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IVF

La riproduzione artificiale diventa un grande business

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

È un luogo comune del giornalismo scientifico che l’etica non possa stare al passo con la tecnologia

 

Per quanto riguarda la riproduzione assistita, l’etica non può stare al passo con gli affari.

 

Il pubblico è ancora bloccato nel 1978 con la nascita del primo «bambino miracoloso» della fecondazione in vitro, Louise Brown: le cliniche per la fecondazione in vitro sono luoghi in cui le donne (per lo più donne) cercano cure per l’infertilità.

 

In un articolo denso ma percettivo in Reproductive Biomedicine & Society Online * la ricercatrice olandese Lucy van der Wiel sostiene che questo è stato sostituito dalla corporativizzazione della fertilità.

 

Le società quotate forniscono una gamma sempre crescente di servizi per la fertilità. Come si legge in un articolo del New Yorker, «Se il vecchio obiettivo era quello di fare un bambino , tenendo conto del tempo perso, il nuovo obiettivo è quello di creare fertilità , a partire da qualsiasi età».

 

L’obiettivo di Van der Wiel è come i benefici per la fertilità forniti dal datore di lavoro, in particolare il congelamento degli ovociti, cambiano le dinamiche della fertilità.

 

  • Il congelamento degli ovuli sponsorizzato dall’azienda è un espediente per razionalizzare l’impiego delle donne fertili. «Funziona come un tecno-riparazione individualista a problemi che richiedono una riforma strutturale. Quando la fertilità è intesa come un problema individuale…, c’è meno bisogno percepito e sostegno per i cambiamenti strutturali, tra cui congedo parentale e per malattia retribuito, assistenza all’infanzia a prezzi accessibili, assicurazione sanitaria completa, assistenza sanitaria per gli immigrati e salari adeguati».

 

  • La nascita di figli è integrata nella necessità dei datori di lavoro di rendere i lavoratori più produttivi. La riproduzione può essere programmata e resa il più efficiente possibile per riportare le donne al lavoro con il minimo disturbo.

 

  • La fecondazione in vitro si sta trasformando da modello «reattivo» a modello «proattivo». In altre parole, invece di aspettare di scoprire di avere problemi di fertilità e poi progredire lentamente attraverso un processo di fecondazione in vitro personalmente traumatico, le aziende incoraggiano le donne a utilizzare test genetici e procedure di fecondazione in vitro ad alto costo per assicurarsi che trascorrano meno tempo possibile lontane dal lavoro.

 

  • «Il grande cambiamento che emerge con i benefici per la fertilità», scrive van der Wiel, è «l’influenza di un nuovo tipo di società nel settore della fecondazione in vitro che è legata ai suoi investitori o azionisti, funziona come un’entità a scopo di lucro guidata da metriche finanziarie di crescita continua e spinta da una piattaforma online che diventa un mezzo per estrarre dati, cambiare la pratica clinica, riformulare la fertilità e modificare le relazioni di potere all’interno di un settore della fertilità in modi che richiedono una riflessione critica».

 

In breve, i benefici per la fertilità aziendale sono un modo per gestire gli orologi biologici delle donne per aiutare a rendere le aziende più redditizie «in linea con le tendenze capitaliste in favore della crescita dei ricavi prevista, delle ragioni di rimborso e del ritorno sull’investimento».

 

 

 

RBSO ha cessato la pubblicazione a marzo per motivi finanziari.

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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IVF

Clinica per la fertilità in Nepal sotto processo per aver sfruttato ragazze adolescenti con il prelievo forzato di ovuli

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Alcune ragazze in Nepal sarebbero state sottoposte a procedure coercitive di prelievo degli ovuli, utilizzati per la fecondazione assistita, sollevando urgenti preoccupazioni in materia di diritti umani. Ad agosto, la Corte Suprema del Nepal ha presentato una petizione riguardante il caso di due ragazze e si prevede che terrà l’udienza finale il 30 marzo. Lo riporta il gruppo Alliance Defending Freedom (ADF).

 

I ricorrenti, con il supporto legale di ADF International, hanno chiesto alla Corte di adottare misure immediate per proteggere i minori vulnerabili dallo sfruttamento legato alla procreazione assistita.

 

La petizione, attualmente pendente dinanzi alla più alta corte del Nepal, afferma che le due minorenni, entrambe diciassettenni, sono state isolate dalla supervisione dei genitori, sottoposte a manipolazioni fisiche del loro apparato riproduttivo, private del cibo, rese incoscienti ed esposte a significativi rischi per la salute a breve e lungo termine, senza che comprendessero appieno cosa venisse fatto ai loro corpi o perché.

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Le ragazze sono state trasportate, nell’arco di circa 10 giorni consecutivi, alla Hope and Fertility Diagnostic Private Clinic di Kathmandu. Sebbene non siano disponibili informazioni specifiche sull’utilizzo previsto degli ovuli prelevati, l’intenzione era chiaramente quella di impiegarli in tecniche di procreazione assistita.

 

La donazione di ovuli è spesso commercializzata, con i futuri genitori che pagano per gli ovuli, e sono state ampiamente sollevate preoccupazioni circa l’aumentato rischio di sfruttamento in alcune parti del mondo in via di sviluppo dove la vulnerabilità economica può essere sfruttata.

 

A seguito della procedura, un individuo associato alla struttura di prelievo ha trasferito 10.000 rupie nepalesi (circa 69 dollari) sul conto bancario di una terza persona collegata a una delle vittime. Le vittime avrebbero sofferto di emorragie eccessive, perdita di appetito e disagio psicologico, il che ha indotto i loro genitori a sporgere denuncia presso l’Ufficio nepalese per la lotta alla tratta di esseri umani e l’Ufficio investigativo criminale.

 

«Quanto accaduto a queste ragazze nepalesi mette in luce il lato oscuro dell’industria della fertilità, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Lo sfruttamento delle minori attraverso procedure invasive di prelievo degli ovuli è profondamente inquietante. Le ragazze non avrebbero mai potuto dare un consenso valido e l’evidente persecuzione, la coercizione e gli abusi medici descritti in questo caso richiedono un’indagine urgente», ha dichiarato Tehmina Arora, Direttrice per la difesa dei diritti umani in Asia presso ADF International.

 

«La Corte Suprema ha ora un’opportunità cruciale per riconoscere la gravità di questi abusi e garantire che il Nepal adotti un quadro giuridico chiaro e rigoroso per vietare le procedure riproduttive coercitive, inviando un messaggio inequivocabile: lo sfruttamento delle ragazze vulnerabili non sarà tollerato. Non si deve permettere all’industria della fertilità di operare in violazione dei diritti umani fondamentali.»

 

In precedenza, l’Ufficio del procuratore fenerale si era rifiutato di avviare un procedimento penale, adducendo l’assenza di un esplicito divieto legale per la pratica del prelievo di ovuli da minori. Il procuratore generale aveva inoltre giustificato la decisione di non procedere con l’azione penale basandosi sull’autorizzazione e sulla validità della licenza della clinica per la fecondazione in vitro, oltre al fatto che la legge nepalese sui minori non classifica esplicitamente i presunti atti come violenza o abuso sessuale. Il procuratore generale aveva anche citato la mancanza di prove che le ragazze fossero state portate nella clinica contro la loro volontà, sebbene i minori non possano dare un consenso valido a tali procedure.

 

È stata presentata una petizione alla Corte Suprema per contestare sia la decisione del procuratore generale sia le successive misure regolamentari inadeguate (gli Standard per il funzionamento dei servizi di gestione dell’infertilità) introdotte dal governo.

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I ricorrenti hanno chiesto alla Corte di riconoscere tali procedure come crimini contro i minori, configurandosi come tratta di minori, violenza sessuale e sfruttamento riproduttivo. Richiedono un intervento giudiziario urgente, sostenendo che il presunto prelievo di ovuli è stato effettuato mediante induzione e inganno nei confronti delle ragazze minorenni.

 

Secondo la petizione presentata alla Corte Suprema, entrambe le ragazze sarebbero state individuate tramite annunci sui social media e successivamente avvicinate e influenzate da agenti che le avrebbero trasportate nella struttura, dove sarebbero state sottoposte a stimolazione ormonale invasiva e prelievo di ovuli.

 

La petizione descrive dettagliatamente come i medici abbiano monitorato attentamente i cicli mestruali delle ragazze, effettuato ecografie, conteggi follicolari, test ormonali e iniezioni quotidiane, dando ripetutamente l’impressione che l’estrazione fosse una procedura semplice.

 

In nessuna fase sono state fornite alle minori informazioni accurate o adeguate alla loro età circa la natura, lo scopo, i rischi o le potenziali conseguenze delle procedure, in violazione del Codice Etico del Consiglio Medico del Nepal, che stabilisce che il consenso informato è un prerequisito per qualsiasi intervento medico e, per le minori, è obbligatorio il consenso di un genitore o tutore legale. Le procedure sono state eseguite senza la preventiva conoscenza dei genitori delle ragazze, le identità delle ragazze e dei loro genitori sono state alterate e la loro età è stata falsificata nella documentazione ufficiale.

 

La prima petizione è stata presentata alla Corte Suprema del Nepal il 18 agosto 2025. È supportata da altre due petizioni. Alla Corte è stato chiesto di valutare questi abusi alla luce della Costituzione del Nepal, del codice penale del paese e della Legge sui minori, oltre che del principio del superiore interesse del minore.

 

«Questo caso riflette le dinamiche in continua evoluzione della tratta di esseri umani, in cui giovani ragazze vulnerabili vengono sfruttate attraverso abusi riproduttivi e trattate come merci a scopo di lucro. Abbiamo sollecitato la Corte a riconoscere tali atti come tratta e sfruttamento riproduttivo. Il divieto provvisorio è un passo importante, ma giustizia sarà fatta solo quando ogni responsabile sarà chiamato a risponderne e la dignità di ogni vittima sarà ripristinata», ha dichiarato Dhruba Bhandari, avvocato dei ricorrenti e legale collaboratore di ADF International.

 

Il tribunale ha emesso un’ordinanza provvisoria di sospensione di tutte le ulteriori procedure di prelievo di ovuli da parte di minori, in attesa di ulteriori provvedimenti.

 

Il procedimento di estrazione degli ovuli, noto anche come prelievo ovocitario o pick-up, rappresenta una fase centrale nella riproduzione artificiale (detta con eufemismo orwelliano «procreazione medicalmente assistita») èd è fondamentale per l’intero procedimento nella fecondazione in vitro.

 

La paziente – in questo caso la «donatrice» – segue una fase di stimolazione ovarica controllata che dura solitamente da otto a quattordici giorni. Durante questo periodo vengono somministrati farmaci ormonali, soprattutto gonadotropine, per indurre lo sviluppo simultaneo di molteplici follicoli ovarici anziché del singolo ovulo tipico di un ciclo naturale. Il monitoraggio avviene tramite ecografie transvaginali frequenti e dosaggi ormonali del sangue per valutare la crescita dei follicoli e adattare il dosaggio, evitando risposte eccessive. Quando i follicoli raggiungono dimensioni adeguate, si somministra un’iniezione trigger, spesso di hCG o un agonista del GnRH, per completare la maturazione degli ovociti. Circa trentasei ore dopo, si procede al prelievo vero e proprio.

 

L’estrazione si svolge in ambiente ambulatoriale o in sala operatoria, generalmente in sedazione profonda o anestesia leggera, in modo che la paziente non provi dolore. La durata dell’intervento è breve, tra i dieci e i venti minuti. La ginecologa introduce una sonda ecografica transvaginale per visualizzare le ovaie e guida un ago sottile attraverso la parete vaginale fino ai follicoli. Attraverso aspirazione si preleva il liquido follicolare contenente gli ovociti, che viene immediatamente passato all’embriologo in laboratorio per identificare e isolare gli ovuli maturi. Dopo il prelievo la paziente viene monitorata per qualche ora e può tornare a casa lo stesso giorno, con indicazioni di riposo relativo per uno o due giorni.

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La stimolazione ovarica può provocare effetti collaterali come gonfiore addominale, tensione mammaria, sbalzi d’umore o lieve ritenzione idrica, sintomi simili a una forte sindrome premestruale. Il pericolo più rilevante legato alla stimolazione è la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS,) che si manifesta con ingrossamento eccessivo delle ovaie, accumulo di liquido nella cavità addominale e talvolta nel torace, nausea, vomito, difficoltà respiratorie e, nei casi gravi, rischio di trombosi o problemi renali. Grazie ai protocolli moderni e al monitoraggio costante, le forme severe sono diventate rare, con incidenza inferiore all’uno per cento, e possono essere prevenute sospendendo il ciclo o crioconservando gli embrioni senza trasferirli subito.

 

Possono verificarsi sanguinamenti vaginali lievi o, più raramente, emoperitoneo dovuto a lesione di vasi ovarici. Altre possibili complicanze includono infezioni pelviche, ascessi o lesioni accidentali di organi vicini come vescica o intestino, che in casi eccezionali richiedono intervento chirurgico. Dopo l’estrazione alcune donne riferiscono crampi pelvici, spotting o sensazione di pesantezza, che di solito si risolvono in pochi giorni. In rari casi si può verificare una torsione ovarica o dolore persistente che necessita di attenzione medica.

 

I casi di morte direttamente legati al prelievo di ovulisono documentati in letteratura medica. La procedura in sé e la stimolazione ovarica che la precede comportano rischi, soprattutto legati alla sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS) grave, che può evolvere in edema polmonare, insufficienza renale, trombosi o arresto cardiaco.

 

Uno dei casi più noti e recenti è quello di una donatrice di ovuli di 23 anni in India (pubblicato nel 2022). La giovane, senza fattori di rischio evidenti, è morta improvvisamente sul tavolo operatorio durante il prelievo ovocitario. L’autopsia ha attribuito il decesso a insufficienza respiratoria causata da un massivo edema polmonare acuto, conseguenza di una forma severa di OHSS sviluppata durante la stimolazione. Si trattava di una reazione rara ai farmaci usati per far maturare più follicoli.

 

Un altro caso documentato riguarda una donatrice indiana anonima di 26 anni (2016): è deceduta poche ore dopo il prelievo per complicanze severe di OHSS, con quadro clinico che ha incluso accumulo di liquido, problemi renali e deterioramento rapido nonostante le cure.

 

In Gran Bretagna nel 2007, Nina Thanki, 37 anni, è morta cinque giorni dopo un prelievo ovocitario per un trombo fatale (embolia polmonare). L’inchiesta coroner ha classificato la morte come accidentale, collegandola alle complicanze post-procedura in un contesto di problemi medici preesistenti.

 

In Italia si ricordano episodi tragici, come il caso barese della 38enne Arianna Acrivoulis (2015), deceduta durante una procedura di fecondazione assistita in un centro privato. Un altro caso del 2021 ha riguardato una donna moldava di 30 anni residente a Chivasso, morta durante il prelievo in una clinica a Chisinau, dove si era recata per costi inferiori; è stata aperta un’inchiesta per accertare le cause.

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Esistono anche segnalazioni isolate di decessi legati a emorragie interne massive dopo lesione vascolare durante l’aspirazione follicolare, a torsione ovarica non tempestivamente trattata o a infezioni gravi (ascesso pelvico). In alcuni contesti di donazione ripetuta si è discusso di possibili rischi a lungo termine, come un caso di cancro al colon fatale in una giovane donatrice americana pochi anni dopo cicli multipli di stimolazione (anche se il nesso causale diretto resta controverso e non provato su larga scala).

 

Molte donne povere nei Paesi in via di sviluppo, come in India o in Europa orientale, scelgono di donare ovuli per far fronte a bisogni economici urgenti: pagare debiti, sostenere la famiglia o semplicemente sopravvivere. Somme modeste, spesso tra i 100 e i 500 euro per ciclo, rappresentano per loro un’entrata significativa, ma le espongono a rischi sanitari sottovalutati, come la sindrome da iperstimolazione ovarica o complicanze durante il prelievo.

 

Allo stesso modo, numerose studentesse occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, decidono di vendere i propri ovuli per pagarsi gli studi universitari, le tasse o le spese quotidiane. Gli annunci nei campus promettono compensi elevati, fino a decine di migliaia di dollari, attirando giovani in difficoltà finanziaria che accettano la stimolazione ormonale e l’intervento invasivo pur di ottenere un aiuto economico immediato.

 

In entrambi i casi la scelta nasce solo dalla necessità economica più che da una libera volontà altruistica sbandierata dai fautori della provetta, rivelando un mercato di sfruttamento della donna sul quale, as usual, le femministe stanno piuttosto zitte..

 

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IVF

Donatori di sperma «seriali» e bambini col tumore: cala la maschera sull’industria della riproduzione

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La notizia arriva dalla Danimarca, patria europea della «donazione» si sperma e sede di alcune delle più grandi banche del seme al mondo. Un «donatore» di spermatozoi, apparentemente in perfetta salute, è risultato portatore asintomatico di una mutazione genetica rara, una variante del gene TP53, associata a un rischio elevato di sviluppare tumori, dopo aver contribuito alla nascita di quasi duecento bambini disseminati in quattordici Paesi.   Una cifra che basterebbe da sola a descrivere il livello di industrializzazione raggiunto dal mercato della riproduzione umana. Ma ciò che è accaduto dopo è ancora più rivelatore: secondo quanto riportato dall’emittente pubblica danese DR, la Banca Europea del Seme era già stata informata nel 2020 di un primo caso di tumore in un bambino concepito tramite questo donatore. È stato allora eseguito un test genetico sul materiale seminale dell’uomo, ma, a detta della banca, la mutazione non sarebbe stata rilevabile.   Risultato? La vendita dello sperma è ripresa come se nulla fosse.   Tre anni più tardi, un nuovo caso, un altro bambino ammalatosi di cancro e portatore della stessa mutazione, ha costretto la banca a ripetere le analisi: questa volta la mutazione è stata trovata. Solo a quel punto, nell’ottobre 2023, il donatore è stato definitivamente bloccato.   Nel frattempo, 197 bambini erano già venuti al mondo, 99 dei quali solo in Danimarca.   La spiegazione ufficiale offerta dalla banca del seme è lapidaria: la mutazione non sarebbe stata individuabile tramite uno screening standard perché «rara e non descritta» e perché «presente solo in una piccola parte degli spermatozoi del donatore e non nel resto del corpo».

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Come a dire: l’industria della riproduzione artificiale umana procede come un qualunque processo produttivo seriale. Il materiale difettoso può sfuggire ai controlli qualità, capita. E se il prodotto finale, in questo caso, bambini in carne ed ossa, dovesse risultare affetto da patologie gravi, pazienza: si aggiorneranno i protocolli, si migliorerà la sensibilità dei test, si ottimizzerà la filiera.   Nel frattempo, però, centinaia di famiglie dovranno convivere con l’incertezza che il proprio figlio possa sviluppare forme tumorali potenzialmente letali.    La vicenda danese dimostra ancora una volta che la riproduzione artificiale, lungi dall’essere il trionfo della libertà e dell’autodeterminazione, è un’industria; e come tutte le industrie opera seguendo logiche economiche, produttive, utilitaristiche.   Il donatore non è una persona, ma un fornitore biologico; il bambino non è un figlio, ma il risultato di una procedura; la banca del seme non è una istituzione «al servizio della vita», ma un’azienda che deve vendere un prodotto.   È la medesima logica che vediamo operare nel sistema trapiantologico: il corpo umano diventa una risorsa, una miniera da cui estrarre ciò che serve. Nel caso in questione non si estraggono organi, ma gameti. L’obiettivo, però, è lo stesso: costruire un mercato che tratta l’essere umano come un aggregato di funzioni e materiali utili.   La narrazione rassicurante della scienza che controlla tutto si infrange davanti a questa vicenda, rivelando il suo contrario: un sistema che procede per tentativi, che sbaglia, che minimizza, che giustifica l’ingiustificabile pur di non mettere in discussione l’impianto ideologico e commerciale su cui si regge.   Perché il vero tabù è ammettere che la tecnica non è neutra, né onnipotente; che la produzione industriale di esseri umani comporta rischi enormi, incalcolabili, e che il primo a pagarli è sempre il più debole.   Finché non si avrà il coraggio di guardare in faccia questa verità, continueremo a chiamare progresso ciò che è, in realtà, una gigantesca regressione antropologica: la riduzione della vita umana a merce negoziabile, vendibile e restituibile perché «difettosa», proprio come qualunque altro prodotto industriale.   Alfredo De Matteo

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IVF

Gli embrioni uccisi dalla fecondazione in vitro superano il numero di bambini uccisi dall’aborto: pure i pro-life USA se ne accorgono

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Secondo un recente rapporto, il numero annuale di esseri umani embrionali uccisi nel processo di fecondazione in vitro (IVF) supera ormai di gran lunga il numero di bambini uccisi ogni anno dall’aborto. Si tratta di una nota verità, drammaticamente valida anche per l’Italia, ripetuta da anni da Renovatio 21.

 

Secondo l’ultimo rapporto annuale della Society for Assisted Reproductive Technology (SART) sull’uso della fecondazione in vitro e di tecnologie simili, nel 2023 il numero di bambini nati tramite fecondazione in vitro è salito a 95.860 negli Stati Uniti (il 2,6% di tutte le nascite) e il numero totale di cicli di fecondazione in vitro segnalati è salito a 432.641.

 

SART e la sua entità gemella American Society for Reproductive Medicine (ASRM) accolgono la notizia come uno sviluppo positivo per le coppie infertili, tuttavia il gruppo pro-life statunitense Live Action ha elaborato i numeri basandosi sulle medie degli embrioni «in eccesso» creati e scartati dal processo, e ha stimato che ben «1.946.884 embrioni non sono sopravvissuti per essere impiantati, e altri 1.759.664 sono stati congelati, distrutti, donati alla ricerca o rilasciati per l’adozione di embrioni».

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Al contrario, il Guttmacher Institute, che costituisce il braccio di ricerca e sviluppo del colosso abortista Planned Parenthood, stima il numero di aborti nel 2023 a 1.037.880 (il numero reale sarebbe più alto a causa di carenze nella raccolta dei dati sugli aborti , ma non in misura tale da colmare il divario tra questo e i numeri della fecondazione in vitro).

 

Il processo di fecondazione in vitro è gravemente immorale, in quanto comporta la creazione consapevole di decine di embrioni umani «in eccesso» che vengono poi uccisi e le vite umane trattate come merci da barattare . Si stima che oltre un milione di embrioni vengano congelati negli Stati Uniti dopo la fecondazione in vitro e che fino al 93% di tutti gli embrioni creati tramite fecondazione in vitro venga infine distrutto.

 

Negli USA si stima che più di un milione di embrioni siano congelati in deposito dopo la fecondazione in vitro e che fino al 93% di tutti gli embrioni creati tramite fecondazione in vitro vengano infine distrutti. Un profilo del 2019 della NBC News sul professionista della fecondazione in vitro della Florida Craig Sweet ha riconosciuto che il suo studio ha scartato o abbandonato circa un terzo degli embrioni che conserva in celle frigorifere.

 

Tuttavia, le linee politiche della questione si sono confuse l’anno scorso, dopo che la Corte Suprema dell’Alabama ha stabilito che gli embrioni congelati si qualificavano come bambini in una causa per omicidio colposo, portando la questione al centro dell’attenzione nazionale. La maggior parte dei repubblicani USA si è affrettata a dichiarare il proprio sostegno alla fecondazione in vitro (con solo una manciata di eccezioni ).

 

A guidare la carica è stato il presidente Donald Trump, che si è autodefinito un «leader della fecondazione in vitro» e ha persino promesso di promulgare un nuovo diritto federale alla riproduzione artificiale, sia attraverso sussidi diretti che attraverso un obbligo assicurativo (sebbene abbia anche suggerito di sostenere esenzioni religiose a quest’ultimo).

 

Poco dopo il suo ritorno alla presidenza, Trump ha firmato un ordine esecutivo che ordina alla sua amministrazione di avviare un brainstorming su azioni amministrative e raccomandazioni politiche per rafforzare l’«accesso» e la «convenienza» della fecondazione in vitro, senza tuttavia impegnarsi ancora in una politica specifica.

 

A maggio, la Casa Bianca stava preparando un rapporto sulle modalità per combattere l’infertilità e, nell’ambito di tali discussioni, sta valutando una serie di idee politiche, tra cui l’aggiunta della copertura per la fecondazione in vitro all’assicurazione sanitaria militare statunitense, la dichiarazione della fecondazione in vitro come «prestazione sanitaria essenziale» che deve essere coperta dall’Affordable Care Act (Obamacare) e la richiesta al Congresso di emanare un mandato federale per le compagnie assicurative private a coprire la fecondazione in vitro.

 

La Casa Bianca alla fine ha abbandonato l’idea di rendere obbligatoria la fecondazione in vitro, ma ha affermato di voler comunque trovare un modo per mantenere la promessa elettorale di Trump. Il mese scorso, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo per ridurre i costi della fecondazione in vitro e aumentarne l’accesso (tra le altre misure volte a ridurre i prezzi dei farmaci per la fertilità) creando una nuova opzione di benefit che copra specificamente la fecondazione in vitro e altri trattamenti per la fertilità, che i datori di lavoro possono offrire ai propri dipendenti.

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Come riportato da Renovatio 21, il segretario della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS), Robert F. Kennedy Jr., ha detto a Trump che grazie a questa mossa sarebbe «entrato in paradiso».

 

Il fatto che il numero delle vittime della provetta sia maggiore di quello dell’aborto è ampiamente noto al lettore di Renovatio 21.

 

Riguardo ai numeri degli embrioni IVF in Italia – dove vi è stato un amento del 30% in 10 anni – secondo l’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), nel solo 2018 la fecondazione in provetta ha ucciso 171.730 embrioni italiani nel corso di un solo anno. Vale a dire, più bambini morti che con l’aborto di Stato della 194/78.

 

Immaginiamo, nel 2024, quanto questa cifra sia aumentata. E quindi, di quanti embrioni scartati ed eliminati eugeneticamente, di quanti esseri terminati, stiamo parlando? Di un milione? Due? Tre milioni?

 

Vi è poi il tema della crioconservazione degli embrioni – una dimensione biologicamente, legalmente e teologicamente ancora non definita dove si possono trovare gli esseri umani prodotti in laboratorio.

 

In Italia secondo una stima dell’Istituto superiore di Sanità, nel 2020 gli embrioni abbandonati sotto azoto liquido erano 37.500 distribuiti in 320 centri.

 

Secondo uno studio condotto da un gruppo italiano e presentato al 40° congresso della Società Europea di Medicina della Riproduzione ed Embriologia (ESHRE) ad Amsterdam, dal 2010 al 2020, in Italia – Paese in cristi denatalista – la percentuale di bambini in provetta è aumentata dal 32% al 42%, con un incremento di circa il 30%. Tra le donne sotto i 38 anni, queste cifre raggiungono addirittura il 70-80%.

 

Renovatio 21 non può non aggiungere, come sempre, la questione delle chimere umane, in aumento logico con l’espandersi della pratica della provetta.

 

n biologia, una chimera è un organismo o una creatura che presenta due o più popolazioni di cellule geneticamente diverse, ciascuna originata da zigoti differenti. Queste popolazioni cellulari geneticamente distinte di fatto coesistono all’interno dell’organismo

 

Le chimere umane, ovvero individui derivati dalla combinazione di due embrioni, costituiscono una realtà riconosciuta da un numero significativo di anni, benché questa realtà sia spesso ignorata nonostante il notevole incremento dei casi, come riportato da alcuni professionisti medici.

 

Le persone chimeriche, le quali presentano due diversi set di DNA in quanto risultato della fusione di due esseri distinti, effettivamente mostrano disfunzioni che emergono col tempo: il «fratello» che è stato assorbito continua a crescere all’interno del corpo del gemello ospite più sviluppato. È possibile che tessuti come capelli, muscoli e persino occhi si trovino all’interno del corpo di un individuo chimera.

 

In altre situazioni, l’embrione assorbito si sviluppa in modo «coordinato» con l’altro gemello, diventando un organo specifico all’interno del corpo dell’embrione dominante.

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Il chimerismo ha già giocato brutti scherzi in giro per il mondo. Sono stati riportati casi in cui individui hanno avuto figli, ma non hanno trasmesso il loro proprio DNA ai loro discendenti, poiché gli organi genitali, sia maschili che femminili, erano in realtà derivati dai gemelli assorbiti durante la fase embrionale. Di conseguenza, la loro prole è geneticamente figlia dei fratelli che non hanno mai conosciuto e dei quali non erano nemmeno a conoscenza, ma che esistono nella realtà della genetica: è da capogiro, a pensarci, ma è così.

 

In America, dove i test genetici sono arrivati al consumatore, saltano fuori casi sempre più allucinanti. I servizi sociali tolgono i bambini ad una donna, che viene arrestata dalla polizia dopo un test del DNA: i figli non sono suoi, li ha rapiti – invece li ha partoriti lei, solo che i suoi organi riproduttivi erano in realtà della sorella che condivideva con lei il grembo materno, e che si è fusa con la donna, che quindi, da figlia unica, ha una sorella, ma non la ha mai vista, perché è dentro di lei, ma al contempo è la vera madre dei suoi figli (sì, gira la testa). Prima di risolvere legalmente questo problema, la signora ne ha passate di ogni tipo.

 

Stesso caso per un uomo che si è sentito dire di non essere il padre dei suoi figli, in quanto il vero padre, dissero i medici, era secondo i risultati del DNA un parente stretto, un fratello (vicenda di corna abbastanza classica). E invece, l’uomo era figlio unico – suo fratellino si era sistemato, molto prima di nascere, come organo genitale del fratellone, e ha continuato così, generando così dei figli con la cognata.

 

L’aberrazione biologica qui fa il paio con quella sociale, perché le ramificazioni di distruzione della società, della famiglia, del concetto stesso di identità individuale sono abissali.

 

Ora, non può non esserci un aumento dei casi di chimere umane visto l’incremento degli impianti multipli previsti nei procedimenti di riproduzione assistita. Nella PMA, i medici inseriscono nella donna più embrioni con la speranza che almeno uno di essi si sviluppi con successo. Questa pratica può portare non solo a parti gemellari e plurigemellari (che sono, come visibile, tipici della riproduzione artificiale), ma anche, in alcuni casi non sempre riconosciuti, a fenomeni di chimerismo umano.

 

Non ci è chiaro se vi siano studi specifici sull’aumento delle chimere in Italia. Abbiamo sentito in questi anni, tuttavia, racconti aneddotici di operatori sanitari, che ci dicono che negli ospedali continuano a capire casi del genere.

 

È evidente che il sonno della legge naturale genera mostri.

 

Sarebbe ora di svegliarsi: lo diciamo soprattutto ai pro-life italiani, che dormono beati (e ben pasciuti, tra aiutini e donazioni) sui cuscini narcotizzanti offerti dalla chiesa neocattolica, che ha dato segni evidenti di voler «sdoganare» il bambino sintetico.

 

Di fatto, il ruolo dei pro-vita italiani sembra proprio quello di offrire il cuscino anche a voi, e farvi dormire su questa strage apocalittica. Con quel cuscino vogliono soffocare la Verità e la Vita.

Svegliatevi il prima possibile.

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Immagine di ZEISS Microscopy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata

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