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Bioetica

Perché le donne in India si fanno asportare l’utero?

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La BBC riporta come negli ultimi mesi in India stiano circolando due notizie molto preoccupanti su donne lavoratrici e mestruazioni.

 

Le mestruazioni sono state per lungo tempo un tabù nel paese, dove le donne mestruate sono ritenute impure e vengono ancora escluse dagli eventi sociali e religiosi. Negli ultimi anni, queste idee arcaiche sono state messe alla prova sempre di più, soprattutto dalle istruite donne delle città.

 

Ma due recenti rapporti mostrano che il problematico rapporto dell’India con le mestruazioni continua. La stragrande maggioranza delle donne, in particolare quelle provenienti da famiglie povere, senza libertà e senza istruzione, sono costrette a fare scelte dalle conseguenze irreversibili e a lungo termine sulla loro salute e la loro vita.

 

Negli ultimi tre anni migliaia di giovani donne si sono sottoposte a interventi chirurgici per rimuovere l’utero per poter lavorare come raccoglitrici nelle piantagioni di canna da zucchero

La prima notizia arriva dallo stato occidentale del Maharashtra, dove i media indiani hanno rivelato che negli ultimi tre anni migliaia di giovani donne si sono sottoposte a interventi chirurgici per rimuovere l’utero. In un numero considerevole di casi lo hanno fatto per poter lavorare come raccoglitrici nelle piantagioni di canna da zucchero.

 

Ogni anno, decine di migliaia di famiglie povere dei distretti di Beed, Osmanabad, Sangli e Solapur migrano verso i più ricchi distretti occidentali dello stato – noto come “la cintura di zucchero” – per lavorare sei mesi come “tagliatori” nei campi di canna da zucchero.

 

Una volta lì, si trovano in balia degli avidi appaltatori che approfittano di ogni occasione per sfruttarli.

 

In primo luogo, sono riluttanti ad assumere donne perché il taglio della canna è un lavoro faticoso e le donne possono perdere un giorno o due di lavoro durante il ciclo mestruale. Se perdono una giornata, devono pagare una penale.

 

Le condizioni di vita sul posto di lavoro sono tutt’altro che ideali: le famiglie devono vivere in capanne o tende vicino ai campi, non ci sono servizi igienici e, poiché la raccolta viene talvolta effettuata anche di notte, non esistono tempi fissi per il sonno e la veglia. E quando le donne hanno le mestruazioni, diventa molto più difficile.

 

A causa delle cattive condizioni igieniche, molte donne contraggono infezioni e, secondo gli attivisti che lavorano nella regione, i medici senza scrupoli le incoraggiano a sottoporsi a interventi chirurgici non necessari, anche se vengono visitate per un piccolo problema ginecologico che può essere risolto con l’aiuto di farmaci.

 

Molte hanno due o tre figli quando si trovano intorno ai 25 anni e, poiché i medici non spiegano i problemi che dovrebbero affrontare in seguito a un’isterectomia, molte credono che sia opportuno sbarazzarsi dell’utero.

Dato che la maggior parte delle donne in queste aree si sposano da giovani, molte hanno due o tre figli quando si trovano intorno ai 25 anni e, poiché i medici non spiegano i problemi che dovrebbero affrontare in seguito a un’isterectomia, molte credono che sia opportuno sbarazzarsi dell’utero.

 

Ciò ha trasformato diversi villaggi della regione in «villaggi di donne senza utero».

 

Lo scorso mese, il legislatore Neelam Gorhe ha sollevato la questione davanti all’assemblea statale e il Ministro della Sanità del Maharashtra, Eknath Shinde, ha ammesso che in tre anni si sono registrate state 4.605 isterectomie nel distretto di Beed. Ma, ha aggiunto, non tutte sono state praticate su donne che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Il ministro  ha istituito una commissione incaricata di indagare su diversi casi.

 

Prajakta Dhulap del servizio linguistico Marathi della BBC, che ha visitato il villaggio di Vanjarwadi nel distretto di Beed, afferma che da ottobre a marzo di ogni anno, l’80% degli abitanti del villaggio migra per lavorare nei campi di canna da zucchero. Racconta che metà delle donne nel villaggio si sono sottoposte a isterectomie: la maggior parte ha meno di 40 anni e alcune meno di trenta.

 

Alcune zone sono diventate «villaggi di donne senza utero»

Molte delle donne che ha incontrato hanno raccontato come la loro salute sia peggiorata da quando hanno subito l’intervento chirurgico. Una donna ha parlato del «dolore persistente alla schiena, al collo e al ginocchio» e che si sveglia al mattino con «mani, viso e piedi gonfi». Un’altra lamentava «vertigini costanti» e sosteneva di non essere in grado di camminare neanche per brevi distanze. Di conseguenza, entrambe hanno affermato di non essere più in grado di lavorare nei campi.

 

La seconda notizia, proveniente dallo stato meridionale del Tamil Nadu, è altrettanto terribile. Le donne che lavorano nel multimiliardario settore dell’abbigliamento sostengono di aver ricevuto farmaci senza etichetta sul posto di lavoro – anziché un giorno libero – quando si sono lamentate dei dolori mestruali.

 

Nello stato meridionale del Tamil Nadu, le donne che lavorano nel multimiliardario settore dell’abbigliamento sostengono di aver ricevuto farmaci senza etichetta sul posto di lavoro – anziché un giorno libero – quando si sono lamentate dei dolori mestruali.

Secondo quanto riporta una denuncia della Thomson Reuters Foundation, sulla base delle interviste a circa 100 donne, i farmaci raramente venivano forniti da professionisti del settore medico e le sarte, provenienti principalmente da famiglie povere e svantaggiate, affermavano che non potevano permettersi di perdere il salario giornaliero per i dolori mestruali.

 

Tutte le 100 donne intervistate hanno dichiarato di aver ricevuto farmaci e più della metà ha dichiarato che, di conseguenza, la loro salute ne aveva risentito.

 

La maggior parte ha ammesso di non conoscere il nome dei farmaci né di essere stata avvertita degli eventuali effetti collaterali.

 

Molte donne hanno incolpato i medicinali per i loro problemi di salute, che vanno dalla depressione all’ansia, alle infezioni del tratto urinario, ai fibromi fino agli aborti spontanei.

 

Questi rapporti hanno costretto le autorità ad agire. La Commissione Nazionale per le Donne ha descritto la loro condizione nel Maharashtra come «patetica e miserabile» e ha chiesto al governo statale di prevenire simili «atrocità» in futuro. Nel Tamil Nadu, il governo ha promesso di tenere sotto controllo la salute delle lavoratrici del settore tessile.

 

Le relazioni arrivano in un momento in cui si stanno compiendo tentativi a livello mondiale per aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro implementando politiche che tengano conto delle differenze di genere.

 

Un dato preoccupante è che la partecipazione della forza lavoro femminile in India è scesa dal 36% nel 2005-06 al 25,8% nel 2015-16 e non è difficile capire perché se guardiamo alle condizioni in cui le donne sono costrette a lavorare.

 

In Indonesia, Giappone, Corea del Sud e in altri paesi, alle donne è concesso un giorno di riposo durante il ciclo mestruale. Anche molte compagnie private offrono un aiuto simile.

 

«Anche in India, il governo dello stato del Bihar ha permesso alle dipendenti di avere due giorni di riposo in più ogni mese sin dal 1992 e sembra funzionare molto bene», afferma Urvashi Prasad, specialista appartenente al think tank del governo indiano sulle politiche pubbliche, Niti Aayog.

 

Lo scorso anno, una parlamentare ha depositato una proposta di legge riguardante le prestazioni lavorative durante il ciclo mestruale, chiedendo due giorni di riposo al mese per ogni donna lavoratrice nel paese.

 

Prasad afferma che esistono sfide per l’attuazione di qualsiasi politica in un paese grande come l’India, in particolare nel settore informale dove è necessario un maggiore controllo. Ma, dice, iniziare nel settore formale può portare un cambiamento di mentalità e aiutare a rimuovere lo stigma che circonda le mestruazioni in India.

 

«Quindi ciò di cui abbiamo bisogno è che il potente settore privato organizzato e il governo prendano posizione, abbiamo bisogno di persone ai vertici per inviare i segnali giusti», dice. «Dobbiamo iniziare da qualche parte e alla fine possiamo aspettarci di vedere qualche cambiamento anche nel settore non organizzato.»

 

La legge sulle prestazioni lavorative durante il ciclo mestruale è la proposta di un membro privato, quindi è improbabile che venga approvata, ma se diventasse legge, andrebbe a beneficio delle donne che lavorano nelle fabbriche di abbigliamento del Tamil Nadu che saranno obbligate ad attuarla.

 

Ma tali misure di welfare raramente vanno a beneficio di chi lavora nel vasto settore non organizzato dell’India, il che significa che le donne come quelle che lavorano nei campi di canna da zucchero del Maharashtra rimarranno in balia dei loro appaltatori.

 

 

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Bioetica

Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano

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Il governo andorrano ha completato una bozza di legge per depenalizzare l’aborto, ma ha precisato che non procederà fino alla conclusione dei colloqui in corso con la Santa Sede.

 

Il 1° giugno, Ladislau Baró, ministro delle Relazioni istituzionali, dell’Istruzione e delle Università di Andorra, ha confermato che una proposta di legge per depenalizzare l’aborto è già stata redatta integralmente, ma non è stata ancora presa alcuna decisione politica poiché sono in corso i colloqui con la Santa Sede.

 

«Esiste già una proposta legislativa completa», ha affermato il Baró, aggiungendo che «tutti gli aspetti tecnici e filosofici sono stati redatti e preparati».

 

Il Baró ha sottolineato che il testo giuridico è completo, ma il governo non procederà fino alla conclusione dell’attuale processo di dialogo. Il dibattito in corso affonda le sue radici nella peculiare struttura costituzionale di Andorra: una diarchia parlamentare in cui il capo del governo è eletto dal Parlamento, mentre il capo dello Stato è condiviso da due co-principi, il presidente della Francia e il vescovo di La Seu d’Urgell, attualmente Josep-Lluís Serrano Pentinat.

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A causa di questo assetto, le proposte relative alla legislazione sull’aborto sono state spesso discusse non solo in termini legislativi e politici, ma anche in relazione al mantenimento dell’equilibrio istituzionale del principato.

 

Secondo il Baró, il governo deve stabilire se la proposta di legge possa raggiungere simultaneamente due obiettivi: eliminare le sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto e, al contempo, preservare la stabilità istituzionale del Paese, affermando che restano ancora diverse sessioni di lavoro prima che l’esecutivo completi il processo di valutazione della proposta.

 

Baró ha sottolineato che la Santa Sede non detiene l’autorità decisionale sulla legislazione in sé. Ha affermato che la responsabilità ultima spetta al governo andorrano, che deve presentare qualsiasi disegno di legge, e al Consell General, il Parlamento del Paese, che ne deciderà il destino. Ciononostante, ha confermato che le discussioni in corso con la Santa Sede rimangono una parte necessaria del processo prima che qualsiasi iniziativa legislativa venga formalmente portata avanti.

 

Il ministro ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui il Paese si starebbe avvicinando a una crisi istituzionale sulla questione. Ha affermato che Andorra rimane «molto lontana» da qualsiasi scenario che comporti una rottura del suo assetto costituzionale e «molto vicina» a trovare un equilibrio praticabile in merito. Pur rifiutandosi di fornire una tempistica precisa, Baró ha indicato che la questione dell’aborto dovrà essere risolta durante l’attuale legislatura.

 

Le dichiarazioni del governo giungono poco più di un mese dopo che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita ufficiale nel principato, ha pubblicamente rinnovato la pressione per una modifica delle leggi sull’aborto di Andorra.

 

Il 28 aprile, Macron ha effettuato la sua seconda visita ad Andorra in veste di co-principe francese. Durante la visita, ha rivelato di aver discusso della depenalizzazione dell’aborto sia con il primo ministro Xavier Espot che con il vescovo Serrano Pentinat. Macron ha inoltre affrontato pubblicamente la questione durante un discorso tenuto nella capitale andorrana il 29 aprile.

 

«Parleremo di tutti gli argomenti e ne farò riferimento anche domani nel mio discorso», ha detto Macron al vescovo. Anche il primo ministro Espot ha affrontato l’argomento durante la visita, sostenendo che qualsiasi progresso sulla depenalizzazione dell’aborto dovrebbe essere perseguito con quello che ha definito «realismo, prudenza e ambizione». Ha affermato che questi principi costituiscono parte di un approccio condiviso tra il suo governo e Macron.

 

Nonostante l’appoggio pubblico di Macron, non si è registrata alcuna campagna pubblica analoga da parte del vescovo Serrano Pentinat. Il ruolo del vescovo è rimasto invece legato al processo di dialogo in corso tra le autorità andorrane e la Santa Sede, che, secondo quanto affermano i funzionari governativi, è tuttora in corso e non ha ancora raggiunto la sua conclusione.

 

In Andorra l’aborto rimane illegale in ogni circostanza, compresi i casi di stupro o anomalie fetali. La legislazione del Paese ha subito pressioni da parte dei sostenitori dell’aborto sia a livello nazionale che internazionale, mentre proseguono i negoziati legislativi.

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Andorra è tecnicamente una co-principazia parlamentare unica. I suoi capi di Stato sono due co-principi: il vescovo di Urgell e il presidente della Francia. Il potere legislativo spetta al Consiglio Generale, un Parlamento unicamerale eletto ogni quattro anni. Il governo è guidato da un Capo di Governo che detiene il potere esecutivo. Pur non essendo nell’UE, il paese ne è fortemente integrato.

 

Il Vescovo di Urgell (una diocesi cattolica in Catalogna, Spagna) esercita la funzione di co-principe di Andorra, agendo come Capo di Stato insieme al Presidente della Repubblica Francese. Si tratta di una carica puramente istituzionale e non religiosa per il territorio andorrano.

 

Insieme al suo omologo francese, il v escovo svolge compiti formali e di rappresentanza. Tra le sue funzioni principali rientrano la promulgazione delle leggi approvate dal Parlamento, l’indizione delle elezioni e la nomina formale del Capo del Governo, sebbene la gestione politica ed esecutiva del paese spetti interamente alle autorità locali andorrane.

 

Questo sistema, ereditato dal XIII secolo, conferisce al vescovo un ruolo sia spirituale che politico, rendendolo una figura chiave nel governo andorrano. Il vescovo Josep-Lluis Serrano Pentinat, nominato vescovo coadiutore di Urgell nel luglio 2024, è succeduto al vescovo Joan-Enric Vives il 31 maggio 2025. Il suo arrivo coincide con un acceso dibattito sulla riforma legislativa dell’aborto.

 

Il cardinale Parolin, durante una visita ad Andorra nel settembre 2023, aveva descritto la questione dell’aborto come un «argomento molto delicato e complesso», invocando un approccio improntato a «discrezione e saggezza».

 

Il Principato è diventato profondamente secolarizzato, in particolare negli anni Novanta: nel 1993, la Chiesa ha ratificato un emendamento costituzionale che definisce Andorra come uno stato «laico». Il culto domenicale è in declino – circa il 20-30% dei fedeli, una percentuale ancora molto invidiabile rispetto al 5% dei praticanti nella Francia continentale – e sono state attuate le consuete riforme sociali, il divorzio nel 1995 e le unioni civili tra persone dello stesso sesso nel 2005.

 

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Immagine di r Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Bioetica

Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale

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Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.   Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.   La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.

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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.   Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.   «È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.   Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.   Come riportato da Renovatio 21otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.   Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.   In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).

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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.   Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.   Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.    

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Bioetica

Corpi senza testa per produrre organi: l’uomo ridotto a funzione, la medicina contro l’anima

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Qualche tempo fa su Renovatio 21 avevamo parlato del «trapianto dell’uomo» il progetto visionario di un neurochirurgo italiano: non più sostituire singoli organi, ma arrivare a trasferire l’identità, a trattare il corpo umano come una piattaforma intercambiabile. 

 

Una notizia rilanciata in questi giorni dalla stampa internazionale, e ripresa anche dal Corriere della Sera, che parla apertamente di «cloni senza cervello come banca degli organi», mostra che non si trattava di fantascienza. Startup biotech sostenute da capitali miliardari stanno esplorando la possibilità di creare organismi umani privi di attività cerebrale, sviluppati artificialmente proprio con l’obiettivo di fungere da riserva di organi.

 

Si parla di corpi «senza coscienza», mantenuti biologicamente attivi attraverso tecnologie avanzate, destinati a fornire tessuti perfettamente compatibili e sempre disponibili. In altri termini, si tratterebbe di produrre organismi progettati per funzionare biologicamente, ma privati intenzionalmente di ciò che li renderebbe soggetti. L’obiettivo dichiarato è semplice: evitare problemi etici. Niente attività cerebrale, niente coscienza, niente dolore.

 

La verità è che gli organi non bastano a soddisfare la richiesta del sistema trapiantologico e la risposta delle istituzioni è stata fin qui quella di tentare di ridurre il numero delle opposizioni, insistere sulla cosiddetta cultura del dono, forzare il consenso. La risposta tecnologica è molto più radicale: produrre direttamente ciò che serve, bypassando il consenso del donatore e finanche la dichiarazione di morte cerebrale.

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Tale deriva non nasce oggi, ma è il frutto di un’idea che abbiamo già accettato senza quasi accorgercene: ossia, l’idea che la persona coincida con il suo cervello. Se sussiste l’attività cerebrale sussiste anche la persona. È la stessa logica che ha reso possibile la morte cerebrale: un corpo ancora caldo, perfuso, biologicamente integrato, viene dichiarato morto perché ha perso determinate funzioni e da quel momento diventa disponibile.

 

Oggi si tenta di compiere un passo ulteriore: invece di dichiarare morto un vivente, si costruisce un vivente che non sarà mai considerato tale. 

 

Ma è proprio qui che emerge il vuoto più profondo della concezione moderna dell’uomo: l’assenza totale dell’anima. Per la grande tradizione filosofica, da Aristotele a san Tommaso d’Aquino, l’uomo non è la somma di funzioni, né un cervello che governa un corpo, bensì un’unità sostanziale di anima e corpo.

 

L’anima è forma del corpo, principio vitale che rende quell’organismo un essere umano e non un semplice aggregato biologico.

 

Finché l’organismo vive come unità integrata, l’anima è presente. La modernità ha progressivamente espunto questa dimensione, dapprima facendo coincidere l’anima con la coscienza, poi la coscienza con la funzione cerebrale, infine la funzione con un dato misurabile. 

 

Cosicché l’uomo è diventato un sistema, un insieme di processi, un dispositivo biologico. E un dispositivo, per definizione, può essere spento, smontato, ricostruito. I «corpi senza testa» sono semplicemente la conseguenza estrema, ma perfettamente coerente, di tale riduzione. 

 

Da anni una certa bioetica sostiene che la dignità non appartiene all’essere umano in quanto tale, ma solo a chi possiede determinate capacità: autocoscienza, memoria, intenzione. Se queste mancano, non c’è persona. Il risultato è paradossale: per evitare di usare una persona, si costruisce un essere umano privato di tutto ciò che lo renderebbe tale. Non si risolve il problema, lo si elimina alla radice.

 

A questo punto la domanda diventa inevitabile: che differenza c’è tra questo modello e un allevamento? Corpi umani coltivati, mantenuti, utilizzati come riserva biologica. La differenza con l’allevamento animale, a questo punto, è solo culturale e col tempo tenderà a svanire. 

 

Il punto è che questo distopico futuro non arriva all’improvviso: si ridefinisce la morte, si rende disponibile il corpo, si trasformano gli organi in risorse trasferibili. Infine, si passa alla produzione e all’allevamento.

 

Ogni passaggio, preso da solo, appare logico. Ma è l’insieme che rivela la direzione: quando si perde il concetto di anima, si perde anche il concetto di persona e quando la persona scompare, il corpo diventa inevitabilmente materia. 

 

E ciò che resta è solo la tecnica.

 

Alfredo De Matteo

 

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