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Cina

Mons. Viganò, dichiarazione sull’Accordo Segreto Sino-Vaticano

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Renovatio 21 pubblica questa dichiarazione dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò sull’accordo sino-vaticano.

 

 

La violazione dell’Accordo Sino-vaticano

L’Agenzia AsiaNews ha diramato (qui) la notizia secondo la quale lo scorso 28 Aprile il clero diocesano di Shanghai avrebbe eletto come proprio Vescovo padre Wu Jianlin.

 

Lo stesso sarebbe avvenuto il 29 Aprile, con l’elezione di padre Li Jianlin alla Diocesi di Xinxiang. Entrambe le nomine, provenienti dalla «chiesa patriottica» scismatica, sono state fatte in palese violazione dei termini dell’Accordo segreto che il Vaticano ha firmato con il governo di Pechino nel 2018, rinnovato nel 2020, nel 2022 e nel 2024 per quattro anni.

 

Le clausole di questo Accordo – che è ufficialmente segreto, ma di cui sono trapelati alcuni dettagli – dovrebbero prevedere da un lato che la Santa Sede riconosca l’Associazione Patriottica Cattolica Cinesecome facente parte della Chiesa Cattolica e che il Partito Comunista Cinese abbia l’autorità di nominarne i Vescovi; dall’altro dovrebbe essere riconosciuto al Papa – almeno in teoria – il diritto di veto su tali nomine e di ratifica della rimozione dei Vescovi legittimi che il Partito Comunista intende sostituire con altri Vescovi di propria nomina.

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La prassi della Santa Sede contraddetta da Jorge Bergoglio

Se la Santa Sede, fino al Pontificato di Benedetto XVI incluso, non ha accettato di firmare accordi con la Cina, è perché le divergenze riguardano aspetti dottrinali e canonici che nessun Papa può eludere né modificare nella loro sostanza (qui).

 

La «chiesa patriottica» cinese è un’entità statale scismatica, i cui «vescovi» non hanno l’approvazione del papa. Finché il Governo comunista cinese continuerà ad interferire nella giurisdizione della Santa Sede nominando propri «vescovi» e deponendo quelli di nomina pontificia, nessun accordo è possibile. Ciò ha comportato una aperta persecuzione dei cattolici – laici, chierici e vescovi – dinanzi alla quale l’unica risposta possibile erano le pubbliche parole di condanna dei papi, le pressioni della Diplomazia internazionale e l’applicazione di sanzioni per le violazioni dei diritti umani da parte di Nazioni occidentali.

 

L’avvento di Jorge Mario Bergoglio ha totalmente scompaginato settant’anni di ferma opposizione della Chiesa, ingannando i Cattolici, consegnando i fedeli e il clero della Chiesa clandestina ai loro persecutori. Gli arresti, i campi di rieducazione, le torture fisiche e psicologiche e tutte le forme possibili di discriminazione nei confronti di laici, religiosi, sacerdoti e Vescovi cattolici hanno conosciuto un aumento proprio dopo la firma dell’Accordo segreto.

 

Per non urtare Xi Jinping, VaticanNews (qui) è giunta nel 2022 a parlare di «presunte persecuzioni» dei fedeli cinesi, riferendosi ai fatti che il card. Joseph Zen, allora sottoposto a un processo, aveva denunciato. Scriveva VaticanNews: «In passato, il cardinale Zen ha anche criticato il Partito comunista cinese per presunte persecuzioni delle comunità religiose».

 

Interpellato dai giornalisti, Bergoglio non spese una parola in difesa del Porporato cinese – che si era già vergognosamente rifiutato di incontrare in Vaticano – limitandosi ad affermare: «Qualificare la Cina come antidemocratica, io non me la sento, perché è un Paese così complesso… sì è vero che ci sono cose che a noi sembrano non essere democratiche, quello è vero. Il cardinale Zen andrà a giudizio in questi giorni, credo. E lui dice quello che sente, e si vede che ci sono delle limitazioni lì» (qui). Bergoglio ha detto testualmente: «Qualificare la Cina come antidemocratica, io non me la sento».

 

Va anche ricordato che nel 2006 Benedetto XVI aveva nominato Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli il Card. Ivan Dias, proveniente dalla diplomazia vaticana ed ex collaboratore del card. Agostino Casaroli, fautore della Ostpolitik. La sua azione filocinese venne bilanciata da papa Benedetto con la nomina di mons. Savio Hon Tai-Fai a Segretario della medesima Congregazione.

 

Tai-Fai era molto vicino al card. Zen e come Benedetto XVI aveva un atteggiamento fermo riguardo alla Cina. Rimarrà in carica fino al 2017, alla vigilia della stipula dell’Accordo segreto che l’arcivescovo cinese non avrebbe mai appoggiato. Zen auspicava che Savio Hon Tai-Fai gli succedesse a Hong Kong: invece fu spedito in Grecia come Nunzio e a Hong Kong venne piazzato il gesuita filo-cinese Stephen Chow Sau-Yan (fatto Vescovo nel 2021 e Cardinale nel 2023).

 

Anche in questo caso, le epurazioni bergogliane sono andate sempre nella stessa direzione.

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L’asservimento della chiesa bergogliana a Pechino

L’indulgenza delle Nazioni occidentali nei riguardi della dittatura comunista cinese è ben nota. Nel 2018 Xi Jinping si è autoproclamato Presidente a vita della Repubblica Popolare Cinese, senza che questo provocasse la condanna dei Paesi in cui vige la democrazia.

 

La Chiesa di Roma, che era stata sino al 2013 l’unica voce dissonante e il cui peso a livello geopolitico è imprescindibile, con Bergoglio si era allineata alla narrazione mainstream e si preparava ad affrontare sul fronte religioso la propria cinesizzazione, così come l’élite globalista stava cinesizzando l’Europa sul fronte economico, sociale e sanitario (qui).

 

Alla luce di queste considerazioni, si può affermare che i desiderata di Pechino sulla normalizzazione delle relazioni con la Santa Sede abbiano trovato perfetta realizzazione grazie all’elezione di Jorge Mario Bergoglio: questo è un dato di fatto incontestabile. Che questa cooperazione del Vaticano ai piani cinesi sia il risultato di un piano preparato da tempo, è quantomeno legittimo supporlo.

 

Quale sia la contropartita che il Governo cinese ha offerto al Vaticano è stato oggetto delle dichiarazioni del dissidente Guo Wengui, secondo il quale la Santa Sede avrebbe ricevuto e continuerebbe a ricevere ogni anno 1,6 miliardi di dollari a fronte del proprio silenzio sulle politiche religiose di Pechino.

 

Questi finanziamenti stranieri confermano una dipendenza finanziaria della chiesa bergogliana da governi e enti sovranazionali, come anche avvenuto con i fondi di USAID e di altre agenzie non-governative legate al «filantropo» George Soros per organizzazioni cattoliche che hanno lucrato sull’immigrazione clandestina.

 

 

La cinesizzazione del Cattolicesimo

I «vescovi» di nomina governativa hanno ovviamente come obiettivo l’assimilazione dell’ideologia materialista da parte dei fedeli Cattolici, e non certo l’assimilazione della Fede Cattolica da parte dei comunisti cinesi. Nella mente del governo di Pechino, la religione è e rimane instrumentum regni, e può essere ammessa solo nella misura in cui essa adegua la propria dottrina e la propria morale al modello comunista. Se dunque la Cina ha guardato con interesse all’Accordo sino-vaticano, è perché lo considera compatibile con la propria impostazione ideologica, e perché – a differenza di quanto avveniva in passato – ha visto in Jorge Mario Bergoglio un alleato nel raggiungimento di questo progetto.

 

Ce lo conferma Gianni Valente, direttore dell’Agenzia Fides, che il 22 Settembre 2024 ha dichiarato: «Ci sono state stagioni in cui nei media ufficiali degli apparati cinesi vescovi e Vaticano venivano normalmente definiti come “cani da guardia” dell’imperialismo occidentale. Adesso, pur nella fase di crescente tensione internazionale tra Repubblica Popolare Cinese e soggetti geopolitici occidentali, in Cina a nessuno viene in mente di insultare il Papa e la Chiesa cattolica come agenti di forze ostili».

 

Ma se il Papa e la Chiesa Cattolica non sono più considerati come agenti di forze ostili, è perché entrambi hanno ceduto sui principi e si sono allineati alla Cina.

 

Durante il Convegno Internazionale Cento anni dal Concilium Sinense: tra storia e presente, tenutosi all’Università Urbaniana di Roma a Maggio 2024, Shen Bin, «vescovo» di Shanghai, ha dichiarato: «Lo sviluppo della Chiesa in Cina sia in linea con la grande rinascita della nazione cinese». Va ricordato che Benedetto XVI aveva autorizzato la nomina a Coadiutore alla sede di Shanghai di Mons. Taddeo Ma Daqin, il quale dopo aver sconfessato la sua appartenenza all’Associazione Patriottica il giorno della sua consacrazione episcopale, fu immediatamente arrestato e posto agli arresti domiciliari.

 

Commenta AsiaNews (qui): «La “vendetta” delle autorità per un simile schiaffo alla politica religiosa della Cina è stata totale: seminario chiuso, ordini religiosi femminili controllati, casa editrice diocesana bloccata; nessuna apertura di porta santa nel Giubileo della Misericordia; ingenti somme sparite dai conti della diocesi. A Mons. Ma è stato strappato il titolo di “vescovo” di Shanghai e sottoposto a “un’inchiesta per aver violato le regole”».

 

Tutt’altro trattamento per il «vescovo» Shen Bin, figura organica al Partito: pur essendo stato nominato a Shanghai da Bergoglio lo scorso Luglio, in realtà già tre mesi prima era stato trasferito a quella prestigiosa sede per decisione unilaterale del Consiglio dei Vescovi Cinesi, organismo che la Santa Sede ufficialmente non riconosce (qui). Non è un caso se Shen Bin sia sostenuto dalla potente Comunità di Sant’Egidio (anch’essa finanziata da USAID) alla quale «il cardinale Zen imputa di aver invitato con tutti gli onori al meeting interreligioso di Monaco di Baviera – organizzato in pompa magna da questa comunità dall’11 al 13 settembre 2011 – un vescovo cinese in grave disobbedienza col papa per aver partecipato il 14 luglio precedente all’ordinazione illecita di un nuovo vescovo non approvato da Roma ma imposto dalle autorità di Pechino» (qui).

 

Quello che sotto Benedetto XVI era considerata grave disobbedienza, con Bergoglio è diventata prassi abituale.

 

Ha precisato il «vescovo» di Shanghai Shen Bin: «la Chiesa in Cina è sempre rimasta fedele alla sua fede cattolica, pur nel grande impegno di adattarsi costantemente al nuovo sistema politico»; «la politica della libertà religiosa attuata dal governo cinese non ha alcun interesse a cambiare la fede cattolica, ma spera solo che il clero e i fedeli cattolici difendano gli interessi del popolo cinese e si liberino dal controllo di potenze straniere».

 

Non basta: l’idea conciliare dell’inculturazione – che Bergoglio ha riproposto con la chiesa amazzonica – è condivisa dal «vescovo» comunista Shen Bin: «incoraggiare la Chiesa in Cina a esplorare l’uso della cultura tradizionale cinese nell’espressione della fede cattolica; sostenere l’adozione di stili tradizionali cinesi nell’architettura delle chiese, nell’arte delle chiese e nella musica, e promuovere la cinesizzazione dell’arte della Chiesa, integrare elementi della cultura tradizionale cinese nella liturgia della Chiesa. Tutti questi sono i metodi e gli strumenti più importanti per promuovere la cinesizzazione del cattolicesimo oggi, e sono anche l’orientamento dei nostri impegni futuri».

 

Se la Chiesa in Cina volesse essere «cattolica» – nell’accezione di ««universale» – essa diventerebbe ipso facto incompatibile con l’idea di una chiesa nazionale cinesizzata.

 

La qual cosa rientra perfettamente nel grande piano dei Gesuiti. Infatti, nel 2018, su La Civiltà Cattolica, il sinologo padre Benoît Vermander scriveva: «rendere più cinesi le religioni non vuol dire semplicemente sviluppare un rituale locale e una prospettiva dottrinale, ma in primo luogo aderire alla definizione di cultura cinese proposta dalla stessa relazione del presidente Xi al XIX Congresso» (qui).

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La Cina e la globalizzazione

La Cina ambisce a ritagliarsi un ruolo centrale nel Nuovo Ordine Mondiale, ed è l’oligarchia tecno-capitalista che intende dettarne l’impostazione e le regole, peraltro come già avvenuto con la frode psicopandemica sin dal 2019. Il Forum di Davos – espressione di una lobby potentissima sovranazionale – è così entusiasta del binomio dittatura-Agenda2030 da aver tenuto nel Giugno 2023 il Meeting of the New Champions, l’annuale incontro estivo dei 1500 leader globali, proprio a Tianjin.

 

La Cina è indispensabile per la sua collaborazione nel processo di cinesizzazione del mercato globale, il che implica l’uso della geoingegneria, gli interventi sul settore agroalimentare (carne sintetica, cibi OGM), la privatizzazione delle risorse (inclusa l’acqua), l’imposizione dei crediti sociali, della valuta digitale e del monitoraggio capillare di ogni attività umana. L’élite globalista considera insomma la Cina come un laboratorio nel quale il regime totalitario comunista rende possibile, con la forza, ciò che le democrazie occidentali non riescono a realizzare senza violare sistematicamente le Costituzioni e le leggi.

 

È dunque il mondo occidentale che dovrà – nei piani dei globalisti – rinunciare alla democrazia e alla libertà per trasformarsi in una tecnocrazia dittatoriale gestita dagli «azionisti» del potere, ossia da quelli che lo gestiscono per via finanziaria. Le limitazioni che il governo cinese impone in ambito religioso sono quindi destinate a diventare la norma anche nei nostri Paesi, grazie a forme di censura e di controllo sociale.

 

Senza la Cina non c’è globalizzazione, né finanziarizzazione, né digitalizzazione. Senza la Cina non è possibile realizzare quel Great Reset basato sullo smantellamento del potere dell’Occidente (cristiano) mediante la deindustrializzazione programmata e la islamizzazione.

 

Lo scopo è la trasformazione dell’uomo in un numero. Diceva l’allora Card. Joseph Razinger nel 2000, rivolgendosi ai Seminaristi di Palermo (qui): «Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri».

 

E ancora: «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona amata».

 

È difficile credere che colui che aveva così chiaro il pericolo rappresentato dalla distopia tecnocratica globalista avrebbe appoggiato come Papa l’instaurazione di quel regime propagandando sieri genici, aborto e eutanasia, controllo sociale e agenda LGBTQ.

 

Il pontificato di Benedetto XVI venne ferocemente osteggiato e avversato su più fronti, al punto che John Podesta teorizzò la sua sostituzione con un papa allineato all’agenda globalista che introducesse la parità di genere, la depenalizzazione della sodomia, la cosiddetta «salute riproduttiva», la legittimazione del divorzio, la condanna della pena di morte, l’ecologismo malthusiano e le politiche sanitarie dell’OMS.

 

Questo è ciò che effettivamente ha fatto Jorge Bergoglio, appena nominato papa, mentre Benedetto XVI era del tutto contrario ad una normalizzazione dei rapporti con la Cina, che non prevedessero il riconoscimento delle piene prerogative della Sede Apostolica sui Cattolici e sulla Gerarchia cattolica in Cina. Il piano di distruzione sociale ed economica dell’Europa a tutto vantaggio della dittatura cinese non avrebbe mai trovato complice Papa Benedetto XVI, nonostante le pressioni dei Gesuiti e dei «cattolici» ultra-progressisti.

 

 

I fautori dell’Accordo segreto

John Podesta, oltre a organizzare una primavera cattolica in Vaticano, compare più volte come entusiasta sostenitore delle relazioni commerciali con la Cina. I suoi interventi – che seguono la linea dettata dalle Amministrazioni Clinton, Obama e Biden – sono la conferma della capacità di Pechino di avere propri agenti all’interno del governo degli Stati Uniti d’America che sostenessero l’entrata della Cina nella Organizzazione Mondiale del Commercio (qui e qui).

 

A nome di tutte queste Amministrazioni e della Santa Sede il card. Theodore McCarrick svolse un’intensa attività diplomatica con la Cina, dove si recò almeno otto volte, e dove soggiornò presso il Seminario della «chiesa patriottica» (qui). Fu lui a dichiarare, in un’intervista su The Global Times«Vedo accadere molte cose che aprirebbero davvero molte porte perché il presidente Xi e il suo governo sono preoccupati per le cose di cui papa Francesco è preoccupato» (qui), e che Bergoglio e Xi potrebbero essere «un regalo speciale per il mondo».

 

La Catholic News Agency riferisce che «nel 2009, l’Arcivescovo ha fatto recapitare un messaggio a un amico in Cina tramite Nancy Pelosi, allora Presidente della Camera dei Rappresentanti. Pelosi ha trasmesso i saluti di McCarrick al vescovo Aloysius Jin di Shanghai, in passato uno dei principali gesuiti cinesi». Jin all’epoca era un «vescovo» della «chiesa patriottica» scismatica.

 

Scriveva a tal proposito Maria Antonietta Calabrò: «le visite dell’ex cardinale includevano incontri con Wang Zuo’an, capo dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi e il defunto vescovo Fu Tieshan, ex presidente dei vescovi, cioè la Conferenza della Chiesa cattolica in Cina (BCCCC), un’organizzazione non riconosciuta dalla Santa Sede. Nel giugno 2014, David Gibson riferì sul Washington Post che McCarrick aveva viaggiato in Cina “l’anno scorso”; per “incontri riservati sulla libertà religiosa”. Questo dettaglio conferma la testimonianza dell’ex nunzio Viganò che ha raccontato di aver incontrato McCarrick nel giugno 2013 in Vaticano, il quale gli avrebbe detto “Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani andrò in Cina”. McCarrick è stato ospitato dal seminario di Pechino durante almeno due viaggi in Cina, secondo un cablo del Dipartimento di Stato del 2006 pubblicato da Wikileaks. Il vice-rettore di un seminario sotto il controllo dello Stato comunista, padre Shu-Jie Chen, viene infatti descritto due volte come l’ospite di McCarrick nel resoconto diplomatico di Christopher Sandrolini, Vice Capo della Missione presso l’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Chen si è descritto come “il re” del seminario, dicendo che potrebbe fare quello che voleva tra le sue mura. Il diplomatico ha anche annotato nel suo resoconto che il vice rettore “ha minimizzato la persecuzione della Chiesa sotterranea”, e che “l’evangelizzazione non era un’opzione per il personale religioso ufficiale”. Sembra però esserci stato – riporta la CNA – un’interruzione dei viaggi di McCarrick in Cina tra il 2006 e il 2013, (cioè durante il Papato di Benedetto XVI) anche se la sua influenza in Cina era ancora attiva. Quindi, come si vede il dossier cinese per il Vaticano si interseca con quello della pedofilia e il caso Viganò. E questo potrebbe scatenare nuovi attacchi contro Francesco, con l’accusa di aver “svenduto” al partito comunista la nomina dei vescovi» (qui).

 

La ricattabilità dei negoziatori

Darrick Taylor scriveva su Crisis Magazine del 14 Maggio 2024 (qui): «Tuttavia, questo non significa che non ci siano scenari plausibili in cui parti esterne interessate possano aver influenzato il Vaticano. Il più ovvio è l’accordo del Vaticano con la Cina, per il quale il Vaticano, per ragioni inspiegabili, ha mandato a negoziare Theodore McCarrick. Non è una grande forzatura ipotizzare che il Partito Comunista Cinese abbia ricattato una figura così compromessa, e non è assurdo pensare che qualcosa del genere possa essere la ragione del disastroso accordo. Le cospirazioni più fantasiose riguardanti Francesco hanno a che fare con la sua elezione, e potrei essere persuaso che i governi interessati sarebbero disposti a esercitare influenza su un’elezione papale. I candidati più probabili sarebbero il già citato PCC, ma anche il governo degli Stati Uniti. Le e-mail di WikiLeaks hanno rivelato che i politici democratici liberali della campagna presidenziale 2016 di Hillary Clinton (tra cui John Podesta, un cattolico battezzato) hanno discusso della necessità di una “primavera araba” nella Chiesa cattolica. Non è assurdo immaginare un presidente democratico liberale che passa dalla speculazione alla manipolazione di funzionari della Chiesa tramite tangenti o altri incentivi».

 

Bergoglio ha chiaramente obbedito ai suoi padroni – riconducibili all’élite eversiva globalista – eludendo tutti i problemi concreti al solo scopo di distruggere ogni resistenza interna da parte della Chiesa clandestina e di sostituire i Vescovi fedeli alla Sede Apostolica con emissari governativi. Dietro tutto questo, come sappiamo, vi è il più vasto processo di normalizzazione delle relazioni internazionali con la dittatura cinese, indispensabile partner dei globalisti nell’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Benedetto XVI costituiva un ostacolo alle mire espansionistiche della Cina: serviva affrettare la fine del suo Pontificato e avere un emissario della Sinistra globalista sul Soglio di Pietro.

 

Trova così conferma quel legame tra deep state deep church che io ho denunciato sin dal 2020 e che vede unite nel golpe globalista del Nuovo Ordine Mondiale due forze della medesima matrice eversiva, il cui obiettivo è l’usurpazione dell’autorità in ambito civile e religioso per demolire le istituzioni che illegittimamente presiedono.

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Parolin e Zuppi emissari della Cina comunista

Tra i protagonisti dell’Accordo segreto sino-vaticano vi è anche il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, il quale è intervenuto al 47° Forum Mondiale dell’Economia di Davos nel 2017, all’incontro del Gruppo Bilderberg nel 2018 e nel 2021 all’Adaptation Summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Non stupisce che Parolin goda del massimo sostegno della dittatura comunista di Pechino e di tutti i suoi emissari e sponsor, laici ed ecclesiastici.

 

Anche il presidente della CEI, Matteo Zuppi, è un sostenitore dell’Accordo segreto, in quanto espressione della Comunità di Sant’Egidio e del suo fondatore Andrea Riccardi.

 

Chi oggi ritiene Parolin o Zuppi papabili, dovrà considerare quale potrà essere la loro risposta alla provocazione del governo cinese rappresentata dalla nomina dei due «vescovi» senza mandato apostolico. Il loro atteggiamento del tutto compiacente nei riguardi di Pechino è la peggior premessa per un Papato che voglia sanare il gravissimo vulnus all’unità della Chiesa Cattolica costituito dall’Accordo segreto sino-vaticano (qui).

 

Per questo è indispensabile che il Cardinale Parolin renda pubblico il testo integrale dell’Accordo segreto prima di eleggere il nuovo Papa.

 

Conclusione

Questa vicenda coinvolge milioni di Cattolici cinesi perseguitati. La Chiesa del silenzio si confronta con il silenzio della Chiesa, con la complicità e nel tradimento di ecclesiastici cinici e corrotti ai quali interessa assecondare i progetti dell’élite globalista e della dittatura comunista di Pechino.

 

Gli eredi di Bergoglio – Pietro Parolin e Matteo Zuppi primi fra tutti – vogliono assicurarsi l’appoggio dei potenti della terra perché il modello comunista di una chiesa nazionale sotto il controllo governativo consente la realizzazione della loro idea di chiesa. Essi considerano questa chiesa di Stato come lo strumento più efficace per imporre la visione ereticale della sinodalità bergogliana, dietro cui si nasconde la stessa indole tirannica del regime cinese e dell’élite globalista.

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nei suoi schemi preparatori che le manovre dei Novatori hanno sdegnosamente cancellato, prevedeva la condanna solenne del materialismo ateo: oggi comprendiamo le conseguenze disastrose della pavidità e della complicità di tanti prelati – e di Giovanni XXIII e Paolo VI – dinanzi alla minaccia del comunismo e soprattutto alla realizzazione del criminale progetto distopico che solo una dittatura può realizzare.

 

Mi chiedo quanti dei cardinali presenti al Conclave del 1958 si rendessero conto del pericolo incombente e delle conseguenze – non diverse da quelle attuali – del loro voto, grazie al quale Roncalli poté dettare alla Chiesa la linea della distensione nei riguardi dei regimi comunisti. L’esperienza passata dovrebbe essere di monito per orientare l’azione presente.

 

Non possiamo che esprimere la nostra più ferma condanna dinanzi al pactum sceleris che vede uniti la dittatura comunista cinese, gli oligarchi tecno-finanziari di Davos e gli usurpatori dell’autorità nella Chiesa Cattolica.

 

Ciò che motiva l’azione persecutoria di costoro contro i cattolici cinesi è la loro fedeltà di questi ultimi alla Chiesa e al Papato: non ad una chiesa patriottica e nazionale, non ad una ong umanitaria, non ad una entità senza dogmi e senza morale serva di ideologie antiumane, ma a quella Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e Romana che è e rimane – perché fondata su Nostro Signore Gesù Cristo, pietra angolare – l’unico vero e ineludibile καθῆκον (2Tes 2, 6-7) all’instaurazione del regno dell’Anticristo.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo
già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

 

2 Maggio 2025
S.cti Athanasii Episcopi et Ecclesiæ Doctoris

 

 

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Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

Cina

Gli USA blacklistano Alibaba per legami con l’esercito cinese

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Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti ha aggiunto decine di aziende cinesi, tra cui il colosso tecnologico Alibaba, il motore di ricerca Baidu e il produttore di veicoli elettrici BYD, a una lista nera di entità che, a suo dire, aiutano l’esercito di Pechino.   La Cina ha condannato la decisione, accusando Washington di prendere di mira le imprese cinesi. La cosiddetta lista 1260H del Pentagono, aggiornata lunedì, comprende ora 188 aziende della Repubblica Popolare, rispetto alle circa 130 dell’anno scorso. La lista identifica le aziende che, secondo Washington, sono collegate all’esercito cinese o contribuiscono alla sua strategia di «fusione civile-militare».   Tale designazione non impone sanzioni complete, ma esclude le aziende incluse nell’elenco da futuri contratti di difesa statunitensi ed è ampiamente considerata un monito per gli investitori e le aziende americane.   Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, i contratti diretti del Pentagono con società quotate in borsa saranno vietati entro la fine di questo mese, mentre le restrizioni sull’acquisto di prodotti o servizi tramite terzi entreranno in vigore nel 2027.

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Martedì Pechino ha condannato la decisione, con il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian che ha affermato che la Cina «si oppone fermamente» all’«eccessiva interpretazione del concetto di sicurezza nazionale da parte degli Stati Uniti» e all’utilizzo di «liste discriminatorie» per colpire le imprese cinesi.   «Esortiamo gli Stati Uniti a correggere i propri errori e a porre fine all’ingiustificata repressione delle imprese cinesi», ha affermato Lin, aggiungendo che la Cina adotterà le misure necessarie per proteggere i «legittimi e legittimi diritti e interessi» delle proprie aziende.   La Cina ha ripetutamente accusato gli Stati Uniti di utilizzare motivazioni di sicurezza nazionale per contenere la sua ascesa economica e indebolire le sue aziende leader.   Diverse aziende tra quelle prese di mira hanno respinto la designazione. Alibaba, la più grande azienda di e-commerce cinese, ha affermato che non vi era «alcun fondamento» per includerla nella lista, insistendo sul fatto di «non essere un’azienda militare cinese né parte di alcuna strategia di fusione civile-militare».   Baidu ha definito l’accusa «totalmente infondata», mentre BYD ha dichiarato di opporsi fermamente all’essere etichettata come azienda militare e che avrebbe utilizzato mezzi legali per difendere i propri interessi.   L’elenco aggiornato arriva a meno di un mese dall’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping a Pechino, un colloquio volto a gestire le tensioni tra le due maggiori economie mondiali. Il vertice non ha prodotto risultati significativi, ma entrambe le parti hanno concordato di proseguire il dialogo e di gestire le controversie in materia di commercio, tecnologia e sicurezza.   Nel febbraio 2026 il PentagonO AVEVA aggiunto Unitree Robotics (CIOè Hangzhou Yushu Technology Co. Ltd.) alla lista delle «Chinese Military Companies».   Unitree, produttrice di androidi, è considerata legata al complesso militare-industriale cinese, con legami documentati con università e istituti legati alla PLA (Esercito Popolare di Liberazione), finanziamenti statali e utilizzo dei suoi robot in contesti militari.   La blacklist non costituisce ancora la temutissima Entity List del BIS (del dipartimento del Commercio), che imporrebbe restrizioni severe sulle esportazioni di tecnologia americana verso l’azienda.   Forte di una certa esperienza con i robot umanoidi, Unitree lo scorso mese aveva mostrato al mondo il suo prototipo di robot gigante pilotabile, pure trasformabile in gigarobocane che sarebbe già in vendita.  

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Cina

La Cina rade al suolo una chiesa dopo che i fedeli rifiutano di esporre la bandiera nazionale

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Le autorità cinesi hanno demolito un’importante chiesa protestante nella Cina orientale dopo mesi di scontri con i parrocchiani che si opponevano alle richieste del governo di esporre la bandiera nazionale all’interno della chiesa, mettendo in luce il trattamento riservato ai cristiani contrari al progetto di sinizzazione dello Stato. Lo riporta LifeSiste.

 

Il 19 maggio, la demolizione della chiesa di Yazhong a Yayangzhen, nella contea di Taishun, è stata completata dopo mesi di tensioni tra le autorità locali e i membri della congregazione riguardo alle richieste governative sull’esposizione di simboli nazionali all’interno della chiesa. Secondo la testimonianza raccolta da ChinaAid da una fonte locale identificata solo come «Signor A», l’operazione è stata condotta in un clima di straordinarie misure di sicurezza che includevano un’ampia sorveglianza, posti di blocco, dispiegamento di polizia e restrizioni alle comunicazioni.

 

«L’atmosfera quel giorno era estremamente terrificante», ha dichiarato il signor A a ChinaAid. «La strada era piena di agenti e poliziotti delle forze speciali».

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La chiesa, nota anche come Chiesa di Yayang, apparteneva al movimento delle Chiese Locali, una tradizione protestante storicamente legata al predicatore cinese Watchman Nee e influenzata dal movimento chiamato British Closed Brethren. La congregazione aveva a lungo mantenuto un’identità religiosa indipendente nella regione montuosa del sud dello Zhejiang.

 

Secondo quanto riferito dal signor A, le autorità hanno iniziato a isolare l’area circostante la chiesa diversi giorni prima della demolizione. Sono stati istituiti posti di blocco fino a due chilometri dal sito e l’accesso è stato limitato al personale autorizzato. I residenti che vivevano vicino alla chiesa sarebbero stati trasferiti prima dell’arrivo delle squadre di demolizione. La fonte ha inoltre affermato che sono state dispiegate apparecchiature di sorveglianza in tutta l’area e che i funzionari hanno monitorato gli edifici vicini per osservare eventuali attività intorno alla chiesa.

 

Il signor A ha anche descritto quello che ha definito un blocco totale delle informazioni. Secondo il suo racconto, le persone sospettate di fotografare la chiesa subivano l’immediato intervento della polizia. Ha inoltre affermato che i membri dei gruppi di comunicazione della chiesa erano diventati riluttanti a condividere messaggi o immagini riguardanti la demolizione per timore di intercettazioni elettroniche e di un possibile arresto.

 

La disputa culminata nella distruzione della chiesa ebbe inizio nel 2025. Secondo ChinaAid, le autorità locali richiesero che la bandiera nazionale cinese fosse esposta all’interno del santuario e che venisse eretto un pennone presso la chiesa. I fedeli si opposero al provvedimento, sostenendo che introduceva simboli politici in un luogo di culto, continua LSN.

 

Nel giugno del 2025, i tentativi da parte del personale governativo di installare un’asta portabandiera avrebbero scatenato proteste e un prolungato stallo tra i membri della chiesa e le autorità locali.

 

Il signor A ha dichiarato che l’edificio della chiesa aveva precedentemente ricevuto l’approvazione ufficiale ed era stato costruito legalmente. Nonostante ciò, le autorità hanno avviato una campagna che si è intensificata nel corso di diversi mesi.

 

Il 15 dicembre 2025 si è svolta un’importante operazione, durante la quale un gran numero di agenti di polizia e personale di sicurezza avrebbero condotto azioni coordinate in diversi luoghi di ritrovo cristiani nella città di Yayang. Secondo quanto riportato, sono stati utilizzati droni per la sorveglianza aerea, cani poliziotto sono entrati nei locali delle chiese e oltre 100 fedeli sono stati dispersi e brevemente fermati. I fedeli hanno reagito intonando inni durante l’operazione.

 

La repressione si è poi concentrata sui leader e sui membri di spicco della chiesa. Secondo quanto riportato da ChinaAid, 22 membri rimangono in detenzione preventiva, tra cui i leader della chiesa Lin Enzhao e Lin Enci. Le autorità li avrebbero accusati di «aver fomentato disordini e provocato problemi», un’accusa spesso usata contro attivisti, dissidenti e membri di organizzazioni indipendenti in Cina.

 

Il signor A ha inoltre affermato che i rappresentanti del governo hanno offerto un risarcimento di 2 milioni di yuan cinesi (254.646 euro) in cambio del consenso alla demolizione della chiesa, ma la proposta è stata respinta. Ha anche dichiarato che ad alcuni detenuti è stato negato l’accesso agli incontri con i propri avvocati difensori, limitando così le possibilità di ricorso legale, scrive LifeSiteNews.

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La demolizione è avvenuta in un contesto più ampio di crescente pressione sulle comunità religiose in Cina. Wenzhou, spesso definita una delle regioni più cristiane della Cina, è stata al centro di una campagna di rimozione di croci su larga scala tra il 2014 e il 2016, durante la quale, secondo quanto riportato, sono state smantellate più di 1.000 croci di chiese.

 

Preoccupazioni simili sono state sollevate anche riguardo alle comunità cattoliche. Nell’aprile del 2026, Human Rights Watch ha riferito che le autorità cinesi avevano intensificato la sorveglianza, il controllo ideologico e le restrizioni amministrative nei confronti dei cattolici, in particolare dei membri delle comunità clandestine che non intendevano aderire all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, controllata dallo Stato. L’organizzazione ha affermato che detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, arresti domiciliari, torture e altre forme di pressione erano state utilizzate contro il clero e i fedeli che si opponevano all’integrazione nelle strutture religiose ufficiali.

 

Secondo Human Rights Watch, la pressione sui cattolici clandestini è aumentata negli anni successivi all’accordo riservato del 2018 tra la Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi. L’organizzazione ha affermato che le comunità cattoliche indipendenti hanno dovuto affrontare crescenti tentativi di sottoporle alla supervisione statale, mentre i sistemi di sorveglianza e le restrizioni all’attività religiosa si sono ampliati.

 

Come riportato da Renovatio 21, in questi anni vari ordini di demolizione sono stati emanati ed eseguiti contro chiese, case di suore sacerdoti, croci.

 

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Cina

Xi Jinping rimane intransigente sul caso di Jimmy Lai

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Al suo ritorno dal vertice bilaterale di alto livello tenutosi a Pechino a metà maggio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivelato i dettagli delle sue conversazioni private con l’omologo cinese Xi Jinping. Mentre l’aspetto commerciale dell’incontro ha portato alla stipula di ingenti contratti, gli scambi diretti riguardanti il ​​destino dei prigionieri politici hanno messo in luce una diplomazia a due livelli.   «Suonare il liuto davanti a un bue». Il proverbio cinese potrebbe applicarsi a certi aspetti del vertice di Pechino. Durante un incontro di due ore al Tempio del Cielo, l’inquilino della Casa Bianca ha presentato formalmente al suo omologo un elenco di prigionieri politici, ponendo particolare enfasi sulla situazione dei leader religiosi. Il presidente americano ha espresso un singolare ottimismo riguardo al caso di Ezra Jin Mingri, l’emblematico pastore della Chiesa di Sion, una delle più grandi congregazioni protestanti clandestine del Paese, arrestato lo scorso autunno durante un’ondata di repressione statale contro le comunità religiose non registrate .   Secondo quanto dichiarato da Donald Trump durante il volo di ritorno, Xi Jinping ha formalmente promesso di « esaminare molto seriamente» la questione in vista di un possibile rilascio. Questo annuncio è stato accolto con grande emozione dalla famiglia del pastore, con la figlia Grace Jin Drexel che ha definito questa svolta diplomatica «miracolosa», lodando al contempo la tenacia dell’amministrazione americana.

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Il caso Jimmy Lai: il muro della sovranità cinese

L’entusiasmo presidenziale, tuttavia, è stato infranto da una realtà ben diversa riguardante Jimmy Lai. L’attivista cattolico settantottenne ed ex magnate dei media di Hong Kong sta attualmente scontando una condanna a 20 anni di carcere, inflittagli nel febbraio 2026 in base alla draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino.   Interrogato in merito , Donald Trump ha ammesso con brutale franchezza che la risposta di Xi Jinping era stata gelida, definendo la questione «particolarmente difficile«. «Non sono ottimista», ha riconosciuto il presidente americano, indicando che le richieste occidentali si erano scontrate con il cuore politico del regime. Per Pechino, Jimmy Lai rimane uno dei principali artefici dei movimenti di protesta pro-democrazia del 2019, accusato di collusione criminale con potenze straniere.   Nonostante questa cupa valutazione, Claire Lai, la figlia del leader dell’opposizione imprigionato, ha tenuto a ringraziare Washington per aver sfidato il tabù diplomatico, ribadendo l’estrema urgenza del suo rilascio, dato che le condizioni di salute del padre peggiorano di giorno in giorno.

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Tra realpolitik e pragmatismo commerciale

Questo vertice illustra perfettamente la dottrina transazionale dell’amministrazione americana. Pur dovendo affrontare delicate questioni relative alle libertà individuali, Washington ha concluso accordi commerciali per oltre 100 miliardi di dollari, tra cui ordini record per Boeing e impegni significativi per l’acquisto di prodotti agricoli, in particolare soia.   Questo approccio dimostra che, sebbene la Cina sia disposta a compiere alcuni gesti umanitari mirati e di forte valore simbolico per facilitare le proprie relazioni economiche, la leadership del Partito Comunista Cinese rifiuta qualsiasi compromesso quando vengono messi in discussione il suo controllo politico assoluto sul cattolicesimo e su Hong Kong, o la sua linea rossa su Taiwan.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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