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Scuola

Università, green pass anche per entrare nel sito (!)

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Una lettera al sito del popolare giornalista Nicola Porro rivela che l’Università di Padova ha inserito nel suo sito, come dato da inserire per entrare nell’area privata di ciascun studente, il possesso o meno del green pass.

 

«Attualmente è impossibile accedere alla propria area privata» del sito scrive Claudia, ventenne studentessa di giurisprudenza nella lettera.

«Attualmente è impossibile accedere alla propria area privata» del sito

 

«Il suddetto questionario  dopo l’inserimento dei propri dati personali, chiede di indicare se si è in possesso o meno della certificazione verde e di indicarne la data di scadenza, o di un certificato di esenzione o se non si è in possesso della certificazione verde. Si parla di “dichiarazione di accesso agli edifici universitari”, ma il paradosso è che è necessario anche solo per accedere al sito web!»

 

«Perché dovrei dichiarare se sono vaccinata o meno, e quindi rivelare miei dati sanitari sensibili, per accedere a un sito web da casa mia?» chiede la studentessa.

 

Che si risponde:

 

«Perché in questa modalità mi si sta implicitamente chiedendo se sono vaccinata o no! Se seleziono “ho il certificato verde” e ne indico la data di scadenza, significa necessariamente che sono vaccinata».

 

«Non posso accedere ai miei dati, al mio libretto, iscrivermi agli esami, se prima non dichiaro se ho o meno il green pass?»

Vi sono, come sempre in questa storia, controsensi e contraddizioni sempre più assurdi, allucinanti, sospetti.

 

«Mi risulta che il green pass si possa ottenere per 48h tramite tampone e l’importante è che io ne sia in possesso per le lezioni in frequenza. L’Università può controllare il green pass per l’accesso negli edifici universitari, non quando sono a casa e voglio accedere esclusivamente ai miei dati e al mio libretto. Insomma, non posso accedere ai miei dati, al mio libretto, iscrivermi agli esami, se prima non dichiaro se ho o meno il green pass?»

 

Il capitolo patavino del gruppo Studenti Contro il green pass – di cui Renovatio 21 ha intervistato una dirigente la settimana scorsa –  ha di conseguenza  scritto una lettera al magnifico rettore dell’Ateneo dicendo avvertendo che «entro sette giorni da oggi, ove aveste a continuare ad impedirci di accedere liberamente alla piattaforma, adiremo la competente autorità giudiziaria senza ulteriore preavviso a tutela dei nostri calpestati diritti».

 

 

 

Immagine d’archivio

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Epidemie

Torna la mascherina per i bambini a scuola: basterà un raffreddore

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Il 5 agosto l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato le «Indicazioni strategiche ad interim per preparedness e readiness ai fini di mitigazione delle infezioni da SARS-CoV-2 in ambito scolastico (anno scolastico 2022 -2023)».

 

Si tratta di un documento «messo a punto da Iss, con i ministeri della Salute e dell’Istruzione e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome» a cui guardare se vogliamo avere una risposta alla domanda fondamentale che via via pressa sempre di più: i nostri figli dovranno portare la mascherina a scuola?

 

La risposta è: dipende.

 

Si tratta infatti di «misure standard di prevenzione per l’inizio dell’anno scolastico che tengono conto del quadro attuale, dall’altro, ulteriori interventi da modulare progressivamente in base alla valutazione del rischio e al possibile cambiamento del quadro epidemiologico».

 

In pratica, di un «doppio livello», dove con l’aggravarsi dell’epidemia percepita nel Paese si implementeranno varie restrizioni, tra cui le «mascherine chirurgiche, o FFP2, in posizione statica e/o dinamica».

 

Insomma, la porta al mascheramento dei bambini è ancora aperta, così come quella al «distanziamento di almeno 1 m», «somministrazione dei pasti nelle mense con turnazione», «consumo delle merende al banco» etc.

 

Questo, dicevamo, come «misure ulteriori, da implementare singolarmente o in combinazione».

 

Nelle «Misure di prevenzione di base attive al momento della ripresa scolastica», invece, abbiamo l’«utilizzo di dispositivi di protezione respiratoria (FFP2) per personale scolastico e alunni che sono a rischio di sviluppare forme severe di COVID-19». Ammettiamo di non capire bene cosa significhi: stanno forse parlando dei bambini non vaccinati?

 

Nelle misure base spicca anche il ruolo di una non meglio precisata «etichetta respiratoria». Si tratta di un’espressione nuovissima, inedita, ancorché grottesca (il «galateo del respirare»?), la cui piena significazione, pure qui, ci sfugge.

 

Il bambino, viene scritto, non può stare a scuola con «sintomatologia compatibile con COVID-19, quale, a titolo esemplificativo: sintomi respiratori acuti come tosse e raffreddore con difficoltà respiratoria, vomito (episodi ripetuti accompagnati da malessere), diarrea (tre o più scariche con feci semiliquide o liquide), perdita del gusto, perdita dell’olfatto, cefalea intensa».

 

Tuttavia, forse sempre nello spirito dell’avveniristica «etichetta respiratoria», veniamo informati che se i sintomi sono deboli, si potrà andare in classe, purché mascherati con la chirurgica o la FFP2.

 

«Gli studenti con sintomi respiratori di lieve entità ed in buone condizioni generali che non presentano febbre, frequentano in presenza, prevedendo l’utilizzo di mascherine chirurgiche/FFP2 fino a risoluzione dei sintomi, igiene delle mani, etichetta respiratoria» scrive il testo.

 

Quindi: basterà il banale raffreddore, e vostro figlio dovrà vedersi ridotto l’ossigeno dalla nuova «etichetta respiratoria».

 

Basterà un naso che cola, ed ecco che il diritto allo studio sarà subordinato alla museruola di Stato, benché dimostrata essere inutile e nociva per il bambino.

 

«La scuola rappresenta uno dei setting in cui la circolazione di un virus a caratteristiche pandemiche richiede particolare attenzione» dice l’introduzione del documento, che non tiene conto della valanga di studi che attestano il contrario, ad esempio quelle fatte avere al ministero dalla Salute da associazioni come la Rete Nazionale Scuola in Presenza, che ha raccolto tutta la letteratura con le evidenze scientifiche internazionali sull’argomento.

 

A vincere nelle direttive di Stato è l’idea, costante e strisciante, del bambino come untore. È quello che scriveva, in quel 2019 pre-pandemico, il campione del vaccinismo social Roberto Burioni: «I figli sono gioie, felicità, etc, ma anche maligni amplificatori biologici che si infettano con virus per loro quasi innocui, li replicano potenziandoli logaritmicamente e infine li trasmettono con atroci conseguenze per l’organismo di un adulto».

 

Soprattutto, il ministero pare non aver nemmeno lontanamente contezza della quantità di materiale riguardo alla dannosità delle mascherine per i bambini.

 

Lo ha dimostrato, ad esempio, una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista medica JAMA.

 

Ne ha parlato, ad esempio, l’Agenzia Tedesca per la difesa dei consumatori, dopo test su una quindicina di modelli.

 

Ha preso in considerazione la questione almeno un governo, quello irlandese, che l’anno scorso si è espresso contro le mascherine per i piccoli studenti.

 

Racconti più o meno aneddotici di malattie infantili causate dalle mascherine erano partiti già due anni fa.

 

Studi sulle microplastiche inalate indossando le mascherine, da adulti e bambini, stanno uscendo in questi mesi.

 

Inoltre, non possiamo dimenticare la quantità di danni allo sviluppo mentale dei bambini che il mascheramento globale e le altre restrizioni sembrano aver cagionato: bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni, bambini che non riconoscono i volti, logopedisti intasati, e miriadi di casi di quello che oramai chiamano «ritardo da COVID»

 

Quella delle mascherine sui bambini, ha scritto il dottor Robert Malone, è «una follia di massa che deve cessare».

 

Liberiamo i bambini dalle mascherine.

 

Intanto, Renovatio 21 ha sottotitolato un video che può aiutarvi a capire quanto la protezione delle mascherine sia efficace e necessaria.

 

 

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Essere genitori

Fine delle scuole private. Castrazione della classe media

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Ci è capitato di leggere la lettera ai genitori di un dirigente scolastico di una scuola privata.

 

Si tratta di una scuola elementare paritaria – una scuola privata, una scuola «cattolica». Forse la quota mensile è un po’ alta, ma non sono noti casi di genitori che non apprezzino quella scuola;  l’insegnamento, impartito in maniera bilingue, è di incontrovertibile qualità.

 

La riprova è la presenza di quantità di bambini di famiglie dalla Cina: il culto millenario dell’istruzione, forse un retaggio del mandarinato e dei suoi esami terribili , fa sì che i cinesi siano pronti a spendere qualsiasi somma pur di assicurare ai figli la miglior scuola possibile. Non vi sono tuttavia solo bambini cinesi in quella scuola: ci sono bambini americani, e sudasiatici. Anche qui, dinanzi ad un figlio che studia bene, famiglie disposta a sacrificare qualsiasi porzione del proprio stipendio – si tratta, parimenti, della situazione di moltissimi genitori italiani, specie adesso.

 

Scrivere ad un simile pubblico, ci rendiamo conto, è qualcosa di delicato.

 

Nella missiva si dà conto di quello che oramai è chiaro ad ogni famiglia, ad ogni cittadino italiano: i costi per tenere aperto (qualsiasi cosa: un’industria, un negozio, una casa) sono raddoppiati. Cioè, sono divenuti insostenibili.

 

Ai genitori dei bambini viene spiegato che, tra costi di pandemia e bolletta energetica alle stelle, la retta di ogni alunno sarebbe quasi da raddoppiare. Si comunica che l’ente privato ha già venduto parte della proprietà per sanare il deficit – ma questo era qualche mese fa in una situazione totalmente diversa, e già disperata.

 

Quindi, ecco che si parla, cercando di scongiurarla, della possibilità che alcuni bambini non finiscano il ciclo scolastico, nell’infausta prospettiva che la scuola (appoggiata su un Istituto vecchio di secoli) chiuda per sempre.

 

Il dirigente non sa cosa dire, non sa cosa fare  – come tutti. Invoca il «dialogo» con i genitori, che forse vuol dire prepararli a rette più alte, tuttavia – c’è da credere – neanche quello potrebbe bastare: anche raddoppiando le rette di tutti gli allievi (ammesso che con una manovra del genere le famiglie non fuggano in massa) nessuno può avere certezza che nel giro di poche settimane il gas non raddoppi un’altra volta, e con esso il petrolio, l’elettricità, l’acqua – tutto.

 

C’era da aspettarselo. In un momento in cui è impossibile tener aperta un’azienda, come si può tener aperta una scuola? Pensate: tutte quelle aule da riscaldare, la mensa, la palestra, tutte quelle lavagne luminose (LIM) da alimentare.

 

Nella situazione in cui ci hanno cacciati, lasciar aperto un istituto scolastico può essere una follia. Certo: se questo è privato. Perché se la scuola è pubblica, che problema c’è: la bolletta la paga lo Stato. La scuola pubblica non chiuderà mai. Non vi saranno lettere tristi ed allarmate ai genitori. Non ci saranno aumenti delle rette – non ci sono le rette.

 

Usando la logica, possiamo capire cosa può succedere.

 

Il bambino che non andrà più alla scuola privata – perché i genitori non sono in grado di reggere un aumento della retta, perché l’Istituto chiude – finirà alla scuola pubblica.

 

Non si tratta di un’evenienza causuale. Se riflettete, ciò è perfettamente compreso dal disegno dello Zeitgeist: il pubblico divora il privato – il privato sopravvive solo se accetta gli interessi del pubblico, come da Vangelo del Grande Reset.

 

Ciò che è indipendente, deve essere reso dipendente – ciò che è libero deve essere sottomesso.

 

Non si tratta solo di argomenti filosofici: si tratta di effetti concreti che vanno in senso apertamente contrario alle scelte delle famiglie.

 

Per esempio: è inutile pensare che in molte scuole private (in Italia, scuole sedicenti «cattoliche», anche se vedono la cosa con imbarazzo sempre più insopportabile) il bambino viene iscritto per tentare di preservarlo dalle follie che sono state caricate nella scuola pubblica negli ultimi anni: gender, «affettività», indottrinamenti forzati (non vogliamo nemmeno immaginare quale lavaggio del cervello ucronazista sia stato fatto a molti bambini in questi mesi). Psicologi allo sbaraglio, spettacoli teatrali osceni, «gite del massaggio» (ce l’hanno raccontato anni fa, stentiamo ancora a crederci), percorsi verso gli steroidi per bloccare la pubertà già belli che pronti.

 

Molti di coloro che iscrivono il bambino ad una scuola privata sanno che qualcosa di questa massa nera filtrerà anche in classe di loro figlio, tuttavia – magari per il fatto che pagano, e molto – i genitori credono di avere una barriere in più, e di poter andare in ufficio dal preside (che tecnicamente dovrebbe essere cattolico) a battere il pugno sul tavolo: qualcosa che è semplicemente impossibile nel caso della scuola pubblica.

 

Questo scudo, pagato fior di quattrini, potrebbe ora sfumare per sempre. Il bambino obbligato alla scuola pubblica sarà esposto giocoforza ai programmi ministeriali stile «Buona Scuola», giornate antiomofobia, etc. E il genitore che vorrà protestare se il bambino torna a casa dicendo che gli uomini si possono sposare fra loro verrà tacciato di essere bigotto, con l’incubo della telefonate all’assistente sociale dietro l’angolo (ricordate il caso Bibbiano?).

 

Ma vorremmo dire qualcosa di ancora più sgradevole.

 

Inutile pensare che in molte scuole private il bambino viene iscritto per tentare di preservarlo dalla multicultura. Attenzione: non stiamo parlando di un rifiuto delle classe multietniche, ma , dell’idea che a scuola vi possa essere più di una cultura. La riprova sono i cinesi e i bengalesi di cui parlavano poco sopra: nessun genitore autoctono si lamenta di quello. I bambini cinesi e i bengalesi non sono alla scuola privata per imporre la loro cultura, ma, al contrario, per essere assimilati con la maggior certezza possibile dalla nostra.

 

Ciò non è vero nella scuola pubblica, dove l’assimilazione è praticamente impossibile, e vi sono con evidenza casi – nelle scuole dove non vi sono più studenti italiani – in cui vi si è rinunciato completamente.

 

Il bambino africano, magari, viene da una «cultura» dove la disciplina e l’obbedienza non sono sempre premiate, e nella scuola pubblica è piuttosto libero di esprimerla. Ecco che allora può mancare di rispetto all’insegnante, che magari vuole solo che stia attento, o picchiare i compagni, specie quelli percepiti come più deboli. Ognuno può aver sentito di casi del genere, con il contorno dell’omertà del personale scolastico, che teme di essere tacciato di razzismo e che quindi finge di non vedere sberle e insulti, comportamenti antisociali e quant’altro.

 

E il problema non finisce più: specie avvicinandosi all’adolescenza, quali comportamenti sembrano più degni di ammirazione, se non quelli spericolati? Ecco che possiamo trovarci con un’intera generazione modellata sulle disfunzioni sociali dell’immigrazione maghrebina. La musica trap dà conto di quanto sto dicendo in questo momento.

 

Vogliono immettere anche vostro figlio nella multicultura tossica del XXI secolo, nel fango mentale di Kalergi: e l’operazione sembra davvero quella di rimuovere ogni resistenza.

 

Se qualcuno poteva sperare, svenandosi, di cercare (ribadiamo: cercare) di proteggere la propria prole da tutto questo, ora sappia che le probabilità di farcela diminuiscono: senza scuole private può rimanere solo il salto nel vuoto radicale nell’Homeschooling, che non è però (organizzativamente, psicologicamente) alla portata di tutti.

 

Comprendiamo che siano di fronte all’ennesimo esempio della trasformazione totale in corso. Ogni cosa va riassorbita nel sistema più grande, e resa serva dell’autorità ultima, senza più corpi intermedi.

 

Ciò che è indipendente, va reso dipendente… ciò che è libero va reso allo Stato moderno. Va sottomesso.

 

Nella scuola privata, insomma, stiamo vedendo in quest’ora folla quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni nei riguardi della classe media: e cioè, demolizione controllata, programmatica distruzione.

 

La classe media, che con le sue fabbrichette e le sue Partite IVA era la classe libera per definizione, è stata disintegrata con un piano durato decenni. Le è stata tolta la manifattura, spostata tutta in Asia. È stata tassata fino all’impossibile. Le è stato prosciugato ogni risparmio.

 

Impossibile pensare che non vi fosse un disegno dietro tutto questo: ecco lo squalo che entra nella vasca dei pesci piccoli, e se li pappa tutti in un boccone. Economicamente, un trasferimento di danaro immane dalle famiglie piccolo-medio borghesi alla Cina, a Amazon, a qualsiasi soggetto forte della globalizzazione.

 

C’è tuttavia anche una cifra morale, umana, come obbiettivo della distruzione della classe media: l’eliminazione della porzione di popolazione più libera di pensare, di produrre iniziative, idee – rivoluzioni.

 

È possibile avere una società del controllo solo se si neutralizza la classe media, cioè il vasto corpo che sta tra i vertici e il proletariato che ora, tra tatuaggi e viaggi alle Baleari, non ha più prole, e si trova sempre più artificialmente africanizzata dal manovratore.

 

Ecco che la distruzione della classe media non poteva che essere conditio sine qua non del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Distruggendo le scuole private, lo avete capito, stanno castrando la classe media – ossia la sua capacità di riprodursi.

 

Avevate in mente la deindustrializzazione, l’impoverimento collettivo portato dalla globalizzazione. Non avevate pensato che avrebbero toccato anche i vostri bambini: sbagliavate, i bambini sono il futuro, quindi la cosa che ai maledetti interessa di più.

 

Del resto ve lo ripetono da tempo, apertis verbis: i vostri figli non vi appartengono, sono innanzitutto dello Stato moderno.

 

Che li vuole vaccinati, tribalizzati, resettati.

 

Sarà così. Fino a che non reagirete.

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Scuola

Davos vuole i vostri figli nel metaverso

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Bambini inseriti nel metaverso. È uno degli ordini emersi dal World Economic Forum di quest’anno: «disconnettere» i bambini dal mondo fisico e “collegarli” a uno virtuale per il futuro della loro istruzione. Parola di ente del Grande Reset.

 

L’idea è talmente chiara da meritarsi un post nella pagina web ufficiale del WEF di Klaus Schwab.

 

Questa direzione è necessaria, afferma il WEF, per combattere il cambiamento climatico. Ecco che l’imperativo climatico guiderà il digitalizzazione dell’istruzione, rendendo ai bambini una istruzione di migliore qualità e più accessibile.

 

In pratica: il WEF predica la DAD come unica opzione possibile. Anche da qui, capiamo quale sia stato il senso del lockdown pandemico.

 

Ma non parliamo solo di DAD, ma della super-DAD costituita dalla realtà virtuale, cioè dal «metaverso», lo spazio cibernetico dove vorrebbero spostare ogni attività umana.

 

«La realtà virtuale sta rendendo l’istruzione meno convenzionale e sta facendo progredire l’istruzione primaria e secondaria, l’istruzione superiore e la formazione professionale» scrive il sito.

 

I bambini, ora eccessivamente «dipendenti» da oggetti come libri di testo, quaderni e matite come strumenti di apprendimento, dovrebbero in futuro immergersi nella realtà virtuale (VR), nella realtà aumentata (AR) e negli ambienti di realtà mista, scrive il dottor Ali Saeed Bin Harmal Al Dhaheri.

 

«L’infiltrazione di questi progressi nei sistemi educativi è diventata un imperativo crescente», afferma Al Dhaheri, che pensa che la realtà virtuale sarà un elemento cruciale nel futuro “apprendimento esperienziale” che consente agli studenti di vedere, ascoltare, toccare e agire in un mondo virtuale.

 

VR e metaverso combinati saranno il luogo in cui studenti e insegnanti saranno immersi nella comunicazione e nella condivisione, «superando i limiti di spazio e tempo».

 

Dei risultati di cui parla il dottore arabo a Davos non abbiamo idea esatta, tuttavia dubitiamo che esistano studi sull’effetto a lungo termine della realtà virtuale sulla psiche infantile e su quella umana in generale. Incredibilmente, siamo passati da una preoccupazione crescente per il screen time a cui sono sottoposti i bambini (con un fondo pensioni degli insegnanti USA azionista di Apple a domandare all’azienda di fare qualcosa a riguardo) ad una spinta verso il super-screen time, cioè verso l’immersione in schermi a pochi millimetri dalla retina.

 

«We penetrate the cabinets», «noi penetriamo i governi», aveva detto lo Schwab. In realtà, la volontà è anche quella di penetrare la psiche dei nostri figli.

 

Come riportato da Renovatio 21, personaggi come Mark Zuckerberg e Bill Gates stanno investendo diecine di miliardi di dollari nella creazione di questo «metaverso», che altro non sarebbe che una nuova realtà cibernetica dove si vorrebbe si spostassero tutte le iniziative umane – un mondo dove ovviamente (come già vediamo avvenire sulle piattaforme social) le regole che guidano la vostra vita sono scritte dai padroni.

 

Di metaverso, come abbiamo visto, lo Zuckerberg ha parlato recentemente de visu con il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e con il ministro dell’Innovazione Vittorio Colao.

 

Il senso di chi non sarà nel metaverso è stato rivelato involontariamente da uno spot TV milionario mandato in onda da Facebook durante il Superbowl. Senza il metaverso, si è pronti per la discarica.

 

 

 

 

 

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