Immigrazione
Vittoria del PSG in Champions: ecco i soliti disordini dell’anarco-tirannia
I tifosi del Paris Saint Germain hanno dato fuoco agli scooter e si sono scontrati con la polizia dopo la vittoria della squadra francese in Champions League, che ha visto la squadra locale battere l’Arsenal. Si tratta di un copione oramai giù veduto varie volte in Europa: che vinca o perda la squadra del cuore, ecco disordini violenti con danni ingenti in città.
Secondo l’AFP, circa 20.000 persone si sono radunate sugli Champs-Élysées per assistere alla trasmissione della partita, disputata a Budapest, in Ungheria. La folla è esplosa in festeggiamenti dopo che la squadra francese ha battuto la rivale inglese ai calci di rigore, con il risultato finale di 4-3.
Ben presto sono scoppiate le violenze: i tifosi hanno dato fuoco agli scooter e lanciato fuochi d’artificio contro la polizia. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha dichiarato che 416 persone sono state arrestate e un agente è rimasto ferito.
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La polizia ha fermato diverse persone nei pressi dello stadio Parc des Princes.
L’AFP ha riferito che sei veicoli e due attività commerciali sono stati danneggiati. Secondo L’Equipe, un chiosco vicino agli Champs-Élysées è stato incendiato e una fermata dell’autobus è stata vandalizzata. Il PSG ha conquistato il titolo per il secondo anno consecutivo ed è solo il secondo club francese, dopo il Marsiglia nel 1993, a vincere la massima competizione europea per club.
Il trionfo del club dello scorso anno è stato però offuscato dalle rivolte di Parigi, che hanno provocato due morti e quasi 500 arresti.
Des poubelles et vélos en libre service sont incendiés en marge des célébrations de la seconde victoire du PSG en finale de LDC. Une habitante tente de s’interposer.#PSGARS #TeamPSG pic.twitter.com/3psl3NIzjd
— CLPRESS / Agence de presse (@CLPRESSFR) May 30, 2026
Paris (May 30) — Rioters started fires in the street to celebrate Paris Saint-Germain winning the soccer Champions League. pic.twitter.com/5w5PMqy43f
— Andy Ngo (@MrAndyNgo) May 30, 2026
Tensions autour du Parc des Princes pendant la finale de Ligue des Champions.
Les policiers pris à parti suite à une tentative d’interpellation.#PSGARS pic.twitter.com/PkCZaBIb7M
— CLPRESS / Agence de presse (@CLPRESSFR) May 30, 2026
#PSG, der Moslem- und Afrikanerclub aus #Paris hat gespielt. Natürlich erschüttern sofort schwerste Unruhen Paris. Die Nacht wird blutig. #PSGARS #Elfmeterschießen CL Sieger pic.twitter.com/mbf9JI0f9m
— Max van Stetten (@homo_est_liber) May 30, 2026
Gros affrontements en cours près du àParc des Princes.
Des policiers sont pris pour cible par de nombreux tirs de feux d’artifice et projectiles.#PSG #PSGARS #Arsenal #UCLfinal #Paris pic.twitter.com/tHHxQ5wkeh
— Luc Auffret (@LucAuffret) May 30, 2026
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La situazione era sfuggita al controllo subito dopo il fischio finale della partita, quando gruppi isolati di ultras e malintenzionati si sono scontrati con le forze dell’ordine in assetto antisommossa. La notte è stata segnata da cariche della polizia, frequenti lanci di razzi, cassonetti e autovetture date alle fiamme, oltre a devastazioni e sistematici saccheggi ai danni dei negozi del centro. Alcuni tifosi hanno persino bloccato il traffico organizzando sfide a pallone improvvisate sulle corsie della tangenziale
Il bilancio dei disordini si è rivelato particolarmente pesante e ha registrato una vittima accertata, un giovane di vent’anni deceduto in un incidente stradale causato dal caos cittadino, insieme a otto feriti gravi e oltre 219 feriti totali tra civili e tifosi. Le forze dell’ordine hanno eseguito circa 780 fermi in tutto il Paese, di cui almeno 283 nella sola capitale, riportando a loro volta diversi feriti a causa degli scontri diretti e di un assalto mirato contro un commissariato di polizia.
I tifosi e i gruppi ultras del Paris Saint-Germain hanno una lunga cronologia di disordini storici e recenti, sia sul territorio nazionale che in ambito internazionale durante le trasferte europee.
Nelle settimane precedenti agli ultimi eventi, precisamente nel maggio 2026, il passaggio del turno in semifinale contro l’Arsenal ha innescato violenti scontri in varie zone di Parigi, culminati con 43 arresti e l’investimento di un gruppo di tifosi da parte di un’auto durante i tafferugli. Andando a ritroso fino a settembre 2025, in occasione della sfida europea contro l’Atalanta, si sono verificati duri scontri fisici tra ultras del PSG e tifosi bergamaschi nella zona centrale tra il Forum des Halles e il Centre Pompidou a Parigi.
Tra maggio e giugno dello stesso anno, i festeggiamenti per la vittoria del titolo contro l’Inter si sono trasformati in guerriglia urbana, con un bilancio finale che ha registrato due morti in Francia, oltre a feriti e scene di rissa e aggressioni con spranghe e calci persino all’interno della metropolitana.
French politicians are setting the example.
This video shows Karl Olive, a Member of the French Parliament from Macron’s Renaissance Party, climbing a car and creating chaos after PSG’s win.
— Visegrád 24 (@visegrad24) May 31, 2026
ADMIN POST.
PSG beat Arsenal to reach the Champions League Final tonight in Paris.
So the non French use it as an excuse to destroy the city.
The same day that the President hosts Al Qaeda terrorists.pic.twitter.com/D5C1OgbkHK
— Tommy Robinson 🇬🇧 (@TRobinsonNewEra) May 7, 2025
🚨⚽🇫🇷 ALERTE INFO | Un supporter du PSG est mort cette nuit après avoir percuté un bloc de béton en scooter sur le périphérique parisien, en marge des célébrations de la Ligue des champions. pic.twitter.com/QZJv1hK3Sv
— Novia News (@NoviaNewsGroup) May 31, 2026
North African PSG fans burned, devastated and looted Paris. If you import third world you become third world. pic.twitter.com/auvt2Z9Hu0
— RadioGenoa (@RadioGenoa) May 31, 2026
🇫🇷🔥 INSANÍA ABSOLUTA
Unas chicas tuvieron la desdicha de tomar la ruta equivocada, GRAVE ERROR, se cruzaron con la jauría de africanos que festejaba la victoria del PSG, las sacaron de su auto rompiendo el cristal, y lo destruyeron completamente. Hermoso el intercambio cultural pic.twitter.com/HnHW3Aa86X— Carlo Martin (@Liberfach0) May 31, 2026
Paris is hell. pic.twitter.com/xnRnRBij7X
— RadioGenoa (@RadioGenoa) May 30, 2026
🇫🇷 How French soccer fans used to celebrate wins vs now
1998: France’s World Cup victory
2026: PSG winning the Champions League
What happened to France?pic.twitter.com/4DXUw1v4zA https://t.co/u2eDl3tgkp
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) May 31, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, si parlò anche allora di una Parigi distrutta dai festaggiamenti PSG. Violenze erano scoppiate anche quando il PSG aveva vinto nella semifinale 2025.
Spostandosi all’ambito della Women’s Champions League nel marzo 2019, la polizia britannica ha intercettato a Londra un bus di ultras del PSG diretto alla partita contro il Chelsea, sequestrando a bordo coltelli, tirapugni e sostanze stupefacenti, dopo che i sostenitori parigini avevano già vandalizzato le stazioni ferroviarie di Waterloo e Wimbledon.
Nell’aprile 2014, durante i quarti di finale di Champions League al Parco dei Principi, i tifosi del PSG si sono resi responsabili di un grave episodio di discriminazione, sputando e lanciando bottiglie contro i sostenitori disabili del Chelsea posizionati nel settore inferiore, subendo una pesante sanzione disciplinare dalla UEFA.
Quale sia la composizione etnica dei tifosi che rivoltano la loro stessa città anche dopo che la loro stessa squadra stravince il massimo titolo continentale non è riportato da alcun giornale.
Ciò vale anche e soprattutto per le nazionali e i relativi campionati: ricordiamo, ad esempio gli ultimi mondiali con zone di Milano (e non solo…) messe a ferro e fuoco sia che la nazionale del Marocco vincesse o perdesse.
Come riportato da Renovatio 21, la teppa parigina aveva dato il meglio di sé anche nelle violenze della finale di Champions di quattro anni fa giocata allo stadio del quartiere di immigrati Saint Denis, dove la squadra parigina non era nemmeno coinvolta, ma ne fecero comunque le spese i tifosi lidpuliani.
Si tratta di uno dei fenomeni di eruzione dell’anarco-tirannia: agli stranieri è consentita comunque la devastazione, subita dal povero cittadino che, tiranneggiato dallo Stato che a lui invece nulla concede, si vede l’auto bruciata, il negozio saccheggiato, l’incolumità sua e della famiglia messa in pericolo.
L’imbarbarimento dell’Europa è un fatto, oramai, di evidenza lapalissiana: ancora uno sforzo, o lettore, per capire quanto esso sia programmatico.
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Immigrazione
Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane
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Immigrazione
Ceuta in subbuglio: può la carità cristiana ignorare il bene comune?
A seguito del massiccio afflusso di decine di migliaia di migranti dal Marocco, Ceuta rimane impantanata in una crisi umanitaria, politica e di sicurezza. Attraverso le informazioni e le reazioni della Chiesa, emergono due concezioni significativamente diverse della carità cristiana.
Il 30 luglio 2026, il confine che separa il Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta è crollato sotto il peso dell’afflusso di decine di migliaia di persone. Da allora, molti sono stati rimpatriati in Marocco, ma diverse migliaia rimangono in città, dove le strutture di accoglienza sono ancora sovraffollate. InfoVaticana monitora regolarmente le conseguenze di questa crisi e raccoglie le numerose reazioni che ha generato negli ambienti ecclesiastici spagnoli. Questa copertura ci permette di valutare sia la portata del caos sia le profonde divisioni all’interno della Chiesa riguardo alla risposta più appropriata.
In poche ore, la popolazione di questa città di circa 80.000 abitanti è aumentata vertiginosamente. Uomini, donne e minori hanno attraversato il confine o hanno nuotato intorno al valico di Tarajal. La crisi ha rapidamente travolto le autorità locali, sono sorti accampamenti improvvisati sulle spiagge e in alcuni quartieri, mentre i residenti hanno espresso un crescente senso di abbandono. Le attività commerciali hanno chiuso e le famiglie temevano che le loro case venissero invase da persone in cerca di cibo o caricabatterie per cellulari. Secondo le informazioni raccolte da InfoVaticana , sono stati segnalati diversi casi di violenza sessuale, alcuni dei quali ai danni di minori.
La situazione continua a provocare scontri. Il 27 agosto, diverse centinaia di residenti hanno bloccato per oltre due ore un camion della Croce Rossa che stava consegnando rifornimenti a un accampamento allestito sulla spiaggia di Trampolín. I manifestanti ritenevano che la continuazione di questi aiuti contribuisse a mantenere una situazione insostenibile in città. La polizia ha infine permesso al camion di passare, per poi intervenire nuovamente in seguito ad alcuni incidenti avvenuti nei pressi di altri accampamenti.
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Un’operazione politica dietro la tragedia umana
All’interno dello stesso episcopato spagnolo, diverse voci hanno riconosciuto che gli eventi non potevano essere ridotti a una semplice emergenza umanitaria.
L’arcivescovo Luis Argüello di Valladolid, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha usato termini insoliti nel discorso ecclesiastico contemporaneo: «L’invasione di Ceuta è una prova» e «la demografia è un’arma». Ha così denunciato l’uso di intere popolazioni come mezzo per esercitare pressione tra gli Stati; dietro le immagini di sofferenza si cela un’operazione politica in cui gli stessi migranti sono al contempo strumenti e prime vittime. Il bilancio umano tra i migranti a Ceuta è effettivamente pesante: sono stati ufficialmente registrati almeno 97 decessi.
L’arcivescovo Ramón Valdivia, amministratore apostolico di Cadice e Ceuta, ha parlato anche di una «crisi politica internazionale» aggravata da una «tragedia umana». In una lettera pubblicata l’8 agosto, ha descritto senza mezzi termini la situazione in cui versano gli abitanti e la rabbia alimentata dalla «mancanza di protezione» che le autorità avrebbero dovuto impedire. Ha inoltre menzionato i giovani marocchini attirati da «promesse maligne», i bambini abbandonati diventati «carne da cannone per i predatori» e gli adulti che hanno approfittato del caos per sfuggire alla giustizia nel proprio Paese.
Il vescovo Valdivia ha tuttavia difeso l’operato delle parrocchie, della Caritas e del Centro San Antonio, che si sono mobilitati fin dalle prime ore per distribuire acqua e cibo. Ha inoltre richiesto che in tutte le parrocchie della diocesi venga organizzata una veglia di preghiera per «la pace, la stabilità e la giustizia a Ceuta».
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Carità senza prudenza?
Altri interventi si sono concentrati maggiormente sull’accoglienza dei rifugiati, talvolta al punto da sembrare che ignorassero le cause del disastro e la sofferenza della popolazione locale.
Padre Ángel García, fondatore dell’associazione Mensajeros de la Paz, ha visitato il centro di accoglienza temporaneo per migranti. Parlando alle telecamere dell’emittente televisiva LaSexta, ha descritto i migranti in attesa di entrare come «santi» perché mantenevano la calma e non organizzavano rivolte. Questa descrizione riassume una tendenza terzomondista diffusa nel discorso della Chiesa da oltre sessant’anni: lo straniero, per il semplice fatto di essere un migrante, diventa una figura quasi sacra, mentre qualsiasi preoccupazione per la sicurezza degli abitanti o per il controllo delle frontiere tende a essere dipinta come mancanza di compassione.
Il direttore del Dipartimento Migrazione della Conferenza Episcopale Spagnola, Fernando Redondo Pavón, ha anch’egli chiesto che i migranti non vengano «criminalizzati» né che si generi in loro timore. Ha difeso la regolarizzazione straordinaria recentemente approvata dal governo di Pedro Sánchez, definendola «molto positiva e necessaria», pur negando che abbia avuto alcun effetto deterrente.
L’arcivescovo José Rodríguez Carballo di Mérida-Badajoz ha condannato le mafie e ribadito il diritto dei governi di gestire i flussi migratori nell’interesse comune, ma il suo intervento si è concentrato soprattutto sulla denuncia dello sfruttamento politico della crisi: «sarebbe un peccato gravissimo manipolare e approfittarsi dei poveri». Questo principio deve essere applicato a tutti coloro che sfruttano queste popolazioni, compresi gli Stati che aprono o chiudono le frontiere in base ai propri interessi diplomatici, le organizzazioni che perpetuano l’illusione di un facile passaggio verso l’Europa e i leader politici che si rifiutano di considerare le conseguenze delle loro scelte sulle popolazioni locali.
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«La beneficenza esige questa gerarchia»
Padre Jesús Francisco Molina ha parlato proprio da Ceuta, a diretto contatto con la popolazione locale e i migranti. Nato nel 1998 e ordinato sacerdote nel settembre 2023 all’età di 25 anni, è ora vicario parrocchiale del santuario di Santa María de África, nel cuore della città. Interrogato sull’assistenza fornita alle migliaia di migranti che vivono lì, questo giovane sacerdote ha innanzitutto ricordato a tutti che «la Chiesa non è una ONG». Aiutare i bisognosi è certamente uno dei suoi compiti principali, ma non la sua missione primaria: «la Chiesa è lì per rispondere ai bisogni soprannaturali del suo popolo: i sacramenti, la predicazione e il sostegno al popolo di Dio».
Questa priorità non significa in alcun modo abbandonare i migranti che sono realmente bisognosi: «certo, se possiamo aiutare qualcuno in difficoltà, lo faremo». Parrocchie, Caritas e altre istituzioni ecclesiastiche si sono impegnate ad assisterli fin dall’inizio della crisi, ma padre Molina sottolinea che le risorse di Ceuta, come quelle della Chiesa locale, sono insufficienti per prendersi cura di tutti coloro che sono arrivati. Anche prima del loro arrivo, la città aveva già una popolazione povera per la quale le risorse disponibili erano a malapena sufficienti.
L’aiuto ai nuovi arrivati non poteva quindi essere fornito ritirando l’assistenza destinata ai bisognosi di Ceuta: «Se dobbiamo strappare ai nostri poveri, alla nostra gente bisognosa, le risorse che già possediamo, ci troviamo in una situazione molto più complicata». Il sacerdote si appella dunque esplicitamente all’ordine della carità: «È la carità che esige questa gerarchia. Ci prendiamo cura prima del prossimo, cioè di coloro che sono vicini, di coloro che abitano accanto, dei Ceuti, prima di coloro che non lo sono». San Tommaso d’Aquino insegna infatti che la carità, pur estendendosi a tutte le persone, possiede un ordine; nell’assistenza concreta, coloro ai quali siamo più strettamente legati dovrebbero normalmente venire prima, salvo in circostanze eccezionali. (1)
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Per accogliere «per quanto possibile»
Anche il catechismo pubblicato sotto Giovanni Paolo II riconosce questa distinzione, sebbene il suo insegnamento rifletta già un cambiamento. Per secoli non è esistito un «diritto di migrare» indipendente da circostanze specifiche, come le esigenze del paese ospitante, la guerra, la persecuzione o la carestia. Il catechismo numero 2241, tuttavia, continua a esortare le nazioni prospere ad accogliere gli stranieri “per quanto possibile”, ma afferma anche il diritto delle autorità politiche di regolamentare l’immigrazione «per il bene comune affidato alle loro cure». Infine, ricorda agli immigrati il loro dovere di rispettare il patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante, le sue leggi e le sue responsabilità civiche.
Tuttavia, come ha dimostrato Laurent Dandrieu in Chiesa e immigrazione: il grande disagio (2), il discorso della Chiesa ha gradualmente sconvolto questo equilibrio. Per diversi decenni, gli interessi del migrante hanno teso a diventare l’unico criterio morale, mentre i diritti delle nazioni europee, la loro identità, la loro sicurezza e la loro continuità storica sono stati relegati in secondo piano. La carità è così separata dalla prudenza, dalla giustizia e dal bene comune, al punto da rendere l’accoglienza dei migranti un imperativo quasi assoluto.
A Ceuta, gli eventi ci hanno brutalmente ricordato questi limiti: una città di 80.000 abitanti non può assorbire decine di migliaia di persone in poche ore senza che l’ordine pubblico, le strutture di supporto e la vita quotidiana vengano sconvolti in modo spettacolare.
Pertanto, contrapporre la compassione per i migranti alla protezione dei residenti è un falso dilemma; la vera carità aiuta le persone in pericolo, ma cerca anche le cause del loro esodo, combatte chi le sfrutta, protegge le comunità minacciate e rispetta le esigenze del bene comune.
Ricordando che «la carità richiede una gerarchia», padre Molina non ha limitato la carità cristiana, bensì le ha restituito l’ordine, la prudenza e il realismo che l’emotività dei media troppo spesso le sottrae.
NOTE
1) Theologica, IIa-IIae, q. 26 e q. 31
2) Laurent Dandrieu, Église et immigration : le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, Parigi, Presses de la Renaissance, 2017.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immigrazione
Legge anti-burqa in Portogallo
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