Pensiero
La strana commedia dei partiti sovranisti italiani
Il destino dell’Italia sembra diventato una commedia. E affinché una commedia sia riuscita, è necessario che tutti gli attori recitino il proprio copione esattamente al tempo stabilito.
Come si fa a sapere che siamo di fronte a una commedia? È sufficiente verificare se gli attori stanno recitando la propria parte con una certa coordinazione. Pensate ai tic del dottor Tomas, il direttore della fabbrica cibernetica di Vieni avanti Cretino (1982), esempio di commedia all’italiana noto più che altro per il suo titolo molto eloquente e persuasivo, adattabile a molte situazioni.
Quella che si chiama «dialettica politica» (cioè il rapporto tra i diversi attori politici) può assumere la struttura di una commedia, laddove gli attori paiono impegnati in copioni preordinati.
Dobbiamo dire di come la strategia della destra «sovranista» dal 2020 ad oggi abbia tutta l’aria di essere una parte in commedia. Osserviamo attentamente i suoi movimenti dal 2020 a oggi. Vi sveliamo già il finale del filmetto: l’ultimo atto è apparso pochi giorni fa, quando al Senato 17 senatori della sinistra hanno salvato il nascente governo Meloni votando Ignazio La Russa. Sì, avete letto bene: la sinistra vota il capo dei sanbabilini.
Pochi giorni fa un clamoroso colpo di scena ha portato all’elezione di Ignazio La Russa alla Presidenza del Senato con 116 preferenze, ma senza i voti di Forza Italia. Ci sarebbero quindi ben 17 senatori dell’opposizione che lo hanno votato. Sembra strano.
Ma torniamo al 2020. All’inizio del 2020 in Italia c’era il governo Conte II, nato dalle ceneri del governo Conte I, quello giallo-verde. Un governo questo che cadde perché Salvini – così dicono – voleva ingenuamente andare alle elezioni anticipate per incassare il suo 34% di consensi raggiunto tra elezioni Europee in quei mesi del 2019. Piano questo, passato alle cronache col nome di «Papeete». Secondo una leggenda metropolitana ancora udibile fra i militanti, Salvini sarebbe stato ingannato dal PD, il quale gli aveva promesso di andare a elezioni anticipate se fosse caduto il governo Conte I. Invece il PD formò il governo Conte II col Movimento 5 Stelle. E Salvini sarebbe rimasto con in mano la dinamite a miccia accesa come il Willy il Coyote dei cartoni animati.
Stranamente, quindi, non fecero andare alle elezioni Salvini per incassare il 34% dei voti del momento. Salvini fu sedotto e abbandonato, altra commedia, più antica.
Non insinueremo qui niente di relativo alla circostanza per cui il Movimento di Beppe Grillo accettò per la prima volta di formare un governo col Pd proprio nei giorni in cui era emersa – ancora non del tutto uscita sulla stampa – la oscura vicenda del figlio, coinvolto nel presunto stupro di una ragazza in Sardegna, un processo che peraltro si protrae da 3 anni. Non faremo mai insinuazioni sull’argomento. Cose che fecero invece alcuni malfidenti italiani e Vittorio Sgarbi.
Dopo solo 3 mesi di vita il governo Conte II si trovò a gestire a sorpresa (?) l’arrivo della pandemia COVID.
Iniziarono col Governo Conte II le prime restrizioni alla libertà nella storia della Repubblica Italiana: lockdown, confinamenti e lasciapassare. Pazienti lasciati in isolamento senza poter vedere i parenti; decessi senza funerali, autopsie proibite, un virus mortale da contrastare con Tachipirina e vigile attesa. Aziende e scuole chiuse, smart working e sostegni (“ristori”) dello Stato pari al valore di un giropizza.
In questo contesto la Lega iniziò a sguazzare subito dopo la prima ondata; eravamo verso giugno 2020.
Lo slogan della Lega era «riaperture» e «basta mascherine». Tutti ci ricordiamo quel Salvini che andava in pubblico ostentando la mancanza di mascherina. Era il Capitano anti-mascherina che si atteggiava a Zorro pandemico.
Effettivamente sarebbe stato uno scenario da cavalcare notevole per prendere consensi: ti ritrovi all’opposizione durante un’emergenza sanitaria nazionale in cui i tuoi avversari inseguono i runner sulle spiagge e mentre mandano in fallimento le partite IVA. Politicamente, una manna dal cielo.
Sempre per stare nell’analogia mosaica, diciamo che la Lega e Fratelli d’Italia si trovarono nel contesto più propizio dai tempi delle acque aperte nel Mar Rosso per travolgere gli avversari. Ora, per dimostrare l’esistenza della commedia della destra italiana, andiamo a vedere come – non solo non hanno approfittato del passaggio nel Mar Rosso –, ma come abbiano invece fornito agli avversari delle scialuppe di salvataggio. Fino ad arrivare alla scialuppa più grande: il Governo Meloni.
Proprio quando la pressione della destra sul governo Conte II portò alle dimissioni dell’esecutivo, la Lega scelse di entrare nel governo Draghi a inizio 2021.
Una volta indebolito e affossato il governo pandemista Conte bis, infatti la Lega cambiò posizione ed entrò nel governo iper-pandemista Draghi. L’unico Ministro chiave rimasto invariato dal governo precedente fu, non a caso, Speranza. E la Lega ha regolarmente votato tutte le misure relative a green pass, lockdown e obblighi vaccinali.
Durante il Governo Draghi è rimasta all’opposizione soltanto Fratelli d’Italia. Certo, per quanto si possa definire opposizione quella di FdI sull’agenda Draghi. Di fatto FdI ha sempre mantenuto una posizione di tacito consenso sulle misure vaccinali e sul green pass.
Tanto che – come altre volte ricordato su Renovatio 21 – la Meloni non ha mai nemmeno lontanamente pensato di relazionarsi alle proteste no-pass. Milioni di voti potenziali, lasciati inspiegabilmente alla deriva dall’unico partito di opposizione. Il caso più emblematico fu la separazione coatta tra il comizio di FdI in Duomo a Milano e i manifestanti no green pass che venivano dall’attigua Piazza Fontana, luogo di concentramento della protesta che montava ogni sabato nel capoluogo lombardo.
Nel frattempo i sondaggi continuavano a dare la Lega in calo, proprio a causa del supporto al Governo Draghi. Mentre gli stessi davano i consensi di FdI in salita. Fino ad arrivare all’esito delle ultime elezioni.
Dove la Lega è finita ad avere il 9% dei voti e il travaso si è compiuto. In fin dei conti, sommati, si tratta sempre di quel 34 % che nell’Agosto 2019 Salvini vantava a torso nudo al Papeete.
Noi – davanti a un piano apparentemente tanto demenziale – ipotizzammo che i ragazzi della Lega fossero in realtà degli strateghi geniali: magari volevano soltanto eleggere un Presidente della Repubblica nel 2022. Il piano sarebbe stato potente e lo scrivemmo su queste colonne. Purtroppo non accadde nulla di tutto questo. E fecero rieleggere Sergio Mattarella.
Ora, se vedessimo un imprenditore che deliberatamente causa perdite nei propri bilanci aziendali senza nessuna logica dimostrabile di investimento per il futuro, scatterebbe il sospetto di frode fiscale o bancarotta fraudolenta
Nel caso dei partiti politici non esiste alcuna ipotesi di reato nel perdere deliberatamente i propri consensi; esistono però le ipotesi di commedia. Nel caso presente l’ipotesi di commedia ci porta proprio a oggi.
Ebbene, arrivati a febbraio 2022 con milioni di italiani che non potevano prendere i mezzi pubblici o lavorare senza una vaccinazione sperimentale, subentra nello scenario internazionale il conflitto in Ucraina.
Anche in questo caso, la posizione assunta dal governo Draghi con le sanzioni provoca danni immediati al principale elettorato storico della Lega: le partite IVA. Inoltre, è impossibile non prevedere i danni certi ed immani nel medio termine a causa dell’interruzione delle forniture di gas russo.
Eppure la Lega – anche in questa circostanza – non batte ciglio. Continua a guidare la propria macchina verso il precipizio dei consensi.
Per quanto riguarda Fratelli d’Italia, la rispettiva posizione risulta nel contesto meno paradossale: sebbene sostenesse le stesse posizioni atlantiste che danneggiano il proprio elettorato; era infatti consapevole di essere in continua crescita dei consensi: i consensi stavano venendo travasati dalla Lega a FdI. Questo era risaputo dal 2021 al punto che ne scriveva pure la stampa nazionale.
E arriviamo all’ultimo e più grande favore, che la Lega e Fratelli d’Italia con Forza Italia potessero fare al governo Draghi: farlo cadere durante l’estate 2022 anziché attendere le elezioni prevista nel marzo 2023. O, meglio, prestarsi al racconto secondo cui Draghi sarebbe stato sfiduciato. Quando invece, come osservarono alcuni, era palesemente Draghi che stava tagliando la corda prima dell’autunno.
Che le scelte della Lega e di FdI siano state operate contro il loro stesso interesse, assume qui un livello che si può spiegare solo con l’esistenza di una recita in atto, di cui è eseguito consapevolmente un copione.
La Lega e FdI hanno scelto di togliere le castagne dal fuoco lasciate dal governo Draghi (caldarroste che la Lega ha direttamente contribuito a scaldare). Che strani questi sovranisti.
Non è invece strana la posizione di Forza Italia, dato che già in piena pandemia Berlusconi venne riesumato e definito «statista» da figure come Romano Prodi su Il Messaggero proprio perché, oltre a poter fornire voti presidenziali, si prestava a fare da ago della bilancia in uno scenario dove il dissenso della popolazione tendeva ad andare fuori controllo e dove potevano servire almeno i voti di Forza Italia per formare un governo Draghi con PD e i pezzi del M5S.
La posizione di Lega ed FdI è, in apparenza, invece indecifrabile. Dopotutto si sarebbe trattato di attendere fino a marzo 2023 per incassare il malcontento dovuto ai razionamenti di gas in arrivo, alla contrazione dell’economia e –chissà – magari un altro inverno con green pass. Questo avrebbe polverizzato interamente per un intero ciclo politico le forze politiche della cosiddetta «maggioranza Ursula», cioè l’apparato europeista che ha come suo garante il Partito Democratico e i vertici dello Stato.
Ma non basta. Non solo la coalizione della Meloni ha fatto questo favore al partito Ursula-Draghi dandogli una via di fuga prima che pagasse le conseguenze delle proprie scelte – unico caso nella storia di elezioni a settembre e campagna elettorale estiva . No, la coalizione della Meloni ha anche accettato di prendere il timone della nave lanciata contro l’iceberg; e proprio i sovranisti al governo resteranno segnati come responsabili dell’impatto. L’iceberg è in vista. L’impatto è inevitabile.
Lo possiamo vedere da alcuni giorni: la stampa nazionale –più si avvicina il passaggio delle consegne – più inizia a parlare apertamente di recessione e crisi energetica totale. Argomenti che erano tabù durante il regime dei «migliori» guidato da Draghi.
In conclusione, possiamo anche osservare che il piano di Reset che coinvolge l’Italia dal 2020, non sarebbe stato possibile senza poter contare sull’esistenza di un’opposizione fittizia che si presta a fare la sua parte nel grande copione.
Nessuno accetterebbe di guidare una nave contro un iceberg pensando poi di farla franca, a meno che non vi sia qualche mozzo che prenda il timone negli ultimi istanti, un capro espiatorio sintetico a cui affibbiare tutta la responsabilità. E nel contesto italiano i mozzi, le utili comparse del filmetto, sono proprio i sedicenti sovranisti.
L’unica strategia che presunte forze sovraniste avrebbero potuto e dovuto seguire per proteggere l’Italia sarebbe stata quella di dire «non prenderemo mai il timone, finché non vi schianterete. Quindi, fate ben attenzione a non schiantarvi».
Solo questa strategia avrebbe avuto margine strategico nell’attenuare le pressioni straniere alle quali è sottoposta l’Italia.
Il solo modo per proteggere l’Italia sarebbe insomma stato quello di rimanere fuori dal governo Draghi (questo vale per la Lega) ed evitare di formare alcuna coalizione alle elezioni, anticipate o meno che fossero.
Il Partito Democratico questo forse lo ha capito molto bene e infatti ha seguito proprio questa strategia per lasciare alla Meloni il maggior numero possibile di seggi: il PD potrebbe aver fatto finta di non avere trovato un accordo con Azione; e su città come Roma avremmo trovato duelli come quello tra Bonino e Calenda. La strategia della sinistra nello scenario presente potrebbe aver emanato l’ordine defilarsi e lasciare seggi alla coalizione della Meloni. Che lo schianto se lo gestisca lei.
Dopotutto, senza la disponibilità di utili timonieri dell’ultimo minuto, come avrebbero fatto gli amici di Ursula a far schiantare l’Italia senza con ciò prendersene tutte le responsabilità?
Il partito Ursula ha potuto pianificare l’impatto solo perché contava su qualche gonzo che prendesse il timone, dandogli la possibilità di defilarsi.
Tornando al governo Draghi, vediamo come senza la Lega esso non avrebbe potuto fare ciò che ha fatto: se la Lega fosse rimasta fuori dal Governo e avesse anche solo fatto l’occhiolino ai dissidenti no-pass, molto di quanto accaduto sarebbe accaduto diversamente, o forse nemmeno sarebbe accaduto.
A maggior ragione se la Lega si fosse associata a FdI all’opposizione.
La cosa più curiosa rimarrebbe spiegare come facciano i sovranisti di casa nostra (sovranisti atlantisti, ça va sans dire) a non sospettare di essere il prossimo capro espiatorio; voglio dire, quando leggi le previsioni di recessione e ti votano al Senato i colleghi del Pd, non ti viene il dubbio?
Pensano forse di avere qualche margine di manovra? Davvero? Tipo siglare una pace indipendente dalla NATO con la Russia e farsi mandare il gas attraverso il continente tramite palloncini da compleanno?
Oppure, chissà, magari hanno già accettato di svolgere un preciso mandato. Quello che Renovatio 21 ha ipotizzato come quello di un governo della Repressione.
A quel punto, la commedia finisce. Iniziano le botte. Il dolore. La povertà. Il freddo. Ancora botte.
Tutto un altro film. Anche quello, però, ha un copione. E degli attori che volentieri lo realizzano.
Gian Battista Airaghi
Immagine di Photo2021 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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