che la massa inerte a trazione mediatica nel cui nome la sedicente autorità – cioè chi detiene il potere e dispone dell’uso della forza – si appropria del titolo per diventare onnipotente e disfarsi dell’intralcio di minoranze disfunzionali alla realizzazione del proprio programma

 

 

Di fatto quindi, la collettività non è altro che la massa inerte a trazione mediatica nel cui nome la sedicente autorità – cioè chi detiene il potere e dispone dell’uso della forza – si appropria del titolo per diventare onnipotente e disfarsi dell’intralcio di minoranze disfunzionali alla realizzazione del proprio programma: e così, per esempio, può impossessarsi del mio corpo contro la mia volontà e la mia salute, può irrompere nello spazio sacro e inviolabile della mia sovranità famigliare e biologica, e ghermire i miei figli contro la mia volontà e la loro salute.

 

 

Allora, per tornare alla formuletta ebete e tralatizia sulla libertà mia e altrui, il confine tra le due, e il criterio per tracciarlo – vista la assoluta relatività dei concetti in gioco, evidentemente non oggettivizzabili – alla fine non possono essere che quelli decisi discrezionalmente dal dominus di turno, in funzione degli obiettivi prescelti.

 

 

A margine, notiamo come tra i pensatori e le pensatrici del nuovo corso diversamente democratico, pronti a invocare la tortura e l’apartheid per i refrattari alla sperimentazione di massa, spiccano quelli che fino a ieri abitavano un luogo chiamato Casa delle libertà: oggi, inebriati dal vento igienista e rigorista che soffia fuori, brandiscono baldanzosi il nuovo manganello che gli è stato dato in dotazione.

 

… Straordinario paradigma della involuzione dell’ominide neolibertario, destinato per vocazione a ricoprire lo status del più servile strumento nelle mani del tiranno

 

 

Loro non lo sanno, ma la parabola che li vede protagonisti rappresenta uno straordinario paradigma della involuzione dell’ominide neolibertario, destinato per vocazione a ricoprire lo status del più servile strumento nelle mani del tiranno.

 

 

Ma cos’ha potuto farci precipitare tanto in basso e con tanta stupefacente velocità?

 

 

La recente accelerazione ha attecchito su un terreno già reso fertile dalla progressiva inesorabile demolizione delle strutture portanti di una civiltà in seno alla quale erano stati elaborati i sistemi concettuali e le forme di pensiero capaci tanto di ordinare e regolare il vivere comune, quanto di rispondere alle esigenze spirituali profonde dell’uomo di ogni tempo; in seno a questa civiltà erano fioriti la filosofia, l’arte, il diritto e la politica, l’etica e l’estetica, la poesia e la letteratura, la scienza e l’economia, e la fede cristiana: tutto quel patrimonio di bellezza e di senso che ha innervato nei secoli il tessuto sociale della nostra terra, e che l’onda montante della demenza globalizzata e della barbarie travestita da progresso ha calpestato assieme alla identità e alla memoria di un popolo.

 

 

Di questa vertiginosa involuzione ci ha regalato una sintesi folgorante Cingolani, tenutario di un dicastero di cui non sentivamo la mancanza, che ha esposto la propria ricetta risolutiva per l’istruzione d’avanguardia: «non serve studiare quattro volte le guerre puniche, servono più digital manager». E a noi non servono i commenti.

 

 

Ma quel terreno era stato reso fertile, per paradosso, anche dalla ipostatizzazione dello stesso concetto di libertà, previamente contraffatto per funzionare da arma di distrazione e distruzione di massa.

 

 

La libertà (quella vera) ha potuto essere soppressa impunemente proprio nel nome di tutte le libertà (false) che sono state innalzate una dopo l’altra sull’altare della cosiddetta autodeterminazione.

 

Con pagamento anticipato, in cambio della nostra libertà, ci avevano già elargita l’illusione di poterci autodeterminare senza limiti nel disporre della nostra vita, e di decidere anche della nostra morte

 

 

Con pagamento anticipato, in cambio della nostra libertà, ci avevano già elargita l’illusione di poterci autodeterminare senza limiti nel disporre della nostra vita, e di decidere anche della nostra morte.

 

 

E ci avevano già convinti che questa sbornia libertaria fosse cosa buona e giusta, attraverso il suo graduale assorbimento nella legge. La legittimazione giuridica di una condotta è capace, infatti, di far evaporare pian piano la percezione del suo disvalore intrinseco: perché tutto ciò che viene reso giuridicamente lecito, nell’immaginario collettivo diventa anche moralmente accettabile; in altri termini, viene istintivo identificare il bene e il male con ciò che la legge consente e non consente.

 

E così ci hanno convinti di poter decidere – liberamente, è chiaro – di sopprimere la vita nascente; di interrompere quella già nata, ma fragile, giudicata non all’altezza di fluttuanti standard di qualità; di poter decidere di traslocare da un sesso all’altro e ritorno, portandoci dietro, o anche no, i pezzi in dotazione e quelli di ricambio; di assemblare nuovi agglomerati diversamente assortiti, e chiamarli famiglia; di fabbricare esseri umani in provetta, manipolarli e programmarli geneticamente, e di chiamarli figli; di consumare liberamente la pornografia e di praticarla anche, con esemplari di tutte le età.

 

 

Insomma, nel fantastico mondo delle finte libertà legalizzate, l’uomo misura di tutte le cose, ubriacato dal proprio delirio di onnipotenza (la hybris antica), sobbollendo nel brodo edonistico ed egoistico preparato per lui, è arrivato fino al punto di sbarazzarsi della realtà, della natura e della stessa fisiologia. Fieramente persuaso della propria sconfinata facoltà di autodeterminarsi, non si accorge di essere in realtà sommamente eterodiretto, e scagliato a tutta velocità verso il proprio annientamento programmato.

 

 

Non possiamo dire che non ci avessero avvisati per tempo dei prevedibili esiti di questa degenerazione, che è poi la somma di tante degenerazioni.

 

Nel fantastico mondo delle finte libertà legalizzate, l’uomo misura di tutte le cose, ubriacato dal proprio delirio di onnipotenza (la hybris antica), sobbollendo nel brodo edonistico ed egoistico preparato per lui, è arrivato fino al punto di sbarazzarsi della realtà, della natura e della stessa fisiologia

 

 

Alcuni fatti, per chi si è preso la briga di osservarli, di capirli e necessariamente di patirli, erano stati esibiti al pubblico quasi a mo’ di esplicito avvertimento; di sicuro hanno rappresentato uno spartiacque nel processo di dissoluzione.

 

 

La storia di Alfie Evans, per esempio, il piccolo inglese (ma che, ricordiamolo, ottenne anche la cittadinanza italiana in un tentativo estremo di sottrarlo ai suoi carnefici) che fu ammazzato per il suo «miglior interesse» dalle istituzioni, laiche e religiose insieme, alleate nella missione diabolica di sacrificare l’innocente in mondovisione, letteralmente strappandolo alle braccia dei suoi genitori, sotto lo sguardo sgomento di tante persone di buona volontà.

 

 

Come dire (ed ecco l’avvertimento): non decidi tu, caro cittadino, caro genitore, del bene di tuo figlio; se il potere stabilisce che è fragile, imperfetto e, in previsione futura, la sua vita non raggiungerà una qualità soddisfacente, può prendertelo e sopprimerlo.

 

 

Così la prossima volta tu magari impari a pensarci prima e a programmarlo senza vizi di fabbricazione, come la biotecnologia di Big Pharma oggi consente; e tu genitore, se ti ostini a prescindere da queste meraviglie del progresso, beh, sei un egoista che gioca alla roulette russa della natura contro il “best interest” della progenie.

 

 

La stella polare del best interest risorge ora in tema di vaccini. Il tribunale di Milano ha stabilito che un quattordicenne dovrà vaccinarsi contro il COVID nonostante non lo vogliano né lui né sua madre: dovrà farlo nel suo miglior interesse, che tanto lui quanto sua madre secondo i giudici non sono in grado di discernere perché assestati su «posizioni aprioristiche che trascurano gli approdi della scienza internazionale». E poi anche perché lo ha detto Mattarella (in motivazione si legge infatti che va considerato «il monito del PdR che il 28 luglio ha detto che la vaccinazione è un dovere morale e civico»). Bergoglio invece, per stavolta, non è diventato fonte di diritto. Quindi: la tanto pompata volontà del minore viene valorizzata solo se va nella direzione conveniente alla regia.

 

 

Il quadro, agghiacciante, si completa considerando come, pressoché contemporaneamente, si sia pronunciato il presidente della società italiana di pediatria dicendo che i bambini devono essere vaccinati per il loro miglior interesse: «per i bimbi è fondamentale la qualità della vita, che è un bene supremo, necessario per crescere in salute» (il metro di misura della qualità la decidono loro, ovviamente); «la vaccinazione, oltre ad essere una straordinaria opportunità, è un diritto per i bambini».

 

 

Tradotto: tu genitore, che eserciti cautela e applichi il principio di precauzione, sei inadeguato, egoista e anche pericoloso perché cresci come disadattati sociali i tuoi figli, che invece devono vivere marchiati, iperconnessi e contenti. Felici di ottenere il Natale-premio per buona condotta. E questo anche se il mistero, o il segreto, intorno agli effetti delle pozioni magiche, del pharmakon universale, verrà svelato nel 2076, come ci dice la Pizia di Big Pharma.

 

La stella polare del best interest risorge ora in tema di vaccini

 

 

Come sempre dunque, a coprire le peggiori nefandezze, è invocato il motivo umanitario (il bene della vittima). Insomma, sopra tutto ci sta sempre l’amore. Che è un’arma impropria micidiale perché, inteso come mero moto emozionale svincolato da ogni criterio superiore di giudizio, è capace di servire qualunque causa e mascherare ogni azione intrinsecamente malvagia.

 

 

Il passaggio dalla libertà alla tanto invocata autodeterminazione non è stata una operazione meramente cosmetica. È stata una metamorfosi di senso, perché sottintende l’adesione a una concezione dell’individuo come arbitro incontrastato del bene e del male e, in apparenza, del proprio destino (quando in realtà, per paradosso, è ridotto a schiavo delle superstizioni spacciate dall’alto).

 

 

La libertà senza limiti coincide infatti con la subalternità più totale, perché interiorizzata, perché inconsapevole e dunque consenziente. Non per nulla oggi, dietro l’emancipazione di facciata, domina l’obbedienza cadaverica a ogni genere di sopruso e prevaricazione.

 

 

È su questo terreno che negli ultimi tempi hanno potuto smantellare definitivamente e senza sforzo lo Stato di diritto, con tutti i suoi ammennicoli. E sarà impossibile riesumarne il cadavere: lo Stato di diritto appare infatti come un modello ormai sfibrato ed esaurito.

 

 

Insieme allo Stato di diritto, viene meno anche la fictio dei diritti umani, altra conquista dello Stato moderno.

 

 

I diritti c.d. innati, poi ribattezzati umani, sono entrati in scena quando particolari contingenze storiche hanno suggerito l’utilità di assicurare una specifica tutela al suddito nei confronti del potere sovrano, conferendo veste giuridica, anche nominale, a valori ritenuti fondamentali perché appartenenti all’uomo in quanto tale. Ma i c.d. diritti umani restano una emanazione (id est: una elargizione) del sovrano, che può toglierne o annetterne a piacimento alla lista. La loro apparente e originaria consonanza con i principi della legge naturale ha creato l’utile equivoco della loro sovrapponibilità a quest’ultima.

 

La libertà senza limiti coincide infatti con la subalternità più totale, perché interiorizzata, perché inconsapevole e dunque consenziente. Non per nulla oggi, dietro l’emancipazione di facciata, domina l’obbedienza cadaverica a ogni genere di sopruso e prevaricazione

 

 

In realtà, sono diritto positivo e, quando salta il patto sociale, cioè la tendenziale convergenza della legge scritta con la legge non scritta, diventano un grimaldello privilegiato perché, dietro una etichetta inattaccabile, scardinano proprio quella legge naturale sulla cui scia si erano trionfalmente aperti la strada conquistando referenze invincibili.

 

 

Torniamo dunque alla libertà. La libertà, che appartiene all’uomo e che, come abbiamo detto, precede il diritto, non ha più ragion d’essere quando l’uomo non è più uomo, ma è ridotto ad automa mercificato, animale globale, robot antropomorfo, codice informatico. A questa nuova entità non si addice la libertà, per essa tutto ruota intorno alla categoria del controllo, che è l’antitesi della libertà e le cui funzioni vengono appaltate alla macchina. Alla fine, infatti, proprio la macchina è chiamata a prendere il sopravvento sull’uomo, prima ibridandolo, poi telepilotandolo, infine sostituendolo.

 

 

Insomma, il tempo della libertà codificata e dei diritti c.d. umani codificati è giunto al capolinea perché l’obiettivo dello Stato, e del Superstato a cui lo Stato risponde, è quello di cancellare l’uomo al quale la libertà è connaturata. Cancellazione che avviene sia brutalmente attraverso il sacrificio umano, sia attraverso lo snaturamento dell’uomo, via via trasformato in qualcosa di ontologicamente altro da sé, in un cyborg senza senz’anima e senza sentimenti, in un OGM, e comunque in una merce come un’altra, inserita all’interno di una filiera produttiva che risponde alle dinamiche del mercato e alla logica del profitto, in balìa delle industrie biotecnologiche e delle multinazionali del farmaco.

 

 

Come un dispositivo elettronico qualsiasi, dovrà scaricare, a scadenze comandate, gli aggiornamenti implementati dalla casa madre, altrimenti questa gli blocca il funzionamento: la seconda, la terza, la quarta, la ennesima dose, non sono altro che l’ennesimo aggiornamento farmaco-genetico.

 

 

Ecco quindi che al post-umano, che è trans-umano e intrinsecamente dis-umano, servono altre categorie di riferimento.

 

 

Non c’è posto per la libertà laddove l’uomo non è più creatura, ma è manufatto ingegnerizzato. Non c’è più spazio per l’empatia, per la pietas, per la ragione, per la parola: il cinismo cui abbiamo assistito con orrore verso la sofferenza e la malattia, la perversione verso i più piccoli e indifesi, il disprezzo per la morte e il suo mistero, l’abdicazione violenta a tutti quei riti, fisici e carnali, che da sempre hanno connotato la civiltà umana, tutto questo segna indiscutibilmente la sua fine definitiva e l’avvento del mondo nuovo sterilizzato, informatizzato, snaturalizzato.

 

Non c’è più nulla di umano in una società che prescrive e istituzionalizza la fabbrica della vita negli alambicchi di laboratorio, la sua conservazione nei congelatori, la manomissione del codice genetico, la produzione seriale di ibridi e chimere, l’eugenetica e l’eutanasia, e ancora la morte in solitudine, la distruzione dei corpi, il divieto del culto ai propri defunti

 

 

Non c’è più nulla di umano in una società che prescrive e istituzionalizza la fabbrica della vita negli alambicchi di laboratorio, la sua conservazione nei congelatori, la manomissione del codice genetico, la produzione seriale di ibridi e chimere, l’eugenetica e l’eutanasia, e ancora la morte in solitudine, la distruzione dei corpi, il divieto del culto ai propri defunti.

 

Non c’è più nulla di umano in una società che, a colpi di decreti, pretende di manipolare e sacrificare i suoi figli.

 

 

Dunque, non ha più senso agitarsi per cercare di ripristinare, erga omnes, un assetto politico e giuridico che è già spazzato via da forze ben più grandi di noi. La libertà non è più di questo mondo qui, semplicemente perché la libertà è prerogativa dell’uomo, e questo mondo non vuole più essere umano.

 

 

La libertà deve essere recuperata altrove, al di fuori della struttura sociale e istituzionale dentro la quale eravamo abituati a considerarla incapsulata, tanto da ritenerla pacifica, scontata e definitivamente al sicuro. Deve essere innanzitutto ritrovata nel suo significato più profondo e vero. Deve essere poi custodita e coltivata, con rinnovata cura, da coloro che desiderino ostinatamente rimanere uomini, e che proprio per questo, incompatibili con un sistema irreversibilmente corrotto perché disumanizzato e disumanizzante, saranno segregati e perseguitati.

 

 

Diario Clandestino è l’opera di Giovannino Guareschi sull’esperienza della prigionia vissuta in Polonia tra il 1943 e il 1945. Dedicata «ai miei compagni che non tornarono».

 

 

Guareschi racconta una storia «dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie, ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso».

 

 

Tra le pagine, scritte nel lager e per il lager, in quanto lette passando di baracca in baracca per regalare un sorriso o un motivo di riflessione, una distrazione, un conforto, ai suoi compagni di sventura, quella che segue racchiude il cuore di questo libro.

 

Qualcuno diceva che è la verità che ci rende liberi. Di certo non ci rende liberi l’ubriacatura degli istinti, che azzera le facoltà mentali e ci riduce a terra di facile conquista da parte di chi ci vuole schiavi obbedienti, uguali, invertebrati

 

 

«Mi volsi e vidi che ero uscito da me stesso, mi ero sfilato dal mio involucro di carne. Ero libero. Vidi l’altro me stesso allontanarsi, e con lui si allontanavano tutti i miei affetti, e di essi mi rimaneva solo l’essenza (…). Ritroverò l’altro me stesso? Mi aspetta forse fuori del reticolato per riprendermi ancora? Ritornerò laggiù oppresso sempre dal mio involucro di carne e di abitudini? Buon Dio, se dev’essere così, prolunga all’infinito la mia prigionia. Non togliermi la mia libertà».

 

 

Guareschi ci dimostra come sia possibile essere liberi anche all’interno di un campo di prigionia, perché la radice della libertà non sta nel poter fare quello che si vuole, ma nell’avere fiducia in qualcosa di più grande di noi, che ci sovrasta e ci resiste, perché è stabile e vero.

 

 

Solo in questo modo è possibile che un prigioniero privato di tutto, invece che inveire contro il proprio aguzzino, sia felice di ritrovare se stesso e, con se stesso, gli altri che condividono con lui un’esperienza tanto estrema da ricondurre all’essenziale. Infatti, una volta rimasto solo «con le cose che aveva dentro», egli trova l’occasione per scavare a fondo, fino incontrare la sua anima. Questa, una volta liberata, è capace di volare alta anche sopra i reticolati (che non sono necessariamente quelli fatti di filo spinato).

 

 

Qualcuno diceva che è la verità che ci rende liberi. Di certo non ci rende liberi l’ubriacatura degli istinti, che azzera le facoltà mentali e ci riduce a terra di facile conquista da parte di chi ci vuole schiavi obbedienti, uguali, invertebrati.

 

 

C’è qualcosa, insomma, che fa parte di noi e che nessuno potrà mai aggredire o portarci via. Qualcosa le cui frequenze risuonano in altri che, invece di accomodarsi nella confortevole poltrona allestita dalla propaganda, fanno lo sforzo di mettersi a cercare la verità delle cose.

 

 

In questo fecondo incontro di anime libere che si riconoscono e si ritrovano – ed è un fenomeno ormai tanto reale e palpabile, quanto temuto – si annida il germe della rinascita, che deve indurci oggi a sperare contro ogni speranza.

 

 

Da quel seme – che tutti noi, consci di ciò che sta davvero accadendo, abbiamo il dovere morale di conservare integro, ad ogni costo – si potrà pian piano cominciare a ricostruire sulle macerie del diritto, della logica, del buon senso, delle più elementari leggi del buon governo.

 

Ci serve più che mai una «generazione fertile, perché dovrà ripopolare la storia di uomini e non di macchine»

 

 

Per fare questo, servono ora coesione, responsabilità, determinazione e coraggio; servono la pazienza e l’umiltà necessarie per rimettere insieme i frammenti di un patrimonio dissipato e prezioso, quello che ai Cingolani e ai Bianchi preme distruggere in fretta, perché non ne sono all’altezza; serve recuperare la forza del pensiero e della parola, sconosciuta anch’essa ai Cingolani, ai Draghi e a quanti come loro sragionano e straparlano, travolti dal proprio delirio di onnipotenza.

 

 

Soprattutto, serve una nuova generazione consapevole dello stato delle cose e del suo perché, capace di decifrare e interpretare i fatti e i loro nessi causali: una generazione forte, pronta a sacrificare tanto di ciò che si dava ormai per acquisito, in previsione però di un traguardo enormemente più grande; come hanno scritto proprio questi studenti di Roma, ci serve più che mai una «generazione fertile, perché dovrà ripopolare la storia di uomini e non di macchine».

 

 

E allora sì dobbiamo essere certi che, nonostante la sproporzione delle forze in campo, con l’aiuto della Provvidenza torneremo a riveder le stelle.

 

 

Elisabetta Frezza

 

 

Articolo previamente pubblicato sul sito dell’autrice.

 

 

 

Immagine di ptitvinc via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-ND 3.0)

Civiltà

La distruzione del diritto: cause e conseguenze della distruzione della civiltà

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Lo scopo di questo testo è invitare a riflettere sui cambiamenti della nostra civiltà osservando le trasformazioni dei fondamenti classici del diritto.

 

  1. Legge e civiltà

1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.

Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata.

 

In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto.

 

Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.

 

1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale

Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato.

 

Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione.

 

Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.

 

1.3. La legge come baluardo difensivo della polis

Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata.

 

Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)

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  1. Mutazione del diritto privato

Riflettiamo sulle trasformazioni subite dal Diritto Privato. È risaputo che il Diritto Privato deve molto al Diritto Romano e rappresenta, in larga misura, una delle prove che la civiltà cristiano-europea, pur essendo distinta, è anche un prodotto della civiltà greco-romana. Il nucleo delle istituzioni di Diritto Privato europeo è rimasto debitore del Diritto Romano fino alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo.

 

2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.

2.1.1. Vita e morte della persona.

In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte.

 

Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale.

 

A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale.

 

Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta».

 

Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).

 

2.1.2. Nominalismo contro realismo

Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI.

 

Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023).

 

Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023).

 

Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa.

 

Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale».

 

A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).

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2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.

Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur).

 

Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative.

 

In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive.

 

Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.

 

2.3. Modifica del diritto contrattuale.

Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno.

 

Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale).

 

In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.

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  1. Mutazione del diritto pubblico

Il debito nei confronti di Roma si manifesta anche nel Diritto pubblico, sebbene in misura significativamente minore. Sebbene sia vero che il Diritto pubblico esistesse a Roma o addirittura all’apice della civiltà cristiana occidentale (il cosiddetto «Medioevo»), resta il fatto che il Diritto pubblico è fondamentalmente un prodotto della civiltà cristiana occidentale dopo la creazione, in un certo momento della sua storia, dello Stato, inteso come una nuova forma politica sconosciuta in altre civiltà ed epoche, e caratterizzata dall’essere dotata di un nuovo tipo di potere politico anch’esso sconosciuto: la sovranità.

 

Dall’idea dello Stato come forma di potere dotata di sovranità si sono configurati i diversi rami del Diritto pubblico: il Diritto costituzionale (inizialmente chiamato «Diritto pubblico interno» o «Diritto politico»), il Diritto internazionale pubblico (inizialmente chiamato «Diritto pubblico esterno»), il Diritto amministrativo, il Diritto penale, il Diritto tributario e il Diritto del lavoro, che comprende elementi di Diritto privato.

 

Carl Schmitt, a cavallo tra il XX e il XX secolo, fece un’affermazione che alcuni avrebbero potuto considerare arrogante, ma che quasi un secolo dopo si è rivelata profetica: «sono l’ultimo rappresentante consapevole dello Ius Publicum Europaeum, il suo ultimo interprete e ricercatore in senso esistenziale, e ne sto vivendo la fine» (2). Nessuno può negare che le categorie classiche del diritto pubblico europeo si siano sviluppate sulla scia dell’emergere dello Stato (lo Ius Publicum Europaeum) sono in crisi o, se preferite non dirlo in questo modo, stanno vivendo quella che si potrebbe definire una «mutazione».

 

3.1. La crisi della sovranità esterna

Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste».

 

Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale.

 

Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati ​​del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri.

 

Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale.

 

Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.

 

3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente

La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità.

 

La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003).

 

In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente.

 

E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ​​ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione.

 

Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).

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3.3. Lo scioglimento della cittadinanza

Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna.

 

Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni.

 

La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo.

 

Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.

 

3.4. Modifica dei diritti fondamentali

I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato.

 

A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna.

 

Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.

 

3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato

Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema.

 

Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo.

 

E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge.

 

Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità».

 

D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria.

 

La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.

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  1. Le mura sono crollate

Tutti questi fenomeni possono essere riassunti in un’unica idea: come conseguenza del degrado del mondo delle idee in Occidente, si è verificato un degrado del Diritto che incarna i principi fondamentali della civiltà cristiano-occidentale: le istituzioni tradizionali vengono distrutte e vengono introdotte nelle norme novità prive di fondamento o con scarso fondamento, che ne accelerano ulteriormente il degrado.

 

La conclusione è che il diritto sta indubbiamente attraversando un periodo di trasformazione. Solo le innovazioni saldamente radicate nelle categorie classiche possono essere considerate una vera «evoluzione», un autentico «sviluppo». Ma ciò che le istituzioni sperimentano, che non solo non si basano più sulle categorie classiche ma addirittura le erodono o le distruggono, costituisce una «mutazione». Una mutazione che è una chiara indicazione che anche la civiltà stessa sta mutando, o ha già mutato. E da nessuna parte è scritto che questo cambiamento debba necessariamente essere in meglio.

 

Le mura del diritto cristiano occidentale sono crollate. Non per mano di nemici esterni, poiché gli stati nati dalla civiltà cristiana occidentale sono stati i più potenti della storia, ma perché sono stati minati dall’interno.

 

La civiltà cristiana occidentale è quindi lasciata alla mercé dei non europei e degli europei che la odiano.

 

Carlos Ruiz Miguel

Professore di Diritto Costituzionale, Università di Santiago di Compostela

 

 

NOTE

1) Raúl Caballero Sanchez, «La lucha del pueblo por la ley: una nueva propuesta de lectura del fragmento 22 b 44 dk de Heráclito», Exemplaria Classica. Journal of Classical Philology n. 16 (2012), pp. 3-16 (p. 10).

 

2) «Ich bin der letzte, bewußte Vertreter des jus publicum Europaeum, sein letzter Lehrer und Forscher in einem existenziellen Sinne und erfahre sein Ende». Cfr. Carl Schmitt, Ex captivitate salus, traduzione Anima Schmitt de Otero, Editorial Porto, Santiago de Compostela 1960 (1ª ed. tedesca, 1950, trad.it Ex Captivitate Salus, Adelphi, Milano 1993).

 

3) Carl Schmitt, Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus, Duncker & Humblot, Berlino 1923 (trad.it La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, Giappichelli, Torino 2004).

 

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Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio

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Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.   Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.   Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.   Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.

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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.   Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.   Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.   Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.   Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.   In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.   In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.   In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)   Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.

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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.   La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.   Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.   Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.   Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.   Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.   In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.   Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)   Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.   Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.

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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).   L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.   Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.   Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.   Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.   Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?   Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).   Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.   Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.   Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.   Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.   Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?   La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.   Roberto Dal Bosco

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Civiltà

Trump: l’Europa si sta autodistruggendo

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Le nazioni europee devono invertire un decennio di scelte che lui stesso ha definito «orribili» per smettere di «distruggersi», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Intervenendo mercoledì al World Economic Forum di Davos, Trump ha sostenuto che, sebbene gli Stati Uniti vogliano vedere l’Europa prosperare, «non stanno andando nella giusta direzione».

 

Ha imputato la responsabilità alle politiche migratorie incontrollate dei Paesi europei e a quella che ha chiamato la «nuova truffa verde», espressione con cui indica le politiche energetiche verdi, sostenendo che l’enfasi sull’energia eolica ha provocato un aumento dei prezzi energetici nella regione.

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«Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale e una maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili», ha affermato.

 

I Paesi europei devono «uscire dalla cultura che hanno creato» negli ultimi dieci anni, ha aggiunto Trump. «È orribile quello che si stanno facendo, si stanno distruggendo. Vogliamo alleati forti, non seriamente indeboliti», ha dichiarato il presidente statunitense.

 

Poco dopo, il Segretario di stato americano Marco Rubio ha rilanciato le parole di Trump su X, sostenendo che se gli europei non modificano la loro traiettoria culturale, «si autodistruggeranno».

 

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Come riportato da Renovatio 21, anche l’ultima Strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, pubblicata a dicembre, ha messo in guardia contro quella che definisce una «cancellazione della civiltà» in Europa. Il documento ha attribuito la colpa ai tentativi dell’UE e delle organizzazioni internazionali di minare la «libertà politica» e la libertà di espressione, oltre che di imporre politiche migratorie dannose.

 

Anche Mosca ha più volte evidenziato il declino dell’UE. A dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che, dopo il crollo dell’URSS, la Russia si aspettava di essere accolta nella «famiglia occidentale civilizzata», ma che «la civiltà lì è inesistente e il degrado è tutto ciò che esiste».

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump a dicembre ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza». Il premier ungherese Vittorio Orban gli ha fatto eco dicendo che Trump comprende il «declino della civiltà» europea.

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