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«Senza il vaccino molto difficilmente si va a lezione» intervista agli Studenti contro il green pass

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Gli «Studenti contro il green pass» sono un gruppo che si sta facendo notare per le proteste che sta portando nelle università e nelle piazze italiane nelle ultime settimane. Renovatio 21 ha incontrato Maria Desideria, poco più di venti anni, una delle attiviste del movimento appartenente al ramo di Venezia.

 

 

Allora Maria Desideria, cosa sta succedendo all’università italiana?

L’università italiana sta tradendo il proprio originale scopo, quello di essere culla del sapere e quindi del dibattito. La parola «università» porta etimologicamente con sé un ideale di completezza dei saperi e di inclusione sociale, i nostri atenei più antichi e prestigiosi sono nati all’insegna della libertà di pensiero e di ricerca.

 

È davvero così?

Sì, penso all’ «universa universis patavina libertas», motto dell’Università di Padova, ad esempio, ma anche alla Magna Charta delle università, redatta a Bologna nell’1988, recita al primo dei principi fondamentali: «L’università opera all’interno di società diversamente organizzate sulla base di diverse condizioni geografiche e storiche ed è un’istituzione autonoma che produce e trasmette criticamente la cultura mediante la ricerca e l’insegnamento. Per essere aperta alle necessità del mondo contemporaneo deve avere, nel suo sforzo di ricerca e d’insegnamento, indipendenza morale e scientifica nei confronti di ogni potere politico ed economico».

 

Sono parole nette.

L’essenza dell’università, dunque, sta proprio nel suo essere totalmente indipendente dalla politica. Anzi, l’università, in quanto luogo di dibattito e confronto, deve essere guida della politica. Ebbene oggi, al contrario, ne è serva. 

 

L’università italiana sta tradendo il proprio originale scopo, quello di essere culla del sapere e quindi del dibattito. La parola «università» porta etimologicamente con sé un ideale di completezza dei saperi e di inclusione sociale, i nostri atenei più antichi e prestigiosi sono nati all’insegna della libertà di pensiero e di ricerca

Da dove è venuta questa trasformazione?

Vorrei poter dire che sta subendo un attacco dall’esterno, ma purtroppo non è così. Sono i suoi stessi organi a piegare la testa all’autoritarismo politico, esattamente come accadde nel 1931 [quando fu reso pubblico il regio decreto n. 1227 che all’articolo 18 obbligava i docenti universitari a giurare devozione «alla Patria e al Regime Fascista», ndr]. Allora furono soltanto 12 i professori che si ersero a difesa della cultura e della libertà di poterla esprimere. Ora vediamo quanti saranno, ma lo scenario non promette bene e lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle di studenti. 

 

Perché la protesta monta ora? L’anno scorso pareva una situazione quasi accettata dagli studenti.

La protesta monta ora perché solamente ora siamo sottoposti a uno sporco ricatto, che genera una forte discriminazione. Gli anni scorsi l’università versava sicuramente in condizioni critiche, complice la volontà di rendere questa istituzione sempre più simile a una realtà aziendale. Si è poi arrivati, nella prima fase della pandemia, alla didattica a distanza, che inizialmente era percepita come qualcosa di necessario e pertanto tollerabile. In secondo luogo, una volta che si è proceduto a rendere la didattica duale, ogni studente ha avuto la facoltà di decidere liberamente se seguire le lezioni da casa o recarsi di persona all’università, snaturando – a parer mio – l’essenza stessa dell’università e divenendo parte di una atomizzazione sempre più pronunciata, ma pur sempre in piena libertà di scegliere.

 

Cosa è cambiato, quest’anno?

Adesso, invece, la DAD è divenuta esclusivamente uno strumento di discriminazione: una fetta non indifferente della popolazione studentesca è lasciata fuori dalle aule, «noi non possiamo entrare». Dietro a una simile decisione, così limitante delle libertà del singolo, dovrebbero stare motivazioni sanitarie assolutamente incontrovertibili; purtroppo, invece, le ragioni sanitarie sono alquanto controvertibili, ammesso che esistano. La natura politica del green pass, peraltro, è stata resa nota proprio da chi l’ha deciso e da chi lo applica: penso alle dichiarazioni di Crisanti, Pregliasco, del rettore dell’università di Trieste.

 

A Trieste è stato chiesto il green pass anche in DAD

Proprio l’esempio di Trieste mi fornisce l’occasione per chiarire un altro passaggio: le alternative proposte sono impraticabili, per questo il green pass è un vero e proprio ricatto e niente di meno. Trieste negava – prima del pronunciamento del MIUR – la didattica a distanza a chi fosse sprovvisto di certificazione verde e già alcuni professori della mia università si sono arrogati il diritto di fare lo stesso. Fare un tampone ogni 48 ore è impensabile, non solo per i costi, ma anche per le tempistiche: a Venezia sono poche le farmacie che fanno tamponi, vi lascio immaginare quanto sia elevata la richiesta, e agli stand dell’ospedale civile c’è da attendere cinque ore in coda per poi sentirsi dire che è orario di chiusura. Quindi, per farla breve, senza il vaccino molto difficilmente si va a lezione e il green pass si configura, di fatto, come un obbligo a vaccinarsi.

 

Adesso, invece, la DAD è divenuta esclusivamente uno strumento di discriminazione: una fetta non indifferente della popolazione studentesca è lasciata fuori dalle aule

Come si chiama il vostro gruppo?

Il nostro gruppo si chiama, molto semplicemente, Studenti contro il Green Pass – Venezia. Il nome dice tutto, o almeno così sembrerebbe. Molti, però, ci etichettano automaticamente come «no-vax». Teniamo a specificare che il nostro movimento comprende persone sia vaccinate sia non vaccinate, che non prendiamo posizione alcuna sui vaccini se non quella della libera scelta. Auspichiamo, inoltre, che sull’argomento possa fiorire quel dibattito consapevole e informato che dovrebbe esserci stato fin dall’inizio ma che le autorità e i media si sforzano di negare, demonizzando noi e riuscendo nell’intento.

 

Cosa dite ai vostri compagni?

Diciamo loro di risvegliarsi. La nostra è una generazione che è stata cresciuta all’insegna di libertà e antifascismo, ci è stato insegnato a rizzare le orecchie non appena avvertiamo il pericolo di una compressione delle libertà individuali, per tutti o per qualche categoria di persone. Sembra che i nostri compagni non abbiano compreso a fondo la lezione del «per non dimenticare» o, se l’hanno compresa, rifiutino di accettare la realtà attuale per come è: accettarla significherebbe scendere in campo e scendere in campo significherebbe prendere una posizione impopolare, esporsi alle critiche, contestare una narrazione che vede questo come l’unico mezzo per riprendere le attività in presenza. In molti vogliono solo ritornare alla vita normale in pace, ma quale prezzo sono pronti a pagare per questo? Riflettiamo, dibattiamo.

 

Da quel che vedete, i giovani sono al corrente dei rischi della vaccinazione?

Sicuramente c’è un’informazione di massa che tende a insabbiare i rischi della vaccinazione. Ad accorgerci di questo siamo una minoranza. Ciò non toglie, però, che pur essendo consapevole dei rischi qualcuno di noi decida di vaccinarsi, previa ponderazione.

 

Quindi, per farla breve, senza il vaccino molto difficilmente si va a lezione e il green pass si configura, di fatto, come un obbligo a vaccinarsi

E quanti giovani percepiscono la cifra liberticida del green pass?

Secondo me la percepiscono in molti e la combattono in pochi. 

 

Esiste una matrice politica e culturale all’interno del vostro gruppo?

Certamente: l’Associazione si propone innanzitutto l’abolizione della certificazione verde COVID-19 per studenti, docenti e personale dell’Università e delle scuole, e la conseguente tutela del diritto allo studio e del diritto al lavoro costituzionalmente garantiti. Ci opponiamo a ogni forma di discriminazione dell’individuo, a chiunque la introduca o la avalli e promuoviamo il dibattito, in particolare quello legato ai temi medico-scientifici, giuridici ed etico-sociali. 

 

Qual è il vostro obiettivo?

In senso lato, il nostro obiettivo è quello di rendere l’università come davvero dovrebbe essere: un luogo di totale inclusione, assolutamente libero, che mai deve configurarsi come un’impresa. Ci opponiamo pertanto alla mentalità diffusa secondo la quale la formazione dello studente deve essere meramente indirizzata verso il lavoro e non verso la formazione di una propria cultura e un proprio libero pensiero. 

 

Quali sono i principi del gruppo?

I membri del gruppo agiscono al solo scopo di tutelare i propri diritti fondamentali. Il gruppo è totalmente privo di connotazioni partitiche e si dissocia dalla protesta violenta. È rappresentato solo ed esclusivamente da se stesso.

 

Esistono letture comuni fra i partecipanti?

No, non esistono letture comuni che siano riconducibili alla causa politica. Di comune, però, c’è l’attenzione alla lettura, questo sì. Ognuno di noi ha maturato sui libri e sui banchi di scuola quella consapevolezza che lo porta, oggi, a opporsi fermamente agli abusi di potere come quello in atto e a rilevare la pericolosità di certi provvedimenti.

 

I membri del gruppo agiscono al solo scopo di tutelare i propri diritti fondamentali. Il gruppo è totalmente privo di connotazioni partitiche e si dissocia dalla protesta violenta

A cosa vi ispirate? Perché?

Ci ispiriamo al sacrosanto principio della dignità dell’individuo, che non può in alcun modo essere merce di ricatto ai fini di garantire diritti fondamentali come lo studio o il lavoro.

 

Vi opponete alla DAD. Perché?

Il movimento non si occupa strettamente di DAD e non si oppone direttamente ad essa, quanto piuttosto all’uso profondamente discriminatorio che di essa è fatto. Personalmente, poi, non la ritengo uno strumento adeguato a sostituire le lezioni in presenza, che per il loro valore intrinseco di dialogo tra studenti e docenti sono insostituibili.

 

Avete organizzato voi la protesta a Milano che lo scorso sabato si è avvicinata alla Statale?

L’ha organizzata il gruppo Studenti contro il Green Pass di Milano, che fa parte del medesimo Coordinamento Nazionale a cui è aggregata la nostra associazione.

 

Durante i vostri volantinaggi, quali reazioni ricevete da parte degli studenti?

Da parte degli studenti abbiamo riscontrato una gran voglia di discutere. Sono propensi ad ascoltare ciò che abbiamo da dire loro ed eventualmente a cambiare idea. Sono ben più aperti al dialogo e disponibili rispetto ai professori.

 

E dei docenti?

I docenti con cui ho avuto modo di parlare finora sono ben più sulle difensive, ci guardano come una minaccia, come l’ostacolo che li costringe a proseguire con la didattica a distanza anziché tornare alla presenza a pieno regime. È difficile convincerli del fatto che il green pass non solo non è l’unica soluzione, ma non è proprio una soluzione.

 

Ci ispiriamo al sacrosanto principio della dignità dell’individuo, che non può in alcun modo essere merce di ricatto ai fini di garantire diritti fondamentali come lo studio o il lavoro

Nessuno ha paura delle ritorsioni?

Sì, alcuni di noi temono ritorsioni e a ragione. Ci sono già stati episodi di discriminazione pesante ai danni di chi si è opposto al green pass: penso al caso di Trieste o a un professore di Ca’ Foscari che dichiara con decisione sui suoi avvisi che chi non ha il green pass dovrà seguire da casa «passivamente», senza facoltà di intervenire, e dovrà poi dare l’esame come non frequentante, con il programma aggiuntivo che consegue. Tutto questo perché la DAD non è un modo di garantire il diritto allo studio a chi non ha il green pass, ma è utile solo in caso di emergenza per chi in realtà ce l’ha.

 

Quanti docenti credete vi siano che si oppongono apertamente alle restrizioni?

I docenti che si oppongono apertamente, per esempio mediante la firma della nota petizione nazionale giunta pure all’attenzione dei giornali, sono pochi, molto pochi. Non opporsi apertamente, però, non significa per forza arrendersi all’autoritarismo. Un docente del Conservatorio di Venezia ha fatto lezione nel Campo antistante al Conservatorio a costo di accogliere un suo studente sprovvisto di certificazione verde. Lui probabilmente l’aveva, ma il bel gesto rimane.

 

Quanti invece possono essere quelli che in cuor loro si opporrebbero ma temono per la loro carriera?

Non posso saperlo, forse i più.

 

Avete già inviato delle diffide alle università?

Noi Studenti contro il Green Pass di Venezia abbiamo inviato a tutti i rettori e i direttori delle nostre università una diffida, richiedendo la disapplicazione della certificazione verde. Non avendo ottenuto risposta entro i cinque giorni canonici, abbiamo deciso di sospendere il pagamento delle tasse universitarie, oltre a richiedere un incontro di persona per il quale non abbiamo ancora ottenuto riscontro alcuno.

 

Andrete fino in fondo e, in caso, farete delle denunce contro gli atenei?

Noi vogliamo tutelarci. Se subiremo soprusi ci difenderemo nelle opportune sedi legali.

 

In TV hai detto che ti senti presa in giro, che, stando così le cose, forse tutti questi anni ti hanno cresciuta con insegnamenti fasulli…Puoi elaborare il concetto?

Ho ventun anni e frequento, o meglio, cerco di frequentare, l’università. Nel corso della mia carriera scolastica ho ascoltato innumerevoli lezioni e testimonianze sui periodi più bui della nostra storia e ho imparato che alla base di ciascuno di essi sta una discriminazione che non solo limita le libertà fondamentali di un determinato gruppo, ma dipinge anche il gruppo come un pericolo per il bene comune, sulla base di dati presentati come scientifici ma in realtà facilmente controvertibili. È esattamente ciò che si sta verificando ora. Mi chiedo, allora, come sia possibile che gli stessi insegnanti che mi hanno trasmesso questa capacità critica non notino la pericolosità dei provvedimenti in atto. Ho l’impressione che in fondo fossero tutte belle parole, che la comprensione del concetto fosse in realtà subordinata alla forma della celebrazione, anziché esserne il movente. La storia insegna, ma non ha scolari, perché al giorno d’oggi ci ostiniamo a pensare che studiarla sia raccogliere delle informazioni invece che tenerle insieme ed estrapolarne il senso. 

 

Geopolitica

Sri Lanka, crisi economica: genitori non possono mandare a scuola tutti i figli

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Secondo le Nazioni Unite al momento oltre 6 milioni di persone hanno difficoltà a sfamarsi e le famiglie sacrificano l’istruzione per contenere le spese. Nelle piantagioni si registrano i tassi più alti di abbandono scolastico. Entro aprile potrebbero restare a casa oltre un milione di bambini, diventando un problema più grande della situazione finanziaria.

 

 

A causa della crisi economica i genitori srilankesi non sono in grado di mandare a scuola ogni giorno tutti i loro figli. Secondo le Nazioni Unite, al momento oltre 6 milioni di persone hanno difficoltà a sfamarsi e le famiglie sacrificano l’istruzione per contenere le spese.

 

Sebbene lo Sri Lanka offra un’istruzione gratuita dalla prima elementare all’università, i pasti non sono forniti in tutte le scuole, mentre il costo dei libri scolastici e del trasporto dei bambini ha costretto i genitori a scegliere quale figlio mandare a scuola.

 

Sandeepa Mirihella, una residente di Monaragala, nella Provincia di Uva, ha raccontato ad AsiaNews che «l’estrema povertà è la ragione principale per cui molti bambini abbandonano la scuola. Con l’attuale crisi economica, i genitori hanno perso i loro mezzi di sostentamento. Molti studenti maschi hanno abbandonato la scuola in cerca di lavoretti per mantenere la famiglia, mentre le ragazze rimangono a casa per guadagnarsi da vivere in aziende manifatturiere locali».

 

Un analista economico ha spiegato che «lo Sri Lanka ha ottenuto buoni risultati negli indicatori dell’istruzione di base, tra cui un alto tasso di alfabetizzazione e una frequentazione quasi universale alla scuola primaria e secondaria, ma ci sono notevoli disparità, soprattutto per quanto riguarda i risultati scolastici dei bambini che vivono nelle piantagioni, dove il tasso di abbandono è del 4% nella scuola primaria, 20% nella secondaria e 26% nei corsi di laurea. Ma i livelli corrispondenti nei settori urbano e rurale sono molto più bassi».

 

Secondo gli esperti, «molte scuole nelle piantagioni sono di tipo 3 (con solo classi elementari), per cui sono scoraggiati a iscriversi in scuole secondarie situate lontane dalle proprietà. Nel distretto di Nuwara Eliya, uno dei più grandi, il 50,2% delle scuole è di tipo 3, e l’assenza di altre scuole influenza molti bambini ad abbandonare gli studi dopo aver completato l’istruzione primaria».

 

L’osservatore economico Dhanushka Sirimanne ha spiegato che «oltre il 35% delle famiglie non riesce a fare nemmeno un pasto al giorno e ha difficoltà a mandare i figli a scuola. Di conseguenza, circa 1,4 milioni di bambini su 4,1 milioni di scolari potrebbero vedere completamente precluso il loro diritto all’istruzione».

 

«Molti genitori non saranno in grado di sostenere l’onere con il loro magro reddito, guadagnato con fatica», precisa l’accademico. «Trovare 15 mila rupie [39 euro] o più per mandare un bambino a scuola è impossibile per loro. Presidi e insegnanti, alcuni dei quali sono anche genitori, insistono con le famiglie affinché mandino i figli a scuola con tutto ciò che è incluso nella lista dei libri».

 

«I leader dei sindacati degli insegnanti, impegnati fino a qualche tempo fa a chiedere aumenti di stipendio inscenando manifestazioni e raduni di protesta, tacciono su questo tema», ha aggiunto Sirimanne.

 

Nel frattempo l’opposizione non ha ancora mai sollevato la questione degli stanziamenti per l’istruzione scolastica, pari a soli 1,66 miliardi di rupie (4,3 milioni di euro) per il 2023.

 

L’attivista Udaya Ganegoda ha commentato dicendo che «tutti devono capire che se tutti i beni di prima necessità, compreso il cibo, continuano a essere così costosi, il numero di abbandoni scolastici potrebbe essere del 30-35% entro aprile, il che significherebbe 1,2 milioni di bambini su 4,1 milioni di scuole, un problema peggiore della crisi economica».

 

 

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Adbar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); modificata

 

 

 

 

 

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Scuola

Scuola 4.0, somiglianze tra un articolo di Susanna Tamaro sul Corriere e uno di Elisabetta Frezza su Renovatio 21

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Renovatio 21 ha ricevuto diverse segnalazioni in merito ad un articolo riguardante la cosiddetta «Scuola 4.0» a firma della bestsellerista Susanna Tamaro, uscito il 20 dicembre 2022 sul Corriere della Sera intitolato «Perché dico no alla Scuola 4.0», messo a confronto con l’articolo di Elisabetta Frezza pubblicato su Renovatio 21 il 14 dicembre con il titolo «L’abisso del Piano Scuola 4.0».

 

Ambo gli articoli conterrebbero una disamina del documento governativo «Piano Scuola 4.0».

 

Le segnalazioni riguardo alla somiglianza dei due articoli si rincorrono da giorni su Telegram.

 

Alcuni lettori sono rimasti colpiti dall’ordine seguito nella esposizione degli argomenti.

 

L’articolo della Frezza era una densa e molto personale analisi del documento Piano Scuola 4.0. Quest’ultimo è un testo istituzionale di per sé lungo, caotico e farraginoso, un ammasso piuttosto informe di parole, di stilemi e di inglesismi, lungo 39 pagine.

 

Alcuni lettori ci hanno detto di trovare singolare la coincidenza che due diversi recensori rimettano i pezzi sparsi in un ordine affine. 

 

Per esempio, ci segnalano, come prima cosa, la Tamaro osserva l’«abbondanza di termini inglesi, il pomposo fraseggio atto a mascherare la fumosità degli intenti», che corrisponde al concetto espresso dalla Frezza.

 

Nelle stesse prime righe, la Tamaro scrive di «un programma di riforma della scuola italiana che riguarda l’intero ciclo di studi, dagli asili all’università, secondo le linee di investimento previste dal Pnrr».

 

Nelle stesse prime righe, la Frezza precedentemente scriveva «processo di digitalizzazione della didattica e della organizzazione scolastica italiana – dagli asili nido alle università – secondo le linee di investimento previste da PNRR».

 

Sorprendente come subito dopo sia riportata la classifica dei docenti in base alle loro competenze digitali (Novizio, Esploratore, Sperimentatore, Esperto, Leader, Pioniere). Una classifica che la Frezza aveva portata in cima alla sua trattazione, ma che nel documento è nascosta nelle ultime righe della pag. 10.

 

Con riguardo proprio a questa classifica, riposizionata anche dalla Tamaro in cima all’articolo, colpisce poi il richiamo preciso alle «Giovani Marmotte», citate ironicamente anche dalla Frezza, e non solo stavolta: scandagliando l’archivio di Renovatio 21, alcuni hanno trovato nel nostro sito l’articolo «Scuola, cosa ci aspetta a settembre», del 13 luglio 2020, dove si parlava della Costituzione come «la Costituzione è un simpatico manualetto delle Giovani Marmotte, buono per tutte le età e per tutte le stagioni». Ebbene, anche alla Tamaro viene la stessa identica idea dell’immaginario gruppo scout transnazionale con sede a Paperopoli. Vi è poi una analoga osservazione sulla dignità degli insegnanti sulla estraneità degli scolari alla realtà fisica che li circonda.

 

In un ulteriore esempio segnalatoci, la Tamaro scrive: «L’obiettivo del Next Generation Classrooms è quello di adattare centomila aule di primo e secondo grado alla progettazione di nuovi “ecosistemi di apprendimento” che dovranno avvalersi “delle pedagogie innovative quali apprendimento ibrido, pensiero computazionale, apprendimento esperienziale, insegnamento delle multiliteracies e debate, gamification”».

 

Scriveva giorni prima la Frezza su Renovatio 21: «In concreto, l’obiettivo dell’azione “Next Generation Classrooms” è quello di trasformare, grazie ai finanziamenti del PNRR, almeno 100.000 aule delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado» continuando più sotto, citando anche qui il documento governativo, la pluralità delle pedagogie innovative (ad esempio, apprendimento ibrido, pensiero computazionale, apprendimento esperienziale, insegnamento delle multiliteracies e debate, gamification, etc.)».

 

Ci dicono di aver notato anche la ricorrenza del concetto della forma rettangolare delle aule più volte richiamato, anche ironicamente, nell’articolo della Frezza. La Tamaro sul Corriere scrive:

 

«Il programma prevede di “ridisegnare i sistemi di apprendimento, al fine di rendere sostenibile il processo di transizione digitale” attraverso l’abolizione delle aule rettangolari in quanto, secondo «studi scientifici internazionali, nocive all’apprendimento. Con il rettangolo se ne vanno via anche i banchi e le sedie e le cattedre».

 

La Frezza sei giorni prima scriveva:

 

«Ecco quindi che – secondo le menti del Piano – è necessario ridisegnare gli “ecosistemi di apprendimento” con “arredi e tecnologie a un livello più avanzato rispetto a quelli oggi in uso, al fine di rendere sostenibile il processo di transizione digitale”» continuando più sotto «fondamentale, come abbiamo visto sopra, che esse non siano più uno spazio quadrato o rettangolare (quindi? rotondo? ovale? ottagonale?) e non abbiano più sedie, banchi e cattedra».

 

La parola «ridisegnare», di fatto, non ricorre nel documento, e nemmeno l’espressione «sistemi di apprendimento», al fine di rendere sostenibile il processo di transizione digitale» ci pare compaia nel testo originale.

 

È curiosa qui la posizione dell’inizio delle virgolette nel testo della Tamaro: come hanno notato alcuni, e potete vedere sopra, la parola «ridisegnare» è inclusa nelle virgolette, mentre nel testo della Frezza le virgolette partono dopo, con gli ecosistemi di apprendimento. 

 

Ad ogni modo, la famosa scrittrice nel suo pezzo scrive diverse cose che la Frezza non scrive (e crediamo, non scriverebbe mai), per esempio sulle «scuole parentali», tra virgolette («ce n’è una persino nel piccolo paese in cui vivo»), sull’archistar «in un bel palazzo ottocentesco nel centro di una capitale europea», su quelli della Silicon Valley che «si premurano di mandare i loro figli rigorosamente a scuole steineriane o montessoriane».

 

Tuttavia, ricorrono nei due articoli parole e concetti del documento «Scuola 4.0» che devono essere saltate agli occhi sia della Frezza (autrice del saggio MalaScuola) che successivamente della Tamaro (autrice del romanzo Va dove ti porta il Cuore): «eduverso», «ecosistemi di apprendimento», sono parole chiave che ricorrono in ambo gli articoli, pubblicati a distanza di giorni l’uno dall’altro.

 

Elisabetta Frezza, sentita da Renovatio 21, ci dice di ritenere la cosa «curiosa»: «pare che abbiamo trovato gli stessi aghi nello stesso pagliaio».

 

Renovatio 21 ha scritto alla segreteria Corriere della Sera, dando informazione di queste segnalazioni e chiedendo un commento, che avremmo voluto accludere a queste righe. Non ci è pervenuta alcuna risposta.

 

Nel frattempo, la Tamaro è stata lungamente intervistata, con richiamo in prima pagina, da Francesco Borgonovo, vicedirettore del quotidiano La Verità, sul suo ruolo di voce contraria alla Scuola 4.0.

 

Il lettore può fare un raffronto sui due articoli di Frezza e Tamaro e farsi la sua idea rispetto a questa questione.

 

Si può trattare di somiglianze e di coincidenze, nessuno lo mette in dubbio. Ci limitiamo a scrivere qui le segnalazioni pervenuteci.

 

Renovatio 21 rimane aperta a segnalazioni e commenti.

 

 

 

 

 

 

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Grande Reset

Klaus Schwab annuncia il suo programma per i vostri figli

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Un video emerso in questi ultimi giorni in rete mostra il fondatore del World Economic Forum di Davos Klaus Schwab che enuclea l’azione del suo gruppo riguardo l’istruzione a livello internazionale.

 

Lo Schwab parla, anche per la scuola, di partenariati pubblico-privato che, dice riferendosi al suo gruppo, «accompagniamo».

 

«Quando definiamo un progetto come la nostra Global Educational Initiative… abbiamo, sotto la guida di Cisco e molte altre aziende, praticamente tutti i grandi nomi, cerchiamo di rivoluzionare il sistema educativo in Giordania, in Egitto e ora in Burundi» dichiara il potente ottuagenario tedesco calvo.

 

La Cisco è una multinazionale che si occupa di comunicazioni digitali, che, partita dai vecchi modem, si è ora specializzata nell’Internet of Things e nelle videoconferenze. Nel 2022 i profitti di Cisco hanno raggiunto i 51.56 miliardi di dollari americani.

 

 

Lo Schwab quindi cita l’UNESCO e sostiene che il WEF viene chiamato «non solo per attrezzare le scuole, ma per riqualificare gli insegnanti, per mettere in atto il nuovo curriculum nei programmi di studio. Quindi lavoriamo insieme. Accompagniamo».

 

Per enunciare il proprio modello di assistenza, l’uomo di Davos tira in ballo le operazioni «umanitarie» dei Clinton, dei quali tuttavia non si sente di parlar male, nonostante il suo modello sia diverso «rispetto alla Clinton Initiavie, che è una buona cosa, che chiede alle aziende di impegnare dei soldi e poi tornare e riferire».

 

L’azione del WEF, invece, segue «l’iniziativa dall’inizio alla fine».

 

Non è chiaro da dove provenga questo filmato, né di quando sia. Tuttavia il video sta spopolando in rete, dove ha ottenuto anche la reazione perplessa di Elon Musk.

 

 

 

Come riportato da Renovatio 21, a Davos 2022 si è discussa in profondità l’inserzione dei vostri figli nel metaverso, con fine educativi e non solo.

 

Klaus Schwab è anche lì, nel mondo dei corsi di aggiornamento degli insegnanti, cioè i tramiti per cui nelle scuole pubbliche vengono infiltrati teoria del gender ed altro.

 

Come dire: lasciate che i bimbi vengano al Grande Reset.

 

 

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

 

 

 

 

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