Pensiero
Mosca bataclanizzata: qual è il messaggio?
Al momento in cui scrivo la conta dei morti del massacro di Mosca è di 60 morti e 140 feriti.
Abbiamo raccolto e mostrato qualche immagine agghiacciante: sì, un commando è entrato in un centro commerciale (su qualche canale ebete di Telegram avete letto che era un municipio: il traduttore automatico dei geni ha tradotto «Crocus City Hall» in «Municipio di Crocus», come se Crocus fosse un quartiere della capitale russa; gli ignoranti che seguite sui social fanno anche questo) con fucili automatici e hanno iniziato a sparare all’impazzata. Sono stati colpiti anche dei bambini, e due dodicenni sarebbero gravi.
È interessante notare quanto siano restii i nostri media a pronunziare, davanti allo schema perfettamente ripetuto, la parola che aveva inondato il discorso pubblico sul terrorismo quasi dieci anni fa: Bataclan.
Il disegno tecnico è il medesimo: colpire la popolazione comune, falciandola con armi a ripetizione e magari qualche bomba suicida o meno, nel momento di massimo svago e massima vulnerabilità – quando va a vedere un concerto. Sparare sulla gente quando è concentrata in un unico punto ed indifesa. Massacrare in maniera massiva per compiere il lavoro del terrorismo, e portare il suo messaggio.
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Mosca è stata bataclanizzata. I grandi media non vogliono dirvelo – perché significherebbe elevare il popolo russo a vittima, dopo due anni di campagna martellante per convincerci che la Russia è carnefice. E poi, soprattutto, nessuno ha voglia davvero di guardarci dentro: se il disegno è lo stesso del Bataclan, gli autori sono gli stessi? I mandanti pure?
Alla rivendicazione dell’ISIS, buttata subito in stampa da tante testate internazionali, non possiamo credere. Curioso, tuttavia, che l’ISIS possa voler colpire la Russia proprio ora, quando l’intervento in Siria è finito da anni…
L’Ucraina, per bocca di un ciarliero e molto visibile tizio consigliere di Zelens’kyj, Mikhailo Podolyak (quello che aveva insultato il papa e il cristianesimo) ha detto non siamo stati noi, mentre altri ucraini hanno ovviamente tirato fuori l’hastatoputin. Chiaramente, ci vogliono far credere, è un false-flag del Cremlino per scatenarsi, anzi, guarda, è la festa personale di Putin per aver vinto l’elezione con quasi il 90% dei voti. Come no. (in rete circolano meme divertenti con il passaporto di un terrorista miracolosamente, come al solito, ritrovato sul luogo del delitto: la foto è quella di un Putin barbuto)
Si tratta della più grande strage terrorista dai primi anni 2000. Qualcuno ricorderà i 130 morti (più quaranta terroristi) e i 700 meriti della crisi del Teatro Dubrovka, quando vennero sequestrati 850 civili da un gruppo di islamisti separatisti ceceni.
Dobbiamo capire che la vittoria sulla questione cecena – e sul terrorismo correlato – è stata la scala d’ingresso di Putin verso il Cremlino. La Cecenia era un disastro che poteva trascinare giù tutta la Russia: un alveare terrorista nel cuore del Paese, e allo stesso tempo un fattore di demoralizzazione devastante per la popolazione. Erano i primissimi tempi di internet, ma già circolavano i video, poi perfezionati da ISIS e compagni, di sgozzamenti di soldati e civili russi.
Putin fu colui che mise fine al pericolo. Da primo ministro ha vinto la Seconda Guerra Cecena, di fatto sottomettendo una fazione in lotta, quella di Kadyrov, il cui figlio ora al potere a Grozny manda i suoi soldati a combattere in Ucraina con adunate oceaniche negli stadi dove si grida «Allahu Akbar» e subito dopo «viva il presidente Putin».
La strage di Dubrovka non è stata la sola. Poco dopo, ci fu il massacro di Beslan, ancora più intollerabile nella volontà terrorista di colpire gli indifesi: il 1 settembre 2004 un gruppo di 32 fondamentalisti separatisti ceceni entrò in una scuola elementare e sequestrò 1200 persone, per maggior parte bimbi. Ricordate quell’immagine: una bomba pronta ad esplodere piazzata dentro il canestro della palestra, e i bambini sotto. Il conto, dopo che gli Spetsnats (le forze speciali russe) liberarono la scuola, fu di oltre trecento morti, di cui 186 bambini, e 700 feriti. Quasi tutta la scuola è stata ferita dal terrorismo.
Si tratta di traumi che i russi pensavano passati. Sono seguiti gli anni putiniani dove stipendi e pensioni sono saliti di 7, 15 volte. Dove il popolo russo, che dopo il 1991 aveva cominciato a perdere un milione di persone l’anno (alcol, disperazione) ha ritrovato la dignità, e, parola chiave per capire Putin e la Russia odierno, rispetto.
Il terrorismo, essenzialmente, è un linguaggio. Ogni atto terroristico ha un messaggio da portare al mondo – questo è quello che ci dicono, almeno. Sappiamo che il messaggio è, in genere, più di uno. C’è un messaggio di superficie, quello dei perpetratori: vogliamo l’indipendenza, vogliamo vendetta, vogliamo la shar’ia, vogliamo la fine dell’occupazione, cose così.
Poi c’è il messaggio profondo, quello dei veri mandanti, di cui non si può discutere, perché non si può saperne nulla.
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Le stragi dei primi 2000 avevano, come messaggio di superficie, la Cecenia: la terra dove Putin aveva riportato l’ordine, promettendo di inseguire i terroristi anche al cesso ed ucciderli lì, disse in una famosa dichiarazione.
Il messaggio profondo possiamo immaginare fosse un altro: lasciaci continuare a depredare la Russia. Il desiderio, profondo ed irrevocabile, dei veri mandanti, che non necessariamente stavano in russo.
I terroristi takfiri ceceni, si è detto, potevano aver legami con oligarchi nemici di Putin riparati all’estero. Era chiaro cosa volevano gli oligarchi ribelli: proseguire, anche per conto dei loro soci occidentali, la razzia resasi possibile con il crollo dell’Unione Sovietica nel decennio di Eltsin, come visibile, ad esempio, nel caso magnate del petrolio Mikhail Khodorkovskij, quello che Pierferdi Casini difendeva al Parlamento italiano, prima di essere imprigionato da Putin si diceva avesse trasferito le sue quote a Lord Nathaniel Jacob Rothschild, quello dei quadri satanici con Marina Abramovic spirato pochi giorni fa. Liberato dalla clemenza di Putin prima delle Olimpiadi 2014 (l’Occidente ringraziò organizzando poco dopo i Giochi di Sochi Piazza Maidan a Kiev), il Khodorkhovskijj ora è tornato a galla per la questione ucraine, i giornali lo definiscono «oppositore di Putin».
Vi sono tuttavia casi più evidenti. Rapporti tra terroristi ed oligarchi furono discussi per uno dei nemici più acerrimi di Putin, l’oligarca riparato a Londra Boris Berezovskij. Una trascrizione di una conversazione telefonica tra Berezovsky e il fondamentalista Movladi Udugov – attualmente uno degli ideologi e il principale propagandista del cosiddetto Emirato del Caucaso, un movimento militante panislamico che rifiuta l’idea di uno stato ceceno meramente indipendente a favore di uno stato islamico che comprenda la maggior parte del Caucaso settentrionale russo e si basi su principi islamici e sulla legge della shar’ia – fu trapelata su uno dei tabloid di Mosca il 10 settembre 1999. Udugov propose di iniziare la guerra del Daghestan per provocare la risposta russa, rovesciare il presidente ceceno Aslan Maskhadov e fondare la nuova repubblica islamica di che sarebbe stata amica della Russia pre-putiniana.
Dopo la Seconda Guerra Cecena, Berezovskij aveva mantenuto i rapporti con i signori della guerra islamisti. Nel 1997, nell’ambito di supposte attività di ricostruzione della Cecenia, fece una donazione di 1 milione di dollari (alcune fonti menzionano 2 milioni di dollari) per una fabbrica di cemento a Grozny. Per tale pagamento fu negli anni accusato di finanziare i terroristi ceceni.
Il 23 marzo 2013 Berezovskij, che bazzicava il World Economic Forum di Davos e aveva avuto un ruolo attivo nella rielezione di Eltsin nel 1996, fu trovato morto nel bagno nella sua villa nel Berkshire, vicino ad Ascot, luogo caro alla nobiltà britannica. Dissero dapprima che era depresso, perché aveva perso una causa con Roman Abramovic (ex patron del Chelsea, anche lui oligarca ebreo ultramiliardario che però si era sottomesso a Putin) e quindi aveva debiti; la polizia inglese invece disse che era una morte senza spiegazioni e volle lanciare un’inchiesta, ma non arrivò a nulla. Si dice prendesse farmaci antidepressivi, e un giorno prima di morire avrebbe detto ad un giornalista londinese che non aveva più niente per cui vivere.
Parlo della morte di Berezovskij perché all’epoca notai come potesse essere correlata ad una strage terrorista dall’altra parte del mondo: il 15 aprile dello stesso anno due bombe esplodono alla Maratona di Boston ammazzando tre persone e ferendone 250. Vengono accusati due fratelli ceceni, Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev. Emerse che loro zio, che i giornali dissero subito si era dissociato dalla deriva islamista dei nipoti, era stato sposato con la figlia di un agente CIA, con cui avrebbe pure convissuto.
Difficile capirci qualcosa: tuttavia, la domanda che mi feci, all’epoca, era: il messaggio profondo della strage bostoniana è che, morto Berezovskij, qualcuno stava chiedendo il riequilibrio di questa rete antirussa occulta che attraversa il mondo.
La mia era solo una supposizione. Di certezze sulle connessioni tra gli americani e gli islamisti ceceni, invece, ne ha Vladimir Putin.
In una sequenza di tensione rivelatrice del documentario che Oliver Stone ha dedicato a Putin – un’intervista di ore e ore tra il 2015 e il 2016 – il presidente russo dà una notizia piuttosto gigantesca: racconta che gli USA, trovati ad aver contatti con i terroristi ceceni, hanno risposto alle rimostranze del Cremlino dicendo che essi erano autorizzati diplomaticamente a parlare con chi volevano.
Putin era visibilmente scosso: la Cecenia, per lui che l’aveva vinta come prima missione della sua carriera ai vertici, significava tanto: il dolore di tanti morti, il rischio di far finire la Russia, ancora una volta, in una spirale di razzia e violenza, in pratica di farla sparire dalla storia.
Discorsi simili sono stati fatti poche settimane fa nell’intervista che Putin ha concesso a Tucker Carlson. Il presidente russo lo aveva ripetuto ai giornalisti anche l’anno scorso: «nel Caucaso l’Occidente sosteneva Al-Qaeda». Washington appoggia il terrorismo antirusso, in sintesi. Per gli italiani che si ricordano quando – al tempo non c’era la parola «complottista» – si parlava della Strategia della Tensione, non è una storia tanto campata in aria.
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E quindi, qual è il messaggio della strage terrorista al Crocus di ieri sera?
È lo stesso, crediamo, di quello di quando l’anno scorso hanno bombardato a Mosca Darja Dugina o a San Pietroburgo il blogger Vladen Tatarskij: vogliono ri-cecenizzare la Russia.
Vogliono riportare le lancette indietro a quegli anni, quando Mosca era debole, il popolo incerto ed impaurito, e le risorse del bicontinente libere per i rapaci internazionali. Quando c’era il terrorismo islamico, usato come solvente da un potere superiore per distruggere definitivamente ogni potere indipendente per la Russia e piegare nella paura la psiche del popolo russo.
Tutto questo è durato fino a Putin. I mandanti non hanno mai accettato di aver perso. E quindi, nell’ora del trionfo politico e popolare di Putin, ripetono il messaggio. Puoi anche vincere le elezioni, puoi anche avere l’affetto del tuo popolo: noi te lo possiamo portar via a suon di mitragliate terrorista. Puoi vincere la guerra ucraina, noi massacreremo le famiglie ai concerti a Mosca. Lo faremo con i ceceni, con gli ucraini, con i daghestani, con i nazisti russi, con chiunque potremo manovrare.
Ora, da temere, più che il messaggio, che è chiaro, è la risposta che darà Putin.
Perché, come è evidente, potrebbe essere l’innesco della Terza Guerra, che di fatto l’élite occidentale, brama affannosamente.
Roberto Dal Bosco
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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