Spirito
Navicella spaziale sovietica cade nell’Oceano Indiano
Una sonda spaziale sovietica lanciata nel 1972 si è schiantata nell’Oceano Indiano, secondo l’agenzia spaziale russa Roscosmos. La sonda Kosmos 482 era in orbita attorno alla Terra da oltre cinquant’anni dopo una missione fallita su Venere.
Roscosmos ha riferito che la sonda è rientrata nell’atmosfera terrestre sabato mattina, precipitando nell’oceano a ovest di Giacarta, in Indonesia. La discesa è stata monitorata dal Sistema di Allerta Automatico per Situazioni Pericolose nello Spazio Vicino alla Terra. Non sono stati segnalati danni o feriti.
Kosmos 482 fu lanciato il 31 marzo 1972 nell’ambito del programma sovietico per l’esplorazione di Venere. Tuttavia, a causa di un malfunzionamento allo stadio superiore del suo lanciatore, la sonda non riuscì a sfuggire alla gravità terrestre e rimase in un’orbita ellittica.
Sostieni Renovatio 21
Il modulo di atterraggio della sonda, progettato per resistere alle dure condizioni di Venere, era costruito con un robusto guscio in titanio. Questa costruzione ha fatto sorgere la possibilità che alcune parti della navicella spaziale potessero sopravvivere al rientro.
Il programma Venera dell’Unione Sovietica, attivo dal 1961 ai primi anni Ottanta, raggiunse diversi traguardi nell’esplorazione planetaria. In particolare, nel 1970, la Venera 7 divenne la prima sonda spaziale a trasmettere dati dalla superficie di un altro pianeta, e la Venera 9 inviò le prime immagini dalla superficie di Venere nel 1975.
Nel complesso, il programma fece atterrare con successo diverse sonde su Venere, fornendo dati preziosi sulla sua atmosfera e sulle condizioni della superficie.
Secondo Roscosmos, migliaia di veicoli spaziali dismessi rimangono in orbita terrestre. Solo nell’ultimo anno, 1.981 oggetti spaziali di origine naturale e artificiale sono entrati nell’atmosfera.
«In effetti, circa cinque oggetti cadono sulla Terra ogni giorno, e uno su sette pesa più di 500 kg. Possiamo osservarli di notte come “stelle cadenti”. I casi di danni materiali sono rari. Non si sono verificati feriti tra le persone», ha dichiarato l’ufficio stampa dell’agenzia all’inizio di questa settimana.
In un altro caso andò peggio: nel 1978, l’incidente del satellite sovietico Kosmos 954 sul suolo canadese ha generato l’unica richiesta presentata in conformità con la a Convenzione sulla responsabilità internazionale per i danni causati da oggetti spaziali (chiamato generalmente Space Liability Convention), un trattato del 1972 che amplia le norme sulla responsabilità create nel Trattato sullo spazio extraatmosferico.
Il satellite russo di osservazione era equipaggiato con un reattore nucleare e, durante il suo rientro nell’atmosfera, disperse detriti radioattivi sulla parte settentrionale del Canada; alcuni di questi detriti radioattivi sono precipitati nel Great Slave Lake, vicino a Fort Resolution, nei Territori del Nord-Ovest. Il governo di Ottawa ha avviato un’operazione di bonifica a lungo termine denominata Operazione Morning Light, il cui costo è stato valutato in 6 milioni di dollari canadesi.
Si dice che l’Unione Sovietica alla fine rimborsò solo 3 milioni a titolo di compensazione.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Leone e l’arcivescovessa, mons. Viganò: Roma sta con gli eretici e nega le cresime ai tradizionisti
#PapaLeoneXIV #LeoneXIV Uniti nel testimoniare la pace Nell’udienza all’arcivescovo di Canterbury il Papa esorta a lavorare per superare le differenze tra i cristianihttps://t.co/rIuu2HHP84 pic.twitter.com/UDdeRwlH9I
— L’Osservatore Romano (@oss_romano) April 27, 2026
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
JUST IN: ‘Archbishop’ Mullally Leads Pope Leo XIV in public prayer in the Vatican. pic.twitter.com/e3uqDUMmGj
— John-Henry Westen (@JhWesten) April 27, 2026
Aiuta Renovatio 21
La vaticanista indica il problema di «una donna vestita con abiti liturgici venga ora spacciata – e persino celebrata dal Vaticano e dal Papa – come se avesse degli ordini validi, quando in realtà non li ha, in primo luogo perché è una donna e in secondo luogo perché è anglicana». «Assolutamente assurdo» conclude la Montagna. Nell’Enciclica di Leone XIII Apostolicae Cura (13 settembre 1896) è scritto: «Noi dichiariamo e proclamiamo che le ordinazioni compiute con il rito anglicano sono state del tutto invalide e sono assolutamente nulle».JUST IN: Vatican releases photos of Pope Leo XIV’s meeting today with Sarah Mullally. In his address to her, the Pope noted that: “While much progress has been made on some historically divisive issues, new problems have arisen in recent decades, rendering the pathway to full… pic.twitter.com/Ng9ZhIsGrl
— Diane Montagna (@dianemontagna) April 27, 2026
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
«Chi straccia la tunica di Cristo?» Intervista con il Superiore generale della Fraternità San Pio X
«Chi straccia la tunica di Cristo?»
«La rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.»
FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, l’annuncio di prossime consacrazioni episcopali, lo scorso 2 febbraio, ha suscitato una serie di reazioni particolarmente vivaci. Che cosa ne pensa?
Don Davide Pagliarani: Ciò è comprensibile, poiché si tocca una questione estremamente sensibile nella vita della Chiesa. Le ragioni di questa decisione sono oggettivamente gravi: ciò che è in gioco – il bene delle anime – è una questione capitale. Il dibattito suscitato da questo annuncio ha quindi, logicamente, una grande rilevanza: in fondo, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, ritengo che ciò corrisponda a un bisogno molto attuale.
Negli ultimi anni, la sfera conservatrice e tradizionalista – nel senso più ampio del termine – ha talvolta dato l’impressione di ridursi a un ambiente di opinionisti, in cui si esprimono analisi, attese e frustrazioni, spesso legittime, ma che faticano a tradursi in prese di posizione realistiche e coerenti. Tra questi, alcuni attendono ancora una risposta della Santa Sede ai dubia formulati dieci anni fa da quattro cardinali – di cui due oggi sono deceduti – riguardo ad Amoris laetitia, oppure l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla Messa tridentina.
In questo contesto, la decisione delle consacrazioni episcopali interpella. Non si tratta di un’ennesima dichiarazione: è un gesto significativo che obbliga a riflettere, a cogliere la reale portata dei problemi attuali e a prendere posizione concretamente. Nulla è oggi più urgente. Senza averlo cercato, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad essere lo strumento di una scossa salutare – scossa di cui, in definitiva, solo la Provvidenza è l’artefice. Provvidenzialmente, le è dato di contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha certamente bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per la sua rigenerazione.
Perché ritiene che una tale scossa sia oggi particolarmente necessaria?
Quando si parla e si discute senza sosta, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente gravi che toccano la fede, gli stessi temi oggetto di dibattito o di dialogo finiscono, col tempo, per essere percepiti come opinabili, nel rispetto sistematico delle idee altrui e delle diverse sensibilità. Poco a poco, tutto si relativizza.
La peste del pluralismo dottrinale, al quale l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare anche le anime più sane: si scivola gradualmente nell’indifferentismo; un’anestesia lenta e inesorabile fa perdere il senso del reale; ci si installa in una zona di conforto, ci si attacca a equilibri e privilegi che non si vuole assolutamente compromettere; lo zelo e lo spirito di sacrificio si attenuano. In una parola, il pericolo è quello di abituarsi alla crisi e di viverla come fosse una situazione normale. Tutto questo avviene progressivamente, senza che ce ne si renda conto. Coloro che hanno una responsabilità sulle anime hanno il dovere di analizzare in profondità questi meccanismi e di cercare di bloccarli prima che diventino irreversibili.
Ora, ciò che oggi è in gioco non è un’opinione, né una sensibilità, né un’opzione preferenziale, né una particolare sfumatura nell’interpretazione di un testo: sono la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la propria anima e andare in Paradiso.
In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Cielo, le chiacchiere, le dissertazioni e il dialogo devono cedere il posto alla realtà.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Qual è questa realtà di cui parla, e che il gesto della Fraternità può aiutare a cogliere?
Questa realtà è che oggi, più che mai, è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: bisogna avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; bisogna credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; bisogna ricordare all’umanità che la Chiesa è stata fondata per strappare le anime all’errore, al mondo, a Satana e all’inferno.
Bisogna smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che si vantano persino del vizio contro natura, che Dio perdona tutto, sempre e in ogni circostanza, senza vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza l’esigenza di un cambiamento radicale; bisogna avere la semplicità di riconoscere che la partecipazione di un papa a un rituale in onore della Pachamama, nei giardini vaticani, è una follia e uno scandalo inqualificabile; infine e soprattutto, bisogna smettere di ingannare le anime e l’umanità facendo credere loro che tutte le religioni adorino lo stesso Dio sotto nomi diversi. In una parola: bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.
In questo contesto tragico, qualcuno deve poter dire: «Basta!». Non soltanto a parole, ma soprattutto con gesti concreti.
«Bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.»
Se, nell’attuale confusione, la Provvidenza fornisce alla Fraternità San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni di Nostro Signore, sarebbe da parte nostra un peccato gravissimo sottrarci a questo obbligo che la fede e la carità ci impongono. Queste sono le premesse che permettono di comprendere perché la Fraternità San Pio X esiste, e perché oggi procede a delle consacrazioni episcopali.
Senza tali premesse, la decisione della Fraternità, come pure il suo stesso discorso, sarebbero privi di senso. Se non si riconosce che in gioco vi è la fede stessa, allora inevitabilmente l’attualità della Fraternità San Pio X viene percepita unicamente come un problema di disciplina, di ribellione o di disobbedienza. È il fraintendimento in cui cadono, purtroppo, coloro che affermano che la Fraternità San Pio X consacra vescovi soltanto per conservare la propria autonomia.
Ora, non si tratta di questo. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà che mira a conservare i mezzi per salvare la propria anima e quella degli altri. La ricerca di un’autonomia egoistica non è la stessa cosa della salvaguardia della libertà indispensabile per professare la fede e trasmetterla alle anime.
Tra le personalità che si sono espresse contro le consacrazioni del 1° luglio figurano cardinali conservatori molto critici nei confronti di papa Francesco, come il cardinal Gerhard Ludwig Müller o il cardinal Robert Sarah. Come spiega il loro atteggiamento?
Bisogna anzitutto riconoscere che un conservatore critico nei confronti di papa Francesco potrebbe provare un certo timore di essere assimilato alla Fraternità San Pio X e di essere criminalizzato insieme ad essa. Da ciò può derivare il bisogno di manifestare chiaramente che non ha nulla a che fare con noi.
Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali o vescovi soffrono di un disagio più profondo, tipicamente moderno: quello di non riuscire a conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede esige che si faccia tutto il possibile per professarla, conservarla e trasmetterla; nello stesso tempo, se si interpreta il diritto alla lettera, facendo astrazione dalle circostanze attuali, una consacrazione di vescovi senza l’assenso del papa sembra impossibile. Allora che fare? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che rischia di annientare le loro buone intenzioni: pongono queste due esigenze l’una accanto all’altra, in modo cartesiano, e si trovano come schiacciati o sommersi dall’apparente contraddizione.
«Il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare».
La Fraternità San Pio X, invece, ritiene che questi due postulati non debbano essere giustapposti, ma vadano semplicemente messi in ordine, essendo l’uno subordinato all’altro. Infatti, nella Chiesa, la purezza e la professione della fede precedono ogni altra considerazione, poiché tutti gli altri elementi che compongono la vita della Chiesa dipendono dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare. (1)
Questa priorità deriva dal fatto che Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, prima di tutto, la Verità eterna; e che, in quanto Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere questa medesima Verità e restarle fedele. Esiste una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.
Di conseguenza, la divina Provvidenza non ha stabilito la Chiesa come un insieme parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti gli uni dagli altri. Al contrario, ha stabilito una gerarchia di priorità con il fine specifico e primario di custodire il deposito della fede, di confermare i fedeli nella fede e di organizzare tutto il resto in funzione di questa esigenza prioritaria e fondamentale. Il diritto, in particolare, serve a questo e non a ostacolare o a condannare coloro che vogliono rimanere cattolici, cioè coloro che vogliono vivere della fede.
Perché considera questo atteggiamento tipicamente moderno?
L’uomo moderno fatica a organizzare in modo armonioso i diversi elementi della realtà nella quale vive, e del sapere che li analizza. Per usare un linguaggio un poco tecnico, l’uomo moderno tende a classificare in modo nominalista gli elementi della realtà che lo circonda: appone su ciascuno di essi etichette superficiali, senza compiere lo sforzo di andare al fondo dei problemi, e dunque senza poterli cogliere in tutta la loro complessità, nelle loro implicazioni o nella loro interdipendenza.
Nel caso che ci occupa, l’applicazione della legge viene completamente dissociata dalla realtà che la legge stessa è chiamata a proteggere. È precisamente da questa dissociazione tra la legge e la realtà che nascono gli approcci ideologici, tipicamente moderni, tanto in ambito religioso quanto civile. Questo atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.
In coloro che soffrono di questa dicotomia e si trovano dinanzi a questo dilemma, come può avvenire negli ambienti conservatori, esso conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, poiché ci si sente intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo adeguato e conforme alle esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per esserne vittima e per confondere il fatalismo con la fiducia nella divina Provvidenza.
In coloro che detengono l’autorità, invece, questo atteggiamento rischia di condurre a un accecamento irreversibile e alla durezza di cuore, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: «la legge è la legge», indipendentemente dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.
È per questa ragione che Nostro Signore condanna questo atteggiamento con parole molto forti: «Allora Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”» (Gv 9, 39-41).
Pensa che l’insegnamento del Vangelo possa, in qualche modo, illuminare la situazione presente?
Nostro Signore è l’esempio perfetto dell’obbedienza alla legge di Mosè: con la Santissima Vergine Maria adempie alla lettera tutte le prescrizioni legali fin dai primi giorni della sua esistenza. E ne mantiene l’osservanza rigorosa fi
no all’ultimo giorno della sua vita: durante l’Ultima Cena, Gesù segue alla lettera il rituale giudaico del suo tempo.
Tuttavia, Nostro Signore compie miracoli anche nel giorno di sabato, provocando la reazione legalista e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande di Mosè stesso, è il primo a rispettare la legge e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che può dispensare dall’osservanza della lettera della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati:
«Un sabato Gesù entrò in casa di uno dei capi dei farisei per prendere cibo, ed essi lo osservavano. Ed ecco, davanti a lui vi era un idropico. Prendendo la parola, Gesù disse ai dottori della legge e ai farisei: “È lecito o no guarire di sabato?”. Ma essi tacevano. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade in un pozzo, non lo tirerà fuori subito, anche in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a questo» (Lc 14, 1-6).
Queste parole divine non necessitano di alcun commento. La Fraternità San Pio X le fa proprie senza riserva. Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile. Nostro Signore non era né legalista, né nominalista, né cartesiano: era il Buon Pastore.
In questi ultimi mesi, anche al di fuori della Fraternità, si sono levate voci in suo sostegno. In particolare, mons. Athanasius Schneider è intervenuto più volte a proposito delle consacrazioni. Come spiega la sua determinazione?
Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente toccato. Diversi sacerdoti diocesani ci hanno manifestato la loro riconoscenza e il loro incoraggiamento, e anche diversi vescovi. Tengo a ringraziarli tutti.
Non potendoli nominare qui tutti, vorrei ringraziare in modo particolare mons. Strickland per il suo messaggio pieno di forza, chiarezza e coraggio. E naturalmente mons. Schneider: questo vescovo ha dato prova di grande coraggio e di una libertà di parola che mostrano che ci troviamo dinanzi a un vero uomo di Dio, disinteressato, realmente preoccupato del bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha potuto dire in questi ultimi mesi, passerà alla Storia.
ono convinto che ciò non sia importante soltanto per la Fraternità, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: la sua parola mostra che la Provvidenza può in ogni tempo suscitare voci autorevoli che dicano la verità con coraggio e fermezza, senza temere eventuali conseguenze personali.
Già prima di lui, mons. Huonder, scomparso due anni fa, ci incoraggiava apertamente a procedere alle consacrazioni. Sia lui che mons. Schneider erano stati incaricati dal Vaticano di intrattenere il dialogo con la Fraternità: a differenza di altri interlocutori, hanno saputo ascoltare e comprendere.
Sostieni Renovatio 21
Spera ancora di vedere il papa prima delle consacrazioni?
Certamente, questo corrisponde al mio desiderio più sincero. Sono tuttavia stupito che da parte del Santo Padre, fino a questo momento, non vi sia stata alcuna risposta né reazione personale.
Prima di dichiarare scismatica una società che conta più di mille membri e che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli nel mondo, potrebbe essere opportuno conoscere personalmente coloro che devono essere giudicati. La sanzione prospettata non tocca soltanto un’istituzione – che, del resto, non esiste agli occhi della Santa Sede –, ma tocca delle persone, e delle persone profondamente legate al papa e alla Chiesa.
Confesso di avere difficoltà a comprendere questo silenzio, proprio mentre ci viene spesso ricordata la necessità di ascoltare il grido dei poveri, quello delle periferie e persino quello della Terra…
«Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile».
Lei ha potuto incontrare papa Francesco. Quale ricordo conserva di lui?
Il programma che P
papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è sufficientemente noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola «disastro» sia la più appropriata per riassumere l’eredità che egli ha lasciato.
Nonostante ciò, papa Francesco ha saputo riconoscere, a suo modo, il bene che la Fraternità San Pio X fa alle anime. Da questa constatazione è nato nei nostri confronti un atteggiamento apparentemente equivoco, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali e che talvolta ha profondamente irritato gli ambienti conservatori.
Molte scelte di papa Francesco hanno suscitato una vera tristezza in ampi settori della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato una persona rigida e schematica nel giudizio sulle persone che aveva di fronte o nell’applicazione del diritto. Il suo atteggiamento lo ha spesso dimostrato. È senza dubbio un dettaglio, ma quando ho chiesto di incontrarlo in Vaticano, ho ottenuto un’udienza con lui nello spazio di ventiquattr’ore, e si è mostrato particolarmente affabile.
In questi ultimi anni, in nome di una tolleranza eretta a principio, il Vaticano ha mostrato una grande apertura di fronte a certe situazioni complesse. Pensa che la Fraternità San Pio X possa beneficiarne?
L’applicazione di ogni legge, buona o cattiva che sia, dipende in definitiva dalla volontà del legislatore. Spetta a lui determinare il modo in cui intende trattare la Fraternità San Pio X.
Detto questo, l’apertura mostrata dal Vaticano non può essere desiderata come tale, poiché giunge fino a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano il vizio contro natura, o impegnandosi solennemente a non convertire gli adepti di altre religioni, per citare soltanto due esempi. Ci troviamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.
Ora, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza. Se si analizza bene la situazione, le sanzioni, passate o future, che colpiscono la Fraternità San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto alla condanna vivente che essa rappresenta nei confronti dell’attuale linea ecclesiale.
Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità San Pio X è quello, singolare, di essere un segno di contraddizione: il che significa, concretamente, una spina nel fianco per i riformatori. E la peculiarità di questa spina è che, più uno cerca di togliersela, più essa penetra in profondità: non è essa a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che essa incarna e rappresenta.
La Fraternità San Pio X può essere sanzionata, la Messa tridentina può essere proibita… ma questi duemila anni non potranno mai essere soppressi. Questa è la vera ragione per cui, malgrado le condanne passate, la Fraternità non ha mai cessato di essere una voce che interpella la Chiesa: per questo non è così semplice essere tolleranti con essa.
Verrà un giorno in cui un papa deciderà di togliersi questa spina dal fianco: potrà allora usarla come uno strumento docile per contribuire – tale è il nostro desiderio più profondo – a restaurare ogni cosa in Nostro Signore Gesù Cristo.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Si sente dire che le prossime consacrazioni potrebbero creare uno scisma. Tuttavia alcuni, all’interno della Chiesa, ritengono che la Fraternità San Pio X sia già scismatica. Come spiegare questa contraddizione?
La contraddizione è reale e mette in luce una giurisprudenza che si potrebbe definire «fluida» da parte del Vaticano. Cerchiamo di fare chiarezza.
Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009 papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche che gravavano sui suoi vescovi, ma senza tornare sulla precedente dichiarazione di scisma. Nello stesso tempo, la Fraternità San Pio X non ha modificato le sue posizioni dottrinali e ha conservato esattamente la medesima giustificazione delle consacrazioni episcopali, passate o future. In altri termini, coerentemente con il fatto di considerare nulle le censure che l’hanno colpita, non si è mai ritrattata.
Per queste ragioni, dei canonisti «rigorosi» la considerano tuttora scismatica. In questo senso devono essere comprese esplicite dichiarazioni del cardinal Raymond Burke, già prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, o di mons. Camille Perl, già segretario della Commissione Ecclesia Dei – soppressa nel 2019. In questa stessa prospettiva va compreso anche il modo in cui venivano trattati i sacerdoti che lasciavano la Fraternità San Pio X per entrare nelle strutture ufficiali: si revocava per essi la scomunica per scisma e la sospensione, e si chiedeva loro di confessarsi per essere assolti anche nel foro interno.
«La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza».
Contro questa interpretazione si erge la figura del cardinal Dario castrillón Hoyos (2), molto più flessibile, e soprattutto quella di papa Francesco, che non ha mai trattato la Fraternità San Pio X come scismatica e che ci ha esplicitamente detto che non l’avrebbe mai condannata. In realtà, si potrebbero includere in questo elenco anche il cardinal Fernández e lo stesso papa Leone XIV: infatti, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano già scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che attualmente cercano di scoraggiare le consacrazioni per scongiurare uno scisma.
A questo punto, però, sorgono due domande: anzitutto, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, non si comprende quando, come e perché avremmo cessato di essere scismatici ai loro occhi. In secondo luogo: se la Santa Sede stessa, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, quale valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze del tutto equivalenti?
Ciò che è certo è che, nel 1988, il Vaticano prevedeva che la Fraternità San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe dissolta nel giro di pochi anni. Ora, non soltanto essa non si è dissolta, ma ha continuato a crescere. E soprattutto, malgrado una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: questo dato oggettivo si impone con tale forza che, malgrado la condanna del 1988, la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica.
Una possibile causa di queste incoerenze canoniche risiede nel concetto «fluido» e modernista di «comunione non piena», secondo il quale un medesimo soggetto può essere considerato al tempo stesso cattolico e non cattolico, membro e non membro della Chiesa. Evidentemente, se qualcuno è «parzialmente» figlio della Chiesa, la legge della Chiesa potrà applicarsi a lui soltanto in modo parziale, secondo valutazioni e criteri arbitrari e mutevoli…
Questo mostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici o, in ogni caso, a giudizi confusi, incoerenti e «fluidi».
Per suffragare l’accusa di scisma, si afferma che una consacrazione episcopale implicherebbe sempre e comunque la trasmissione al nuovo vescovo del potere di giurisdizione, con la conseguenza inevitabile, in assenza del consenso del papa, della creazione di una gerarchia parallela – e quindi di una Chiesa parallela. La Fraternità San Pio X ha già risposto a questa obiezione (3). Trattandosi di un punto estremamente sensibile, desidera aggiungere qualche considerazione?
Questo punto è assolutamente centrale. In realtà, l’accusa si fonda su un postulato modernista. Penso che sia interessante cercare di comprendere perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegni che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme con il potere d’ordine, anche quello di giurisdizione.
Ricordiamo brevemente che il potere d’ordine consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro, una parte del gregge, abitualmente una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla pratica costante della Chiesa – possiamo dire: secondo la Tradizione –, il potere di governare è conferito al vescovo direttamente dal papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo possono esistere vescovi regolarmente consacrati ai quali non è affidata alcuna giurisdizione propria, come i vescovi ausiliari o coloro che sono incaricati di specifiche missioni diplomatiche.
«La Fraternità San Pio X non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica».
Al tempo del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi diocesani a semplici delegati o rappresentanti del papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo riceva immediatamente da Dio, nella sua consacrazione, una giurisdizione universale, permetteva di farne, in qualche modo, un eguale del papa, riducendo il posto del Vicario di Cristo a quello di un semplice presidente del collegio, «primo tra pari». Questa nuova prospettiva era funzionale alla teoria modernista della collegialità (4), fondamento della democratizzazione della Chiesa.
Nello stesso tempo, questa ridefinizione favoriva l’ecumenismo. Infatti, per poter riconoscere una certa «ecclesialità» alle comunità scismatiche orientali (vale a dire a quelle che sono realmente scismatiche) e considerarle come «Chiese sorelle», stabilendo così una base solida per il dialogo ecumenico, era necessario valorizzare la loro successione apostolica al punto da riconoscere loro una reale giurisdizione sui propri fedeli – malgrado la loro completa separazione da Roma e dal papa.
La loro qualità di «Chiesa» deriverebbe dunque dal fatto di avere vescovi non soltanto validamente consacrati, ma anche dotati di una reale autorità sulle anime che deriva dalla consacrazione stessa, indipendentemente da qualsiasi intervento del papa. Questo artificio permetteva di concepire più facilmente, in tali comunità, l’esistenza di una vera gerarchia ecclesiastica, nel senso pieno del termine. Senza questa previa manipolazione ecclesiologica, sarebbe stato impossibile riconoscere loro una vera «ecclesialità».
«Non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione».
A questa stessa prospettiva ecumenica si collega un’altra manipolazione ecclesiologica, il concetto elastico di «comunione non piena», evocato nella risposta precedente: concretamente, tutte le «Chiese» cristiane farebbero parte di una «super-Chiesa» – la Chiesa di Cristo, più vasta della Chiesa cattolica –, e intratterrebbero con essa una comunione più o meno completa, secondo le lacune della loro dottrina.
Anche questo concetto, pure esso modernista, mira a valorizzare una presunta unità incipiente con le altre «Chiese». Ma è ingannevole. Infatti, o si è in comunione con la Chiesa cattolica sotto ogni aspetto, oppure se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione concepita come uno strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinato a giustificare un cammino comune tra «Chiese» che si riconoscono come «sorelle», viene usata anche nei confronti della Fraternità San Pio X, che la considera assurda.
Ciò che è particolarmente deplorevole nel rimprovero rivolto alla Fraternità è che questa specifica accusa di scisma o di «comunione non piena», che si fonda su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, venga formulata non soltanto dal Vaticano, ma anche da alcuni responsabili degli ambienti e degli istituti detti «Ecclesia Dei» (5). Paradossalmente, essi attaccano la Fraternità San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II… Invece di mettere in luce tali errori in modo costruttivo – come teoricamente potrebbero fare –, li usano per lapidare la Fraternità San Pio X. Si tratta tuttavia di pietre di gomma.
A proposito di giurisdizione e di autorità nella Chiesa, come analizza la Fraternità San Pio X la possibilità di nominare religiose o laici a posti di responsabilità?
La questione è del tutto pertinente, soprattutto se si considera che attualmente un dicastero romano, quello incaricato degli istituti di vita consacrata, invece di avere rispettivamente un cardinale e un vescovo come prefetto e segretario, è affidato a due suore.
Non voglio fare dell’ironia, perché questo rappresenterebbe una caduta di stile. Mi limito a sottolineare che il Vaticano, a suo modo, prova di essere ancora perfettamente capace di fare la differenza tra il potere d’ordine e l’attribuzione del potere di giurisdizione: infatti, per quanto ne so, suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata né diaconessa, né sacerdotessa, né vescova; non ha neppure ricevuto la tonsura clericale… Lo stesso vale per la suora segretaria.
Al di fuori della Fraternità San Pio X, molti oggi riconoscono sinceramente che esiste una crisi all’interno della Chiesa, in particolare nell’ambito della fede. Tuttavia, alcuni rimproverano alla Fraternità San Pio X di isolarsi nella propria linea di condotta, senza tenere sufficientemente conto dell’esistenza di altre diagnosi. Questa critica le sembra fondata?
Penso che la Fraternità San Pio X, proprio su questo punto preciso, metta il dito nella piaga. Siamo in molti a convenire che nella Chiesa esiste una crisi e che questa crisi tocca la fede: la Fraternità San Pio X ne prende atto e lo conferma.
Ma non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione. Concretamente, bisogna rendersi conto che la crisi attuale ha di specifico il fatto di toccare la gerarchia della Chiesa nell’insegnamento che essa propone.
Ora, in una situazione del genere, non si può non dire come stanno le cose: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da coloro che sono in grado di farlo. Non basta fingere di non vederli o sperare che scompaiano col tempo. Testi come Amoris laetitia o Fiducia supplicans, per esempio, hanno provocato proteste piuttosto forti; poi tutto si è calmato, si è passati ad altro, e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che essi contengono rimangono in vigore: non li si corregge sperando che vengano dimenticati.
La Fraternità San Pio X esiste per ricordarlo, ai fedeli come alla gerarchia. Essa ritiene che questo sia il suo dovere, non in uno spirito di sfida o di disobbedienza, ma come un servizio reso alla Chiesa. In questo senso, non è giusto dire che essa si isola: essa parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.
Per chi affronta queste questioni senza pregiudizio ideologico, una constatazione si impone: la rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.
Aiuta Renovatio 21
Come potrebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere degli errori?
La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva di ciò che è accaduto e che accade tuttora. Ciò che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detto.
Eppure i fatti sono lì: ci troviamo, ahimè, di fronte all’insegnamento di alcuni gravi errori. Ci possiamo trovare davanti a testi di un concilio anomalo e non dogmatico, a semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni di circostanza, a dialoghi con il mondo, a discorsi improvvisati in aereo, a conversazioni con i giornalisti, a elementi non dogmatici presentati come tali… ma non a un Magistero autentico.
«La Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli».
Per fare un esempio, un eminente prelato romano mi ha recentemente spiegato che la Dichiarazione di Abu Dhabi non deve essere considerata come appartenente al Magistero, poiché si tratta di un semplice testo di circostanza. Penso che un giorno, con un po’ di elasticità e di buon senso, un papa affermerà qualcosa di equivalente – e pubblicamente – a proposito di tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana dispone di un’esperienza e di una finezza impareggiabili per stabilire le necessarie distinzioni: le manca soltanto la volontà di farlo.
Comunque sia, una chiarificazione definitiva spetta alla Chiesa stessa, e non alla Fraternità San Pio X. Il nostro ruolo si limita a rigettare fedelmente tutto ciò che è in rottura con la Tradizione e con il Magistero costante. Così facendo, la Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il depositum fidei, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli.
In numerosi ambiti della vita della Chiesa, come in quello liturgico, è evidente che vi sono abusi. Perché la Fraternità San Pio X parla sempre di errori e non di abusi?
È evidente che esistono degli abusi, che oltrepassano i limiti delle riforme stesse. La Fraternità San Pio X lo riconosce senza difficoltà.
Ma la retorica costante dell’abuso, particolarmente in voga sotto il pontificato di papa Benedetto XVI, non basta a rendere conto della crisi. Essa crea piuttosto un alibi sistematico che impedisce di andare al fondo dei problemi. La riforma liturgica, per esempio, comporta problemi che attengono certamente ai suoi stessi princìpi, indipendentemente da eventuali abusi.
Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per fare un altro esempio, sono espressione di un errore teologico, anche se si cerca di evitare atti espliciti di sincretismo, per evitare ciò che potrebbe apparire come un abuso.
Soprattutto, la retorica dell’abuso liturgico, o dell’abuso nell’interpretazione dei testi, tende a mettere in causa le persone coinvolte – considerate responsabili di tali abusi o incapaci di reprimerli – piuttosto che i princìpi erronei che sono all’origine della catastrofe attuale. Ora, sono precisamente questi princìpi che dovrebbero essere denunciati.
«Non si tratta di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità».
Confesso di essere stato io stesso colpito in questi ultimi anni dalla reazione amara e sistematica di un certo ambiente conservatore un po’ miope, che si è scagliato in modo molto personale contro la figura di papa Francesco, piuttosto che contro il Concilio e contro la continuità dottrinale che lo applica fino ai nostri giorni.
Un tale atteggiamento fa sì che a ogni elezione di un nuovo papa si speri, almeno per qualche mese, in un risanamento della crisi – senza mettere in discussione i princìpi rivoluzionari, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, più o meno determinato a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.
Non le sembra esagerato, come la Fraternità San Pio X ha già sottolineato in altre occasioni, ritenere che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? Lo stato di «necessità» che corrisponde a questa affermazione è davvero così evidente? Non si tratta di un concetto «utile», elaborato per giustificare le consacrazioni di cui l’istituzione ha bisogno?
La Fraternità San Pio X è pienamente consapevole del carattere tragico e doloroso di questa affermazione. Si tratta di una considerazione estremamente grave, che richiede di essere ben compresa.
Anzitutto, non si tratta di contestare che, malgrado tutti i problemi e le carenze cui sono confrontate le parrocchie ordinarie, buoni sacerdoti e buoni fedeli possano riuscire ugualmente a santificarsi e a salvare la propria anima. Nonostante circostanze radicalmente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e noi ne conosciamo. Per molti, del resto, la sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, che spesso li spinge verso la ricerca della Tradizione.
Detto questo, ciò che la Fraternità San Pio X afferma dev’essere compreso sul piano oggettivo, e non soggettivo. Per valutare nella verità la situazione di queste parrocchie, spetta a ogni anima di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, nella preghiera, cercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da un pregiudizio ideologico, ma dalla ragione illuminata dalla fede.
La Messa di Paolo VI può esprimere e nutrire integralmente la fede cattolica? Trasmette in modo sufficiente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di cogliere il vero senso del sacerdozio cattolico?
In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, cioè là dove si predica conformemente agli orientamenti dottrinali attuali, si insegna ancora la fede cattolica in tutta la sua integrità? Il catechismo impartito ai fanciulli è ancora cattolico e capace di formarli per tutta la vita?
Le questioni molto delicate e molto attuali della morale coniugale o dell’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari vengono ancora affrontate conformemente alla legge della Chiesa? Il sacramento della penitenza viene ancora amministrato con un senso reale della Redenzione e del peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?
Più in generale, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?
A tutte queste domande – e ad altre simili –, la Fraternità San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; poi, a partire da questa analisi – poiché la realtà s’impone – giunge a constatare lo «stato di necessità».
L’affermazione della Fraternità San Pio X è dunque il frutto di un sano realismo, non di un a priori ideologico. Il carattere tragico di questa constatazione è semplicemente coestensivo alla tragicità della realtà.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Non pensa che, malgrado le migliori intenzioni, la Fraternità San Pio X rischi di lacerare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la Chiesa stessa?
Forse mai come oggi la Chiesa ha conosciuto la divisione, e nessuno può rallegrarsene.
Tuttavia, questa divisione non è provocata dalla fedeltà alla Tradizione, ma piuttosto dall’allontanamento da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori, l’inculturazione spingono a interpretare e reinterpretare tutto, aumentano i molteplici modi di giudicare che, alla lunga, provocano divisioni inevitabili.
Per usare un’immagine nota, è proprio tutto questo che straccia la tunica di Cristo. La Fraternità San Pio X, mediante la fedeltà alla Tradizione, cerca semplicemente di contribuire a ricucirla incessantemente.
Quanto alla possibilità per tutti i tradizionalisti di lavorare e di combattere insieme, la Fraternità San Pio X lo desidera con tutto il cuore. Ma ciò non deve realizzarsi mediante una sorta di ecumenismo in miniatura: può avvenire soltanto in una fedeltà piena alla Tradizione integrale, se si vuole che questo combattimento a tutto campo giovi a tutti, compresi a coloro che non sono d’accordo con noi.
«La vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa».
Infine, per quanto riguarda le possibili divisioni all’interno di una stessa famiglia, bisogna ricordare coraggiosamente le parole di Nostro Signore, senza scandalizzarsi, senza cadere nell’amarezza, sostenendo coloro che soffrono:
«Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 34-37).
Una domanda retrospettiva. Il particolare periodo che la Fraternità San Pio X sta attualmente attraversando riaccende nei più anziani i ricordi e le emozioni del 1988. Questa data segna senza alcun dubbio una svolta decisiva nell’opera di mons. Lefebvre. Quale dichiarazione del fondatore della Fraternità San Pio X le viene in mente prima di ogni altra?
Nel corso di una conversazione privata, mons. Lefebvre aveva confidato che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi in opposizione con il Vaticano. Questo mostra con quale spirito egli abbia preparato le consacrazioni del 1988. Allora, come oggi, non si trattava di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa a malincuore.
In un’altra occasione, mons. Lefebvre dichiarò, serenamente e in maniera profondamente soprannaturale, che se la Fraternità San Pio X non fosse stata opera di Dio, non sarebbe andata avanti e non gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi dare una risposta a questa domanda. Ma la Storia, già, ha cominciato a pronunciarsi.
Secondo lei, quando e come la crisi della Chiesa potrà finire, e con essa questo senso di dissoluzione generale, tanto all’interno quanto all’esterno della Chiesa stessa?
Solo la Provvidenza possiede la risposta precisa a questa domanda. Quanto a me, suppongo che, dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, nel sinodo, nell’ecumenismo, nel dialogo, nell’ascolto, nell’inclusione, nella preoccupazione ecologica condivisa, nella fraternità umana, nella proclamazione incessante dei diritti dell’uomo, etc., le autorità finiranno per rendersi conto – troppo tardi – che la vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa.
Quando la crisi avrà manifestato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancora più generalizzata e le chiese saranno vuote, queste autorità comprenderanno finalmente che non vi era nulla da inventare: bisognava semplicemente essere fedeli a Cristo Re e proclamare, sull’esempio dei primi martiri, i suoi diritti intangibili di fronte a un mondo neopagano.
Una cosa è certa: siccome è da Roma che si è originato il processo di autodemolizione della Chiesa, è solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi. Tuttavia, i germi della rigenerazione della Chiesa sono già all’opera: fruttificano umilmente nelle anime vivificate dallo spirito di Nostro Signore, e nelle quali si prepara silenziosamente l’avvento di coloro che, un giorno, ristabiliranno nel suo splendore la regalità di Gesù Cristo.
«È solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi».
Indubbiamente, la crisi perdura più di quanto si potesse immaginare. Ciò è dovuto, a mio umile parere, alla difficoltà intrinseca che la Chiesa incontra oggi nel reagire. Un corpo sano riesce abbastanza facilmente a reagire agli agenti patogeni che lo attaccano; ma più un corpo è indebolito, più fatica. Allo stesso modo, la crisi che viviamo è stata determinata dall’attacco di princìpi perniciosi su spiriti già indeboliti – indebolimento che era iniziato ben prima delle riforme.
Tuttavia, come in ogni prova, bisogna vedere la Provvidenza all’opera e armarsi di pazienza. Più la crisi è lunga, più Satana si scatena, più allora il trionfo della Tradizione sarà splendente e, soprattutto, più sarà manifestato al mondo che la Chiesa è indefettibile e divina.
Mai come oggi la promessa di Nostro Signore ci riempie di gioia e di speranza: «le porte degli inferi non prevarranno contro di Essa» (Mt 16, 18).
E ancora una volta, la certezza di questo trionfo è assicurata da Colei che schiaccia tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà.»
Intervista rilasciata a Menzingen il 19 aprile 2026, domenica del Buon Pastore
NOTE
1) Questo ordine fondato sulla trasmissione della fede è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore fra altri: «Ut patet fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides»; è chiaro che la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata alla cura e all’autorità della Chiesa. Il diritto dovrà dunque determinare in modo organico tutto ciò che riguarda la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem»; tutto ciò che riguarda la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., Normæ generales juris canonici, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258.
2) Il cardinal Castrillón Hoyos ha affermato più volte, negli anni 2000, che la Fraternità San Pio X «non è in scisma», ma si trova in una «situazione canonica irregolare», da regolarizzare all’interno della Chiesa.
3) Lettera di don Davide Pagliarani al cardinal Víctor Manuel Fernández del 18 febbraio 2026, allegato 2.
4) Questa dottrina considera il collegio episcopale in quanto tale come un secondo soggetto dell’autorità suprema nella Chiesa, accanto al papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la riforma sinodale in corso.
5) Si distinguono in particolare gli studi del Padre Josef Bisig, fondatore della Fraternità San Pietro, e del Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferreri.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine da FSSPX.News
Spirito
I gesuiti accusati di aver trasformato la Bolivia in una «discarica per pedofili»
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Vaccini2 settimane faElon Musk ha subito danni dal vaccino COVID. Ex dirigente Pfizer ammette: il siero potrebbe aver ucciso migliaia di persone
-



Pensiero2 settimane faLa vera natura dei progetti di legge sull’antisemitismo. Intervista al prof. Marini
-



Spirito1 settimana faMons. Viganò sullo scontro tra Trump e Leone
-



Bizzarria1 settimana faL’uomo nudo continua a terrorizzare l’Italia: l’anarconudismo figlio dell’anarcotirannia
-



Arte1 settimana faMarina Abramovic definisce Trump «il mago di più alto livello»
-



Occulto2 settimane faLeader del «culto dell’orgasmo», condanna a nove anni di carcere (no, non è chi pensate voi)
-



Psicofarmaci1 settimana faLo Xanax richiamato in vari stati americani
-



Militaria1 settimana faPrigionieri palestinesi stuprati dai cani addestrati dell’esercito israeliano














