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Terrorismo

Tempio indù attaccato in Canada dai separatisti Sikh

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Il governo indiano ha condannato l’attacco da parte di presunti attivisti separatisti sikh a un tempio indù in Canada, dove la missione diplomatica aveva organizzato un campo consolare, definendo l’incidente «profondamente inquietante».

 

L’attacco avviene in un contesto di scontro diplomatico tra i due Paesi in seguito alle accuse di Ottawa secondo cui Nuova Delhi avrebbe preso di mira gli estremisti sikh sul suolo canadese.

 

In alcuni video ampiamente condivisi domenica, un gruppo di uomini armati di bastoni è stato visto attaccare i visitatori del campo fuori dal tempio di Brampton, appena fuori Toronto. Gli uomini portavano bandiere legate a gruppi pro-Khalistan, che sostengono uno stato-nazione separato per i Sikh ricavato dallo stato indiano del Punjab. Anche donne e bambini sono stati presi di mira durante l’attacco, secondo un rapporto del Times of India che cita la fondazione non-profit Hindu Canadian Foundation.

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«Abbiamo assistito oggi a violenti disordini orchestrati da elementi anti-India fuori dal campo consolare co-organizzato con l’Hindu Sabha Mandir a Brampton, vicino a Toronto», ha dichiarato l’Alto Commissariato indiano in Canada il giorno X.

 

L’incidente ha suscitato grande indignazione in entrambi i Paesi.

 

Il primo ministro canadese Giustino Trudeau, il cui governo all’inizio di questo mese ha accusato i funzionari indiani di aver compiuto «violenza» in Canada, prendendo di mira in particolare i sostenitori del Khalistan, ha condannato l’attacco. «Gli atti di violenza all’Hindu Sabha Mandir di Brampton oggi sono inaccettabili. Ogni canadese ha il diritto di praticare la propria fede liberamente e in sicurezza», ha scritto in un post su X, ringraziando la Peel Regional Police per la loro rapida risposta.

 

Il deputato Chandra Arya del Partito Liberale di Trudeau, tuttavia, ha attribuito l’attacco agli estremisti pro-Khalistan, affermando che «è stata superata una linea rossa». «Questo dimostra quanto profondo e sfacciato sia diventato l’estremismo violento dei Khalistan in Canada», ha osservato.

 

L’Arya ha espresso preoccupazione per il fatto che potrebbe esserci del vero nei resoconti che suggeriscono che i sostenitori dei Khalistan si sono infiltrati nelle agenzie politiche e di polizia canadesi.

 


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Anche il leader dell’opposizione canadese Pierre Poilievre ha denunciato la violenza, definendola «completamente inaccettabile».

 

Nuova Delhi, che ha respinto le accuse contro i suoi funzionari, tra cui il ministro degli Interni Amit Shah, ha precedentemente accusato il governo guidato da Trudeau di sostenere attivisti pro-Khalistan e di «ospitare» terroristi per ottenere vantaggi politici interni.

 

Nel mezzo della disputa diplomatica che ha portato all’espulsione di sei diplomatici, tra cui alti commissari, da parte di ogni paese all’inizio di questo mese, l’ex inviato indiano Sanjay Kumar Verma ha affermato che gli attivisti khalistani vengono utilizzati dalle agenzie di intelligence canadesi.

 

«Questa è la mia accusa; non sto fornendo alcuna prova a riguardo, ma so che alcuni di questi estremisti e terroristi khalistani sono risorse profonde dell’agenzia di intelligence canadese CSIS», ha affermato in un’intervista al canale canadese CTV News.

 

L’India ha costantemente sollevato preoccupazioni per gli attacchi alle missioni diplomatiche e ai templi indù nell’ultimo anno. A luglio, il BAPS Swaminarayan Mandir a Edmonton è stato vandalizzato e, in precedenza, un tempio indù a Windsor è stato deturpato con graffiti anti-India, scatenando una condanna diffusa e richieste di intervento da parte di funzionari sia canadesi che indiani.

 

All’inizio di questo mese, Nuova Delhi ha dichiarato di aver condiviso almeno due dozzine di richieste di estradizione contro individui legati al movimento Khalistan, accusati di terrorismo e crimini correlati in India, ma che tali richieste non sono state prese in considerazione dal governo canadese.

 

Nelle scorse ore si è tenuta una manifestazione di indiani canadesi in protesta all’attacco del tempio induista, in cui hanno cantato l’inno nazionale canadese.

 

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Come riportato da Renovatio 21, il «Khalistan» è alla base della veemente battaglia diplomatica che si sta combattendo in questo momento, tra India e Canada: Ottawa accusa Delhi di aver ucciso un cittadino canadese sikh riconosciuto leader dei «Khalistani». L’India, che ha avuto un suo diplomatico espulso dal Canada, ha risposto per le rime con accuse a Ottawa di sostenere il terrorismo, e ha sospeso tutti i visti per i cittadini canadesi.

 

La storia del Khalistan ha degradato i rapporti del Canada con Delhi al punto che un diplomatico indiano ha accusato Trudeau di essere arrivato al G20 con un aereo pieno di cocaina, mentre i due Stati si scambiano tremende accuse di favoreggiamento di terrorismo e di assassinio.

 

Come riportato da Renovatio 21, il movimento sikh internazionale per la formazione del cosiddetto «Khalistan», uno Stato sikh nel punkab, potrebbero aver tirato su la testa anche in Italia, con episodi di frizioni interna all’interno della comunità.

 

La settimana scorsa il leader dei separatisti del Khalistan Gurpatwant Singh Pannun aveva chiesto a Washington e Ottawa di punire Nuova Delhi per aver tentato di mettere a tacere i dissidenti in territorio straniero.

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Immigrazione

Il pattern della strage di Modena: jihad, psicosi, anarco-tirannia

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Ci hanno messo un po’ a dirci che il responsabile sarebbe un nordafricano. Non solo in Italia: ma pure all’Estero, dove l’efferato episodio di violenza ha avuto eco, hanno fischiettato. Tipo il New York Times, che ha titolato «Macchina sulla folla». Cioè, capito, la macchina, tipo senza pilota, che si scaglia a 100 all’ora contro pedoni a caso. Eccerto: anche il NYT aderisce a suo modo alla Carta di Roma, il giornalista deve evitare finché può di dire che il protagonista del fatto di nera è un immigrato.   Poi, quando è divenuto impossibile tacere delle origini del sospettato, è partita la litania psichiatrica: è solo un caso di malato di mente, è uno spostato, ha problemi, non c’entra nulla col terrorismo islamico. Trapela che le forze dell’ordine che hanno perquisito la casa non avrebbero trovato traccia di estremismo.  

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Insomma, circolare. Cioè, in senso metaforico: perché proprio nel non circolare, nella trasformazione del traffico in un’arma di insicurezza collettiva, si basa, a nostro dire, la strategia profonda dietro questo tipo di eventi.   Abbiamo, negli anni, preso qualche appunto. Al punto che è evidente a chiunque, per quanto lo si voglia negare, che c’è un pattern preciso, pure rivendicato, dietro questa modalità stragista.   20 giugno 2015, Graz, Austria: un uomo di 26 anni di origini bosniache, Alen R., lancia un SUV a tutta velocità nella zona pedonale della città, uccidendo 3 persone e ferendone 36. Le perizie riscontrano una grave psicosi paranoide e l’uomo viene dichiarato non imputabile ma internato in un ospedale psichiatrico.   14 luglio 2016, Nizza, Francia: Mohamed Lahouaiej-Bouhlel (un tunisino) guida un camion di 19 tonnellate per oltre 2 km sulla Promenade des Anglais durante i festeggiamenti del 14 luglio. 86 morti, oltre 430 feriti. Arriva la rivendicazione dell’ISIS.   9 dicembre 2016, Berlino, Germania: Anis Amri (un altro tunisino) ruba un camion e lo lancia contro il mercatino di Natale a Breitscheidplatz. 12 morti, 56 feriti. Rivendicato dall’ISIS anche questo.   17 agosto 2017, Barcellona, Spagna: il marocchino Younes Abouyaaqoub guida un furgone contro i pedoni sulle Ramblas. 16 morti, oltre 130 feriti. L’ISIS rivendica. Seguito da un altro attacco a Cambrils   22 marzo 2017, Londra, Gran Bretagna: Khalid Masood (un britannico convertito) lancia un’auto contro i pedoni sul Westminster Bridge, poi accoltella. 5 morti (4 sul ponte + 1 poliziotto). L’eccidio viene considerato attentato jihadista.   3 giugno 2017, Londra, Gran Bretagna: tre attentatori (inclusi Khuram Shazad Butt e Rachid Redouane) lanciano un furgone contro i pedoni sul London Bridge, poi accoltellano. 8 morti, 48 feriti. Rivendicazione ISIS   19 giugno 2017, Parigi, Francia: auto contro veicolo della polizia sui Champs-Élysées. L’attentatore viene ucciso.   31 ottobre 2017, Nuova York, Stati Unit d’America: l’uzbeco Sayfullo Saipov guida un pickup su una pista ciclabile. 8 morti, 11 feriti. Rivendicato dall’ISIS; Saipov ha gridato l’immancabile «Allahu Akbar».   20 dicembre 2024, Treviri, Germania: Taleb al-Abdulmohsen, uno psichiatra di 50 anni di origine saudita residente in Germania, lancia la sua BMW contro la folla a un mercatino di Natale a Magdeburgo uccidendo 5 persone. Le indagini hanno da subito iniziato a dire che l’uomo non era un estremista islamico, perché sui social criticava apertamente la religione, bensì un soggetto affetto da una grave forma di psicosi.   Pasqua 2026, un mese fa: un camion merci che procedeva ad alta velocità si è lanciato contro dei cattolici durante una funzione religiosa all’alba di Pasqua in Pakistan, causando un morto e 60 feriti.

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È una lista incompleta, perché vi sono molti altri casi. Questa testata ha spesso riportato gli allarmi, in tutta Europa, che ciclicamente giunge per i mercatini di Natale, obiettivo facile per le stragi automobilistico-jihadiste.   C’è da notare, da una parte, il pattern terrorista – l’uso dell’auto come arma, seguito, quando questa diviene non più utilizzabile per seminare la morte, dall’uso del coltello per colpire passanti a caso (esattamente come a Modena…) – , dall’altra, il pattern giornalistico: molto spesso viene invocata la questione psichiatrica, insomma gli stragisti so’ pazzi, e quindi non c’è nulla da farci, non è possibile prevenire il problema, ce lo dobbiamo tenere e basta, come un raffredore o un’emicrania.   Si tratta, crediamo, di una forma di manipolazione che la grande informazione dell’establishment, in accordo con lo Stato moderno (in Italia, ovunque) vuole infliggere alla popolazione che, di suo, potrebbe cominciare ad avere qualche dubbio sulle ramificazioni che l’immigrazione massiva degli ultimi tre lustri direttamente sulla nostra esistenza.   Questa malafede è sensibile per chi, all’altezza del Natale 2015 (cioè, a breve distanza dal Bataclan), ha cominciato a vedere moltiplicarsi ai bordi dei centri storici pedonali delle città italiane i simpatici «panettoni» di cemento per impedire l’ingresso alle auto, specie quelle di grossa taglia come furgoni, SUV etc. Il ministero degli Interni, e quindi le questure, qualcosa sapevano.   Perché il lettore di Renovatio 21 riconosce come dietro alle stragi con l’auto vi sia un pensiero preciso delineato apertis verbis dall’estremismo islamico organizzato. Infatti, la tattica è stata esplicitamente promossa espressamente nella rivista di Al-Qaeda (sì, Bin Laden era pure editore, come noi) Inspire. Lo stesso dicasi per l’ISIS, che parlò dei veicoli assassini nella sua rivista Dabiq nel 2016, specificando il fine di massimizzare le vittime con mezzi semplici.   Nel 2010, Inspire, la rivista online in lingua inglese prodotta da al-Qaeda nella Penisola Arabica, esortava i mujaheddini a scegliere luoghi «solo pedonali» e ad assicurarsi di prendere velocità prima di lanciare i loro veicoli contro la folla per «ottenere la massima strage». L’articolo si intitolava «The Ultimate Mowing Machine», cioè la«falciatrice definitiva», e mostrava un SUV dotato di lame.   Il fenomeno ha un nome preciso: vehicle-ramming attack, o VAW (vehicle as a Weapon, il veicolo come arma). Gli analisti dell’Intelligence ritengono si tratti di un’attraente alternativa, più economica e logisticamente semplice, del suicidio kamikaze, che invece richiede il contrabbando dell’esplosivo, la produzione della veste, etc.   Secondo l’FBI l’attacco con veicoli «offre ai terroristi con accesso limitato a esplosivi o armi l’opportunità di condurre un attacco sul territorio nazionale con una formazione o esperienza minima».   È noto come alcuni canali Telegram di radicalizzazione promuovevano attacchi con «camion, coltelli, bombe, qualsiasi cosa. È Tempo di vendetta», scrive il Combating Terrorism Center di West Point. Alcuni canali hanno inoltre diffuso «manuali operativi», basati su attacchi low-tech di successo realizzati in passato dai sostenitori dello Stato Islamico. Concepiti come guide didattiche per potenziali aggressori, questi manuali descrivono nei dettagli l’addestramento, la pianificazione e le strategie di attacco di autori come Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, che nel 2016 ha lanciato un camion merci contro la folla a Nizza, in Francia, uccidendo 86 persone e ferendone oltre 400.   Questi manuali rappresentano un nuovo tentativo non solo di glorificare gli aggressori e incoraggiare trame analoghe, ma anche di consentire ai potenziali autori di imparare dai successi e dai fallimenti degli operatori precedenti.

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È interessante ricordare anche la rivista Rumiyah (che significa «Roma» in arabo, in riferimento all’ambizione di conquistare l’Occidente) era la pubblicazione in inglese di propaganda dell’ISIS, uscita dal 2016 al 2017 come successore di Dabiq. Era più orientata verso i «lone wolf» ( i terroristi che agiscono singolarmente, i «lupi solitari») in Occidente rispetto a Dabiq, che era più ideologica e sullo Stato Islamico.   La sezione ricorrente più importante di Rumiyah era «Just Terror Tactics» («Tattiche di Terrore Giusto»), che dava istruzioni pratiche e dettagliate su come commettere attentati semplici con mezzi comuni. Qui si scriveva che «sebbene siano una parte essenziale della vita moderna, pochissimi comprendono realmente la capacità letale e distruttiva del veicolo a motore e la sua capacità di causare un gran numero di vittime se utilizzato in modo premeditato».   Veniva quindi definito come il veicolo ideale il camion da carico pesante, a doppio asse posteriore, per schiacciare meglio le vittime: grande peso, accelerazione ragionevole, telaio e paraurti leggermente rialzati (per salire sui marciapiedi e superare barriere). Erano dati preziosi suggerimenti per il massacro: riempire il serbatoio di carburante, pianificare il percorso (accelerare al massimo su strade con folla), rubare il veicolo «con la forza o con l’inganno» se necessario (noleggi, furti), portare armi aggiuntive (coltelli, armi da fuoco) per continuare l’attacco dopo lo schianto.   Gli obiettivi consigliati erano i grandi raduni all’aperto: mercati, festival, parate, celebrazioni, convention, strade pedonali affollate, eventi politici e qualsiasi attrazione esterna che attiri grandi folle, specialmente con poca sicurezza, massimizzando morti e feriti schiacciando e travolgendo le persone, ricordando ai «crociati» (cioè gli occidentali) il terrore che l’Islam può infliggere loro.   L’articolo sulla rivista ISIS includeva immagini di camion a noleggio e della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s a New York come esempio di obiettivo di morte.   Nel numero 9 (maggio 2017) di Rumiyah, la rubrica «Just Terror Tactics: Truck Attacks» («Tattiche del Terrore Giusto: attacchi con i camion») conteneva un’infografica con consigli su selezione del veicolo, acquisizione e target (festival, mercati, raduni). Riprendeva e raffinava i consigli precedenti. La rivista jihadista quindi lodava gli attacchi riusciti (Nizza 2016, Berlino 2016) definendoli «operazioni di terrore giusto» compiute da «soldati del Califfato».   Ciò che non è perfettamente compreso è come l’ISIS abbia creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, poteva commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che rivendicava. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.   Non solo l’islamismo ultra-wahabita dell’IS gode di questa capacità: altri gruppi molto meno organizzati, come gli Incel o certo suprematismo bianco e sicuramente i transessuali armati, può incappare nello stesso meccanismo: il pazzo fa la strage, in seguito viene esaltato, vivo o morto, da forum internet (non solo nel Dark Web) di suoi simili. Ciò è vero persino per chi, come gli school shooter americani, fa la strage solo per il gusto di farlo, forse solo perché annebbiati dagli psicofarmaci SSRI: gli assassini, si è scoperto, hanno un profondo seguito online fatto da ragazzi e ragazze che vogliono emulare.   L’ISIS è solo più organizzata di questi gruppi, e ciò è riconosciuto dall’affiliazione indiretta ma esibita di tanti movimenti di terroristi di tutta l’Africa, che scelgono volentieri il brand della massima realtà jihadista.   Di fatto, lo Stato Islamico è un culto della morte che è riuscito a sussumere gli impulsi della gioventù islamica mondiale, in ispecie quella di seconda o terza generazione immigrata in Occidente – ciò era chiaro quando, una dozzina di anni fa, comparivano in rete i meme di propaganda ISIS tarati proprio sulla generazione giovanissima: «This is our Call of Duty. And we respawn in Jannah», diceva un’immagine circolante in rete che prendeva spunto dal famoso videogioco: «Questa alla nostra chiamata al servizio. E ci rigeneriamo (cioè, quando nei videogame si reinizia dopo essere stati uccisi) in paradiso».

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Ora ha poca importanza che pure il ministero dell’Interno continui a spiegarci che si tratta di «problemi psichiatrici». No, questa è la psicosi stragista che giocoforza si genera con l’immigrazione di massa, e sulla quale il terrore organizzato programma lo sfruttamento.   «Allahu Akbar» gridato o meno, è evidente che gli effetti – la macchina assassina, i coltelli, la strage – sono i medesimi. Tragedie che esistono solo in funzione dell’immigrazione.   Se poi uno si chiede se c’è un motivo profondo, al di là dell’intenzione di morte degli attentatori immigrati, rispondiamo con semplicità: è l’anarco-tirannia. È il caricamento di uno Stato tirannico per il cittadino ma anarchico per l’immigrato, la cui funzione diviene quella di terrorizzare il cittadino, e levargli dalla testa altre aspirazioni (la famiglia, il salario, la salute) che non siano la sua stretta sopravvivenza.   Perché, poco più in là, c’è la proposta della biosorveglianza assoluta: per evitare che succedano queste cose, accetta di sottoporti al totalitarismo elettronico totale, il riconoscimento facciale, l’auto che può essere spenta da remoto.   Quindi, visto che la barzelletta secondo cui ci pagano le pensioni non è più possibile, diciamo la verità: l’importazione di milioni di immigrati giovani e criminali (criminali nell’atto stesso di immigrazione clandestina) serve da volano per lo Stato della sorveglianza totalista, di cui abbiamo avuto un assaggio col green pass.   Abbiamo scritto, in passato, che il futuro ruolo degli immigrati fatti entrare in massa poteva essere quello dei nostri guardiani durante la prossima emergenza: in realtà, la nostra sottomissione la stanno producendo già oggi comportandosi da assassini.   Il nostro domani, e in realtà già il nostro presente, ha due principali ingredienti: massacro e controllo. L’anarco-tirannia non è un concetto, ma è ciò che impatterà materialmente sulla vostra esistenza rendendola un inferno.   Roberto Dal Bosco

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Terrorismo

Attacco di Israele per assassinare un capo di Hamas

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Israele ha condotto attacchi a Gaza contro il comandante militare di Hamas, Izz al-Din al-Haddad, come annunciato in una dichiarazione congiunta del premier Benjamino Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz. Si tratta del primo attacco contro un alto esponente del gruppo militante dall’accordo mediato dagli Stati Uniti a ottobre, finalizzato a porre fine ai combattimenti nell’enclave palestinese.

 

Gli attacchi di venerdì hanno provocato la morte di almeno sette persone e il ferimento di oltre 50, trasportate all’ospedale Al-Shifa, secondo quanto riferito dai servizi di emergenza di Gaza. Nessuna delle due parti ha confermato se il leader di Hamas sia rimasto ucciso o ferito nell’operazione.

 

Nella dichiarazione congiunta diffusa venerdì, Netanyahu e Katz hanno sostenuto che al-Haddad era tra gli «artefici» dell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 e lo hanno accusato di essere coinvolto nel sequestro di ostaggi presi durante l’assalto. Lo hanno inoltre accusato di essersi rifiutato di attuare un piano promosso dal presidente statunitense Donald Trump per il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione di Gaza.

 


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Dall’entrata in vigore della prima fase del cessate il fuoco lo scorso anno, Israele ha proseguito a condurre attacchi a Gaza, gran parte della quale è stata ridotta in macerie. In base alla tregua, le forze israeliane hanno mantenuto il controllo di una zona in gran parte spopolata che copre più della metà dell’enclave, mentre Hamas ha conse

 

rvato il controllo della restante striscia costiera.

 

Entrambe le parti si sono reciprocamente accusate di violazioni della tregua e i colloqui per far avanzare il piano postbellico di Trump per Gaza restano in stallo.

 

L’anno scorso Izz al-Din al-Haddad ha assunto la guida del braccio armato del gruppo dopo che le forze israeliane hanno ucciso Muhammad Sinwar, fratello di Yahya Sinwar, uno degli ideatori dell’attentato del 7 ottobre.

 

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Terrorismo

Alto comandante dell’ISIS ucciso da USA e Nigeria

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Abu-Bilal al-Minuki, numero due dello Stato Islamico (IS, in precedenza noto come ISIS/ISIL) a livello mondiale, è stato ucciso in Nigeria per suo ordine.   L’operazione si inserisce negli sforzi di Washington per riaffermare la propria influenza nella volatile regione africana del Sahel, dove una serie di colpi di stato militari e il crescente sentimento anti-occidentale hanno indebolito la posizione degli Stati Uniti e dei loro alleati europei.   Al-Minuki è stato eliminato durante la notte in una missione congiunta «pianificata meticolosamente e molto complessa» condotta dalle forze americane e nigeriane, ha scritto Trump in un post sulla sua piattaforma Truth Social sabato.   Il presidente statunitense ha affermato che l’alto comandante dell’ISIS, da lui definito «il terrorista più attivo al mondo… pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo delle fonti che ci tenevano informati sulle sue attività».   «Non terrorizzerà più le popolazioni africane, né contribuirà a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua rimozione, l’attività globale dell’ISIS si riduce notevolmente», ha scritto.   Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu ha dichiarato in un post su X che al-Minuki è stato ucciso insieme a diversi suoi luogotenenti in un attacco a un complesso dello Stato Islamico nel bacino del lago Ciad.   Il Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM) ha successivamente diffuso filmati aerei del bombardamento.  

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Nel 2023, durante l’amministrazione dell’allora presidente Joe Biden, Washington aveva etichettato Al-Minuki, cittadino nigeriano, come «terrorista globale designato in via speciale». Il Dipartimento di Stato aveva affermato che faceva parte di un organo amministrativo all’interno dell’ISIS che fornisce «orientamento operativo e finanziamenti in tutto il mondo».     A dicembre, Trump aveva accusato le autorità nigeriane di non aver protetto i cristiani nel Nord-Ovest del Paese dai militanti islamisti. Il governo ha negato di aver discriminato alcun gruppo religioso.   Poco dopo, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi aerei contro militanti legati allo Stato Islamico in Nigeria. Successivamente, Washington ha inviato 200 soldati americani per fornire addestramento e informazioni alle forze nigeriane impegnate nella lotta contro i jihadisti. Secondo le autorità, i militari statunitensi hanno ricoperto un ruolo strettamente non combattente.   Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump aveva annunciato l’uccisione del fondatore e leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, in un raid delle forze speciali statunitensi in Siria.   Nonostante decenni di operazioni antiterrorismo americane, la violenza jihadista continua a diffondersi in alcune zone del Medio Oriente e dell’Africa occidentale, con gruppi militanti che sfruttano la debolezza della governance, la povertà e l’instabilità politica.

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