Politica
Assad for president
Il Capo dello Stato italiano si gode ben 4 minuti di applausi sul palco reale della Scala di Milano. Chi si manifesta alla prima della Scala raramente è alieno all’establishment, quasi sempre gli è caro: vale tanto per chi è osannato, quanto per chi si spella le mani. La serata milanese è l’istantanea perfetta dell’Occidente sazio e disperato, stordito e smidollato, che balla ebbro a bordo del Titanic.
Noi invece, da alieni, vorremmo riservare non 4, ma almeno i proverbiali 92 minuti di applausi, con standing ovation, al Capo dello Stato siriano Bashar al Assad, un uomo al comando di una piccola nazione in guerra ininterrotta da nove anni. Nove lunghissimi anni. Perché l’intervista che ha reso a fine novembre all’ex presidente Rai Monica Maggioni è stata impeccabile: limpida, sincera, potente. A tratti commovente, come quando si è definito, alla pari di tutti i siriani, un sopravvissuto. «In una guerra nazionale come questa, in cui quasi tutte le città sono state danneggiate dal terrorismo o dai bombardamenti esterni, allora puoi parlare di tutti i siriani come sopravvissuti…Faccio parte di quei siriani, non posso essere disconnesso da loro». Del resto, nessuno più di lui incarna oggi il bersaglio del potere omicida dell’impero occidentale e della correlativa mistificazione mediatica che ad esso tenta di fare da scudo.
La storia della mancata messa in onda dell’intervista sui palinsesti nazionali è nota, ed è francamente incredibile. Che 24 minuti di materiale giornalistico di primissima scelta, su tema così scottante e con attori di tanto calibro, siano rigettati dalla Tv di stato è qualcosa che, con ogni evidenza, ha a che fare con la parola “censura”. Non è un passaggio difficile da comprendere, considerata l’immagine adamantina che dal servizio esce di un preteso dittatore sanguinario, capo – secondo la narrazione mainstream da lui stesso evocata – di un «cattivo governo che uccide la brava gente».
È più difficile comprendere, piuttosto, perché i vari inviati di guerra italiani – tra cui Micalessin, che con la Maggioni ha il trascorso di «un lungo legame sentimentale» – minimizzino la vicenda, imputando l’oscuramento a beghe, personali e sindacali, interne alla azieda. Foa intanto, come sempre, appare disperso.
Assad, con olimpica serenità, accusa l’Europa (oltre agli Stati Uniti) di avere sostenuto il terrorismo, e di essere dalla prim’ora il principale responsabile della creazione del caos in Siria. Ma come, mamma UE, quella che vuole il nostro benessere e la nostra pace, quella che vuole a tutti i costi aiutarci coll’imposizione del MES, sarebbe complice delle stragi siriane? Non va bene, no.
«La situazione – spiega il Presidente – non era quella che ha tentato di mostrare la narrativa occidentale; la narrativa occidentale cercava di mostrare i siriani in lotta l’uno contro l’altro, in quella che hanno chiamato una “guerra civile”, e ciò è fuorviante. La situazione non era di guerra civile». E continua: «Non c’è una guerra settaria, non c’è una guerra etnica, non c’è una guerra politica: erano terroristi, sostenuti da potenze estere che avevano denaro e armamenti e occupavano quelle aree».
Ma come, non c’è mai stata una “guerra civile” in Siria? Assad lo spiega incontrovertibilmente: No, l’unica cosa che c’è stata, è il terrorismo. E il terrorismo è stato spinto e armato dall’Europa, dagli USA, dalla Turchia. E nemmeno questo va a genio, ovviamente, ai padroni del vapore. Proprio no.
Decisamente intollerabile, poi, che Assad, pure con delicatezza, ridimensioni uno degli esponenti più in vista della cupola mondiale, e definisca con eleganza Bergoglio “male informato” sui fatti siriani in quanto vittima pure lui della narrazione dominante. Chi altri ha il coraggio di parlare così? Non c’è il rischio che si apra una breccia nella diga, per cui potremmo cominciare a dire anche noi che Bergoglio è “male informato” per esempio su immigrazione, culti tribali, omosessualismo, genderismo, dottrina cristiana?
Possiamo davvero fare a meno del Vaticano? Assad sembra dire, e in modo convincente, di sì: io sono qua e ho difeso il mio popolo comunque, anche contro il Vaticano “disinformato”. A Bergoglio che gli dà lezioni di umanità risponde con una lezione di logica, spiegando come «senza il sostegno del popolo non puoi avanzare politicamente, militarmente, economicamente e in ogni aspetto. Non avremmo potuto sostenere questa guerra per nove anni senza il sostegno pubblico. E non avremmo potuto avere sostegno pubblico mentre si stavano uccidendo civili. Questa è una equazione, una equazione evidente, nessuno può smentirla».
Ma gli manda a dire qualcosa di più: gli spiega che, siccome il Vaticano è uno Stato sovrano, come qualsiasi altro Stato che si preoccupi della sorte dei civili, ha il dovere di risalire alle ragioni del problema, e «la ragione principale è il ruolo occidentale nel sostenere i terroristi e le sanzioni contro il popolo siriano che hanno peggiorato la situazione». Il Vaticano, anzi, se davvero facesse il proprio dovere, dovrebbe «convincere molti stati a smettere di immischiarsi nella questione siriana, a smettere di violare il diritto internazionale». Infatti «abbiamo solo bisogno che le persone seguano il diritto internazionale: i civili saranno al sicuro, l’ordine tornerà e tutto andrà bene. Nient’altro».
Ma poi, diciamola tutta: impressiona che il Presidente pronunci più volte nell’intervista la parola “wahabita” (egli parla di ideologia oscurantista, wahabita, estremista, islamista). Che è poi un altro modo per dire: saudita. Il wahabismo è quella versione dell’islam, estremo ed iconoclasta, che regge il regno saudita. Come noto, i miliardi arabi negli ultimi 50 anni sono serviti per wahabizzare, cioè estremizzare, gli imam sunniti di tutto il pianeta, dal Pakistan a Viale Jenner, da Bruxelles a Finsbury Park, dal Kosovo (capitale mondiale di foreign fighters pro capite) alla Cecenia.
Con i sauditi, e con il loro attuale dominus de facto, il principe Mohammed bin Salman (che ha ammesso le proprie responsabilità nello squartamento del connazionale giornalista del Washington Post Adnan Khashoggi), l’Italia ha rapporti cordialissimi: per il petrolio, per l’economia (prodotti di lusso, armi) e per questioni militari (ancora armi, addestramenti). Vale solo la pena di ricordare come l’Arabia Saudita non sia una repubblica laica, tipo la Siria, ma un regno teocratico, dove vige la sharia, con punizioni corporali e pena di morte, un regno che ha i famosi “diritti delle donne” in cima ai propri pensieri. Vale la pena di ricordare anche come, durante il regno dell’ISIS, nelle sue scuole erano adottati testi scolastici provenienti dall’Arabia Saudita. In breve – lo ha scritto icasticamente il New York Times – l’Arabia Saudita è un ISIS che ce l’ha fatta.
Considerato tutto questo, colpisce che l’influenza saudita in Italia si prenda oggi, sfacciatamente, un pezzo della sinistra, e del governo. Matteo Renzi, pur avendo fardelli famigliari e giudiziari piuttosto pesanti, ha trovato il tempo di andare e venire dall’Arabia Saudita e, tra l’altro, di presenziare al convegno annuale degli investitori globali iper-miliardari indetto dal succitato Mohammed bin Salman lo squartatore, che con il suo regno sta per affrontare oggi la prova più difficile: portare in Borsa la Saudi Arabian American Company (ARAMCO), cioè l’industria nazionale – id est: famigliare – dei petroli (per la cronaca, l’operazione è andata finalmente in porto proprio in queste ore, totalizzando una capitalizzazione pari al PIL italiano, cioè 1,88 trilioni di dollari).
Il principe vuole modernizzare il Paese, vuole ridurre la dipendenza dal petrolio, vuole creare NEOM, una città nel deserto abitata da androidi, ricconi ed artisti. È abbastanza comprensibile, allora, che ogni parola non conforme al gergo del geopoliticamente corretto – come per esempio una intervista ad Assad che ripete la parola magica “wahabita”, quella che apriti sesamo ci porta nella grotta del fondamentalismo – possa creare un vulnus economico non da poco in questo momento cruciale di trapasso saudita in borsa. Equivale a mostrare che i nemici di Riyadh sono in buona forma…sono sopravvissuti. Nonostante i tentativi di assassinio, nonostante le balle sulle armi chimiche (spiegate stupendamente dal grande accusato), nonostante lo sputtanamento internazionale continuo, nonostante un decennio di guerra contro la più infame e sanguinaria potenza terrorista mai apparsa sulla terra.
È noto che in questo momento i Sauditi hanno rotto gli indugi mostrando senza veli la collaborazione con un altro paese limitrofo, Israele. Col risultato che, tra il Regno wahabita, lo Stato ebraico e i residui dello Stato Islamico, l’unico soggetto non-teocratico del gruppo è proprio la Siria.
Ora, dopo queste brevi constatazioni, non è peregrino immaginare che qualcuno non abbia gradito i contenuti dell’intervista ad Assad di Monica Maggioni, pure frequentatrice occasionale del Bilderberg (ma nessuno è perfetto).
Forse la cosa giusta da fare sarebbe cercare di capire chi possa avere fatto la telefonata per bloccare la messa in onda. Di chi sia, cioè, la cornetta fumante. Di certo, la versione dimessa degli inviati di guerra, che vorrebbero liquidare l’incidente diplomatico come una banale ricaduta, solo un po’ imbarazzante, di beghe d’ufficio interne alla Rai, è quantomeno riduttiva, se da fonti mediorientali giunge notizia che Facebook e Twitter pare abbiano chiuso il canale/pagina della presidenza della repubblica siriana durante la messa in onda della intervista. Altro che beghe d’ufficio…
Ma è anche vero che non vale nemmeno la pena di lambiccarsi il cervello, perché oramai ogni schifezza del potere, ogni aberrazione della propaganda, ogni crimine delle istituzioni, tutto quanto viene compiuto alla luce del sole, condito da una hybris sconvolgente, che è pura pornografia politica, geopolitica, diplomatica, giornalistica.
In questo mondo putrescente, in questo tempo sconfortante, noi ora vogliamo solo alzarci in piedi e applaudire, con o senza Tosca, il presidente Bashar al-Assad. Uno che difende «l’integrità e la sovranità» del suo paese. Uno che afferma «usciremo da questa guerra più forti». Uno che dice e ripete: «il mio lavoro non è quello di essere contento di quello che sto facendo o di non essere felice o altro, non riguarda i miei sentimenti, riguarda gli interessi della Siria, quindi ovunque andranno i nostri interessi, lì andrò anch’io». Uno che sa cos’è l’onore.
Uno che, peraltro, con l’Italia vantava pure un trascorso significativo: l’11 marzo 2010 Giorgio Napolitano gli assegnava l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone al merito della Repubblica Italiana, «eccezionalmente conferita per altissime benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nell’espletamento di cariche pubbliche e di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari». Finché un paio di anni dopo, il 28 settembre 2012, errata corrige, l’onorificenza fu revocata per indegnità. Ma basta guardare e ascoltare pochi minuti dell’intervista proibita per capire che l’indegnità abita altrove.
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Politica
AfD stravince le elezioni in Sassonia-Anhalt: sarà ancora perseguitata? Subirà la «melonisierung»?
Alternativa per la Germania (AfD) ha prevalso nelle elezioni regionali di domenica nello Stato tedesco orientale della Sassonia-Anhalt, ottenendo il 43,8% dei voti, secondo la commissione elettorale locale. L’AfD si appresta a conquistare 39 dei 97 seggi nell’assemblea legislativa regionale, senza però raggiungere la maggioranza di governo.
La consultazione è stata contrassegnata da un’affluenza record del 78%, la più elevata dalla riunificazione tedesca del 1990. Secondo i risultati preliminari ufficiali, il partito del cancelliere Friedrich Merz, l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), è arrivato secondo con un esito deludente: poco più del 17,2% dei voti e 15 seggi.
Ulrich Siegmund, candidato di punta dell’AfD nello Stato, ha dichiarato che il partito ha «scritto la storia» e che l’esito del voto «scuoterà tutta la Germania».
«Riconquisteremo il nostro Paese, e cominciamo dalla Sassonia-Anhalt», ha affermato. I tedeschi hanno dato la loro fiducia all’AfD e «non li deluderemo. Non diventeremo come questi altri partiti», ha aggiunto Siegmund.
Remarkable scenes in Germany as the @AfD smashes the oppposition by a huge margin in in the eastern state of Saxony-Anhalt
More than twice the ruling parties vote.
Of course, discussion in Brussels is now about how to “Stop the AFD” not on listening to the people’s choice.…
— Chay Bowes (@BowesChay) September 6, 2026
🇩🇪 AfD has made history in Saxony-Anhalt, surging to around 44% and coming within touching distance of an absolute majority.
The CDU collapsed from 37% to about 18%.
Now the only way to keep AfD out of government may be a stretched anti-AfD coalition of CDU, SPD, Greens and the… pic.twitter.com/i2lxMCifW2
— Europa.com (@europa) September 6, 2026
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In precedenza la co-presidente dell’AfD, Alice Weidel, non aveva escluso la possibilità di un governo di coalizione nella regione, anche con i cristiano-democratici di Merz, qualora il partito di destra non avesse ottenuto la maggioranza assoluta.
Dopo che gli exit poll hanno assegnato la vittoria all’AfD, Sven Schulze, candidato capolista della CDU in Sassonia-Anhalt e presidente regionale uscente, ha riconosciuto la sconfitta e si è congratulato con gli avversari per il successo elettorale. «Questa è democrazia», ha affermato Schulze, aggiungendo che gli elettori hanno inviato un messaggio chiaro da ascoltare sia a livello regionale sia federale, come riportato dai media tedeschi.
Lo Schulze ha attribuito il risultato modesto del proprio partito alle politiche impopolari del governo di coalizione federale, composto da CDU e Partito Socialdemocratico (SPD). Anche il co-leader dell’SPD e vicecancelliere Lars Klingbeil ha parlato di un «segnale a Berlino», insistendo però sulla necessità di proseguire con la cosiddetta politica del «firewall», in base alla quale i principali partiti rifiutano ogni collaborazione con l’AfD.
Il co-presidente dell’AfD, Tino Chrupalla – figura politica oggetto di debancarizzazione e pure inquietanti attacchi con siringhe per iniezioni – ha sostenuto che l’esito delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt dimostra che gli elettori respingono la controversa politica del «firewall» votando contro i partiti tradizionali.
Secondo i risultati preliminari, l’SPD si è classificato terzo con il 9,3% dei voti, seguito dai Verdi e dal Partito della Sinistra con rispettivamente l’8,9% e l’8,6%. Anche l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) è riuscita di stretta misura a entrare in parlamento con il 5,3%.
Negli ultimi mesi i sondaggi hanno indicato in modo costante l’AfD come il partito più popolare a livello nazionale, con il sostegno del 28% degli intervistati.
Il partito, che costituisce la più grande fazione di opposizione nel Bundestag, fonda la propria campagna su una piattaforma anti-immigrazione ed è inoltre fortemente critico verso il sostegno del governo tedesco all’Ucraina e verso le sanzioni contro la Russia.
Un sondaggio INSA pubblicato dalla testata germanica Bild a fine agosto indicava che il sostegno al blocco di governo cristiano-democratico CDU-CSU era sceso al 20%, con circa il 78% degli intervistati insoddisfatto del governo di coalizione di Merz.
A marzo AfD aveva ottenuto quasi il 20% dei voti alle elezioni regionali nello stato tedesco occidentale della Renania-Palatinato. A fine 2025 il partito aveva triplicato i voti nella land della Renania Settentrionale-Vestfalia (il land del cancelliere Federico Merz) e volava in testa ai sondaggi nazionali come primo partito. Nella cittadina di Ludwigshafen era stato escluso il candidato AfD dalle elezioni, che si sono quindi tenute con la risibile affluenza del 29%.
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Nelle ultime elezioni negli stati di Sassonia e Turingia, l’AfD ha demolito la coalizione di sinistra al potere. In Turingia, ha ottenuto i voti del 37% dei 18-24enni. La crescita del partito ha portato anche a fenomeni di cannibalismo elettorale fra i partiti della coalizione, con la sparizione totale dei Verdi dal Parlamento del land del Brandeburgo.
Come riportato da Renovatio 21, Verdi e democristiani avevano segnalato la volontà di bandire l’AfD ancora mesi fa, quando era emerso che era divenuto il secondo partito del Paese e il primo della parte orientale. Nell’ultimo episodio di trasformismo compromissorio democristiano, la CDU si è dichiarata pronta ad allearsi con il partito ecologista per fermare l’avanzata di AfD e del nuovo partito populista di sinistra anti-guerra ed anti immigrati di Sahra Wagenknecht il BSW.
Per AfD, tuttavia, la vittoria può aprire a tempi problematici: notoriamente, il partito è stato perseguitato non solo dagli altri partiti, ma pure dagli apparati di sicurezza interna del Paese. Negli scorsi mesi il Bundesamt für Verfassungschutz (BfV) – il servizio di sicurezza interno, che secondo il nome dovrebbe difendere la Costituzione – mette sotto osservazione il partito: ad aprile 2023 era emerso che i servizi avevano etichettato l’organizzazione giovanile AfD come «estrema destra» in modo da poter sorvegliarne i membri. Pochi mesi fa il BfV aveva reiterato la classificazione di AfD come «estremista».
Come riportato da Renovatio 21, la caccia dell’Intelligence germanico a AfD è risalente. A livello federale, il partito è soggetto a una classificazione di livello inferiore che consente comunque il monitoraggio, sebbene con controlli giudiziari più rigorosi. Tuttavia, le autorità federali hanno richiesto un innalzamento del livello di sorveglianza per l’AfD, e la decisione finale è attualmente sospesa in attesa dell’esito di un ricorso legale presentato dal partito.
Come riportato da Renovatio 21, la Bassa Sassonia aveva inserito la sezione locale di AfD in una lista nera come «priorità di sorveglianza»un mese fa. Un Commissario di polizia del Budestag l’anno scorso aveva chiesto l’epurazione dei membri di AfD dai ranghi della Polizei, mentre il partito veniva escluso dai seggi della presidenza della commissione parlamentare al Bundestaggo di Berlino.
Come riportato da Renovatio 21, di recente è emersa una bozza di legge del governo tedesco introdurrebbe una norma che impedirebbe alle persone con opinioni «estremiste» di acquistare una casa.
La follia orwelliana in atto in Germania era stata condannata l’anno scorso dal segretario di Stato USA Marco Rubio e dal vicepresidente statunitense JD Vance.
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La persecuzione civile e politica del partito è multidimensionale: nel giugno 2025 l capo della polizia del Bundestag tedesco, Uli Grötsch, ha chiesto che tutti i membri del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) vengano rimossi dal servizio di polizia. Un mese prima l’agenzia di Intelligence interna tedesca ha temporaneamente sospeso la classificazione di AfD come gruppo «estremista di destra confermato», in attesa dell’esito di un ricorso legale. La tregua, tuttavia, arriva in anni di lotta persistente contro la formazione politica sovranista.
Il partito, che per i sondaggi è il maggiore del Paese, è escluso dai seggi per la presidenza alla commissione parlamentare del Bundestaggo.
A giugno, una ONG tedesca di orientamento liberal-progressista, la Gesellschaft für Freiheitsrechte («Società per i diritti civili») , ha proposto di dichiarare incostituzionale il principale partito populista del Paese
Come riportato da Renovatio 21, i leader del partito in passato hanno fatto capire di ritenere l’Europa un progetto fallito, e spingendosi sino a chiedere un referendum per uscire dalla UE. AfD porta avanti apertamente una politica di remigrazione, cioè il rimpatrio di milioni («milionenfach») di immigrati giunti irregolarmente su suolo tedesco
Si apre pure quella che sembra pure una prova più grande per il partito: quella di rimanere fedele alle promesse agli elettorali, e non diventare di colpo «moderato» una volta raggiunta la stanza dei bottoni.
Il problema, ai vertici dell’AfD, se lo sono già posto, facendo un’ulteriore giuramento ai sostenitori: il partito non subirà una melonisierung, una «melonizzazione» – così disse Chrupalla dopo che l’AfD era stata espulsa dal gruppo Identità e Democrazia (ID) al Parlamento europeo all’inizio di questo mese.
Si tratta di un promessa di non poco conto. Come sa il lettore di Renovatio 21, sotto il governo Meloni sono aumentati gli sbarchi di immigrati clandestini.
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Politica
Ben-Gvir pubblica un video AI con i palestinesi su un nastro trasportatore diretti verso una prigione-mattatoio
Israel’s national security minister, Ben-Gvir, posted this AI video of Palestinians being sent into a slaughter house on an industrial conveyor belt. It reached 4 million views before he removed it.https://t.co/9CHVNCq32J pic.twitter.com/wDZZ95ftDP
— Glenn Diesen (@Glenn_Diesen) September 2, 2026
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Il centro di sterminio dispone anche di «cabine di osservazione» dove gli israeliani possono assistere all’esecuzione. A inizio maggio 2026, in occasione del suo 50° compleanno, la moglie di Ben-Gvir, Ayala, e i membri del suo partito hanno regalato al ministro delle torte di compleanno decorate con un cappio, a festeggiare l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi accusati di terrorismo. Il ministro dello Stato Ebraico famoso per aver affermato che avrebbe garantito che «i terroristi [in prigione] ricevessero il minimo indispensabile» in termini di cibo e per aver sostenuto l’anno scorso che «non esiste un popolo palestinese». In passato, Ben-Gvir ha già manifestato il suo disprezzo per i prigionieri davanti alle telecamere. Attivisti australiani che partecipano alla flottiglia umanitaria per Gaza (la Global Sumud Flotilla) accusano le forze di sicurezza israeliane di stupro e tortura in seguito al loro arresto avvenuto a maggio. Il servizio penitenziario israeliano ha negato tali accuse. Il Ben-Gvir è stato ripreso dalle telecamere mentre scherniva i detenuti non combattenti, suscitando l’indignazione pubblica anche del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Il ministro israeliano gli ha risposto dicendo oscuramente che «l’Italia è il Paese delle ciabatte».“Prometí aprobar una ley de pena de muerte para los palestinos y lo hice, ahora estoy construyendo una instalación para ejecutarlos, pondré cámaras y se podrá ver cómo mueren en directo”.
Itamar Ben Gvir, ministro genocida de “Israel”, está construyendo campos de exterminio para… pic.twitter.com/Nbx551WYAl — Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) August 19, 2026
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Politica
Il presidente zambiano presta giuramento mentre il rivale resta in carcere
Il presidente dello Zambia Hakainde Hichilema ha iniziato un secondo mandato dopo elezioni segnate da tensioni, durante le quali il suo principale avversario è stato arrestato e un ex ministro è rimasto ucciso.
La cerimonia di giuramento si è tenuta martedì allo Stadio Nazionale degli Eroi di Lusaka, con la partecipazione di migliaia di persone e di diversi capi di Stato africani, tra cui quelli di Kenya, Botswana e Zimbabwe.
Secondo la Commissione elettorale, Hichilema ha vinto il voto del 13 agosto con circa il 60% dei consensi, superando nettamente Brian Mundubile, candidato dell’opposizione, fermo al 38% circa.
Il Mundubile non ha accettato l’esito, sostenendo che ci siano state anomalie nel conteggio, nella trasmissione e nella proclamazione dei voti, e ha dichiarato l’intenzione di contestarlo per via giudiziaria. Il 24 agosto, ultimo giorno utile secondo la Costituzione per presentare un ricorso, i tribunali sono però risultati chiusi e circondati dalle forze dell’ordine. Le autorità hanno giustificato la misura come precauzionale, basata su informazioni di intelligence, mentre Human Rights Watch ha denunciato che in pratica ciò ha reso impossibile qualunque azione legale.
Dopo che la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione il 14 agosto, Mundubile si era reso irreperibile. Nel corso di quell’operazione l’ex ministro Mutotwe Kafwaya ha perso la vita colpito da colpi d’arma da fuoco e undici persone sono finite in stato di fermo. Secondo la versione della polizia, gli agenti — impegnati in un’azione contro una presunta milizia — sarebbero stati fatti bersaglio di spari, e sul posto sarebbero state trovate armi di tipo militare. Il Mundubile ha smentito che i suoi seguaci fossero armati, definendo il blitz un tentativo di attentare alla sua vita.
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Il Mundubile e il suo vice, Makebi Zulu, si sono poi rifugiati per un periodo in una sede delle Nazioni Unite, prima di costituirsi alla polizia. Sono stati in seguito formalmente accusati di tradimento — accusa che respingono — e portati nel penitenziario di massima sicurezza di Mukobeko. L’accusa di insurrezione può, nell’ex Rhodesia del Nord, portare alla pena dell’ergastolo.
Ex avvocato e commercialista, il Mundubile fino al 2026 è stato membro del Patriotic Front (PF), il partito che ha governato lo Zambia dal 2011 al 2021, di cui è stato anche capogruppo di governo e poi leader dell’opposizione (2021-2023). Nel 2026, poco prima delle elezioni presidenziali, ha aderito al National Reconciliation Party for Unity and Prosperity (NRPUP), un partito nato da una scissione interna al Patriotic Front, diventandone il candidato presidenziale, sostenuto dalla coalizione Tonse-Pamodzi Alliance.
Nel discorso di insediamento, affrontando il tema delle violenze legate al voto, lo Hichilema ha riconosciuto che il confronto politico fa parte della democrazia, ma ha avvertito che la conquista del potere non può giustificare il sacrificio della pace e della stabilità nazionale.
Il presidente ha inoltre annunciato l’obiettivo di triplicare l’economia zambiana entro i prossimi cinque anni, puntando su miniere, agricoltura, turismo ed energia, dopo un primo mandato dedicato soprattutto a risanare i conti pubblici. A maggio, il Fondo Monetario Internazionale aveva riconosciuto progressi concreti nella stabilizzazione macroeconomica del Paese: inflazione scesa al 6,8%, riserve valutarie salite a 6,4 miliardi di dollari e accordi di ristrutturazione del debito che coprono circa il 94% del debito ammissibile.
Dal ritorno al multipartitismo nel 1991, lo Zambia ha generalmente conosciuto elezioni e passaggi di generalmente potere pacifici, pur non essendo mancati episodi di violenza in passato. Lo stesso Hichilema, quando era all’opposizione, fu arrestato nel 2017 con l’accusa di tradimento e rimase in un carcere di massima sicurezza per quattro mesi, prima che le accuse cadessero e venisse scarcerato.
Quattro anni più tardi riuscì a battere l’allora presidente uscente Edgar Lungu, insediandosi come capo dello Stato nell’agosto 2021. Hichilema guida lo United Party for National Development (UPND), fondato nel dicembre 1998 da Anderson Mazoka (ex dirigente della Anglo American Corporation) come scissione dal MMD. L’ideologia del partito prevede liberalismo e agrarianismo, con collocazione politica di centro-destra. Il partito è membro osservatore della Liberal International ed è affiliato all’Africa Liberal Network.
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Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa è morto Guy Scott, ex presidente ad interim dello Zambia e primo capo di Stato bianco nell’Africa subsahariana dalla fine dell’apartheid. Lo Scott era stato prima nel PF per poi dirigere verso l’UPND dello Hichilema.
Lo Zambia passa per essere uno dei più tranquilli Paesi post-coloniali del Continente negro.
Il Paese una volta decolonizzato adottò immediatamente una politica di pacificazione sociale interrazziale e il presidente Kenneth Kaunda ((1924-2021, detto KK, riverito dalla popolazione di tutte le etnie) proclamò il rifiuto di qualsiasi governo di stampo razzista, bianco o nero che fosse. Le varie comunità di «neri» e «bianchi» furono così coinvolte in modo costruttivo nell’organizzazione del nuovo Stato.
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Immagine di THE ONE PEOPLE via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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