Economia
La Russia blocca sito di transazioni cripto, ma fa liberare un informatico in carcere in USA
L’autorità russa di regolamentazione dei media Roskomnadzor ha bloccato l’accesso a BestChange, un importante aggregatore di scambi di criptovalute. Lo riporta il registro ufficiale dei siti web vietati gestito dall’ente.
BestChange è una piattaforma online di spicco che monitora i tassi di cambio tra vari exchanger di valuta elettronica. Fondata nel 2007, facilita il trading di criptovalute over-the-counter (OTC) in Russia e nell’Europa orientale.
Il Roskomnadzor non ha fornito una motivazione ufficiale per l’ultimo ban. Tuttavia, quando gli utenti tentano di accedere al sito web, ricevono una notifica che indica che il sito non è disponibile.
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La piattaforma ha confermato la restrizione in un post su Telegram domenica, affermando che il sito web era inaccessibile tramite i provider di servizi Internet russi. La società ha affermato che il suo team legale sta lavorando attivamente per rimuovere la restrizione.
Il sito web era stato precedentemente bloccato da Roskomnadzor nel 2017, 2019 e 2020. In ogni caso, gli sforzi legali hanno ribaltato con successo le restrizioni. L’ente di controllo ha affermato all’epoca che le informazioni disponibili al pubblico su Bitcoin violavano le leggi federali ed erano proibite in Russia.
«In base all’esperienza del nostro team, se tutto segue lo scenario standard, lo sblocco potrebbe richiedere circa una settimana», ha detto lunedì Nikita Zuborev, analista senior di BestChange, a RBK Crypto. Ha osservato che il processo è complicato da ostacoli burocratici, poiché devono ancora ricevere informazioni dall’agenzia in merito ai motivi del blocco.
Nell’agosto 2024, la Russia ha promulgato una legge che proibisce la pubblicità di criptovaluta al grande pubblico e la promozione di beni o servizi che facilitano le transazioni in valuta digitale. La legislazione ha anche vietato la pubblicità di valute digitali e servizi come exchange o wallet di criptovalute. Le violazioni possono comportare sanzioni amministrative.
Il divieto segue anche la recente legge russa che limita il mining di criptovalute in alcune regioni del Paese fino al 2031 per evitare carenze di energia dovute a tale attività. La Russia aveva precedentemente legalizzato il mining di valuta virtuale per entità legali e titolari di attività commerciali, ma aveva delineato regole per l’attività di mining, comprese restrizioni per entità o individui che lavorano nel settore energetico.
Nelle stesse ore, un’altra notizia che coinvolge il mondo crypto investe la Russia: starebbe per essere rilasciato dalle carceri americane l’imprenditore e programmatore informatico russo Aleksandr Vinnik, attivo nel mondo delle criptovalute, arrestato in Grecia nel 2017. Sia la Russia che gli Stati Uniti, così come la Francia, avevano chiesto la sua estradizione all’epoca per varie accuse, tra cui hacking, frode e riciclaggio di denaro. Nel 2020, è stato estradato in Francia, ma alla fine è finito sotto la custodia degli Stati Uniti due anni dopo. Alla fine si è dichiarato colpevole di una cospirazione per commettere riciclaggio di denaro nel maggio 2024.
Negli Stati Uniti, il Vinnik è stato accusato di riciclaggio tra i 4 e i 9 miliardi di dollari tramite la piattaforma di scambio di criptovalute BTC-e, ormai defunta. In Russia, aveva dovuto affrontare accuse simili, sebbene per somme di denaro molto più piccole, per aver ottenuto illegalmente 750 milioni di rubli (circa 8 milioni di dollari) tramite «frode informatica», oltre a aver rubato altri 600.000 rubli (circa 6000 euro).
Il Vinnik aveva ripetutamente espresso la sua disponibilità ad affrontare le accuse a casa piuttosto che altrove, citando il desiderio di stare più vicino alla sua famiglia. Il suo rilascia avviene nel contesto della liberazione di Marc Fogel, scarcerato dai russi e rispedito in USA, dove ha appena posato alla Casa Bianca con Donald Trump.
L’anno scorso, il presidente russo Vladimir Putin aveva sollevato la questione della regolamentazione delle criptovalute e delle risorse digitali, definendola un’area promettente e sollecitando la creazione di condizioni per la circolazione di risorse digitali, sia a livello nazionale che con partner esteri.
All’inizio di quest’anno, dopo l’approvazione della Camera Alta, Putin ha anche firmato una nuova legge che legalizza il mining di Bitcoin e di criptovalute all’interno del Paese.
Come riportato da Renovatio 21, il movimento di avvicinamento della Russia al Bitcoin era iniziato due anni fa, con l’inizio del conflitto ucraino. In precedenza il governo russo aveva annunciato manovre di regolazione della principale criptovaluta.
In precedenza era emerso che la Russia era pronta ad usare le criptovalute per il commercio estero.
La Russia da anni si parla anche di rublo digitale. Due anni fa gli economisti russi Sergej Glazev e Dmitrj Mitjaev hanno sostenuto l’uso dell’oro per proteggere il sistema finanziario russo.
Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa un deputato russo propone una riserva strategica di Bitcoin.
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Immagine screenshot da YouTUbe
Economia
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
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