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Geopolitica

«L’era dell’egemonia occidentale è finita»: parla un accademico russo

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Farhad Ibragimov, docente presso la Facoltà di Economia dell’Università RUDN e docente ospite presso l’Istituto di Scienze Sociali dell’Accademia Presidenziale Russa di Economia Nazionale e Pubblica Amministrazione, ha pubblicato il 1° settembre sulla testata governativa russa in lingua inglese Russia Today un interessante editoriale sulla recente riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), intitolato «L’Occidente ha avuto il suo secolo. Il futuro appartiene ora a questi leader».

 

Lo scritto tratta il tema della decadenza del potere planetario occidentale.

 

«Il vertice della Shanghai Cooperation Organization in Cina si è già affermato come uno degli eventi politici più significativi del 2025» ha scritto l’Ibragimov. «Ha sottolineato il ruolo crescente della SCO come pietra angolare di un mondo multipolare e ha evidenziato il consolidamento del Sud del mondo attorno ai principi di sviluppo sovrano, non interferenza e rifiuto del modello occidentale di globalizzazione. Ciò che ha conferito all’incontro un ulteriore livello di simbolismo è stato il suo collegamento con la prossima parata militare del 3 settembre a Pechino, che celebra l’80° anniversario della vittoria nella guerra sino-giapponese e la fine della Seconda Guerra Mondiale».

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«Parate di questo tipo sono una rarità in Cina – l’ultima si è tenuta nel 2015 – a sottolineare quanto questo momento sia eccezionale per l’identità politica di Pechino e il suo tentativo di proiettare sia la continuità storica che l’ambizione globale. L’ospite principale sia al vertice che alla prossima parata è stato il presidente russo Vladimir Putin» continua il professore. «La sua presenza ha avuto non solo un peso simbolico, ma anche un significato strategico. Mosca continua a fungere da ponte tra i principali attori dell’Asia e del Medio Oriente, un ruolo che conta ancora di più sullo sfondo di un ordine di sicurezza internazionale frammentato».

 

Il Programma di Sviluppo della SCO, adottato al vertice, è una «roadmap volta a definire il percorso strategico dell’organizzazione per il prossimo decennio e a trasformarla in una piattaforma a tutti gli effetti per il coordinamento di iniziative economiche, umanitarie e infrastrutturali», continua l’articolo. «Altrettanto significativo è stato il sostegno di Mosca alla proposta cinese di istituire una Banca di Sviluppo della SCO. Un’istituzione del genere potrebbe fare di più che finanziare progetti congiunti di investimento e infrastrutture; aiuterebbe anche gli Stati membri a ridurre la loro dipendenza dai meccanismi finanziari occidentali e ad attenuare l’impatto delle sanzioni, pressioni che Russia, Cina, Iran, India e altri paesi affrontano a vari livelli».

 

L’evento, ha affermato il professor Ibragimov, «ha confermato l’esistenza di un ordine mondiale multipolare, un concetto che Putin promuove da anni. La multipolarità non è più una teoria. Ha assunto una forma istituzionale nella SCO, che si sta espandendo costantemente e sta acquisendo autorevolezza in tutto il Sud del mondo».

 

L’ampia partecipazione delle nazioni arabe, aggiunge l’accademico, «sottolinea che un nuovo asse geoeconomico che collega l’Eurasia e il Medio Oriente sta diventando realtà e che la SCO sta emergendo come un’alternativa interessante ai modelli di integrazione incentrati sull’Occidente».

 

La SCO «non è più una struttura regionale, ma un centro di gravità strategico nella politica globale. Unisce paesi con sistemi politici diversi, ma con una determinazione condivisa a difendere la sovranità, promuovere i propri modelli di sviluppo e rivendicare un ordine mondiale più equo».

 

«L’era dell’egemonia occidentale è finita» conclude lo studioso. «Il multipolarismo non è più una teoria: è la realtà della politica globale, e la SCO è il motore che la spinge avanti».

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L’idea della fine della primazia dell’Occidente sul mondo circola da diverso tempo in ambienti accademici e diplomatici. Essa è stata ripetuta più volte, negli scorsi mesi, dal premier ungherese Vittorio Orban. Il ministro degli esteri russo Sergio Lavrov due anni fa ha parlato del termine del «dominio di 500 anni» da parte dell’Ovest.

 

Putin in questi anni ha ribadito, in discorsi che puntavano il dito contro le élite occidentali», che «il mondo unipolare è finito».

 

Come riportato da Renovatio 21, all’incontro SCO di Tianjin della settimana passata lo stesso presidente Xi Jinpingo ha parlato di resistenza «all’egemonismo e alla politica di potenza», cioè di sfida vera e propria al predominio occidentale. Subito dopo, a Pechino, ha mostrato armi di nuovo tipo (come i razzi ipersonici) nella colossale parata in Piazza Tian’anmen, nonché ha esibito gli apparati della triade nucleare (aerei, missili balistici, sommergibili) a disposizione della Repubblica Popolare Cinese.

 

Discorsi sul declino occidentale da parte di studiosi russi erano scivolati, come nel caso del politologo Sergej Karaganov, in ipotesi di lanci nucleari contro le città europee.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Geopolitica

Trump sta valutando la ripresa dei raid aerei mentre i colloqui con l’Iran si bloccano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe valutando la possibilità di riprendere i bombardamenti contro l’Iran, dato che i colloqui di pace rimangono in una fase di stallo. Lo riporta Axios, che cita tre funzionari statunitensi a conoscenza della questione   Domenica, Trump ha respinto le ultime condizioni dell’Iran definendole «totalmente inaccettabili» e ha affermato che il cessate il fuoco raggiunto circa un mese fa era «in condizioni critiche».   Secondo Axios, Trump avrebbe dovuto incontrare lunedì il suo team per la sicurezza nazionale per discutere i prossimi passi, tra cui la potenziale ripresa del Project Freedom – un’operazione volta a guidare le navi attraverso lo Stretto di Ormuzzo– nonché la ripresa degli attacchi aerei e il raggiungimento del restante 25% degli obiettivi identificati dal Pentagono ma non ancora colpiti.

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Il Washington Post, citando una valutazione della CIA, ha riferito la scorsa settimana che l’Iran ha conservato circa il 75% dei suoi lanciatori mobili prebellici e circa il 70% dei suoi missili, e potrebbe resistere a un blocco navale statunitense per almeno tre o quattro mesi.   Trump ha sospeso il Progetto Freedom entro 24 ore dall’annuncio, la scorsa settimana, in seguito a una richiesta del Pakistan, che ha svolto il ruolo di mediatore nel conflitto. La NBC ha poi riferito che il presidente ha accantonato l’iniziativa dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le sue basi e il suo spazio aereo per scortare le navi attraverso lo Stretto di Hormuz.   Il principale negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato domenica che gli Stati Uniti non hanno «altre alternative» se non quella di accettare le condizioni di Teheran. «Più temporeggiano, più i contribuenti americani pagheranno», ha scritto su X. La stampa statale iraniana ha descritto la richiesta di Trump di chiudere i siti nucleari del paese come «una proposta inaccettabile che l’Iran ha respinto per decenni».   Secondo l’emittente statale iraniana Press TV, le condizioni poste dall’Iran includono la revoca delle sanzioni, i risarcimenti e un nuovo quadro normativo per lo Stretto ormusino che riconoscerebbe «il controllo sovrano dell’Iran su questa vitale via d’acqua».

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Geopolitica

Putin: il conflitto in Ucraina stia volgendo al termine

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Le celebrazioni per il Giorno della Vittoria in Russia e nel resto del mondo si sono concluse il 9 maggio, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha concluso una serie di incontri con leader stranieri giunti a Mosca e ha parlato con i giornalisti del conflitto in Ucraina, delle relazioni tra Russia e Cina e di altre questioni internazionali.

 

«Credo che la questione si stia avviando verso la conclusione del conflitto ucraino», ha affermato il leader russo rispondendo alle domande della stampa. Non ha inoltre escluso un possibile incontro con Volodymyr Zelens’kyj in un Paese terzo una volta raggiunti gli accordi definitivi per una soluzione.

 

Il presidente ha spiegato che le élite occidentali combattono la Russia con le mani dell’Ucraina, spiegando che è la fazione globalista delle élite occidentali a condurre di fatto una guerra contro la Russia, usando gli ucraini come pedine.

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«Dobbiamo assicurarci che nessuno ci minacci. Questo è il nostro obiettivo», ha detto Putin quando gli è stato chiesto dei parametri dei negoziati di pace, sottolineando che Mosca è ben consapevole dell’assistenza occidentale all’Ucraina, in particolare con la tecnologia dei droni, ma ha osservato che l’altra parte sta ora cercando modi per stabilire un contatto, pienamente consapevole che un’ulteriore escalation potrebbe essere molto costosa.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricordato la lotta comune contro il nazismo durante l’ultima telefonata tra i due leader, avvenuta alla fine di aprile, quando Putin lo informò del piano della Russia di dichiarare un cessate il fuoco per l’8 e il 9 maggio.

 

«Il presidente Trump l’ha appoggiata», ha detto Putin. La Russia ha annunciato pubblicamente la tregua, ma Kiev ha invece proposto un cessate il fuoco a partire dal 6 maggio, che a quanto pare non aveva alcuna intenzione di rispettare.

 

Secondo il ministero della Difesa russo, l’esercito ucraino ha violato il cessate il fuoco del Giorno della Vittoria in 8.970 occasioni, dopo che Mosca aveva ordinato a tutte le sue truppe schierate lungo la linea del fronte in Ucraina di interrompere le operazioni di combattimento e di rimanere nelle proprie posizioni.

 

Il leader russo ha sottolineato che Mosca non ha alcuna intenzione di inasprire o peggiorare le relazioni con nessuno e che ha ripetutamente avvertito i suoi partner stranieri delle possibili conseguenze delle provocazioni di Kiev nel Giorno della Vittoria.

 

Dopo le velate minacce di Zelens’kyj, il ministero della Difesa russo ha avvertito che sarebbe stato effettuato un attacco di rappresaglia sul centro di Kiev qualora si fossero tentati di interrompere le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca, e ha esortato residenti e diplomatici a lasciare la capitale ucraina in anticipo.

 

Putin ha sottolineato che tutti i principali centri decisionali del governo e delle forze armate ucraine si trovano nel centro di Kiev, in prossimità di decine di missioni diplomatiche straniere, affermando che la Russia ha delineato chiaramente il potenziale scenario che potrebbe verificarsi, avvertendo in primo luogo partner chiave come la Cina e l’India.

 

Mosca ha inoltre informato Washington delle possibili conseguenze, il che, secondo Putin, ha contribuito all’iniziativa di Trump per un cessate il fuoco prolungato.

 

Mosca ha inviato a Kiev un elenco di 500 prigionieri di guerra ucraini e ha proposto uno scambio il 5 maggio, ma non aveva ancora ricevuto risposta, ha detto Putin. Quando Trump ha poi annunciato uno scambio di prigionieri di guerra ancora più ampio, 1.000 a 1.000, «lo abbiamo appoggiato immediatamente», ha aggiunto Putin.

 

Secondo il presidente russo, l’Ucraina avrebbe affermato di aver bisogno di tempo per esaminare la proposta e in seguito avrebbe dichiarato di «non essere pronta» per lo scambio.

 

Putin ha confermato che la parata del Giorno della Vittoria di quest’anno a Mosca non ha visto la presenza di mezzi militari, principalmente per consentire alle Forze Armate russe di concentrarsi completamente sulla sconfitta definitiva dell’esercito ucraino.

 

«Abbiamo deciso che avremmo sicuramente organizzato eventi festivi, ma senza la dimostrazione di equipaggiamento militare. Non solo per motivi di sicurezza, ma soprattutto perché le forze armate devono concentrare la loro attenzione sulla sconfitta definitiva del nemico», ha dichiarato Putin.

 

Il presidente ha aggiunto che la decisione è stata presa molto prima di qualsiasi dichiarazione provocatoria da parte delle autorità ucraine. La parata del 9 maggio ha comunque incluso la sfilata di militari e un sorvolo aereo.

 

Putin si è detto fiducioso che la Russia ristabilirà in futuro le relazioni con molti paesi occidentali, pur accusando i politici occidentali di aver scatenato il conflitto in Ucraina.

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Nel tentativo di usare l’Ucraina come strumento per i propri obiettivi geopolitici, queste figure occidentali hanno ingannato tutti, e ora lo ammettono pubblicamente… E hanno iniziato a ingannarci sull’espansione verso est dell’Occidente già all’inizio degli anni Novanta… Tutto ciò, nel suo insieme, ha provocato la situazione attuale.

 

Il leader russo ha sottolineato che Mosca non ha mai chiuso la porta ai negoziati con l’UE o l’Ucraina e ha indicato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come intermediario preferenziale per il dialogo.

 

Mosca aveva proposto di contribuire alla risoluzione della questione del programma nucleare iraniano, anche attraverso l’esportazione di uranio arricchito, come già fatto con successo in passato. Putin ha osservato che questo precedente impegno aveva avuto un ruolo positivo nel Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, ora non più in vigore.

 

Secondo il presidente, inizialmente Stati Uniti, Iran e Israele avevano concordato sull’idea. Tuttavia, in seguito sia Washington che Teheran hanno irrigidito le proprie posizioni: gli Stati Uniti hanno preteso che l’uranio fosse inviato solo sul loro territorio, mentre l’Iran ha proposto la creazione di un’impresa congiunta russo-iraniana sul proprio territorio per diluire l’uranio. Di conseguenza, la situazione è giunta a un punto morto.

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Geopolitica

Israele ha costruito una base segreta in Iraq per bombardare l’Iran

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Israele avrebbe costruito segretamente un avamposto militare nel deserto iracheno per supportare la sua campagna aerea contro l’Iran e avrebbe persino lanciato attacchi contro le truppe irachene che stavano per scoprirlo. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi a conoscenza dei fatti.   Secondo il rapporto, la base clandestina è stata allestita poco prima che Stati Uniti e Israele lanciassero la loro campagna militare contro l’Iran alla fine di febbraio.   Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti erano a conoscenza dell’installazione, che ospitava forze speciali israeliane, fungeva da centro logistico per l’aeronautica israeliana e accoglieva squadre di ricerca e soccorso nel caso in cui piloti israeliani venissero abbattuti.   L’avamposto è stato quasi scoperto all’inizio di marzo, dopo che un pastore locale aveva notato «un’insolita attività militare», tra cui voli di elicotteri, e aveva allertato le autorità. I soldati iracheni si sono quindi mossi per ispezionare il sito, ma sono stati bersagliati da un intenso fuoco. L’attacco ha provocato la morte di un soldato iracheno e il ferimento di altri due.

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Inizialmente Baghdad ha incolpato Washington dopo che le forze di sicurezza avevano trovato prove della presenza di personale militare straniero nella zona.   «Sembra che prima dell’attacco ci fosse una certa forza sul terreno, supportata dall’aria, che operava al di là delle capacità delle nostre unità», ha dichiarato il tenente generale Qais Al-Muhammadawi, vice comandante del Comando delle operazioni congiunte iracheno, ai media statali iracheni dopo l’attacco di marzo. «Questa operazione sconsiderata è stata condotta senza coordinamento né approvazione».   Secondo quanto riferito, la base ha aiutato Israele a combattere una guerra aerea a lungo raggio contro l’Iran, il cui territorio si trova a oltre 1.600 chilometri da Israele.   Durante la campagna durata cinque settimane, gli aerei israeliani hanno effettuato migliaia di attacchi, mentre l’avamposto nel deserto iracheno ha fornito alle squadre israeliane una posizione avanzata più vicina al campo di battaglia.   Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non hanno commentato l’ultimo rapporto, che si aggiunge al crescente esame critico di come il confronto tra Israele e Iran si sia esteso a un conflitto regionale più ampio, trascinando gli Stati Uniti in un coinvolgimento ancora maggiore.

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Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo statunitense, dimessosi per protesta a marzo, ha accusato Israele di aver trascinato Washington in guerra nonostante le valutazioni dell’intelligence statunitense secondo cui Teheran non stava attivamente costruendo un’arma nucleare.   Kent ha affermato che le agenzie statunitensi avevano avvertito che l’Iran avrebbe reagito prendendo di mira le basi americane e tentando di bloccare lo Stretto di Ormuzzo in caso di attacco. Ha sostenuto che la narrazione israeliana sulla minaccia iraniana alla fine «prevalse» a Washington, costringendo gli Stati Uniti a entrare nel conflitto.   Funzionari dell’amministrazione Trump hanno negato che Israele abbia trascinato Washington nella guerra. Il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha dichiarato la scorsa settimana che il Presidente Donald Trump ha agito in base agli «interessi americani» e alla sua politica «America First», respingendo l’idea che il premier israeliano Benjamino Netanyahu avesse trascinato gli Stati Uniti nel conflitto come una «falsa premessa».

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