Pensiero
Mosca bataclanizzata: qual è il messaggio?
Al momento in cui scrivo la conta dei morti del massacro di Mosca è di 60 morti e 140 feriti.
Abbiamo raccolto e mostrato qualche immagine agghiacciante: sì, un commando è entrato in un centro commerciale (su qualche canale ebete di Telegram avete letto che era un municipio: il traduttore automatico dei geni ha tradotto «Crocus City Hall» in «Municipio di Crocus», come se Crocus fosse un quartiere della capitale russa; gli ignoranti che seguite sui social fanno anche questo) con fucili automatici e hanno iniziato a sparare all’impazzata. Sono stati colpiti anche dei bambini, e due dodicenni sarebbero gravi.
È interessante notare quanto siano restii i nostri media a pronunziare, davanti allo schema perfettamente ripetuto, la parola che aveva inondato il discorso pubblico sul terrorismo quasi dieci anni fa: Bataclan.
Il disegno tecnico è il medesimo: colpire la popolazione comune, falciandola con armi a ripetizione e magari qualche bomba suicida o meno, nel momento di massimo svago e massima vulnerabilità – quando va a vedere un concerto. Sparare sulla gente quando è concentrata in un unico punto ed indifesa. Massacrare in maniera massiva per compiere il lavoro del terrorismo, e portare il suo messaggio.
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Mosca è stata bataclanizzata. I grandi media non vogliono dirvelo – perché significherebbe elevare il popolo russo a vittima, dopo due anni di campagna martellante per convincerci che la Russia è carnefice. E poi, soprattutto, nessuno ha voglia davvero di guardarci dentro: se il disegno è lo stesso del Bataclan, gli autori sono gli stessi? I mandanti pure?
Alla rivendicazione dell’ISIS, buttata subito in stampa da tante testate internazionali, non possiamo credere. Curioso, tuttavia, che l’ISIS possa voler colpire la Russia proprio ora, quando l’intervento in Siria è finito da anni…
L’Ucraina, per bocca di un ciarliero e molto visibile tizio consigliere di Zelens’kyj, Mikhailo Podolyak (quello che aveva insultato il papa e il cristianesimo) ha detto non siamo stati noi, mentre altri ucraini hanno ovviamente tirato fuori l’hastatoputin. Chiaramente, ci vogliono far credere, è un false-flag del Cremlino per scatenarsi, anzi, guarda, è la festa personale di Putin per aver vinto l’elezione con quasi il 90% dei voti. Come no. (in rete circolano meme divertenti con il passaporto di un terrorista miracolosamente, come al solito, ritrovato sul luogo del delitto: la foto è quella di un Putin barbuto)
Si tratta della più grande strage terrorista dai primi anni 2000. Qualcuno ricorderà i 130 morti (più quaranta terroristi) e i 700 meriti della crisi del Teatro Dubrovka, quando vennero sequestrati 850 civili da un gruppo di islamisti separatisti ceceni.
Dobbiamo capire che la vittoria sulla questione cecena – e sul terrorismo correlato – è stata la scala d’ingresso di Putin verso il Cremlino. La Cecenia era un disastro che poteva trascinare giù tutta la Russia: un alveare terrorista nel cuore del Paese, e allo stesso tempo un fattore di demoralizzazione devastante per la popolazione. Erano i primissimi tempi di internet, ma già circolavano i video, poi perfezionati da ISIS e compagni, di sgozzamenti di soldati e civili russi.
Putin fu colui che mise fine al pericolo. Da primo ministro ha vinto la Seconda Guerra Cecena, di fatto sottomettendo una fazione in lotta, quella di Kadyrov, il cui figlio ora al potere a Grozny manda i suoi soldati a combattere in Ucraina con adunate oceaniche negli stadi dove si grida «Allahu Akbar» e subito dopo «viva il presidente Putin».
La strage di Dubrovka non è stata la sola. Poco dopo, ci fu il massacro di Beslan, ancora più intollerabile nella volontà terrorista di colpire gli indifesi: il 1 settembre 2004 un gruppo di 32 fondamentalisti separatisti ceceni entrò in una scuola elementare e sequestrò 1200 persone, per maggior parte bimbi. Ricordate quell’immagine: una bomba pronta ad esplodere piazzata dentro il canestro della palestra, e i bambini sotto. Il conto, dopo che gli Spetsnats (le forze speciali russe) liberarono la scuola, fu di oltre trecento morti, di cui 186 bambini, e 700 feriti. Quasi tutta la scuola è stata ferita dal terrorismo.
Si tratta di traumi che i russi pensavano passati. Sono seguiti gli anni putiniani dove stipendi e pensioni sono saliti di 7, 15 volte. Dove il popolo russo, che dopo il 1991 aveva cominciato a perdere un milione di persone l’anno (alcol, disperazione) ha ritrovato la dignità, e, parola chiave per capire Putin e la Russia odierno, rispetto.
Il terrorismo, essenzialmente, è un linguaggio. Ogni atto terroristico ha un messaggio da portare al mondo – questo è quello che ci dicono, almeno. Sappiamo che il messaggio è, in genere, più di uno. C’è un messaggio di superficie, quello dei perpetratori: vogliamo l’indipendenza, vogliamo vendetta, vogliamo la shar’ia, vogliamo la fine dell’occupazione, cose così.
Poi c’è il messaggio profondo, quello dei veri mandanti, di cui non si può discutere, perché non si può saperne nulla.
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Le stragi dei primi 2000 avevano, come messaggio di superficie, la Cecenia: la terra dove Putin aveva riportato l’ordine, promettendo di inseguire i terroristi anche al cesso ed ucciderli lì, disse in una famosa dichiarazione.
Il messaggio profondo possiamo immaginare fosse un altro: lasciaci continuare a depredare la Russia. Il desiderio, profondo ed irrevocabile, dei veri mandanti, che non necessariamente stavano in russo.
I terroristi takfiri ceceni, si è detto, potevano aver legami con oligarchi nemici di Putin riparati all’estero. Era chiaro cosa volevano gli oligarchi ribelli: proseguire, anche per conto dei loro soci occidentali, la razzia resasi possibile con il crollo dell’Unione Sovietica nel decennio di Eltsin, come visibile, ad esempio, nel caso magnate del petrolio Mikhail Khodorkovskij, quello che Pierferdi Casini difendeva al Parlamento italiano, prima di essere imprigionato da Putin si diceva avesse trasferito le sue quote a Lord Nathaniel Jacob Rothschild, quello dei quadri satanici con Marina Abramovic spirato pochi giorni fa. Liberato dalla clemenza di Putin prima delle Olimpiadi 2014 (l’Occidente ringraziò organizzando poco dopo i Giochi di Sochi Piazza Maidan a Kiev), il Khodorkhovskijj ora è tornato a galla per la questione ucraine, i giornali lo definiscono «oppositore di Putin».
Vi sono tuttavia casi più evidenti. Rapporti tra terroristi ed oligarchi furono discussi per uno dei nemici più acerrimi di Putin, l’oligarca riparato a Londra Boris Berezovskij. Una trascrizione di una conversazione telefonica tra Berezovsky e il fondamentalista Movladi Udugov – attualmente uno degli ideologi e il principale propagandista del cosiddetto Emirato del Caucaso, un movimento militante panislamico che rifiuta l’idea di uno stato ceceno meramente indipendente a favore di uno stato islamico che comprenda la maggior parte del Caucaso settentrionale russo e si basi su principi islamici e sulla legge della shar’ia – fu trapelata su uno dei tabloid di Mosca il 10 settembre 1999. Udugov propose di iniziare la guerra del Daghestan per provocare la risposta russa, rovesciare il presidente ceceno Aslan Maskhadov e fondare la nuova repubblica islamica di che sarebbe stata amica della Russia pre-putiniana.
Dopo la Seconda Guerra Cecena, Berezovskij aveva mantenuto i rapporti con i signori della guerra islamisti. Nel 1997, nell’ambito di supposte attività di ricostruzione della Cecenia, fece una donazione di 1 milione di dollari (alcune fonti menzionano 2 milioni di dollari) per una fabbrica di cemento a Grozny. Per tale pagamento fu negli anni accusato di finanziare i terroristi ceceni.
Il 23 marzo 2013 Berezovskij, che bazzicava il World Economic Forum di Davos e aveva avuto un ruolo attivo nella rielezione di Eltsin nel 1996, fu trovato morto nel bagno nella sua villa nel Berkshire, vicino ad Ascot, luogo caro alla nobiltà britannica. Dissero dapprima che era depresso, perché aveva perso una causa con Roman Abramovic (ex patron del Chelsea, anche lui oligarca ebreo ultramiliardario che però si era sottomesso a Putin) e quindi aveva debiti; la polizia inglese invece disse che era una morte senza spiegazioni e volle lanciare un’inchiesta, ma non arrivò a nulla. Si dice prendesse farmaci antidepressivi, e un giorno prima di morire avrebbe detto ad un giornalista londinese che non aveva più niente per cui vivere.
Parlo della morte di Berezovskij perché all’epoca notai come potesse essere correlata ad una strage terrorista dall’altra parte del mondo: il 15 aprile dello stesso anno due bombe esplodono alla Maratona di Boston ammazzando tre persone e ferendone 250. Vengono accusati due fratelli ceceni, Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev. Emerse che loro zio, che i giornali dissero subito si era dissociato dalla deriva islamista dei nipoti, era stato sposato con la figlia di un agente CIA, con cui avrebbe pure convissuto.
Difficile capirci qualcosa: tuttavia, la domanda che mi feci, all’epoca, era: il messaggio profondo della strage bostoniana è che, morto Berezovskij, qualcuno stava chiedendo il riequilibrio di questa rete antirussa occulta che attraversa il mondo.
La mia era solo una supposizione. Di certezze sulle connessioni tra gli americani e gli islamisti ceceni, invece, ne ha Vladimir Putin.
In una sequenza di tensione rivelatrice del documentario che Oliver Stone ha dedicato a Putin – un’intervista di ore e ore tra il 2015 e il 2016 – il presidente russo dà una notizia piuttosto gigantesca: racconta che gli USA, trovati ad aver contatti con i terroristi ceceni, hanno risposto alle rimostranze del Cremlino dicendo che essi erano autorizzati diplomaticamente a parlare con chi volevano.
Putin era visibilmente scosso: la Cecenia, per lui che l’aveva vinta come prima missione della sua carriera ai vertici, significava tanto: il dolore di tanti morti, il rischio di far finire la Russia, ancora una volta, in una spirale di razzia e violenza, in pratica di farla sparire dalla storia.
Discorsi simili sono stati fatti poche settimane fa nell’intervista che Putin ha concesso a Tucker Carlson. Il presidente russo lo aveva ripetuto ai giornalisti anche l’anno scorso: «nel Caucaso l’Occidente sosteneva Al-Qaeda». Washington appoggia il terrorismo antirusso, in sintesi. Per gli italiani che si ricordano quando – al tempo non c’era la parola «complottista» – si parlava della Strategia della Tensione, non è una storia tanto campata in aria.
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E quindi, qual è il messaggio della strage terrorista al Crocus di ieri sera?
È lo stesso, crediamo, di quello di quando l’anno scorso hanno bombardato a Mosca Darja Dugina o a San Pietroburgo il blogger Vladen Tatarskij: vogliono ri-cecenizzare la Russia.
Vogliono riportare le lancette indietro a quegli anni, quando Mosca era debole, il popolo incerto ed impaurito, e le risorse del bicontinente libere per i rapaci internazionali. Quando c’era il terrorismo islamico, usato come solvente da un potere superiore per distruggere definitivamente ogni potere indipendente per la Russia e piegare nella paura la psiche del popolo russo.
Tutto questo è durato fino a Putin. I mandanti non hanno mai accettato di aver perso. E quindi, nell’ora del trionfo politico e popolare di Putin, ripetono il messaggio. Puoi anche vincere le elezioni, puoi anche avere l’affetto del tuo popolo: noi te lo possiamo portar via a suon di mitragliate terrorista. Puoi vincere la guerra ucraina, noi massacreremo le famiglie ai concerti a Mosca. Lo faremo con i ceceni, con gli ucraini, con i daghestani, con i nazisti russi, con chiunque potremo manovrare.
Ora, da temere, più che il messaggio, che è chiaro, è la risposta che darà Putin.
Perché, come è evidente, potrebbe essere l’innesco della Terza Guerra, che di fatto l’élite occidentale, brama affannosamente.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
La vera storia di Jean-Paul Sartre e del maggio ’68
Sartre n’était pas un philosophe qui s’est trompé.
C’était un homme qui a choisi. Le camp des bourreaux. Puis le camp de ceux qui touchent les enfants. Et la France l’a porté en triomphe. On va le prendre par A + B. Pas par l’ambiance. Par les actes. A. Le communiste. Sartre… https://t.co/QYE7W5bigO pic.twitter.com/Np6Rh5qxOA — Brivael Le Pogam (@brivael) August 27, 2026
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Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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