Pensiero
Tucker Carlson ha ucciso Navalnij? O è stato il demone della guerra?
«Non lasciatevi ingannare: Putin è responsabile della morte di Navalnij». Il vegliardo del Delaware installato da qualcuno alla Casa Bianca ha già parlato, perfino in conferenza stampa, che è un tipo di evento dal quale cercano di tenerlo lontano onde evitare prove ancora più incontrovertibili della sua demenza senile e non solo senile.
Biden ha anche dichiarato che gli Stati Uniti non dispongono ancora di tutte le informazioni sull’accaduto, tuttavia «quello che è successo a Navalny è una prova ancora maggiore della brutalità di Putin. Nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare».
Il vecchio col dito sul pulsante della distruzione atomica del mondo (forse: la catena di comando in quel senso potrebbe essere compromessa anche dalla prostata del suo segretario della Difesa) dice: non sappiamo niente, ma #hastatoputin.
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Eccerto. Anche Mattarella ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni: la morte del blogger antiputiniano «rappresenta la peggiore e più ingiusta conclusione di una vicenda umana e politica che ha scosso le coscienze dell’opinione pubblica mondiale». Baffone è venuto per davvero: ed è peggio di quello che il partito da cui il presidente della Repubblica proviene, quando si chiamava PCI, idolatrava, nel pieno senso della parola.
Il Quirinale ha sentito il bisogno di celebrare un eroe dei nostri tempi: «per le sue idee e per il suo desiderio di libertà Navalnij è stato condannato a una lunga detenzione in condizioni durissime. Un prezzo iniquo e inaccettabile, che riporta alla memoria i tempi più bui della storia. Tempi che speravamo di non dover più rivivere. Il suo coraggio resterà di richiamo per tutti».
Attenzione: nessuno dice che sia stato ucciso. Epperò, diciamo che la cosa è, come dire, fortemente suggerita.
Ci rendiamo conto che non per tutti è facile staccare la testa dal continuum della propaganda NATO, che opera martellante su ogni livello disponibile, ma qualcuno dovrà pur farlo, magari iniziando dalla solita, semplicissima domanda: cui prodest? Cui bono?
A chi giova la morte di Navalnij? Diciamo subito a chi non giova: a Putin. Se c’era qualcuno che poteva aver interesse a tener vivo Navalnij quello è l’uomo del Cremlino. Anzi, si potrebbe perfino arrivare a pensare che tutto sommato tenerlo in prigione significava, in una logica contorta ma realistica, proteggerlo da quanti per colpire lo zar sono disposti a compiere qualsiasi false flag, consumando inganni ed incantesimi che costano non una, ma centinaia di migliaia di vite umane: chiedete in Ucraina, se avete dubbi.
Navalnij che muore in carcere è un disastro incancellabile per le PR di Mosca, che lottano da anni contro le accuse riguardo dissidenti e giornalisti: il copione lo conosciamo dai tempi di Anna Politkovkaja (1958-2006), giornalista e scrittrice (stranamente pubblicata in Italia da Adelphi) russa ma americana che si occupava della guerra in Cecenia e, di conseguenza, della battaglia contro Putin in nome dei «diritti civili», «diritti umani» etc. Per il suo assassinio sono stati condannati cinque ceceni, ma nessun mandante. Anche lì: a chi giovava la morte della Politkovkaja, se non ai nemici di Putin?
Saltò fuori il nome di Berezovskij, l’oligarca ebreo che avversava l’ascesa di Putin dal dorato esilio londinese, e che si diceva essere in contatto con i gruppi islamisti-separatisti del caucaso. Berezovskij, che nel venne ritrovato morto nel bagno di una villa della capitale britannica, fu tirato in ballo da alcuni come finanziatore occulto non solo dei terroristi ceceni, ma pure di Navalnij: tuttavia, si disse che le foto che li ritraevano insieme erano fotomontaggi.
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Aleksej Anatol’evic Navalnij era un avvocato, ma soprattutto un blogger che su internet aveva creato una massa piuttosto vasta di opposizione fatta di risentimento totale verso l’establishment, accusato di ogni possibile corruzione: Edinaja Rossija, Russia Unita, il partito di Putin, fu definito come «il partito dei truffatori e dei ladri», espressione ripetuta infinite volte davanti a sei milioni di sottoscrittori su YouTube e ancora più utenti dei social. Se questa è una sceneggiatura che vi risuona, e perché l’avete vista in Italia, pure realizzata – ammettiamo, tuttavia, che con probabilità la qualità di Navalnij era superiore di quella dell’avvocatino che gli sfascisti internautici italioti hanno perfino piazzato al vertice del Paese, con la catastrofe che tutti ricordiamo.
A differenza di quanto è accaduto in Italia, o, con altri mezzi, nell’Ucraina dell’attore comico divenuto presidente, non era mai riuscito a creare una base elettorale solida abbastanza per entrare nei giochi politici veri. Tuttavia, gli americani lo coccolavano pubblicamente, tra messaggi da Washington e incontri diplomatici, così che sembrava a tutti che fosse davvero lui, che nemmeno era in Parlamento, l’opposizione a Putin.
Si trattava, come sempre, di un calcolo sbilenco della politica estera americana: il personaggio aveva i suoi limiti, nel 2008 aveva appoggiato il supporto russo a Abcazia e Ossezia nella guerra con la Georgia (poi si scusò), giornalisti moscoviti giurano che si trattava in realtà di un «razzista» e criptonazionalista che poco aveva a che fare con gli ideale liberali dell’Occidente che lo amava e premiava. Lui cercò di dare una mano come poteva: nel 2020 parlò in favore di Black Lives Matter, che in Russia ha molto senso.
Eppure un suo uso, per i padroni del vapore, il giovane blogger antisistema poteva ancora avercelo. Certo, forse non da vivo.
Quindi, facciamoci la seconda domanda: perché ora?
Beh, è curiosa che la tempistica della sua morte coincida incredibilmente con il successo globale della tanto attesa intervista di Tucker Carlson a Putin. Un evento che per anni il governo USA aveva cercato di impedire, arrivando a spiare elettronicamente il telefono del giornalista e poi addirittura, abbiamo appreso da poco, parlando direttamente con i russi per far sì che annullassero tutto.
L’intervista di Carlson a Putin, fatta sul canale «libero» di Twitter divenuto l’X di Musk, ha disintermediato tutti i network di informazione mondiale – cioè la narrativa del mainstream, cioè la narrativa della NATO.
Ha portato un pensiero che non si può trovare sui giornali al di qua della nuova Cortina di Ferro (cioè i nostri Paesi «liberaldemocratici») a tutto il mondo, e nel formato più moderno possibile: non un’intervista TV taglia e cuci di poche battute, ma due ore di conversazione, un formato da podcast dove il presidente russo ha avuto la possibilità di inondare il mondo con un millennio di storia russa.
Qualcuno dice che è andata, male (Putin era più nervoso di Carlson: lo pensiamo), qualcuno dice che è andata bene: anche solo il fatto di poter ascoltare l’uomo del Cremlino che ragiona e chiede negoziati di pace è qualcosa di incredibile, di proibito per l’era di censura che stiamo vivendo.
Resta il fatto che il messaggio al mondo è arrivato. Putin non è un pazzo sanguinario. Putin vuole la pace – di fatto, la cerca spasmodicamente da quasi un trentennio, al punto di offrire a Bill Clinton l’ingresso della Russia nella NATO.
È stato detto: le menzogne fanno iniziare le guerre, la verità può farle finire. La guerra, come sappiamo, per gli angloamericani deve continuare, fino all’ultima goccia di sangue ucraino.
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E quindi, che è l’intervista di Tucker che può aver spinto qualcuno a optare per la fine di Navalnij? È Carlson ad aver indirettamente causato la morte dell’oppositore?
Perché di fatto Navalnij è morto, e se non vi sono cause naturali (nessun giornale sembra pensarlo, rilanciando i commenti dei genitori che dicono che stava bene), deve essere stato ucciso. Ma se non è stato Putin, che è l’ultima persona a cui conveniva, chi può essere Stato?
Dicevamo, ad un certo punto, neutralizzato da ogni punto di vista (mediatico, politico, giudiziario), Navalnij poteva servire più per il martirio globale che per altro. Ma come si fa ad uccidere una persona in un carcere russo?
Mica possiamo saperlo, tuttavia avanziamo delle ipotesi ignoranti. Per ammazzare qualcuno in prigione, bisogna usare canali della criminalità organizzata, che trova sempre il modo di mettere in contatto i mondi fuori e dentro le sbarre. E dove sta la mafia russa? Beh, certo, sta in Russia, ma non solo: tanta, come ci mostrano tre decenni di film anche belli, ha preso casa in America.
Brighton Beach, sobborgo verso l’oceano sotto Nuova York – non lontana da Coney Island, teatro dell’indimenticabile scena finale de I guerrieri della notte – è di fatto oramai un paese russo, la chiamano la «piccola Odessa», e i vareniki alla ciliegia più buoni della mia vita li ho mangiati lì. Ora, quanto ci si può mettere, in automobile, da Langley a Brigthon Beach? Forse qualche ora, ma ovviamente, parliamo per metafora, perché sono cose per cui, oggi, mica c’è bisogno di spostarsi.
Abbiamo detto Langley perché è la sede del vero protagonista dell’intervista Carlson-Putin: la CIA. Possiamo dire anzi che il vero significato dell’incontro sta tutto nelle dichiarazioni di Putin, agente KGB, sui vecchi avversari del servizio segreto USA.
È ciò che mi ha colpito subito la notte della messa in onda: Putin si era tolto i guanti bianchi, e accusava direttamente la CIA dei misfatti dell’ora presente. Ho pensato, subito, quanto fosse irrituale: insomma, c’era l’onore tra spie, una volta, e Vladimir Vladimirovich, malgrado qualche barzelletta raccontata pubblicamente, non sembrava aver mai voluto attaccare la forza occulta della controparte. È una parte del gioco, è la meccanica delle cose, la CIA in fondo fa il suo lavoro, anche in Russia, il KGB stesso lo può comprendere.
Stavolta però non è andata così: nell’intervista accusa i servizi americani, e lo aveva già detto a Oliver Stone anni fa, di essere dietro ai terroristi ceceni, poi dice che c’è proprio la CIA dietro alla distruzione del Nord Stream 2, quindi percula lo stesso Carlson, che incassa tremendamente, ricordandogli che lui stesso aveva provato ad entrarvi (vero: lo scartarono, quindi il padre gli disse «fai il giornalisti, lì prendono tutti»), ma grazie al cielo lo avevano rifiutato. «Seriosnaja organisatsija», un’organizzazione seria, dice Putin mentre canzona senza pietà il tentativo del californiano di diventare un agente segreto.
(Qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: il padre di Carlson fu giornalista prima e funzionario del dipartimento di Stato poi; prima di divenire ambasciatore, diresse per Reagan Voice of America, la massima fonte di propaganda antisovietica possibile: essendo che Carlson senior ha vissuto anche a Mosca, immaginiamo il dossierone sulla famiglia che era a disposizione di Putin)
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È la CIA l’ostacolo alla pace, sembra suggerire finalmente Putin. Nelle ore di intervista concesse ad Oliver Stone, non era arrivato ad ammetterlo: al massimo, aveva detto quanto temesse che, nonostante la vittoria di Trump, nulla sarebbe cambiato, a causa del fatto che gli USA hanno una «burocrazia forte». Un’espressione che a noi era sembrata una foglia di fico per non usare le famose tre lettere russe, Tse-er-u, Tsentral’noe Rasvedybateln’noe Upravlenie, cioè CIA.
Adesso invece Putin dice: la CIA è il problema. La CIA vuole la guerra, costi quello che costi: la vita degli ucraini o l’economia dei tedeschi e degli europei. Questa è stata, davvero, l’unica novità dell’intervista, l’unica notizia.
E quindi, uno immagina, la CIA ha già reagito, a modo suo?
Ci sono altre coincidenze temporali da considerare. La morte di Navalnij avviene in concomitanza con la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, il ritrovo internazionale dove tante cose vengono discusse e programmate – e dove, proprio riguardo alla Russia di Putin c’è un trascorso preciso.
È a Monaco che nel 2007 che Putin fece il famoso discorso che rivelò al mondo il futuro della politica estera russa, basata sul crollo inevitabile del dominio unipolare americano e della sua violenza insostenibile. L’anno successivo si ebbe la guerra antirussa della Georgia. «Putin pagherà», ha detto.
È a Monaco che nel 2022 Zelens’kyj accarezzò l’idea di far diventare l’Ucraina una potenza nucleare. Gli occidentali lo ascoltarono, e nessuno disse che si trattava di un pazzo che metteva in pericolo il mondo. Pochi giorni dopo scattò l’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina.
Poche ore fa, proprio alla stessa conferenza di Monaco, vi sono stati gli applausi per la moglie di Navalnij, che era proprio là.
Un’altra coincidenza: a Dubai pochi giorni fa un giornalista arabo ha chiesto a Carlson, ad un evento pubblico in mondovisione, proprio di Navalnij, lamentando il fatto che non ha fatto domande in merito.
Carlson negli scorsi mesi aveva già risposto andando a trovare personalmente Julian Assange nella prigione di Belmarsh a Londra. Un progioniero politico, un giornalista, tenuto dentro a partire da accuse di stupro ritirare e nemmeno nel Paese che lo accusa, ma in un altro, simbolo massimo del feudalesimo diplomatico americano inflitto al mondo.
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Curioso: è di ieri, la notizia rimbalzata su tutti i media del mondo, della moglie di Assange che dice che, qualora venisse estradato, Julian morirà. Assange morto, vogliamo ricordarlo, era ufficialmente un piano dei servizi americani: al punto che per il complotto per assassinarlo i giudici spagnoli vorrebbero sentire Mike Pompeo, l’ex direttore della CIA.
E quindi, se ora Assange venisse estradato, e, tra secondini che ronfano o zufolano, venisse trovato morto, che direbbero? Che siamo 1-1 con Navalnij? È un pensiero malandrino che qualcuno può avere.
Tuttavia, pensiamo che di base ci sia qualcosa di ancora più spaventoso dietro a questa storia. Renovatio 21 ha ipotizzato, un anno fa, che il licenziamento di Carlson da Fox, dove era diventato il giornalista più seguito di tutto l’arco televisivo americano, fosse proprio l’inevitabilità della guerra programmata contro la Russia. Una guerra diretta, una guerra «calda», da far scoppiare prima delle elezioni: dopo qualche settimana, aveva confermato di pensarlo anche lui, sia pure tralasciando che la cosa poteva essere la vera causa del suo apparentemente insensato allontanamento dagli schermi.
Navalnij morto per velocizzare il processo verso la guerra, dopo che con Carlson, e cioè con una grossa parte dell’opinione pubblica americana, Putin aveva guadagnato spazio e tempo per la pace?
Non solo: se Biden dice che Putin è brutale, i putinisti americani sono avvertiti – la loro idea contraria alla guerra contro Mosca è antiamericana, è illegale. Saranno perseguitati come quelli del 6 gennaio, o come Trump, trascinato per tribunali che poche ore fa gli hanno ordinato di pagare 350 milioni di dollari, praticamente mettendolo sul lastrico.
Tutto pare essere messo in cammino per l’inferno della guerra, e le vite sacrificate ora sono solo l’inizio della carneficina.
Qualcuno con visioni storico-teologiche radicali, dalle quali prendiamo subito le debite distanze, ritiene che alla base di tutta la vicenda degli ultimi secoli ci sia un demone. Cioè, proprio lui, quello, una cosa così: un’entità evocata secoli fa dagli inglesi quando si staccarono dall’Europa abiurando dal cattolicesimo con Enrico VIII ed la regina Elisabetta, un processo portato avanti da negromanti come John Dee, l’uomo che con il codice 007 creò le basi per l’Impero britannico e, materialmente, per il suo sistema di spie. Dee era un mago accanito, evocatore forsennato di spiriti, «angeli» diceva, che poi anche i demoni sappiamo che sono angeli.
In seguito, dicono queste teorie irricevibili, l’alleanza con tale demone è passata da Londra agli Stati Uniti. Il demonio, del resto, in cambio del potere sul mondo agli uomini chiedeva sempre le stesse cose: oro e sangue, valanghe di danaro e ecatombi di vite umane sacrificate con guerre e stermini di vario tipo. Vedendo la storia degli ultimi secoli di potere angloamericano, possiamo dire che è stato accontentato, ma sappiamo anche che a certuni non basta mai.
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Nella sua intervista a Putin, Carlson ad un certo ha toccato un punto di questo tipo: gli ha chiesto se non credeva che ci fossero delle forze esterne all’umanità che nella storia intervengono per influenzare negativamente le persone e il corso degli eventi. Abbiamo visto Tucker sviluppare questa idea negli ultimi mesi, arrivando a dichiarare che l’aborto è un sacrificio umano sussurrato all’orecchio di ogni popolo della storia da queste forze esteriori, e possiamo dire che l’interesse per gli UFO dimostrato dal personaggio pare andare nella stessa direzione.
Il presidente russo ha risposto che no, non ci crede, la storia è regolata dalle solite leggi umane, insomma non c’è tanto da fare i mistici.
Per quanto sia difficile crederlo, è possibile che Putin, per una volta, si stia sbagliando?
Possibile che neanche lui veda il quadro che, via Navalnij e il milione di ragazzi ucraini e russi massacrati, ci si sta parando innanzi?
Possibile che non capisca che dietro alla sete di sangue della setta iniziatica chiamata CIA potrebbe esserci davvero qualcos’altro?
Sono cose che butto lì, in modo irresponsabile e irriverente. Ma non è che ho altri modi di pensare la cosa: vogliono la guerra totale a tutti i costi, vogliono il sacrificio planetario, vogliono l’inferno sulla terra.
E noi in qualche modo, sul piano della realtà o della metafisica, della carne o della preghiera, della volontà o dello spirito, dobbiamo impedirglielo. Costi quello che costi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Mitya Aleshkovskiy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata
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Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.
È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.
Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless.
A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience.
Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA
— Porsche (@Porsche) October 15, 2026
E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)
Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.
La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.
La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.
Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).
Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.
La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.
Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.
Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.
È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.
I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.
Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.
In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.
Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.
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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.
Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.
Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.
È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.
Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.
Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.
Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)
Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…
Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.
Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.
Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da Twitter
Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
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