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Trump promette di designare i cartelli messicani come terroristi

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Il presidente eletto degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha dichiarato domenica che intende etichettare i cartelli della droga messicani come organizzazioni terroristiche e lancerà una campagna pubblicitaria antidroga negli Stati Uniti.

 

«Designerò immediatamente i cartelli come organizzazioni terroristiche straniere», ha detto Trump in Arizona durante una conferenza del gruppo Turning Point, ribadendo la promessa elettorale di fare questa dichiarazione.

 

Durante il suo mandato nel 2019, Trump aveva pianificato di procedere con questa designazione, ma alla fine non lo fece dopo una richiesta dell’allora presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador (detto AMLO), che affermò di voler collaborare con il governo degli Stati Uniti per affrontare i cartelli della droga.

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Il programma elettorale di Trump prevede che, al suo ritorno alla Casa Bianca, ordinerà al dipartimento della Difesa di utilizzare «forze speciali, guerra informatica e altre azioni palesi e segrete per infliggere il massimo danno alla leadership, alle infrastrutture e alle operazioni del cartello».

 

I narcos messicani utilizzano ora droni, sia per il trasporto che per l’attacco di gang rivali. Armamenti come razzi RPG «donati» dagli USA all’Ucraina sono riemersi lungo il confine in spalla a picciotti del cartello. Il riciclaggio dei miliardi dei loro traffici di morte pare passare su varie banche internazionali così come in Canada.

 

Come riportato da Renovatio 21, la voce di un uso massiccio di operazione delle forze speciali (Delta Force, Navy Seal) contro i narcocartelli d’oltreconfine da parte dell’amministrazione Trump sta circolando da giorni.

 

Domenica Trump ha anche presentato in anteprima una nuova iniziativa pubblicitaria pensata per fornire informazioni sugli effetti dell’uso di droghe.

 


«Faremo pubblicità di quanto le droghe siano dannose per voi», ha detto Trump in Arizona durante una conferenza Turning Point, riferendosi alla campagna pubblicitaria. «Rovinano il vostro aspetto, rovinano il vostro viso, rovinano la vostra pelle, rovinano i vostri denti».

 

Sebbene non abbia fornito ulteriori dettagli sulla campagna, sembra che questa sia la prima volta che Trump fa riferimento al piano.

 

Come scrive Epoch Times, negli anni Settanta e Ottanta, vennero lanciate campagne pubblicitarie antidroga in tutti gli Stati Uniti, che culminarono nella campagna «just say no» dell’ex first lady Nancy Reagan, concepita per impedire ai giovani americani di fare uso di droghe. Le scuole pubbliche presentavano anche la Drug Abuse Resistance Education, nota anche come DARE, che cercava di fornire informazioni sulle droghe illegali e sulle sostanze controllate, nonché di prevenire l’appartenenza a gang e comportamenti violenti.

 

Molti della generazione X (cioè nati tra il 1965 e il 1980) ricordano come la campagna antidroga di Reagan tracimò anche nei videogiuochi da bar (i cosiddetti coin-op), dove perfino in quelli di fabbricazione giapponese compariva la schermata con lo stemma dell’FBI e la scritta «Winners don’t use drugs» («I vincenti non usano droghe»), una supposta citazione del direttore del bureau William S. Sessions.

 

 

 

L’efficacia di tale schermata è dibattuta, o forse no.

 

Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di americani sono morti per overdose del potente oppioide sintetico fentanil, cosa facile da fare grazie alla sua potenza: appena 2 milligrammi possono essere fatali. Il farmaco, che è da 50 a 100 volte più potente della morfina, viene spesso trafficato attraverso il confine tra Stati Uniti e Messico dai cartelli della droga con sede in Messico.

 

La campagna di Trump per il 2024 si è fortemente concentrata sul messaggio di fermare l’epidemia di fentanil e l’immigrazione illegale negli Stati Uniti. Dopo aver vinto le elezioni il mese scorso, il presidente eletto ha affermato che avvierà anche operazioni di deportazione di massa e dichiarerà un’emergenza nazionale sulla questione.

 

Lo zar delle frontiere della nuova amministrazione Trump, Tom Homan, ex direttore ad interim dell’US Immigration and Customs Enforcement, e altri funzionari di Trump hanno affermato che daranno priorità all’espulsione degli immigrati clandestini che hanno commesso reati o sono considerati una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

 

Si sono inoltre impegnati a deportare chiunque risieda illegalmente nel Paese, anche se Trump ha indicato che prenderebbe in considerazione l’idea di consentire agli immigrati clandestini che sono negli Stati Uniti fin dall’infanzia di rimanere, a determinate condizioni.

 

In un’intervista con il giornalista di Fox Sean Hannity, lo Homan ha osservato che «questi cartelli sono animali. Ed è per questo che il presidente Trump li cancellerà dalla faccia della Terra», aggiungendo che Trump intende «utilizzare tutta la potenza delle operazioni speciali degli Stati Uniti per eliminarli».

 


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Lo Homan ha inoltre sottolineato che «il 31% delle donne che intraprendono il loro viaggio vengono stuprate dai cartelli criminali… I bambini vengono stuprati. Ho parlato con bambine di appena nove anni che sono state stuprate più volte».

 

Il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti stima che 11 milioni di immigrati clandestini vivessero negli Stati Uniti nel 2022, le ultime statistiche disponibili. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 2024, Trump ha parlato di creare il «più grande sforzo di deportazione nella storia del nostro Paese» e ha chiesto di utilizzare la Guardia Nazionale e le forze di polizia nazionali nello sforzo.

 

Non è chiaro se nello suo sforzo pubbliciatario l’amministrazione Trump, che pare meme-friendly vista la presenza di Elone Musk e altri personaggi amanti di questa forma di comunicazione, utilizzerà il meme più efficace mai visto nella lotta contro il consumo di narcotici.

 

 

 

Il lettore può scandalizzarsi, ma se guarda dentro di sé sa che ciò corrisponde a verità. In realtà, anche se guarda fuori.

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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

 

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Storia geopolitica dell’oppio

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Il 26 giugno 2026 le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto annuale sulla droga: nel 2024 avrebbero fatto uso di stupefacenti circa 331 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Di queste circa 63 milioni consumano oppioidi, la seconda famiglia di droghe più diffusa al mondo dopo la cannabis. Dietro queste cifre si nasconde una storia lunga più di cinquemila anni in cui un fiore ha accompagnato riti religiosi, cure mediche, imperi commerciali, guerre coloniali e operazioni dei servizi segreti.   Nella bassa Mesopotamia i Sumeri coltivavano il papavero già intorno al 3000 a.C. chiamandolo hul gil, cioè pianta della gioia. Da lì la pianta passa agli Assiri, ai Babilonesi e agli Egizi, poi ai Greci e ai Romani. Omero ne celebra le virtù nell’Odissea mentre i medici dell’antichità la usano per indurre il sonno e calmare il dolore.   Il papiro di Ebers, uno dei più antichi trattati medici egizi, ne raccomanda l’uso perfino per calmare i bambini che piangono. Per millenni però l’oppio resta legato soprattutto alla medicina e alla religione: un consumo ristretto di cui non esiste alcuna misura.   La svolta arriva nel Seicento quando in India e in Persia si comincia a mangiare e bere oppio a scopo ricreativo. In Cina il consumo esplode dopo che il fumo dell’oppio prende il posto del tabacco appena messo al bando: nascono le fumerie che più tardi si diffonderanno in mezzo mondo.   È a questo punto che il papavero diventa un affare di Stato. Nel 1729 l’imperatore Yongzheng (1678-1735) ne vieta il fumo. In quell’anno le importazioni nell’impero sono di circa 200 casse da 63,5 chili ciascuna: poco più di dodici tonnellate. Poi entra in scena la Compagnia britannica delle Indie Orientali e le casse diventano circa 1.000 nel 1767. Nemmeno i divieti ribaditi dall’imperatore Jiaqing (1760-1820) nel 1796 e nel 1800 fermano la crescita: le casse arrivano a 10.000 l’anno tra il 1820 e il 1830 fino alle 40.000 del 1838, secondo i dati dell’Enciclopedia Britannica. Il meccanismo era semplice: la Compagnia pagava in argento il tè, la seta e le porcellane cinesi per poi riequilibrare i conti esportando a Canton l’oppio coltivato nel Bengala. Nel 1839 il commissario imperiale Lin Zexu (1785-1850) fa sequestrare ai mercanti stranieri oltre mille tonnellate di oppio che distrugge in pubblico. Lord Palmerston (1784-1865) manda la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti: è la Prima guerra dell’oppio che William Gladstone (1809-1898) definirà «la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare».   Con il trattato di Nanchino del 1842 la Cina cede Hong Kong ma soprattutto paga un’indennità di cui sei milioni di dollari d’argento servono a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto. Lin Zexu invece viene destituito ed esiliato. Pochi anni dopo i ribelli Taiping inseriranno nel loro programma il divieto di oppio, alcol e prostituzione.   La sconfitta cinese non chiude la partita. Dopo la Seconda guerra dell’oppio le importazioni toccano nel 1858 le 70.000 casse e il commercio viene legalizzato, come annotano i documenti dell’amministrazione coloniale britannica di Hong Kong: circa 4.500 tonnellate. In 130 anni il flusso verso la Cina si è moltiplicato per 350.   Intanto anche l’Europa si scopre consumatrice. Nel 1821 Thomas De Quincey (1785-1859) pubblica le Confessioni di un mangiatore d’oppio in cui racconta il consumo quotidiano di laudano, all’epoca un antidolorifico venduto legalmente in farmacia. La chimica fa il resto. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina, dieci volte più potente dell’oppio.   Con l’invenzione della siringa la morfina entra negli ospedali da campo: durante la guerra civile americana si stima che circa 400.000 soldati ne siano diventati dipendenti.   Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina presentandola come un sostituto della morfina privo di rischi di dipendenza oltre che come rimedio per la tosse. Il successo è immediato: la produzione passa dai 45 chili del primo anno ai 970 del 1913. Più di venti volte tanto in quindici anni. Eppure già nel 1899 un medico ne denunciava la pericolosità in un articolo scientifico.   Il picco storico arriva all’inizio del Novecento. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga nel 1906-07 la produzione mondiale di oppio è stimata in circa 41.600 tonnellate, quasi cinque volte quella illecita di un secolo dopo. In Cina quasi un quarto degli uomini consuma oppio mentre circa il 5% dell’intera popolazione ne è dipendente.   Il primo importatore mondiale è la Cina con 3.300 tonnellate mentre il maggiore importatore europeo è il Regno Unito con 386 tonnellate, in gran parte riesportate. È da qui che nasce il proibizionismo moderno: la Commissione internazionale di Shanghai del 1909 apre la strada alla Convenzione dell’Aia del 1912 cioè al primo trattato internazionale sulle droghe. Il trattato limita oppio, morfina e cocaina all’uso medico: dopo il 1919 entra nei trattati di pace della Grande guerra diventando di fatto globale mentre il consumo non medico passa dalle farmacie al mercato nero. La produzione legale crolla ma il mercato non scompare: cambia padroni. Lo storico Alfred McCoy lo ha documentato nel libro Politics of Heroin che la CIA cercò di vedere prima della pubblicazione. In Laos il traffico del nord-est era controllato dal generale Vang Pao (1929-2011), il comandante dei mercenari sostenuti dall’agenzia, mentre gli aerei e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio.   Negli anni Ottanta in Afghanistan la guerra segreta contro i sovietici fa esplodere la produzione al confine con il Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001 la parabola si ripete: la produzione afghana di oppio passa da circa 180 tonnellate nel 2001 a oltre 8.000 nel 2007. Nel 2009 il Paese arriva a produrre il 92% dell’oppio mondiale fino al record di 9.000 tonnellate del 2017. Sotto l’occupazione occidentale la produzione si moltiplica per cinquanta.   Negli stessi anni in cui l’eroina afghana inonda i mercati gli oppioidi tornano dove erano nati nell’Ottocento: in farmacia. Protagonista è la Purdue Pharma, acquistata nel 1952 dai fratelli Arthur (1913-1987), Mortimer (1916-2010) e Raymond Sackler (1920-2017), una famiglia celebre per le donazioni a musei e università. Nel 1996 l’azienda lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato come poco rischioso grazie al rilascio lento: bastava però frantumare la compressa per ottenere tutta la dose in un colpo.   Le vendite passano dai 45 milioni di dollari del primo anno ai 3,1 miliardi del 2010. La crisi degli oppioidi che ne è seguita avrebbe causato circa 700.000 vittime in due decenni. L’azienda si è dichiarata colpevole di frode per il marketing del farmaco per poi chiudere con i Sackler un accordo da 7,4 miliardi di dollari. La famiglia non ha mai ammesso di aver commesso illeciti. Nel 2010 la Purdue cambia la formula per renderla difficile da frantumare. Molti consumatori ormai dipendenti passano allora all’eroina di strada più economica e poi al fentanyl prodotto nei laboratori clandestini.   Oggi la mappa del papavero è stata ridisegnata. Dopo il divieto talebano del 2022 la produzione afghana è crollata mentre il Myanmar è passato da 420 tonnellate nel 2021 a oltre 1.000 nel 2025 senza però compensare le oltre 6.000 prodotte dall’Afghanistan nel 2022, come riferiscono i rapporti ONU. Le stesse Nazioni Unite parlano di una svolta nel mercato con la diffusione di oppioidi sintetici come fentanili e nitazeni. Il conto si paga in vite: secondo le stesse Nazioni Unite nel 2023 le morti per overdose sono state 172.000, in gran parte causate da oppioidi.   Se si guarda soltanto al papavero la parabola sembra chiudersi: dalle dodici tonnellate entrate in Cina nel 1729 alle oltre 41.000 prodotte nel mondo nel 1906 fino alle poche migliaia di oggi. È un’illusione. La morfina è dieci volte più forte dell’oppio mentre il fentanyl lo è fino a cento volte più della morfina.   Il mondo coltiva una piccola frazione del papavero di un secolo fa ma consuma una potenza farmacologica che nessun fumatore cinese dell’Ottocento poteva immaginare. Sono cambiati i padroni del commercio: la Compagnia delle Indie, poi i servizi segreti della guerra fredda, infine una famiglia di industriali farmaceutici e i laboratori clandestini dei cartelli. Cartelli che oggi sono vere imprese: in Messico contano circa 175.000 affiliati che ne fanno il quinto datore di lavoro del Paese.   Marco Dolcetta Capuzzo  

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Immagine di George Chernilevsky via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
 
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Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe

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Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.

 

Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».

 

L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».

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Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».

 

L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».

 

I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.

 

Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».

 

Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.

 

Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.

 

Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.

 

I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.

 

L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.

 

A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.

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I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.

 

La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.

 

Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.

 

I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.

 

Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.

 

Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in  pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».

 

Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:

 

«La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».

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«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.

 

La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.

 

In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia  l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.

 

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Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano

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Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.   Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.   Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.

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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.   L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.   «Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.   La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.   La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.   «Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.   Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.   Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.   Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.

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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.   Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.   Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.   Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.  

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