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Pensiero

La menzogna della teoria dell’evoluzione: un libro per capire

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Per i tipi delle Edizioni Piane è uscito un nuovo libro per orientarsi riguardo la fallacia della teoria dell’evoluzione, immane e contraddittoria menzogna ancora inflitta ai nostri figli a tutti i livelli delle scuole dell’obbligo. Si tratta di L’evoluzione in 100 domande e risposte di Dominique Tassot, un esperto del rapporto tra scienza e rivelazione.

 

Come scrive l’autore, «trasformando la visione che l’uomo ha di se stesso, e in particolare delle sue origini, l’evoluzione ha avuto ripercussioni su ogni aspetto delle nostre società. Ha dettato le grandi scelte delle ideologie politiche del XX secolo ed è servita da giustificazione tanto al liberismo economico che al collettivismo, entrambi attivi ancora oggi, con i loro eccessi e la conseguente disumanizzazione delle società».

 

Renovatio 21 ha intervistato il traduttore italiano dell’opera, Roberto Bonato, di cui in passato abbiamo pubblicato altri interventi e traduzioni.

 

Dottor Bonato, può raccontarci chi è l’autore del libro?

Dominique Tassot lo racconta nell’Introduzione: lui è un puro prodotto dell’educazione laïque et républicaine, un allievo dell’Ecôle des Mines, quella che in Francia forma dai tempi napoleonici l’élite ingegneristica nei campi della geologia, della fisica e della chimica: un po’ l’equivalente dei nostri politecnici.

 

Di estrazione cattolica, in gioventù subisce il fascino di Teilhard de Chardin e della sua «sintesi» tra la teoria dell’evoluzione e un fumoso misticismo pseudo-cristiano che vede in Cristo il «punto Omega» di un’evoluzione umana in perpetuo divenire.

 

In apparenza, tutto era in ordine, con scienza e fede a dividersi il campo della verità in ambiti ben delineati e incomunicabili. La fede, quello della realtà intima o psicologica (oggi diremmo del «benessere interiore»); la scienza ad occuparsi delle cose serie, delle verità oggettive: la traiettoria del tipico cattolico «adulto». Ma un giorno si imbatte in un libro dal titolo strano: L’evoluzione regressiva. Un testo che osa mettere in discussione il totem intoccabile della scienza moderna: la teoria dell’evoluzione. Scopre così che un certo numero di scienziati ha, da sempre, avanzato ottimi argomenti che smentiscono le affermazioni principali della teoria dell’evoluzione. Tassot non ha fatto che andare in fondo al ragionamento: se le basi di questa famosa teoria sono così traballanti, cos’è che la tiene in piedi?

 

La risposta è semplice, ma tremenda: l’odio per la Verità, l’odio per il dogma che ci rivela dalle pagine della Bibbia che siamo figli di un’Intelligenza Infinita, dell’Amore Infinito, e non del movimento casuale della materia che si sarebbe auto-organizzata o, ancora più assurdo, auto-creata. 

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Per quali ragioni può essersi affermata la teoria dell’evoluzione?

Da un punto di vista storico, è bene ricordare qual era il contesto storico e sociale nel quale Darwin propose la sua teoria. Tanto il rapace capitalismo imperialista inglese (e francese, belga, tedesco, etc.), quanto il nascente socialismo, avevano bisogno di un paradigma intellettuale che giustificasse i loro peggiori eccessi, e che quindi potesse sbarazzarsi di diciotto secoli di morale cristiana.

 

L’uno e l’altro lo trovarono nella «lotta per la sopravvivenza»: perché se è questa la legge universale del progresso biologico, allora ogni mezzo diventa lecito (di più: inevitabile) per fare trionfare l’interesse superiore del «progresso della specie». Specie che, di volta in volta, sarà quella del laborioso colono inglese sul «primitivo» autoctono; quella del rispettabile borghese sull’analfabeta e malaticcio miserabile che affolla gli slums industriali che ha contribuito a creare; quella del forte proletario russo sull’imbelle capitalista sfruttatore e parassitario; o quella che, passando per il superuomo di Nietzsche, Hitler identificò nell’ariano germanico del suo Kampf (la lotta, per l’appunto) per lo «spazio vitale».

 

Non è un caso che, come documenta Tassot, Marx avesse chiesto a Darwin di scrivere la prefazione al Capitale (offerta che Darwin educatamente declinò), né che il primo libro del quale le Guardie Rosse cinesi imponessero la lettura nei villaggi occupati non fosse il Libro Rosso di Mao, ma L’origine delle specie. Nel mondo ottocentesco inebriato dai successi tecnologici dovuti alle nuove scoperte scientifiche, la teoria dell’evoluzione ne usurpò linguaggio e credibilità. 

 

Ancora oggi la teoria dell’evoluzione è l’ampio paravento dietro al quale i padroni del discorso nascondono le loro mire inconfessabili, e la foglia di fico che copre le vergogne degli utili idioti al loro servizio: da quelli che difendono il diritto di fare a pezzi un bambino nel ventre della madre (il «grumo di cellule» è l’ultima metamorfosi linguistica della teoria – falsa – della «ricapitolazione evolutiva» attraverso la quale passerebbe il feto umano durante il suo sviluppo) a quelli che pensano che l’essere umano, animale come un altro, non valga di più di una mucca d’allevamento, e quindi vorrebbero obbligarlo a mangiare insetti, o, meglio ancora, a togliere il disturbo dalla faccia della terra: come per tutte le teorie false, se ne può trarre ogni sorta di conclusioni assurde.

 

Più in generale, penso che la sintesi più onesta del motivo principale all’origine del trionfo (molto più «mediatico» che scientifico) della teoria dell’evoluzione si trovi nel libro di uno dei suoi sostenitori più fanatici: L’orologiaio cieco del biologo Richard Dawkins, laddove questi afferma molto candidamente che la teoria dell’evoluzione ha fornito la giustificazione intellettuale che gli atei stavano aspettando.

 

Per la prima volta nella storia, sostenere che l’universo, quale l’esperienza e la vera scienza ce lo rivelano, sia frutto del caso, diventava intellettualmente rispettabile. Meglio: sofisticato e alla moda. Come direbbe Chesterton, lungi dall’essere un’idea nuova, la teoria dell’evoluzione è l’ennesimo, vecchio errore. Vecchio almeno di un paio di millenni: il materialista Epicuro ne parlava già intorno al III secolo a.C.

 

Ed esattamente come Epicuro, una tale teoria serve un unico fine: quello di liberarsi della presenza ingombrante di Dio. Perché se siamo figli del caso, non dobbiamo rispondere delle nostre azioni a nessuno: non serviam.

 

Come dicevo: niente di nuovo, ma solo la monotona, ripetitiva cantilena, ma ahimé quanto efficace, dai tempi di Adamo ed Eva.

 

Quali sono gli argomenti che ci spingono a confutarla?

C’è l’imbarazzo della scelta, e uno dei meriti del libro è quello di fornirne un elenco, implacabile quanto inoppugnabile, in tutti i campi, dalla fisica, alla paleontologia, alla teologia. 

 

Per esempio: i famosi fossili dai quali Darwin aspettava ansiosamente la conferma dell’esistenza di anelli di congiunzione tra le specie, costituivano già ai suoi occhi un grosso ostacolo alla sua teoria, come ammetteva nella sua corrispondenza privata. I reperti disponibili ai suoi tempi raccontavano sempre una e una sola cosa: gli animali, anche quelli estinti, apparivano tutti perfettamente funzionanti, estremamente sofisticati, senza «mezze ali» o «proto-organi» che attestassero il passaggio attraverso remote fasi intermedie tra una specie e l’altra.

 

Darwin ne traeva la conclusione che all’epoca non si disponesse ancora di un numero sufficiente di testimonianze fossili. Sono passati 160 anni, e dei fossili delle forme di transizione continua a non trovarsi traccia. Questo è un fatto talmente incontrovertibile nell’ambito della paleontologia, che i rinomati evoluzionisti Jay Gould e Eldredge sono arrivati a formulare la teoria dell’evoluzione saltazionista o degli equilibri punteggiati: visto che dell’evoluzione non si trova traccia, significa che l’evoluzione avviene «a salti», per «botte di evoluzione», avvenute su tempi brevissimi, su popolazioni animali talmente ristrette, da non lasciare (guarda caso!) alcuna traccia documentata dal registro fossile.

 

Tutto molto scientifico. Come direbbe qualcuno: se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti.

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Personalmente ricordo la mia modestissima, quanto tutt’ora inevasa, obiezione di studente prima al liceo, poi all’università, infine alla scuola di dottorato: com’è possibile che il secondo principio della termodinamica (anche noto come principio di entropia, o di Carnot), il principio più solido, più universalmente confermato di tutta la fisica, quello che ci insegna che ogni sistema naturale tende inevitabilmente verso uno stato di disordine progressivo, e che la teoria dell’evoluzione, quella che ci dice esattamente il contrario, ossia che il movimento aleatorio di atomi su durate sterminate di tempo produca ordine, organizzazione e informazione altamente strutturata, siano entrambi veri? Risposta: non è possibile.

 

Chieda pure a qualsiasi scienziato, o professore di scienze del liceo: immancabilmente bofonchierà qualcosa sui «sistemi aperti», e poi cambierà discorso. La realtà, ostinata, ci ripete sempre la stessa cosa, quella che le leggi della fisica formalizzano: il caos non produce l’ordine, checché ne dicano certi muratori in grembiule. O, come direbbe Tassot, il tempo non è causa di alcunché.

 

La teoria dell’evoluzione è incompatibile, prima ancora che con la fede cattolica, con la scienza empirica stessa. 

 

A essere un po’ pedanti, si potrebbe dire che la teoria dell’evoluzione non può essere confutata, per il semplice motivo che non è scientifica nel senso popperiano del termine, ossia falsificabile. Ed è normale che sia così, perché Tassot mostra efficacemente in un altro suo libro che ho tradotto tempo fa (Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza) che la teoria dell’evoluzione nasce molto prima di Darwin nel mondo della filosofia, della letteratura e dell’ideologia anti-cristiana: non è altro che la versione pseudo-scientifica del vecchio mito del progresso, quello che postula che ciò che viene «dopo» è necessariamente meglio di quello che c’era «prima».

 

Darwin le ha solo fornito una veste e una rispettabilità scientifica. E infatti questa favola per adulti, come ebbe a definirla il biologo Jean Rostand, poggia, non tanto su prove scientifiche, ma su narrazioni, veri e propri «miti» o «icone» che ormai hanno colonizzato l’immaginario collettivo: dalle falene di Manchester ai moscerini della frutta di Lansky; dalla sequenza evolutiva della balena o del cavallo, al collo della giraffa; dai batteri che «evolvono» per sopravvivere agli antibiotici, alla celeberrima sequenza che va dalla saltellante scimmietta Lucy al muscoloso homo sapiens.

 

Il tutto confondendo allegramente fenomeni accertati come adattamento e selezione, con il concetto totalmente ipotetico di evoluzione, estrapolando su durate di tempo sterminate fenomeni mai constatati su scala ridotta, avvitandosi in ragionamenti circolari nei quali si postula il fenomeno stesso che si dovrebbe dimostrare, o semplicemente inventando di sana pianta dati inesistenti, come accadde con i disegni di Haeckel sulla ricapitolazione evolutiva dell’embrione o frodi famose come quella del pitecantropo e dell’uomo di Java.

 

In cosa il pensiero del Tassot si distingue dagli altri?

Tassot non ha nessuna geniale, originalissima «sintesi» da proporre per «riconciliare scienza e fede». Perché, se per «scienza» si intende il Darwinismo, la fede cristiana non ha nessun bisogno di riconciliarsi con una falsità, tutt’altro.

 

Tassot non fa altro che ricordare e difendere la dottrina cattolica tradizionale sulla Creazione, quale è narrata nei primi capitoli della Genesi, e quale è costantemente confermata dall’esperienza empirica, che parla di specie stabili (per quanto non immutabili, anzi, talmente sofisticate da potersi adattare e differenziare rispetto a mutate condizioni ambientali), create per atto soprannaturale da un Creatore infinitamente intelligente, potente e amorevole.

 

Se c’è una particolarità di Tassot, è quella di avere la capacità, in quanto ingegnere e dottore in filosofia alla Sorbona, di analizzare il problema da tutte le angolazioni, e, nel corso degli anni, di aver saputo radunare attorno a sé e alla sua rivista Le Cep un gruppo di scienziati, storici e filosofi che combattono la stessa battaglia per la Verità. A questo unisce la verve del conferenziere consumato, capace di vivacizzare argomenti inoppugnabili con aneddoti storici, con un effetto di grande efficacia pedagogica.

 

L’evoluzione in 100 domande e risposte, strutturato in 10 capitoli che affrontano altrettanti aspetti del problema, è la sintesi di anni di lavoro e di contributi, e l’apparato bibliografico sarà utilissimo per approfondire i numerosi temi che per forza di cose possono essere affrontati, per quanto rigorosamente, solo per sommi capi.

 

Tassot si distingue per coerenza e onestà intellettuale anche dalla grande maggioranza degli scienziati «credenti»: quelli che, pur di salvare la propria rispettabilità di «scienziati seri» all’interno di istituzioni che pretendono fede assoluta nell’idolo evoluzionistico, ad esso devono inchinarsi, più o meno sinceramente, e dire che sì, che la teoria dell’evoluzione è vera, ma che tutte le sue innumerevoli contraddizioni sono risolte da un Dio che alla fine tira le fila dell’universo. Dicono di voler «conciliare scienza e fede», ma in realtà non fanno che stravolgere l’una e tradire l’altra, perché nel tentativo di salvare una teoria tanto mediaticamente trionfante, quanto scientificamente fallimentare, questi scienziati «concilianti» devono annacquare, «demitizzare» a tal punto la Rivelazione biblica e secoli di Tradizione, da rendere entrambe irrilevanti.

 

Come si evince dalla corrispondenza personale di padri dell’evoluzione come Darwin, Lyell, Huxley, Galton, essi vedevano in questo tipo di accomodamento teista all’evoluzionismo il loro alleato più prezioso, perché erano consapevoli che un Dio «evolutore» era perfettamente innocuo e funzionale alla loro agenda ideologica: il nemico da abbattere, ossia da sradicare dalle coscienze, era il Dio della Genesi, quello che si interessa alla sua creatura dal primo istante della sua esistenza terrena fino all’ultimo (e oltre), quello che crea l’universo intero per l’uomo.

 

A 160 anni dall’inizio ufficiale di questo attacco, possiamo ben dire: missione compiuta. Purtroppo.

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Oltre a quelle di Tassot, vi sono altre forme di opposizione alla teoria dell’evoluzione? Di recente contro di essa si sono mossi anche gli informatici…

Immagino che lei stia parlando del lavoro di William Dembsky. In quanto informatico, lo trovo estremamente interessante. Si tratta di una formalizzazione del concetto di «complessità irriducibile» introdotto per la prima volta da Michael Behe. L’esempio che si usa in questi casi è quello della trappola per topi, un congegno per il quale esiste un numero minimo di componenti indispensabili per svolgere la funzione, al di sotto del quale non si ha più una trappola: formaggio, molla, la barra che cala sul topo, etc.

 

Se UNA SOLA viene a mancare, o è incompleta, il resto della struttura è perfettamente inutile. Fuor di metafora in ambito biologico: il reticolo intricatissimo della retina umana non serve a nulla, se al termine delle connessioni neurali dell’occhio non esistessero aree dedicate della corteccia cerebrale, infinitamente più complesse, che possano decodificare i segnali inviati.

 

Le due componenti avrebbero dovuto evolvere parallelamente, per milioni di anni, senza alcuna utilità, oppure servendo a fare tutt’altro (ai tempi del mio liceo il concetto alla moda era serendipicità) fino al momento fatidico nel quale si sarebbero collegate (sempre per puro caso) e, che combinazione! Ecco servita la visione.

 

La teoria dell’evoluzione, anche nella sua incarnazione moderna del neo-darwinismo, che vede nelle mutazioni aleatorie del codice genetico il motore dell’evoluzione, non ha la minima risposta a questo tipo di problemi, se non l’ennesimo mito: quello che dice che quanto è impossibile su un tempo a scala umana, diventa «praticamente certo» su durate di tempo «infinite» (non proprio: miliardi e miliardi di anni). La prova? Inesistente.

 

Il lavoro di Dembsky è fondamentale perché si attacca al fulcro metafisico della questione, che è il superamento definitivo del paradigma riduzionista che in questo momento paralizza il progresso delle scienze, e che passa per l’introduzione dell’informazione come principio fisico fondamentale accanto a «massa» ed «energia».

 

Per tornare alla questione dell’opposizione al darwinismo, mi sembra che l’unica degna di nota della quale sono a conoscenza viene dal mondo americano: essenzialmente protestante, ma, ed è stata per me una rivelazione recente, anche da un certo mondo cattolico. Spiace dirlo, ma è una realtà che l’eresia protestante del sola scriptura, se da un lato è all’origine dell’estrema frammentazione di quel mondo in migliaia di denominations, paradossalmente ha preservato un’opposizione tenace ed efficace al dominio totale del pensiero evoluzionista, nel nome di un’adesione intransigente al significato letterale della Bibbia.

 

Invece, la fedeltà del popolo cattolico ai propri pastori, se lo ha protetto per secoli da ogni sorta di deviazione dottrinale, ha anche fatto sì che, quando la gerarchia ha vacillato di fronte all’avanzata delle armate darwiniste, esso fosse molto più permeabile agli insegnamenti spuri che ne sono derivati. 

 

Negli USA la vicinanza, spesso antagonista o per lo meno «competitiva», con i protestanti, ha costretto i cattolici (per lo meno quelli che hanno ancora a cuore l’ortodossia) ad affrontarli sul loro stesso terreno della conoscenza e della fedeltà alle Sacre Scritture. Già da alcuni anni tanto io che Tassot collaboriamo con il Kolbe Center for the Study of Creation. Si tratta di un apostolato impegnato a ristabilire la verità cattolica sulle origini del mondo e della vita, che poco tempo fa ha prodotto la straordinaria serie di documentari Foundations Restored (disponibile con sottotitoli in italiano), un’opera monumentale che in 13 episodi analizza tutti gli aspetti della questione avvalendosi dei contributi di una ventina di esperti in fisica, chimica, biologia, teologia, storia, filosofia: il tutto alla luce degli insegnamenti delle Scritture e della Tradizione della Chiesa cattolica.

 

Dettaglio toccante: il fondatore, Hugh Owen, è il figlio convertito al cattolicesimo di Sir David Owen, politico inglese a suo tempo attivo propugnatore di politiche eugenetiche, già primo Segretario Generale dell’International Planned Parenthood Federation. Per quanto minoritaria, si, la resistenza esiste, anche cattolica, e si sta organizzando.

 

Quando essa è penetrata davvero nell’istruzione pubblica? Ci sono forme di resistenza all’interno di essa?

Non si può resistere a qualcosa che non si percepisce nemmeno più come un problema. 

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Fino a che punto le scuole sono state invase dal darwinismo? È possibile esonerare il proprio figlio dalle ore di lezione in cui viene impartito agli studenti?

Vivo in Francia ormai da 20 anni, ammetto di conoscere poco la situazione attuale della scuola pubblica italiana, che però immagino non molto diversa da quella francese, della quale eredita l’origine laïque. Penso che poco sia cambiato in Italia dai tempi nei quali, alle medie come al liceo, mi sono ritrovato a studiare la teoria dell’ontogenesi di Haeckel (il primo traduttore di Darwin in tedesco), quella secondo la quale un embrione umano, durante il suo sviluppo fetale, «ricapitola» tutte le fasi della sua storia evolutiva, passando attraverso una fase «pesce», «rettile», etc.

 

Questa teoria, screditatissima da almeno un secolo, come è ben documentato nel libro, era ancora presentata nella scuola media e superiore italiana degli anni ‘80 come una delle «prove» più convincenti della validità della teoria dell’evoluzione, e i disegnini inventati di sana pianta da Haeckel occupavano un paio di pagine del mio testo di scienze: poco importa che siano una frode conclamata riconosciuta da tempo.

 

Ma non è un problema solo italiano: nel 2017 Jonathan Wells ha intitolato il suo libro Zombie Science proprio in relazione ai famigerati disegni: come uno zombie che non vuol saperne di morire, questi disegni fraudolenti continuano ad infestare i libri di scienze.

 

Il tutto accanto al paragrafo sull’ennesimo mito della vulgata evoluzionista, quello degli “organi vestigiali”, come l’appendice o le tonsille, che non sarebbero che rimasugli di organi del passato dimenticati lì dall’evoluzione, inutili se non dannosi. Ma se di organi vestigiali se ne annoveravano un centinaio agli inizi del ‘900, attualmente si contano sulle dita di una mano, perché di tutti gli altri nel frattempo si sono scoperte funzioni e utilità, e tutto porta a ritenere che non ce ne sia nessuno.

 

È la dimostrazione che la teoria dell’evoluzione rappresenta un vero e proprio ostacolo alla scienza, con gravi ricadute per esempio in ambito medico. Perché nel frattempo si è scoperto che l’infiammazione delle tonsille è sintomo di problemi di sviluppo della mandibola indotti dall’eccesso di cibi molli, e che l’appendice non è affatto un rumine atrofizzato, ma una vitale riserva di batteri, utilissima per ri-colonizzare l’intestino dopo un problema digestivo o una malattia che ne avesse compromessa la flora, con buona pace per le migliaia di ablazioni «preventive» effettuate per decenni: solo uno dei tanti esempi delle conseguenze deleterie molto concrete dell’orgoglioso accecamento indotto da questa teoria, che ci fa ritenere inutile qualcosa che semplicemente non comprendiamo ancora.

 

A proposito, a più di 150 anni dall’Origine delle Specie, mi saprebbe citare una sola invenzione, una sola previsione utile che la teoria evoluzionista avrebbe apportato al genere umano?

 

Non mi risulta che le lezioni di darwinismo possano essere rifiutate, ma ritengo che il modo più efficace di combatterlo sarebbe quello di presentarlo in classe nel modo più scientifico e intellettualmente onesto possibile (come raccomandava Humani generis), comprese le ideologie mortifere e devastanti che ha contribuito a ispirare: comunismo, nazismo, eugenismo, cultura della morte abortista ed eutanasica. Ed è proprio per questo che ho voluto tradurre in italiano il libro di Tassot, che è concepito principalmente come un sussidio per studenti ed educatori cattolici.

 

Perché questo è il nodo del problema: i cattolici, preti e laici, devono riprendere coscienza dell’insegnamento perenne della Chiesa su questi temi, e proclamarlo senza complessi di inferiorità che non hanno alcuna ragione di sussistere: L’evoluzione in 100 domande e risposte e Foundations Restored sono lì per ricordarlo.

 

Come stupirsi se i giovani «perdono la fede» all’adolescenza? Non è forse a quell’età che a scuola imparano che la «scienza ci insegna che la teoria dell’evoluzione spiega le origini dell’uomo»? Non è forse a quell’età che il prof di religione (quando c’è) spiega tutto gongolante che sì, Dio ha detto delle cose vere «in un certo senso» all’inizio della Bibbia, ma voleva dire altro, o forse è Mosè che, poverino, non era abbastanza «evoluto» per capire, anzi no, Mosè è un personaggio mitico, o «composito», sono i rabbini durante la cattività babilonese che hanno inventato delle storie per ingannare il tempo, ma in ogni caso poco importa, perché si tratta di storie buone e giuste, «ispirate», e a noi cattolici adulti non importa tanto il «come», ma il «perché».

 

C’è veramente da stupirsi se un giovane, con il bisogno vitale di Verità e di Assoluto che solo un adolescente può avere, trarrà da tale insegnamento ondivago e contraddittorio la conclusione che, siccome i primissimi capitoli della Bibbia sono, nel migliore dei casi, un mito, e nel peggiore una presa in giro, forse lo sia anche tutto il resto, Incarnazione, Passione, Morte, Resurrezione e Transustanziazione comprese?

 

E che per le cose «vere» ci si possa fidare solo della Scienza.

 

Quella che insegna che un embrione umano è solo una specie di girino, che veniamo dal caso, e che i comportamenti omosessuali sono normali, e infatti «lo fanno anche le scimmie»?

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Qual è il quadro generale dell’antievoluzionismo?

È un argomento vasto al quale Tassot dedica tutto un capitolo del libro, nel quale traccia brevemente la storia dell’opposizione tanto religiosa quanto puramente scientifica alla teoria. Direi che attualmente ci sono due correnti principali. Da un lato quella del Disegno Intelligente, o Intelligent Design, che accoglie l’evoluzione come un fatto accertato, ma che, di fronte alle insanabili contraddizioni teoriche, e alla mancanza delle evidenze empiriche, evoca l’azione di un Dio che interverrebbe costantemente a forza di miracoli per «dirigere» l’evoluzione là dove, lasciata a se stessa, non andrebbe mai. È una corrente che ha gioco facile nell’indicare tutto quello che non funziona nel darwinismo, ma che pare ancora intenta a salvare le apparenze di una spiegazione puramente naturalista (per quanto guidata da Dio «da lontano»), dell’origine della vita, l’unica ormai comprensibile dal mondo moderno.

 

L’altra è quella del creazionismo «classico», che riconosce che i primi capitoli della Genesi descrivono in modo succinto, ma esatto, le fasi della creazione del mondo, che procedono da altrettanti atti soprannaturali del Dio Creatore che ha voluto rivelarSi, e rivelare l’origine dell’uomo senza finzioni né «allegorie». Ed è questa la posizione pressoché universale della Tradizione Cattolica, e di tutti i padri della Chiesa: Sant’Agostino compreso, proprio quello che tanto a sproposito viene arruolato, insieme alle sue «cause seminali», nei ranghi degli evoluzionisti. E questa è la posizione di Tassot.

 

Purtroppo si tratta di una posizione che viene spesso irrisa come ingenua o ispirata dal «letteralismo protestante»: come se il povero Mosè, un tipo capace di guidare un milione di persone nel deserto per 40 anni, non fosse in grado di afferrare concetti come «nato da una scimmia» o «milione di anni», mentre noi, suoi evolutissimi pronipoti debitamente istruiti dai documentari di Piero Angela, avessimo capito che i primi capitoli della Genesi non sono che un’allegoria, un racconto morale tipo Mille e una notte.

 

Eppure è a questa visione che dobbiamo il paradigma culturale che ha reso possibile la nascita della scienza, quella vera, nel mondo occidentale. Perché se altre culture hanno accumulato conoscenze ed osservazioni empiriche e soluzioni tecniche puntuali, è solo nell’Occidente irrigato dalla confluenza tra la nozione ebraica di Creazione con quelle di lex romana e di logos greco, che la scienza moderna è stata resa possibile: il mondo non è governato dai moti casuali ed imprevedibili della materia, né dai capricci di divinità riottose, ma è opera di un Creatore, che se ne cura fin dall’inizio continuamente, la cui infinita intelligenza traspare nella mirabile armonia di leggi regolari e conoscibili, pallido ma esatto riflesso della Sua gloria infinita.

 

Qual è lo stato dell’antievoluzionismo in Italia?

A mia conoscenza, si tratta di opposizioni isolate e assolutamente minoritarie. Esistono le lodevoli eccezioni rappresentate da intellettuali come Giuseppe Sermonti, autore del coraggioso Dimenticare Darwin, e tutta l’opera meritevole di padre Alberto Strumia.

 

Come in Francia, il paradigma evoluzionista è talmente penetrato nella cultura, tanto a livello accademico che popolare, da essere ormai implicito, e quindi invisibile. Si pensi solo a quando in una discussione si evoca l’Homo sapiens, o il Neanderthal, o si parla di «cervello rettiliano».

 

Io stesso ho conosciuto per caso l’opera di Tassot in Francia, in età relativamente avanzata, e non avevo nemmeno mai potuto concepire che esistesse un’opposizione fondata a quanto a scuola il mio insegnante di scienze mi presentava come una grande conquista dello spirito umano, e quello di religione come salutare lezione di (falsa) umiltà: sapere che siamo solo delle scimmie senza peli.

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La chiesa postconciliare ha oramai accettato la storia dell’uomo derivante dalla scimmia?

Nel quartiere dove vivo, a Nizza, dopo l’attentato del 14 luglio 2016, il prete di un’importante chiesa situata a due passi dal luogo del massacro ha raccolto dei fondi per «offrire a Dio» un nuovo portale. Risultato: vi figurano due orrendi scimmioni che si scambiano una mela. Incurante del fatto che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che i nostri due progenitori, Adamo ed Eva, furono creati perfetti, in stato di grazia, con i doni dell’immortalità, dell’impassibilità, dell’integrità e della scienza infusa, come da millenaria Tradizione di Dottori, Confessori e Martiri (oltre che di un numero sterminato di santi preti), il parroco non ha trovato nulla da eccepire a che fossero raffigurati secondo una vulgata pseudo-scientifica ispirata da un naturalista inglese ateo e ferocemente anti-religioso, che contraddice platealmente il buon senso cattolico, prima ancora che la fede.

 

Direi che è un esempio che riassume bene la situazione della Chiesa su questo fronte: una debacle totale, una ritirata disordinata nelle retrovie dell’evoluzionismo teista, con effetti che sarebbero grotteschi, se non fossero blasfemi. È importante sottolineare che l’ultimo pronunciamento al più alto grado di autorità del Magistero cattolico sull’argomento fu quello di Humani Generis (1950), che si limita ad autorizzare la «discussione» sulle origini dell’uomo, ma giustamente impone di non presentare mai l’evoluzione come un fatto accertato, e raccomanda agli insegnanti cattolici, sotto pena di peccato grave, di non mancare di segnalarne i punti incompatibili con la dottrina.

 

Ricordo che prima di Humanae Vitae, anche Paolo VI aprì un «periodo di discussione» durante il quale era permesso per un cattolico dibattere sulla liceità della contraccezione: e sappiamo come quel periodo si è concluso. Il resto, ovvero le dichiarazioni di papi (o dei loro collaboratori) personalmente convinti, come la stragrande maggioranza del clero attuale, che la scienza abbia accertato oltre ogni margine di dubbio la realtà dell’evoluzione, non sono assolutamente vincolanti, e non faranno che dimostrare alle future generazioni di storici della Chiesa a che punto in questi tempi oscuri le mistificazioni di questa vasta impostura intellettuale saranno riuscite a confondere anche i gradi più elevati della gerarchia cattolica.

 

La storia della famosa dichiarazione di Giovanni Paolo II sull’evoluzione «più che un’ipotesi» (che il Papa non scrisse di suo pugno, e che probabilmente neanche lesse) è molto istruttiva in questo senso, e meriterà un capitolo a parte, forse proprio dalle colonne di Renovatio 21.

 

D’altra parte, già nel 1907, nella Pascendi Dominici Gregis, il nostro conterraneo San Pio X, che univa il buon senso del parroco di campagna alla chiaroveggenza di un profeta dell’Antico Testamento, nel denunciare il modernismo aveva fatto «nomi e cognomi»:

 

«È lor [dei modernisti, ndr] principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione»

 

Ecco quella che mi sembra una buona definizione del modernismo: la teoria dell’evoluzione applicata alla teologia.

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di un saggio del politologo Sergej Aleksandrovic Karaganov. Lo scritto, apparso sul sito russo Global Affairs, risale a metà febbraio, prima dello scoppio della guerra in Iran. Karaganov, presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa e supervisore accademico presso la Facoltà di economia internazionale e affari esteri della Scuola superiore di economia (HSE) di Mosca. I lettori di Renovatio 21 conoscono il Karaganov per le sue affermazioni contro l’élite occidentale e riguardo l’uso di testate atomiche contro l’Europa nell’ambito del conflitto tra Occidente e Federazione Russa, un tema ribadito anche qui. Renovatio 21 potrebbe essere l’unico giornale in Italia a far notare che il presidente russo Vladimir Putin si è fatto vedere l’anno passato su un palco col Karaganov, quello del 27° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), dove il politologo ha fatto da moderatore: un segno potente che nessuno, né sulla stampa né al governo, sembra avere colto, ma che invece dovrebbe terrorizzare tutti, soprattutto quelli che hanno finanziato e armato il regime di Kiev. Il politologo russo ha fatto dichiarazioni di profondo significato geopolitico anche in una recente intervista con il giornalista americano Tucker Carlson, dettagliando come in questo momento l’Europa potrebbe essere oggetto di lanci atomici russi: una prospettiva terrificante di cui, a parte noi di Renovatio 21 e pochissimi altri, nessuno sta davvero parlando   L’attuale fase della guerra dell’Occidente con la Russia potrebbe essere prossima alla conclusione. È durata più a lungo del dovuto. È mancata la determinazione a ricorrere alla deterrenza nucleare attiva, che è l’unica soluzione al «problema europeo», che è tornato a essere una minaccia per noi. L’Operazione Militare Speciale (della Russia in Ucraina, ndr) ha dato una spinta alla Russia. Si è rianimata.   Il patriottismo è cresciuto, le persone hanno potuto mettere in mostra le loro migliori qualità, l’orgoglio per la Patria e la consapevolezza del valore del servizio alla Patria crebbero, e l’economia e la scienza. L’importanza delle professioni più importanti – ingegneri, scienziati, ufficiali, operai specializzati e medici – fuè stata riconosciuta. Anche se non ancora quella degli insegnanti. Ne parleremo più avanti.   Attirando il fuoco su noi stessi, noi, con le mani degli occidentali, abbiamo seriamente minato la posizione della borghesia compradora e dei suoi lacchè tra l’intellighenzia. Permettetemi di ricordarvelo: i colonialisti portoghesi chiamavano i commercianti locali che lavoravano per loro «compradores». Grazie alle riforme degli anni Novanta, abbiamo alimentato questo strato fino a proporzioni dolorose. È gratificante che il processo di purificazione dalla feccia occidentale, dai traditori e dagli Smerdjakov, stimolato dall’Operazione Militare Speciale, sia iniziato senza una dura repressione.   È un peccato che il popolo abbia dovuto pagare la ripresa iniziale del Paese e dell’economia con la vita di decine di migliaia di valorosi soldati. La loro eterna gratitudine e il loro ricordo. E se, o meglio, quando, la guerra incompiuta riprenderà, tali sacrifici non potranno più essere fatti.

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Esperienza personale: nel 2013, ho provato ancora una volta (con molta più fermezza e insistenza di prima) ad avvertire un gruppo di leader europei che la loro politica di adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO avrebbe portato alla guerra e a milioni di vittime. Ricordo distintamente che nessuno osò guardarmi negli occhi; si guardarono i piedi. E poi continuarono a parlare dei benefici dell’espansione della «zona di democrazia , fiducia e diritti umani». Volevano acquisire altri 40 milioni di schiavi bianchi (ci riuscirono parzialmente, anche se su scala minore: diversi milioni di rifugiati).   Parlavano della necessità di contenere una Russia allora leale. Purtroppo, abbiamo risposto in modo incoerente all’aggressione della NATO in Libia nel 2011. E stiamo pagando il prezzo di anni di pacificazione, tentativi di compiacere e della natura compradora di una parte della nostra élite.   Riconquistando la Crimea nel 2014 ed entrando in Siria nel 2015, la Russia ha temporaneamente rallentato l’escalation dell’Unione Europea verso le avventure militari. Ma poi siamo diventati sempre più compiacenti. Se l’ultimatum che chiedeva di fermare l’ espansione della NATO fosse stato emesso nel 2018-2020 e supportato da un maggiore ricorso alla deterrenza nucleare, la guerra attuale avrebbe potuto essere evitata. Oppure sarebbe stata molto meno sanguinosa e prolungata. Nel 2022, è diventato chiaro che sia gli occidentali che la giunta ucraina si stavano preparando diligentemente.   Ci sono molte persone in Ucraina, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali, che possiamo definire un popolo vicino a noi. Ma la parte indigena e più profonda – principalmente a ovest del Dnepr – è un popolo diverso. Hanno una storia diversa, codici culturali diversi e un forte sentimento anti-russo, alimentato per anni prima dagli austro-ungarici e dai polacchi, e poi da altri occidentali. Alla fine, hanno contrapposto gli ucraini alla Russia. È necessario stabilire una barriera razionale contro i mali ucraini ed europei, per proporre e attuare il nostro sano e solido percorso di sviluppo.   Al momento stiamo vincendo, ma non abbiamo ancora iniziato a rispondere in modo coerente a queste azioni apertamente aggressive. Tra queste, i dirottamenti delle nostre navi da parte dei pirati, le minacce di chiusura degli stretti, i tentativi di stabilire un blocco economico di fatto, gli attacchi ai terminal petroliferi e i tentativi della giunta di Kiev (con l’istigazione, o almeno il supporto occulto, delle élite europee) di silurare le nostre petroliere. Stiamo rispondendo a queste e ad altre simili provocazioni e attacchi alle nostre città intensificando i bombardamenti su obiettivi in ​​Ucraina. Ma questa non è una soluzione.   L’Ucraina è stata deliberatamente gettata nel fuoco della guerra affinché le fiamme ci bruciassero. Agli europei non importa della gente. E questa guerra continuerà, con intensità variabile, finché la fonte di questo e di altri conflitti non sarà sconfitta: le élite europee, che si stanno deteriorando intellettualmente, moralmente e materialmente. Nel tentativo di impedire l’inevitabile, ovvero il crollo del familiare e benefico status quo, stanno fomentando la guerra nel subcontinente, rifiutandosi di riconoscere che rischiano la sua distruzione.   Non abbiamo ancora distrutto l’ennesima coalizione ostile, come abbiamo fatto nelle guerre del 1812-1815, e soprattutto non nel 1941-1945, né spezzato la volontà di aggressione. La battaglia è entrata in una fase intermedia – il mediogioco, nel gergo scacchistico. I resti dell’Ucraina, alimentati dall’Occidente, continueranno a generare instabilità e terrorismo, sebbene a un’intensità leggermente ridotta. La guerra economica contro di noi non cesserà.   L’Europa si prepara a un nuovo scontro, probabilmente utilizzando (non necessariamente sotto le bandiere ucraine) i resti dell’esercito ucraino, per poi lanciarli, rafforzati e riequipaggiati, in battaglia insieme ai lanzichenecchi dei paesi europei poveri.   Dopo il cambio di scenario, l’attuale regime compradore, con la sua componente ultranazionalista e di fatto nazista, conserverà molto probabilmente notevoli capacità militari, che saranno alimentate in vari modi.   Le inevitabili provocazioni e violazioni di qualsiasi possibile accordo dovranno essere affrontate con la forza militare. Pioveranno accuse di «aggressività» e violazione degli «accordi di pace». L’aggressione aperta riprenderà quasi certamente. La maggior parte delle sanzioni rimarrà in vigore.   Ma la nostra strategia per combattere questa guerra deve essere radicalmente diversa dalla precedente. Il suo obiettivo è, come è stato finora, facilitare il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa e la loro uscita definitiva da questo conflitto. Il metodo è il rigoroso contenimento. L’obiettivo primario è la sconfitta dell’attuale élite europea, che non vede altra via per aggrapparsi al potere se non quella di alimentare l’ostilità verso la Russia, indebolire la sua popolazione e alimentare le fiamme del conflitto.

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Argomento nucleare

L’unico modo per fermare questo processo è dimostrare una reale volontà di usare armi , inizialmente non nucleari, contro centri di comando, infrastrutture critiche e basi militari nei paesi europei che svolgono un ruolo chiave nella preparazione e nella conduzione di operazioni militari contro la Russia. Tra gli obiettivi principali dovrebbero esserci le concentrazioni di élite, comprese quelle delle potenze nucleari; una reazione seria deve essere portata nelle loro capitali.   Se gli attacchi non nucleari falliscono e l’Europa non si ritira, o meglio ancora, non capitola, dobbiamo essere pienamente preparati – militarmente, tecnicamente e, soprattutto, politicamente e psicologicamente – a lanciare attacchi nucleari strategici di ritorsione limitati, ma sufficientemente massicci – per avere effetto politico. Le nostre forze nucleari strategiche e non strategiche devono essere sviluppate di conseguenza. Naturalmente, prima di lanciare attacchi nucleari, dovrebbero essere lanciate diverse salve di missili tattici-operativi non nucleari.   A lungo termine, dobbiamo considerare l’idea di negare a Francia e Gran Bretagna l’accesso alle armi nucleari. Scatenando una guerra contro la Russia, hanno perso il loro diritto morale e politico a possederle. Le élite di questi paesi, così come altri europei, in particolare i tedeschi, devono comprendere fermamente che se acquisiscono armi nucleari o le costruiscono, diventeranno bersagli legittimi per attacchi preventivi.   L’Europa, con la sua storia di guerre, aggressioni, genocidi seriali, razzismo, colonialismo e l’attuale negazione della normale moralità umana, della fede in Dio (e di Dio nell’uomo), che ha nuovamente scatenato una guerra contro la Russia, deve sapere: non ha alcun diritto su tali armi.   Gli Stati Uniti, avendo ricevuto i segnali corrispondenti e già consapevoli, sotto la guida di Biden, che continuare la guerra in Ucraina rischia di provocare un’escalation nucleare (anche sul suolo americano o, inizialmente, con attacchi alle basi americane in Europa), stanno cercando di coprirsi le spalle. Trump sta offrendo soluzioni apparentemente pacifiche al conflitto. Vale la pena cercare di trarne vantaggio, dando al mondo la possibilità di guarire le ferite inflitte da anni di guerra e di porre fine alla perdita dei nostri eroici soldati.   Si potrebbe tentare di stabilire una limitata cooperazione economica con gli Stati Uniti, laddove è indubbiamente vantaggiosa e affidabile. Ma senza la speranza che diventi un fattore determinante per la pace. Contrariamente ai miti degli ingenui marxisti e dei loro fratelli intellettuali, gli economisti liberali, gli interessi economici non sono il fattore determinante primario della politica statale. Essi passano invariabilmente in secondo piano quando si tratta di conflitti seri, soprattutto guerre, cedendo il passo a fattori geopolitici, strategico-militari e persino ideologici. Inoltre, gli Stati Uniti traggono vantaggio dal continuo confronto in Europa. Vendono armi, saccheggiano i loro alleati più ricchi e attraggono capitale industriale, finanziario e umano.   Le proposte di pace di Donald Trump non mirano a una pace duratura. Userò un semplice espediente retorico. Cosa mi interesserebbe se fossi il presidente americano? Una continuazione del conflitto lento che indebolisce la Russia, distraendola dallo sviluppo interno e da altre aree di competizione geopolitica. Una continuazione del confronto europeo, a un’intensità inferiore, per distogliere la Russia dal suo orientamento verso la Grande Eurasia e, soprattutto, la Cina. L’alleanza russo-cinese è già la forza dominante nel mondo. Farei leva sui residui sentimenti occidentali e filo-europei presenti nell’élite e nella società russa per impedire alla Russia di diventare un paese intellettualmente, spiritualmente ed economicamente sovrano, un attore chiave nel supercontinente in crescita.   Questo articolo non è né il momento né la sede per proporre una politica specifica riguardo alla prospettiva di uno scontro con l’Europa e l’Occidente in Ucraina. Mi limiterò a un consiglio che mi sembra l’unica alternativa, e persino tardivo. Non possiamo impantanarci in un conflitto senza fine, come quello israelo-palestinese, ma dobbiamo essere al sicuro.   Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo correggere rapidamente i nostri errori passati e aumentare drasticamente il nostro affidamento sulla deterrenza nucleare in Europa. Queste élite devono essere intimidite, non semplicemente contenute. Fingono solo di temerci per rafforzare la loro potenza militare. Ma dovrebbero davvero essere terrorizzate da noi, comprendendo che una continuazione, o addirittura un’escalation, le minaccia di un’inevitabile distruzione fisica. E un accumulo di armi è inutile, poiché porterà a una risposta nucleare devastante.   La precedente politica di prontezza all’uso limitato di armi nucleari si è rivelata maliziosamente controproducente. La nostra moderazione fa il gioco di coloro che alimentano l’isteria militarista e la russofobia e si preparano alla guerra.   La moderazione significa anche sottrarsi alla responsabilità di una grande potenza di prevenire l’escalation dei conflitti che potrebbero portare a una Terza Guerra Mondiale, la quale potrebbe porre fine all’attuale civiltà umana. La cautela ha iniziato a sconfinare nell’irresponsabilità.   La dottrina militare deve essere modificata per includere un impegno all’uso di armi nucleari nel caso in cui la guerra venga condotta da un avversario con un potenziale economico e demografico maggiore. È giunto il momento, almeno a livello di esperti, di abbandonare la premessa ereditata dall’era Gorbaciov-Reagan secondo cui «non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare». Questa premessa contraddice ogni logica militare e ha portato, tra le altre cose, allo scoppio di una guerra calda tra NATO e Russia.   Naturalmente, non sto invocando una guerra nucleare. Anche se vittoriosa, sarebbe un peccato grave. Ma dobbiamo essere pienamente preparati, affinché l’inazione e l’indecisione non aprano la strada al crimine di continuare una campagna militare che logora il Paese e la sua popolazione, minacciando di degenerare in una catastrofe termonucleare globale. Rifiutarsi di bloccare la strada verso un simile risultato è un peccato ben più imperdonabile. E, soprattutto, è un errore.

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Multipolarità reale

Anche se e quando infliggiamo una sconfitta strategica all’Europa, gran parte di essa continuerà la sua discesa verso la stagnazione, l’aumento delle disuguaglianze e la tensione sociale. E, di conseguenza, verso varie forme di fascismo, sia di destra che di sinistra. La dissoluzione dell’Unione Europea e l’uscita degli Stati Uniti riporteranno gli europei alla loro consueta esistenza storica, fonte di guerre , instabilità e altri disastri. Fortunatamente, non il colonialismo: non avremo la forza di farlo nel nuovo mondo. L’Ucraina, speriamo, è stato l’ultimo tentativo di acquisizione territoriale.   Qualunque sia lo scenario dei prossimi decenni, è necessario un disimpegno selettivo dall’Europa. Gli scambi commerciali, se possibile, potrebbero essere parzialmente ripristinati, ma senza le aspettative precedenti. E in nessun caso dovremmo lasciarci influenzare da potenziali tentativi, anche interni al nostro Paese, di tornare a discutere di un sistema di sicurezza europeo. Ripeto il pensiero spiacevole già espresso in articoli precedenti: l’attuale «orientamento verso l’Europa» è segno di ottusità intellettuale e persino di corruzione morale. Un sistema di sicurezza e sviluppo esiste solo nel quadro della Grande Eurasia.   È più difficile prevedere la situazione negli Stati Uniti. Il Paese è infetto dalla cosiddetta «malattia europea». Ma la resistenza a questa malattia è piuttosto forte lì. Tra gli esempi figurano il movimento MAGA e, in una certa misura, le politiche interne del Presidente Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro potenziale educativo, scientifico e tecnologico, traendolo, in parte, dall’Europa. Come accennato in precedenza, gli americani hanno iniziato a ritirarsi dalla loro posizione egemonica. La loro dipendenza dalla destabilizzazione delle regioni che stanno abbandonando, insieme alle loro tendenze neo-imperialiste, permangono. Inoltre, sono sempre più evidenti e pericolose.   Gli Stati Uniti rimangono un nemico pericoloso per il mondo, Russia inclusa. Le illusioni sono inaccettabili.   Pertanto, la nostra linea di condotta è quella di continuare a esercitare la deterrenza, anche, se necessario, rafforzandone la componente nucleare. Le discussioni sull’opportunità di ulteriori riduzioni del potenziale nucleare, comprese quelle strategiche, sono una presa in giro del buon senso. Gli Stati Uniti stanno apertamente perseguendo la creazione di sistemi di difesa antimissile e antisommergibile per il proprio territorio, da qui la loro intenzione di impadronirsi della Groenlandia, minando il potenziale deterrente della Russia.   La principale fonte di sentimento antinucleare è un comprensibile ma controproducente pacifismo, che nasce dagli ambienti militare-industriali legati alla produzione di armi convenzionali e da coloro che cercano di tradurre i loro rimanenti vantaggi scientifici, tecnologici ed economici in vantaggi politici. Le armi nucleari annullano questi vantaggi, rendendo superflua una corsa agli armamenti non nucleari.   La potenziale instaurazione di una cooperazione economica selettiva è vantaggiosa. Ancora una volta, niente illusioni. Dopo aver iniziato a ritirarsi dalla propria posizione di egemone globale, gli Stati Uniti stanno cercando di minare la stabilità proprio nei luoghi in cui si stanno ritirando. I tratti di questa politica sono evidenti nel desiderio di mantenere le tensioni intorno a Taiwan, al Medio Oriente, all’Asia centrale, al Caucaso e, naturalmente, all’Europa, dove stanno segretamente alimentando il confronto.   Gli Stati Uniti hanno sviluppato un gusto nell’usare i legami economici come strumento di pressione e persino di guerra su una scala storicamente senza precedenti. Sono interessati a ripristinare parzialmente i legami con la Russia per indebolire quelli con la Cina. Questo loro interesse potrebbe valere la pena di essere sfruttato: diversificare i legami economici è vantaggioso. Ma, ancora una volta, deve essere fatto con estrema cautela, evitando un raffreddamento delle relazioni con Pechino. Parallelamente alle discussioni su un cessate il fuoco, Washington sta cercando di aumentare la pressione sulle sanzioni.   Per anni abbiamo invocato, e ora quasi pregato, la multipolarità apparentemente raggiunta . Essa porta molti benefici positivi: soprattutto, maggiore sovranità per paesi e popoli, maggiori opportunità per loro di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo – ideologico, culturale, politico ed economico. Ma c’è anche un aspetto negativo.   Innanzitutto, si tratta di conflitti che incombono su tutti i fronti, esacerbati dal cambiamento climatico, dalla siccità in molte regioni, dalla carenza di cibo ed energia e dalle ondate migratorie. Le guerre economiche stanno diventando onnipresenti. Le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare queste sfide. Sono obsolete e stanno crollando per volere dei loro creatori, che si rendono conto che il sistema non offre più i benefici del primato.   Tuttavia, la situazione nelle aree non occidentali della geopolitica russa è promettente. Con la Cina, Paese amico, è necessario un approfondimento complessivo dei legami, al di là della massiccia importazione di manodopera. E non vi è alcuna ulteriore escalation – la prima risale agli anni ’90 – nell’abbandono dello sviluppo di settori industriali strategici. Allo stesso tempo, dovrebbero essere intrapresi sforzi congiunti, ove possibile, per garantire che questi legami non diventino fonte di vulnerabilità o irritazione in caso di un cambio di leadership in Cina. Sono necessari sforzi sistematici per compensare il crescente divario negli indicatori economici e demografici nei prossimi anni.   Con l’India non c’è alternativa se non quella di perseguire un percorso di riavvicinamento, anche attraverso l’importazione ordinata di manodopera indiana.   Non c’è alternativa alla crescente interazione – economica, scientifica, culturale e umana – con la porzione crescente e generalmente più sana dal punto di vista morale dell’umanità, i paesi della maggioranza mondiale. Attualmente, questa è principalmente l’Asia, e presto seguirà anche l’Africa. Il vettore della crescita demografica ed economica si sposterà lì.

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Informazioni sul contorno interno

Nell’attuale situazione globale, dovremo adattarci. Ma è necessario un approccio proattivo e preventivo, sia a livello internazionale che, soprattutto, a livello nazionale.   Innanzitutto, bisogna porre ancora maggiore enfasi sull’istruzione e, soprattutto, sull’educazione, fin dalla giovane età e per tutta la vita. Scuole, università e l’intero mondo dei media devono concentrarsi sulla formazione di patrioti con il massimo potenziale creativo. Il deficit demografico deve essere superato non solo attraverso misure volte ad allargare le famiglie e promuovere una longevità attiva. La nostra carenza di personale deve essere compensata dalla loro qualità. Gli insegnanti, seguendo le orme dei medici e dei militari, devono essere tra le professioni più retribuite. Naturalmente, devono essere preparati ad affinare le proprie competenze nella formazione e nella crescita di patrioti creativi e illuminati. L’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire l’intelligenza naturale, ma piuttosto svilupparla. Dobbiamo intraprendere una strada opposta a quella dell’Occidente, dove le persone sono di fatto e deliberatamente corrotte e ottuse.   Particolare attenzione è rivolta a coltivare in noi russi un atteggiamento attento verso la natura, la comprensione e l’amore per la nostra terra natale.   Abbiamo urgente bisogno di trovare modi per liberarci dall’attuale modello capitalista, che porta alla disumanizzazione delle società e degli individui. La civiltà moderna, inclusa la sua componente digitale, mina l’essenza stessa dell’umanità, trasformandoci in appendici delle macchine, consumando beni materiali e informazioni inutili, incapaci di azioni significative. Se questo percorso non viene bloccato da una strategia ben ponderata, minaccia di distruggere l’elemento umano negli esseri umani, e poi l’umanità stessa, senza alcuna guerra termonucleare globale. Il cambiamento climatico sta iniziando a portare a risultati simili se non viene contrastato con una strategia proattiva di sviluppo e adattamento.   Il capitalismo odierno , privo di norme etiche, trasforma gli esseri umani in appendici masticatorie simili a computer, aggravando le disuguaglianze e il cambiamento climatico. Soprattutto, svaluta la vita umana. Queste sono sfide di altissimo livello che devono essere riconosciute e affrontate con determinazione.   La soluzione ovvia per noi è quella di riformare il nostro modo di pensare e le nostre politiche pubbliche, in modo da preservare e sviluppare l’individuo, una persona sociale il cui obiettivo è servire la famiglia, la società, il Paese e lo Stato.   Una persona che ripristina la propria natura divina attraverso il miglioramento morale, intellettuale e fisico. Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile verso un modello di sviluppo post-capitalista, in cui l’impresa, l’imprenditorialità e la politica economica statale siano mirate non tanto al profitto a breve termine o addirittura alla crescita meccanica del PIL, ma allo sviluppo del singolo cittadino. L’obiettivo è aumentare il benessere familiare, ma in nessun caso si dovrebbe consentire un consumo eccessivo, soprattutto vistoso.   Naturalmente, l’iniziativa privata e l’imprenditorialità devono essere incoraggiate. Lo abbiamo visto nel XX secolo: reprimerle porta a un’esistenza misera, se non semi-impoverita, per la maggioranza. È vero, quando è stata concessa la completa «libertà», le cose sono andate quasi peggio. L’esperienza degli anni Novanta non deve essere dimenticata.   Abbiamo bisogno di una piattaforma ideologica sostenuta e promossa dallo Stato per il Paese e il suo popolo. Questa piattaforma è il nostro messaggio al mondo. Tale piattaforma deve basarsi sul servizio al bene comune e rivolgersi a coloro che sono pronti a farlo e cercano riconoscimento per esso. Questo non vale per tutta la società – essere un cittadino rispettabile e rispettoso della legge è accettabile e persino onorevole – ma le posizioni di leadership devono essere ricoperte da individui attivi con una chiara posizione civica.   Invece del termine «ideologia», che evoca varie associazioni, chiamiamo questa piattaforma «L’idea del sogno russo». Il suo avanzamento ha stimolato il dibattito pubblico e l’autodeterminazione del Paese e della società. Molti stanno trovando risposte che risuonano con noi. Un’opzione è stata proposta da un gruppo di scienziati e pensatori, principalmente di San Pietroburgo, guidati da V.A. Efimov: «L’ecosistema della creazione». Come la nostra piattaforma, mira non solo a preservare l’umanità e la biosfera nel nostro Paese, ma anche a offrire un modello di sviluppo alternativo, apparentemente l’unico sensato, per la maggior parte dell’umanità. Una Russia che non ha nulla da offrire al mondo non è una Grande Russia.

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E ora, qualcosa che mi sta molto a cuore: la necessità di spostare il centro dello sviluppo spirituale, culturale, economico e demografico a est della Russia, in Siberia. Già, questa magnifica, ma scarsamente popolata e persino poco esplorata terra del nostro futuro. Abbiamo chiamato questa strategia «siberianizzazione della Russia» o «Svolta Orientale 2.0».   Il cambiamento climatico sta ampliando l’area in cui vivere in modo confortevole, in un paesaggio naturale a volte aspro ma universalmente magnifico. Questa «siberianizzazione» dovrebbe essere facilitata dalla nuova strategia dei trasporti per la Russia, che noi, tra gli altri, stiamo sviluppando. Uno dei suoi principi fondamentali è che le rotte non seguono le persone, ma le guidano. Particolare enfasi è posta sulle arterie di trasporto Nord-Sud che collegano la Rotta del Mare del Nord, sviluppando nuovi territori lungo il percorso, con l’Asia in rapida crescita e, un passo avanti, con l’Africa.   In Siberia e nella Russia asiatica, dobbiamo avviare una nuova urbanizzazione incentrata sulle persone e mirata alla crescita demografica, attraverso la creazione di città e sobborghi bassi, per lo più in legno, attorno alle vie di trasporto e ai potenti centri scientifici, culturali e industriali esistenti, molto più adatti alla vita familiare e creativa.   L’Operazione Militare Speciale – la guerra dell’Europa contro di noi sul suolo ucraino – può creare ulteriori condizioni e incentivi per l’urgentemente necessaria «siberianizzazione».   Naturalmente, parte del patrimonio edilizio distrutto deve essere ripristinato e devono essere ripristinate condizioni di vita normali nelle regioni liberate e di confine. Ma in Occidente non c’è futuro. I semi dell’instabilità e delle varie minacce continueranno a diffondersi da lì per molto tempo a venire. Pertanto, si pone particolare attenzione all’attrazione di persone dalle regioni colpite e veterani del Distretto Militare Centrale verso le nuove città dei Trans-Urali, dove la vita dovrebbe essere significativamente più confortevole che nella Russia Centrale. Rinnovare la classe dirigente è ora più urgente che mai. Così come la partecipazione a megaprogetti per costruire arterie di trasporto e città del futuro per sé e per i propri concittadini.   Una nuova strategia di trasporto per la Russia asiatica , che includa il possibile sviluppo di una flotta di dirigibili, la riqualificazione dei grandi fiumi siberiani e la costruzione di città basse e sobborghi del futuro, può sembrare inverosimile. Ma cosa potrebbe essere inverosimile per un popolo i cui antenati, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, raggiunsero gli Urali e la Kamčatka in sei o sette decenni, costruirono la Ferrovia Transiberiana e la linea principale Bajkal-Amur (BAM) in un lasso di tempo drammatico e vinsero la Grande Guerra Patriottica?   La Siberia possiede il miglior capitale umano della Russia. Deve essere ampliato. La chiave è una solida e lungimirante definizione degli obiettivi e una forte volontà politica. Ci sono innumerevoli esempi nella storia russa. Negli ultimi cinquant’anni, sono stati dimenticati. Ma lo spirito russo sta iniziando a rinascere. Il suo sviluppo risiede nella «siberizzazione», nella creazione di un nuovo modello economico post-capitalista, in una nuova ondata ideologica e spirituale e nella costruzione di nuove vie di trasporto, città e sobborghi a misura di famiglia.   Sergej Karaganov   Sergej Karaganov, dottore in scienze storiche, professore emerito, direttore accademico della Facoltà di economia mondiale e affari internazionali presso la Scuola superiore di economia dell’Università nazionale di ricerca, presidente onorario del Presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa.    

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Pensiero

Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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