Militaria
La propaganda dice che Mosca sta acquistando granate nordcoreane
Alcuni mesi fa la stampa statunitense ha scritto che la Russia aveva acquistato droni dall’Iran. Russia e Iran hanno immediatamente smentito.
Oggi i media statunitensi affermano che la Russia compera granate dalla Corea del Nord. Russia e Corea del Nord hanno immediatamente smentito.
Si tratta di notizie finalizzate ad accreditare l’idea di un’industria russa degli armamenti allo sbando e di un isolamento di Mosca, costretta ad approvvigionarsi da «Stati canaglia», secondo la terminologia statunitense.
A oggi non ci sono elementi che accreditino la veridicità di simili affermazioni.
Analogamente la stampa statunitense ha interpretato il decreto del presidente Putin che prevede il reclutamento di 137 mila uomini come rimedio a una grave penuria di uomini.
Ahimè, il decreto prevede l’assorbimento delle forze armate del Donbass qualora quest’ultimo aderisse alla Federazione di Russia.
È invece vero che la Russia ha differito la consegna di armi ordinatele da alcuni Paesi stranieri per dare priorità alle proprie forze armate.
rticolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Propaganda: Mosca acquisterebbe granate nordcoreane», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 settembre 2022.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Militaria
Fico promette di opporsi al prestito di armi all’Ucraina
Il primo ministro slovacco Robert Fico ha promesso di fare «tutto» il possibile per garantire che il suo Paese non partecipi all’ultima iniziativa sostenuta dalla NATO per finanziare la fornitura di armi all’Ucraina.
Parlando agli studenti mercoledì, Fico – sopravvissuto a un attentato da parte di un attivista filo-ucraino – ha affermato che la Slovacchia si opporrà al pacchetto di prestiti da 70 miliardi di euro proposto al prossimo vertice del blocco in Turchia.
«Seguo con grande preoccupazione i preparativi per il vertice NATO di Ankara… e continuo a sentire che vogliono di nuovo raccogliere fondi per l’Ucraina. Si parla di 70 miliardi di euro per sostenere la guerra in Ucraina. Lo dico pubblicamente per la prima volta: farò tutto il possibile affinché la Slovacchia non partecipi ai prestiti militari per l’Ucraina», ha affermato il Fico.
Secondo quanti ruoirtato dalla stampa, la NATO sta valutando la possibilità di stanziare ulteriori 70 miliardi di euro in aiuti militari per l’Ucraina nell’arco di diversi anni. La proposta dovrebbe essere discussa al vertice del blocco che si terrà ad Ankara il 7 e l’8 luglio.
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Il piano, che a quanto pare gode del sostegno della Germania, è ancora in fase di negoziazione, con gli Stati membri che stanno ancora discutendo sulla ripartizione dei costi. Precedenti indiscrezioni di Euractiv e Politico indicavano che la partecipazione degli Stati Uniti era incerta, mentre 30 miliardi di euro proverrebbero dal pacchetto di aiuti UE già esistente per l’Ucraina.
Fico si è a lungo opposto alla linea dura di Bruxelles nei confronti di Mosca, compresi gli aiuti militari a Kiev e le sanzioni contro la Russia. È stato l’unico leader dell’UE a partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria di quest’anno a Mosca, dove ha messo in guardia contro una «nuova cortina di ferro» che dividerebbe l’Europa e ha chiesto un rinnovato dialogo con la Russia.
«Dobbiamo parlare, parlare con tutti. Sono un convinto sostenitore del dialogo», ha affermato, criticando l’approccio dell’UE al conflitto in Ucraina. «Siamo incapaci di fare qualcosa per porre fine alla guerra in Ucraina, ed è molto triste. Forse perché alcuni Stati membri dell’UE appoggiano la guerra e vogliono che continui», ha aggiunto Fico.
All’inizio di questa settimana, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che tutte le speranze che l’Occidente potesse fungere da mediatore imparziale nella risoluzione del conflitto in Ucraina erano svanite. Ha sostenuto che il continuo sostegno militare a Kiev aveva minato qualsiasi pretesa di neutralità.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Vladimiro Putin ha dichiarato che l’Occidente nemmeno più nasconde i suoi piani di guerra contro la Russia.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Militaria
Crosetto contro la NATO sui caccia americani
⚡️NATO’s Rutte to Fox News:
500 U.S. planes took off from U.S. bases in Italy to support Operation Epic Fury. This is massive. ⚡️Italy has pushed back against NATO Secretary-General Mark Rutte after he said 500 U.S. aircraft flew from American bases in Italy to support the… pic.twitter.com/LlnjbKnX4h — War Intel (@warintel4u) June 24, 2026
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Militaria
Trump: le case automobilistiche statunitensi potrebbero produrre missili
Le attuali discussioni sulla riconversione delle case automobilistiche americane alla produzione di armi, promosse dall’amministrazione Trump, richiamano in modo esplicito la massiccia mobilitazione industriale avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.
Durante il secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti trasformarono rapidamente l’industria civile in una macchina bellica senza precedenti. Le fabbriche di Detroit, cuore dell’industria automobilistica, passarono dalla produzione di auto a quella di carri armati, aerei, camion militari e munizioni. Aziende come Ford, General Motors e Chrysler convertirono i loro stabilimenti: la Ford costruì bombardieri B-24, la General Motors produsse carri armati M4 Sherman e la Chrysler contribuì con veicoli corazzati.
Tale riconversione permise agli Stati Uniti di diventare l’«arsenale della democrazia», producendo oltre 300.000 aerei, 100.000 carri armati e milioni di tonnellate di munizioni tra il 1941 e il 1945.
Oggi, come allora, si parla di sfruttare capacità produttiva inutilizzata per rafforzare gli arsenali militari, con General Motors e Ford tra le aziende coinvolte nella produzione di missili Patriot, Tomahawk e altre armi. Tuttavia, le differenze sono notevoli: nel 1940-1945 l’impegno fu totale e sostenuto da uno sforzo nazionale di guerra contro nemici esistenziali, mentre l’attuale spinta risponde a preoccupazioni per l’esaurimento delle scorte dopo i conflitti in Ucraina e contro l’Iran, con un bilancio militare record richiesto per il 2027.
In entrambi i casi emerge l’idea di una «forte spinta economica» attraverso la produzione bellica, ma mentre la Seconda Guerra Mondiale vide una conversione su scala gigantesca e quasi immediata, l’attuale iniziativa appare più mirata e graduale, concentrata su munizioni avanzate e sistemi di difesa piuttosto che su una produzione di massa di veicoli e aerei tradizionali.
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La storia mostra che tali riconversioni possono accelerare l’economia in tempo di crisi, ma dipendono dalla volontà politica, dalla disponibilità di manodopera e dalla capacità di adattare linee di produzione moderne, altamente automatizzate, rispetto a quelle degli anni Quaranta.
Di fatto la Seconda Guerra Mondiale salvò l’economia americana ponendo fine in modo definitivo alla Grande Depressione degli anni Trenta.
Nel 1939 il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti superava ancora il 14%, nonostante gli sforzi del New Deal di Roosevelt. L’ingresso nel conflitto trasformò radicalmente lo scenario: la spesa federale passò da 9 miliardi di dollari nel 1939 a quasi 100 miliardi nel 1945. Questo massiccio deficit spending finanziò lo sforzo bellico e fece raddoppiare il PIL reale americano in soli cinque anni.
La mobilitazione militare eliminò completamente la disoccupazione, che scese sotto il 2% nel 1944. Circa 16 milioni di cittadini entrarono nelle forze armate, lasciando vuoti nei posti di lavoro civili. Questi posti vennero rapidamente occupati da milioni di donne e afroamericani, che fecero il loro ingresso in massa nella forza lavoro industriale.
Le fabbriche automobilistiche e tessili vennero riconvertite per produrre carri armati, aerei e munizioni sotto la supervisione del War Production Board. Lo Stato garantiva profitti alle aziende private tramite contratti «cost-plus» (che coprivano i costi di produzione assicurando un margine di guadagno), stimolando un boom manifatturiero senza precedenti e una forte innovazione tecnologica.
A differenza delle altre potenze mondiali, il territorio continentale degli Stati Uniti non subì distruzioni infrastrutturali. Nel 1945 gli USA detenevano la metà della capacità manifatturiera mondiale e la maggior parte delle riserve d’oro. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 sancirono il dollaro come valuta di riserva globale, consolidando l’egemonia economica americana nel dopoguerra.
Come riportato da Renovatio 21, la riconversione dell’industria automobilistica in industria bellica è con evidenza stata decisa anche ora in Europa, in particolare in Germania, dove le grandi aziende avevano collaborato negli anni Trenta con il regime nazionalsocialista di Adolfo Hitler..
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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