Spirito
Indonesia: gli autori dell’attentato contro la chiesa legati ai radicali islamici delle Filippine
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews
Uno dei terroristi che ha cercato di colpire la cattedrale apparteneva al gruppo Jamaah Ansharut Daulah (JAD), famoso per aver compiuto l’attentato alla cattedrale di Jolo nel 2019. Arrestati alcuni membri del gruppo a Sumbawa, nella provincia di West Nusa Tenggara. La condanna del presidente Widodo, del ministro per gli Affari religiosi, delle Chiese protestanti. Vicario generale di Makassar: Grazie all’impegno delle forze dell’ordine. È importante sostenere la comunità cattolica e «promuovere lo spirito di fraternità fra tutti i cittadini indonesiani».
Gli attentatori suicidi della cattedrale di Makassar sono legati a gruppi di radicali islamici nelle Filippine.
Uno dei terroristi che ha cercato di colpire la cattedrale apparteneva al gruppo Jamaah Ansharut Daulah (JAD), famoso per aver compiuto l’attentato alla cattedrale di Jolo nel 2019
Il capo della polizia indonesiana, gen. Listyo Sigit Prabowo ha confermato ieri sera che almeno uno dei due terroristi apparteneva al gruppo Jamaah Ansharut Daulah (JAD). «Il gruppo Jad – ha detto Prabowo – ha organizzato attentati con bombe a Jolo, nelle Filippine».
Il riferimento è all’attentato del 27 gennaio 2019, quando due bombe scoppiarono nella cattedrale di Nostra Signora del Monte Carmelo a Jolo (Sulu). Allora, l’amministrazione filippina aveva dichiarato che all’attentato aveva partecipato un membro indonesiano del gruppo, che è legato all’ISIS. Lo JAD, che è basato in Indonesia è responsabile di diversi attacchi a chiese in Indonesia e nelle Filippine.
L’attentato suicida di ieri ha ucciso solo i due sospetti terroristi, un uomo e una donna, e ha ferito 20 fedeli, come pure la guardia di sicurezza che ha fermato i due attentatori che volevano entrare in chiesa, proprio alla fine della funzione della domenica delle Palme. Non è chiaro se i due fossero marito e moglie.
Lo JAD, che è basato in Indonesia è responsabile di diversi attacchi a chiese in Indonesia e nelle Filippine. Il gruppo è legato all’ISIS
Se la guardia, Cosmas, non fosse riuscito a fermare gli attentatori, sarebbe stata una strage. Invece, Cosmas si è insospettito e si è diretto verso i due all’entrata del cancello laterale della chiesa e i due, immediatamente, hanno fatto esplodere la bomba contenuta in una pentola a pressione.
Ieri sono avvenuti degli arresti di membri del gruppo a Sumbawa, nella provincia di West Nusa Tenggara.
Le condanne
Condanne dell’attentato sono venute da molte parti. In un video-messaggio, il presidente Joko Widodo ha detto di aver ordinato alla polizia di smascherare la rete terrorista «fino alle radici». Egli ha aggiunto che il terrorismo è un crimine contro l’umanità e non è legato a nessuna religione. «Tutte le religioni sono contro il terrore… Lo Stato non permetterà che simili atti di terrore accadano ancora».
Se la guardia non fosse riuscito a fermare gli attentatori, sarebbe stata una strage
Yaqut Cholil Qoumas, ministro per gli Affari religiosi, ha detto che questo attacco-bomba oscura la tranquillità della vita sociale. Egli spera che le forze di polizia rivelino al più presto la mente di questo atto odioso.
Il presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia (PGI), il rev. Gomar Gultom, ha detto che questo attentato va ad aggiungersi alla lista degli atti di violenza e di terrore in Indonesia.
Altre denunce e condanne sono venute da varie organizzazioni cattoliche quali PMKRI, Pemuda Katolik, WKRI, FMKI
La risposta dell’arcidiocesi di Makassar
Mons. John Liku Ada’s, l’arcivescovo di Makassar non si è finora espresso sull’attentato, ma il vicario generale, padre Joni Payuk, Cicm, ha ribadito la ferma condanna della comunità cristiana contro «questo atto di terrore. Qualunque sia il motivo sottostante, questo gesto non è giusto».
Egli ha avuto parole di apprezzamento per «il buon lavoro dell’amministrazione locale, della polizia e delle forze armate nell’affrontare l’incidente investigando il caso, compiendo perquisizioni e ricerche, cercando di ricostruire il sentimento di sicurezza sociale a Makassar».
Nella città di Makassar ci sono 1400 fedeli. «Per l’80% sono di discendenza cinese, mentre il resto proviene da diverse zone ed etnie: Toraja, Manado, East Nusa Tenggara, Java»
Secondo padre Willem Tulak, parroco della cattedrale, nella città di Makassar ci sono 1400 fedeli. «Per l’80% sono di discendenza cinese, mentre il resto proviene da diverse zone ed etnie: Toraja, Manado, East Nusa Tenggara, Java».
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Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Spirito
Mons. Schneider: le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX
Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Athanasius Schneider pubblicato per la prima volta il 4 giugno dalla vaticanista Diane Montagna sul suo Substack.
La questione centrale riguardante la Compagnia di San Pio X
Le questioni e i problemi relativi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati oggetto di un dibattito in gran parte infruttuoso per oltre cinquant’anni e sono ora culminati nelle consacrazioni episcopali annunciate, che non sono ancora state approvate dalla Santa Sede. La discussione è stata alimentata dalle emozioni – spesso letteralmente «cum ira et studio» – ed è frequentemente condotta da individui che non hanno familiarità diretta con i documenti pertinenti o esperienza personale della FSSPX. In molti casi, la loro conoscenza è superficiale e influenzata da pregiudizi. Di conseguenza, il dibattito assomiglia spesso a un dialogo tra sordi, in cui gli stessi argomenti vengono ripetuti all’infinito senza alcun progresso significativo.
Inoltre, il dibattito elude in gran parte la questione centrale sollevata dalla FSSPX. Questa lacuna deriva da un errore metodologico fondamentale e dalla mancanza di una giustificazione basata sui fatti riguardo alle ambiguità dottrinali e liturgiche oggettive che sono al centro della controversia. In sostanza, il conflitto ruota attorno alla questione della verità.
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1. Il Concilio Vaticano II nel contesto degli altri venti concili ecumenici
Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse interamente dogmatico, presumendo che tutte le sue affermazioni debbano essere considerate definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Chi agisce in tal modo trascura che lo stesso Paolo VI affermò: «C’è chi si chiede quale autorità, quale qualificazione teologica il Concilio intendesse dare ai suoi insegnamenti, sapendo che ha evitato di emanare solenni definizioni dogmatiche che implicassero l’infallibilità del Magistero ecclesiastico.
La risposta è nota a chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare, in modo straordinario, dogmi dotati di nota di infallibilità» (Udienza generale, 12 gennaio 1966). Ciò vale anche per le due costituzioni «dogmatiche» del Concilio, Dei Verbum e Lumen gentium, poiché l’aggettivo «dogmatico» possiede un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità.
Tra gli altri venti concili ecumenici, si trovano numerose dichiarazioni e documenti pastorali o disciplinari che oggi non sono più applicabili (ad esempio, il decreto del Concilio Lateranense IV che afferma: «se un signore temporale trascura di purificare il suo territorio dalla sporcizia eretica, sarà vincolato dal vincolo della scomunica»), così come dichiarazioni dottrinali non definitive (ad esempio, sulla materia e la forma del sacramento dell’Ordine sacro del Concilio di Firenze) che sono state successivamente corrette dal Magistero della Chiesa. Non si può assolutizzare ogni concreta forma storica di leadership della Chiesa, perché così facendo si eliminerebbe la necessaria distinzione tra, da un lato, le immutabili e durature verità della fede (Depositum Fidei) e, dall’altro, le diverse modalità con cui tali verità vengono trasmesse (ad esempio, una dichiarazione pastorale, una dichiarazione dottrinale non definitiva o una definizione ex cathedra), ognuna delle quali ha un diverso grado di autorità e forza vincolante.
Oggi, tuttavia, per essere in piena comunione con la Santa Sede, è necessario accettare quelle affermazioni e quegli insegnamenti del Concilio Vaticano II che sono pastorali e certamente non definitivi nella loro natura magisteriale. Ciò solleva un interrogativo importante: perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, mentre non esiste un requisito analogo per quanto riguarda gli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei venti concili ecumenici precedenti?
Tra gli insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II ve ne sono diversi – in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la collegialità – le cui formulazioni sono ambigue e difficili da conciliare con le dottrine insegnate in modo coerente dal Magistero dall’epoca dei Padri della Chiesa fino al periodo immediatamente precedente il Concilio.
Si pone inoltre la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae. Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate con leggerezza, come dimostra, ad esempio, la testimonianza dell’Archimandrita Bonifacio Luykx nel suo libro A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press, Brooklyn, Nuova York, 2025). I difetti del Novus Ordo Missae restano oggetto di seria discussione e non possono essere semplicemente ignorati. Ciononostante, la Santa Sede chiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica introdotta dal Novus Ordo Missae.
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2. Due eccessi moderni nella vita della Chiesa: il legalismo e il papalcentrismo
La risoluzione della questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è ostacolata non solo dalla riluttanza ad affrontare, con onestà intellettuale, le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che necessitano di correzione, ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata all’interno della Chiesa negli ultimi secoli: ovvero, il primato del legalismo o positivismo giuridico, unitamente a un eccessivo papalcentrismo che rasenta la quasi divinizzazione sia dell’ufficio che della persona del papa.
Queste esagerazioni moderne distorcono e limitano la vita della Chiesa, subordinando il primato della purezza e della chiarezza della fede e della liturgia alle esigenze del legalismo e del papatocentrismo, un fenomeno estraneo ai Padri della Chiesa e alla grande tradizione. In questa forma esagerata di papatocentrismo, il papa e il suo magistero, anche quando non sono strettamente dogmatici o definitivi, tendono ad essere trattati come se possedessero un carattere assoluto e quasi divino. Il clima ecclesiale è stato spesso plasmato, almeno implicitamente, da presupposti che si avvicinano a tali atteggiamenti.
La maggior parte dei commentatori sulla controversia in corso relativa alle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane, spesso inconsapevolmente, influenzata dagli eccessi di legalismo e dall’esagerato papalismo che caratterizzano gran parte della vita ecclesiale contemporanea. La legge secondo cui le consacrazioni episcopali effettuate senza autorizzazione papale – o contrarie alla volontà espressa del Papa – costituiscono un atto scismatico, era estranea all’epoca dei Padri della Chiesa. Infatti, questa legge è entrata in vigore solo nel secondo millennio.
Il canone 1387 del Codice di Diritto Canonico del 1983, che proibisce la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio, è classificato tra le «offese contro i Sacramenti», piuttosto che tra le «offese contro la fede e l’unità della Chiesa«, dove lo scisma è sanzionato (can. 1364). Se la consacrazione episcopale senza mandato pontificio fosse intrinsecamente scismatica, sarebbe collocata tra le offese «contro l’unità della Chiesa». Il canone corrispondente nel Codice del 1917 fu ugualmente incluso tra i «Delitti nell’amministrazione e nella ricezione degli ordini e degli altri sacramenti» (Titolo XVI), anziché tra i «Delitti contro la fede e l’unità della Chiesa» (Titolo XI).
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3. Lo straordinario stato di crisi, e persino di emergenza, nella Chiesa
Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha vissuto un clima di generale ambiguità, vaghezza e incertezza riguardo a dottrine importanti come l’unicità di Cristo Redentore, l’unicità della Chiesa cattolica, la struttura monarchica della Chiesa divinamente stabilita (a livello universale e locale) e il carattere sacrificale della Santa Messa. È inequivocabilmente evidente che coloro che hanno detenuto il potere amministrativo nella Santa Sede negli ultimi decenni, e che tuttora lo detengono, esigono dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X come condizione sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, l’accettazione del clima di fatto di ambiguità dottrinale e liturgica e di relativismo, che ha raggiunto il suo apice con l’attuale, estremamente confuso, processo sinodale in tutta la Chiesa.
Dal Concilio, con alcuni dei suddetti insegnamenti ambigui, è in corso un processo per istituire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta «Chiesa del Vaticano II» o «Chiesa conciliareù. Questa tendenza, oggi denominata «Chiesa sinodale», mira fondamentalmente a essere una religione relativista adattata al mondo. I tentativi di mascherare questa nuova tendenza verso una forma ambigua, relativistica e mondana della Chiesa cattolica attraverso un’ermeneutica della continuità sono disonesti e poco convincenti.
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4. Il dilemma di coscienza della Fraternità Sacerdotale San Pio X
La Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare dottrine formulate in modo ambiguo e non definitive come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede e per ricevere la regolarizzazione canonica. Tra queste figurano insegnamenti riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (inclusa, ad esempio, l’affermazione della Lumen Gentium 16 secondo cui i musulmani, insieme ai cattolici, «adorano l’unico e misericordioso Dio»), la collegialità episcopale (intesa in un modo che sminuisce la struttura monarchica della Chiesa divinamente istituita) e le riforme liturgiche associate al Novus Ordo Missae.
La Santa Sede richiede inoltre alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di riconoscere formalmente le dichiarazioni e gli insegnamenti dei papi post-conciliari che appartengono al cosiddetto magistero autentico e quotidiano. Tra questi, ad esempio, alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia che minano seriamente e addirittura contraddicono la Divina Rivelazione; il permesso formale di papa Francesco per le persone divorziate e risposate di ricevere la Santa Comunione; e la Dichiarazione sulle benedizioni per le coppie dello stesso sesso, Fiducia Supplicans .
Se si esamina con onestà intellettuale la straordinaria crisi che ha afflitto la Chiesa dal Concilio in poi, insieme alle ambiguità e al relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata, allora l’esistenza e l’attività della Fraternità Sacerdotale San Pio X possono essere viste, in una prospettiva di lungo termine e alla luce della storia bimillenaria della Chiesa, come un’opera della divina provvidenza e come una fonte di aiuto per la Chiesa durante una crisi di portata senza precedenti.
Nella lettura dei recenti documenti pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, padre Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Fraternità e ai suoi fedeli (allegati qui di seguito), non si può non notare uno spirito profondamente cattolico, permeato da una vera fede nel primato papale e da una devozione filiale verso la persona del sommo pontefice.
Il problema che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad affrontare non è difficile da comprendere. La Santa Sede richiede che la Fraternità accetti, senza obiezioni sostanziali, alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e non definiti del Concilio Vaticano II, affermazioni ambigue del magistero papale post-conciliare e oggettive lacune dottrinali e rituali nel Novus Ordo. Eppure Dio non ha mai richiesto l’accettazione di dottrine poco chiare o formulate in modo ambiguo, e nel corso della sua storia la Chiesa ha sempre agito di conseguenza.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X considera uno dei suoi scopi essenziali quello di invocare, con parrhesia , un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza dottrinale che la Chiesa ha sempre cercato di preservare nel corso dei secoli. In passato, i pontefici romani hanno sopportato persecuzioni, martiri e persino scismi piuttosto che tollerare la minima ambiguità nell’espressione della fede.
Tra gli esempi più significativi si annoverano il rifiuto del termine ambiguo homoiousios; il rifiuto dell’Henotikon, che, pur non essendo formalmente eretico, minava la chiarezza della dottrina cristologica e facilitava la diffusione del monofisismo; e il rifiuto delle ambigue formulazioni cristologiche di papa Onorio I (+638). Diversi papi condannarono Onorio I postumo, non per eresia, ma per ambiguità dottrinale e per aver favorito la diffusione dell’eresia. L’unità non è, di per sé, il criterio ultimo di verità. La storia della Chiesa conosce numerose situazioni in cui sono esistite tensioni tra la tradizione e l’effettivo esercizio dell’autorità ecclesiastica.
Il fatto stesso che certi insegnamenti del Concilio Vaticano II, unitamente alla riforma liturgica, abbiano dato luogo – e continuino a dare luogo, sia in teoria che in pratica – a un indebolimento della chiarezza dottrinale, obbliga il papa, seguendo l’esempio di molti dei suoi eroici predecessori, a chiarire e, ove necessario, emendare tali insegnamenti. Ciò deve essere fatto con una rinnovata precisione e chiarezza dottrinale tale da non lasciare spazio ad interpretazioni ambigue o erronee.
A questo proposito, il seguente principio, che da tempo guida i romani pontefici, rimane più attuale che mai: «In un Sinodo (Concilio) non si può mai tollerare l’ambiguità, la cui gloria principale consiste soprattutto nell’insegnare la verità con chiarezza ed escludere ogni pericolo di errore» (Pio VI, Auctorem fidei).
La tragedia della situazione attuale è che la Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare l’attuale stato di ambiguità dottrinale e liturgica come conditio sine qua non per la piena comunione e la regolarizzazione canonica. Durante la controversia monotelita, quando papa Onorio I adottò una posizione ambigua, il santo Patriarca Sofronio di Gerusalemme inviò a Roma il suo suffraganeo, Stefano, vescovo di Dor, con l’incarico di recarsi alla Sede Apostolica, dove si trovano i fondamenti della dottrina ortodossa, e di non cessare di pregare e supplicare finché le autorità non avessero esaminato e condannato il nuovo errore. Il vescovo Stefano rimase a Roma per dieci anni, perseverando in questa missione fino a quando non assistette alla condanna dell’eresia da parte di papa Martino I al Concilio Lateranense del 649.
In un certo senso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X sta svolgendo oggi un ruolo simile, sollecitando incessantemente la Santa Sede a porre fine alla situazione di ambiguità e incertezza dottrinale e liturgica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha ripetutamente dichiarato di non avere altro scopo se non quello di formare le anime affidate alla sua cura pastorale affinché diventino buoni cristiani e veri figli e figlie della Chiesa Romana. In definitiva, si dovrebbe essere grati alla Fraternità San Pio X per questo ruolo, e certamente lo saranno i futuri papi.
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5. La soluzione pastorale del papa al problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X
La Santa Sede dovrebbe tenere in debita considerazione la Dichiarazione di Fede Cattolica e il Messaggio ai Fedeli emanati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e riconoscere tali documenti e atti come sufficienti e conformi alle condizioni minime per la comunione ecclesiale. Una scomunica in questo momento aprirebbe una nuova, inutile e evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo.
Alla luce di questi documenti e atti della FSSPX, il papa, con il suo cuore paterno, potrebbe fare un’eccezione e permettere le consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale di vera generosità. Imponendo la scomunica ai vescovi consacranti e consacrati, il sommo pontefice punirebbe implicitamente anche i fedeli della FSSPX – una parte del suo gregge – che lo amano e lo riconoscono sinceramente, ma che, a causa di quello che percepiscono come un autentico dilemma di coscienza, non vedono altra alternativa se non quella di continuare ad essere assistiti pastoralmente dalla FSSPX, per la cui esistenza l’episcopato rimane indispensabile, in particolare per l’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine sacro e della Confermazione.
Pertanto, unicamente per il bene delle anime e per il bene della Chiesa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X chiede al sommo pontefice di mostrare comprensione, nelle circostanze attuali, per la sua necessità di avere vescovi e di consentire le consacrazioni episcopali. Purtroppo, nonostante quello che considera un oggettivo dilemma di coscienza, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è, per la maggior parte, caratterizzata come scismatica e orgogliosa.
Con spirito di magnanimità, il sommo pontefice, da vero padre, potrebbe costruire un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, questa parte del suo gregge, e consentire le consacrazioni episcopali in via eccezionale, al fine di favorire un clima in cui, attraverso una maggiore fiducia reciproca, si possa trovare con pazienza e gradualità una soluzione alle questioni dottrinali e ai corrispondenti assetti giuridici.
La Chiesa sinodale dei nostri giorni dovrebbe essere capace di tale ampiezza e generosità pastorale. Alla luce delle numerose e generose dichiarazioni e iniziative ecumeniche degli ultimi decenni, dovrebbe altresì dimostrare la sua capacità di affrontare un grave problema ecclesiale attraverso il dialogo, la pazienza e la comprensione all’interno della Chiesa cattolica.
Di recente, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affermato che, riguardo alle deviazioni dei vescovi tedeschi, la Santa Sede non desidera che le divisioni degenerino in misure punitive, sottolineando che i problemi all’interno della Chiesa dovrebbero, ove possibile, essere risolti pacificamente.
Perché questo approccio non dovrebbe essere applicato anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non rinnega alcun dogma, riconosce il primato del papa, prega per lui e gli professa devozione filiale, pur conservando solo ciò che la Chiesa ha creduto e celebrato universalmente fino al Concilio?
Allo stesso tempo, il Cammino Sinodale Tedesco ha avanzato chiare deviazioni dottrinali che promuovono di fatto eresie e persino posizioni blasfeme. Perché, dunque, si dovrebbe dare importanza alla riconciliazione e al dialogo paziente in un caso e non nell’altro?
Se quest’anno il papa dovesse pronunciare una scomunica, un nuovo anatema, nei confronti dei vescovi consacranti e consacrati, ciò passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri papi se ne pentirebbero.
Perché il papa dovrebbe fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero rimpiangere domani? Non dovremmo forse imparare dalla storia?
Il papa, in quanto sommo pontefice, non è forse chiamato soprattutto a essere costruttore di ponti?
+ Athanasius Schneider
vescovo
Allegati
1) Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 5 febbraio 2026.
2) Un messaggio ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 7 marzo 2026.
3) Dichiarazione di fede cattolica indirizzata a Sua Santità Papa Leone XIV da Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Società Sacerdotale di San Pio X, del 14 maggio 2026.
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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Mons. Aguer elogia la rinascita della Messa in latino tra i giovani e dice: l’inventore della Messa nuova era massone
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Spirito
Germania-AfD: L’incubo di un episcopato senza radici
Bisogna risalire molto indietro nel tempo per trovare una divisione così abissale tra un episcopato nazionale e una forza politica di rilievo. La condanna unanime pronunciata dai vescovi tedeschi, che definiscono Alternativa per la Germania (AfD) un partito «nazional-razziale», riflette le tensioni che scuotono la Chiesa in Germania, alla vigilia di un’elezione regionale storica il cui esito si preannuncia già drammatico.
Il partito nazional-conservatore, forte delle più recenti proiezioni elettorali in Sassonia-Anhalt per le prossime elezioni del 6 settembre 2026, è pronto, in caso di vittoria, a guidare il primo governo regionale della sua storia. Un’ascesa fulminea che testimonia la totale disconnessione tra la base e le «élite» al potere. Questa aperta guerra di parole e le ripetute accuse di deriva estremista non devono però oscurare il fatto che il partito di opposizione, forte di una crescente base popolare nell’ex Germania dell’Est, sta ora adottando posizioni decisamente ostili ai privilegi finanziari storici delle confessioni religiose.
Questo è sufficiente a terrorizzare la burocrazia elefantiaca ed estremamente ricca della Chiesa in Germania, composta da migliaia di laici e personale lautamente retribuito. La leadership ecclesiastica non è chiaramente disposta a rinunciare a un sistema fiscale statale che garantisce la sua ricchezza materiale. «Dal momento che le chiese non trasmettono più il cuore del messaggio cristiano e sono impegnate principalmente in attivismo politico di sinistra, non possono più beneficiare di agevolazioni fiscali», sostengono i sostenitori dell’AfD, che prendono di mira direttamente il sistema di lunga data della tassa ecclesiastica (Kirchensteuer) e dei sussidi statali diretti.
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Mons. Gerhard Feige di Magdeburgo è uno dei principali prelati che tentano di invertire questa tendenza, esortando i fedeli ad abbandonare il partito ribelle. Nella sua diocesi, tuttavia, i dati sono allarmanti: dei 66.000 cattolici registrati a fini fiscali, appena 7.000 frequentano ancora la Messa domenicale. Questo evidente vuoto spirituale riflette il fallimento di un approccio pastorale secolarizzato, in cui le chiese si svuotano mentre l’apparato amministrativo si gonfia.
Luke Coppen, scrivendo sulla rivista cattolica The Pillar, ha fatto eco a questo sentimento, sottolineando che la leggendaria ricchezza dei vescovi tedeschi costituisce in realtà la loro «massima vulnerabilità» di fronte a un governo risoluto.
L’ironia è palpabile, soprattutto considerando che il deputato dell’AfD Malte Kaufmann ha recentemente rivelato di aver incontrato Papa Leone XIV in Vaticano, affermando che il pontefice si era mostrato ricettivo alla sua difesa dei valori familiari tradizionali: uno schiaffo in faccia per l’episcopato locale, dato che ormai «non c’è motivo di credere» che i prelati conservino alcuna autorità morale sulle scelte degli elettori.
A pochi mesi dalle cruciali elezioni del 6 settembre, l’offensiva finanziaria pianificata dall’AfD contro un episcopato già duramente criticato per gli eccessi eterodossi e stravaganti del suo «Cammino sinodale», invia un segnale molto negativo al progressismo ecclesiastico tedesco.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Thomas Guffler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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