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La menzogna della teoria dell’evoluzione: un libro per capire

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Per i tipi delle Edizioni Piane è uscito un nuovo libro per orientarsi riguardo la fallacia della teoria dell’evoluzione, immane e contraddittoria menzogna ancora inflitta ai nostri figli a tutti i livelli delle scuole dell’obbligo. Si tratta di L’evoluzione in 100 domande e risposte di Dominique Tassot, un esperto del rapporto tra scienza e rivelazione.

 

Come scrive l’autore, «trasformando la visione che l’uomo ha di se stesso, e in particolare delle sue origini, l’evoluzione ha avuto ripercussioni su ogni aspetto delle nostre società. Ha dettato le grandi scelte delle ideologie politiche del XX secolo ed è servita da giustificazione tanto al liberismo economico che al collettivismo, entrambi attivi ancora oggi, con i loro eccessi e la conseguente disumanizzazione delle società».

 

Renovatio 21 ha intervistato il traduttore italiano dell’opera, Roberto Bonato, di cui in passato abbiamo pubblicato altri interventi e traduzioni.

 

Dottor Bonato, può raccontarci chi è l’autore del libro?

Dominique Tassot lo racconta nell’Introduzione: lui è un puro prodotto dell’educazione laïque et républicaine, un allievo dell’Ecôle des Mines, quella che in Francia forma dai tempi napoleonici l’élite ingegneristica nei campi della geologia, della fisica e della chimica: un po’ l’equivalente dei nostri politecnici.

 

Di estrazione cattolica, in gioventù subisce il fascino di Teilhard de Chardin e della sua «sintesi» tra la teoria dell’evoluzione e un fumoso misticismo pseudo-cristiano che vede in Cristo il «punto Omega» di un’evoluzione umana in perpetuo divenire.

 

In apparenza, tutto era in ordine, con scienza e fede a dividersi il campo della verità in ambiti ben delineati e incomunicabili. La fede, quello della realtà intima o psicologica (oggi diremmo del «benessere interiore»); la scienza ad occuparsi delle cose serie, delle verità oggettive: la traiettoria del tipico cattolico «adulto». Ma un giorno si imbatte in un libro dal titolo strano: L’evoluzione regressiva. Un testo che osa mettere in discussione il totem intoccabile della scienza moderna: la teoria dell’evoluzione. Scopre così che un certo numero di scienziati ha, da sempre, avanzato ottimi argomenti che smentiscono le affermazioni principali della teoria dell’evoluzione. Tassot non ha fatto che andare in fondo al ragionamento: se le basi di questa famosa teoria sono così traballanti, cos’è che la tiene in piedi?

 

La risposta è semplice, ma tremenda: l’odio per la Verità, l’odio per il dogma che ci rivela dalle pagine della Bibbia che siamo figli di un’Intelligenza Infinita, dell’Amore Infinito, e non del movimento casuale della materia che si sarebbe auto-organizzata o, ancora più assurdo, auto-creata. 

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Per quali ragioni può essersi affermata la teoria dell’evoluzione?

Da un punto di vista storico, è bene ricordare qual era il contesto storico e sociale nel quale Darwin propose la sua teoria. Tanto il rapace capitalismo imperialista inglese (e francese, belga, tedesco, etc.), quanto il nascente socialismo, avevano bisogno di un paradigma intellettuale che giustificasse i loro peggiori eccessi, e che quindi potesse sbarazzarsi di diciotto secoli di morale cristiana.

 

L’uno e l’altro lo trovarono nella «lotta per la sopravvivenza»: perché se è questa la legge universale del progresso biologico, allora ogni mezzo diventa lecito (di più: inevitabile) per fare trionfare l’interesse superiore del «progresso della specie». Specie che, di volta in volta, sarà quella del laborioso colono inglese sul «primitivo» autoctono; quella del rispettabile borghese sull’analfabeta e malaticcio miserabile che affolla gli slums industriali che ha contribuito a creare; quella del forte proletario russo sull’imbelle capitalista sfruttatore e parassitario; o quella che, passando per il superuomo di Nietzsche, Hitler identificò nell’ariano germanico del suo Kampf (la lotta, per l’appunto) per lo «spazio vitale».

 

Non è un caso che, come documenta Tassot, Marx avesse chiesto a Darwin di scrivere la prefazione al Capitale (offerta che Darwin educatamente declinò), né che il primo libro del quale le Guardie Rosse cinesi imponessero la lettura nei villaggi occupati non fosse il Libro Rosso di Mao, ma L’origine delle specie. Nel mondo ottocentesco inebriato dai successi tecnologici dovuti alle nuove scoperte scientifiche, la teoria dell’evoluzione ne usurpò linguaggio e credibilità. 

 

Ancora oggi la teoria dell’evoluzione è l’ampio paravento dietro al quale i padroni del discorso nascondono le loro mire inconfessabili, e la foglia di fico che copre le vergogne degli utili idioti al loro servizio: da quelli che difendono il diritto di fare a pezzi un bambino nel ventre della madre (il «grumo di cellule» è l’ultima metamorfosi linguistica della teoria – falsa – della «ricapitolazione evolutiva» attraverso la quale passerebbe il feto umano durante il suo sviluppo) a quelli che pensano che l’essere umano, animale come un altro, non valga di più di una mucca d’allevamento, e quindi vorrebbero obbligarlo a mangiare insetti, o, meglio ancora, a togliere il disturbo dalla faccia della terra: come per tutte le teorie false, se ne può trarre ogni sorta di conclusioni assurde.

 

Più in generale, penso che la sintesi più onesta del motivo principale all’origine del trionfo (molto più «mediatico» che scientifico) della teoria dell’evoluzione si trovi nel libro di uno dei suoi sostenitori più fanatici: L’orologiaio cieco del biologo Richard Dawkins, laddove questi afferma molto candidamente che la teoria dell’evoluzione ha fornito la giustificazione intellettuale che gli atei stavano aspettando.

 

Per la prima volta nella storia, sostenere che l’universo, quale l’esperienza e la vera scienza ce lo rivelano, sia frutto del caso, diventava intellettualmente rispettabile. Meglio: sofisticato e alla moda. Come direbbe Chesterton, lungi dall’essere un’idea nuova, la teoria dell’evoluzione è l’ennesimo, vecchio errore. Vecchio almeno di un paio di millenni: il materialista Epicuro ne parlava già intorno al III secolo a.C.

 

Ed esattamente come Epicuro, una tale teoria serve un unico fine: quello di liberarsi della presenza ingombrante di Dio. Perché se siamo figli del caso, non dobbiamo rispondere delle nostre azioni a nessuno: non serviam.

 

Come dicevo: niente di nuovo, ma solo la monotona, ripetitiva cantilena, ma ahimé quanto efficace, dai tempi di Adamo ed Eva.

 

Quali sono gli argomenti che ci spingono a confutarla?

C’è l’imbarazzo della scelta, e uno dei meriti del libro è quello di fornirne un elenco, implacabile quanto inoppugnabile, in tutti i campi, dalla fisica, alla paleontologia, alla teologia. 

 

Per esempio: i famosi fossili dai quali Darwin aspettava ansiosamente la conferma dell’esistenza di anelli di congiunzione tra le specie, costituivano già ai suoi occhi un grosso ostacolo alla sua teoria, come ammetteva nella sua corrispondenza privata. I reperti disponibili ai suoi tempi raccontavano sempre una e una sola cosa: gli animali, anche quelli estinti, apparivano tutti perfettamente funzionanti, estremamente sofisticati, senza «mezze ali» o «proto-organi» che attestassero il passaggio attraverso remote fasi intermedie tra una specie e l’altra.

 

Darwin ne traeva la conclusione che all’epoca non si disponesse ancora di un numero sufficiente di testimonianze fossili. Sono passati 160 anni, e dei fossili delle forme di transizione continua a non trovarsi traccia. Questo è un fatto talmente incontrovertibile nell’ambito della paleontologia, che i rinomati evoluzionisti Jay Gould e Eldredge sono arrivati a formulare la teoria dell’evoluzione saltazionista o degli equilibri punteggiati: visto che dell’evoluzione non si trova traccia, significa che l’evoluzione avviene «a salti», per «botte di evoluzione», avvenute su tempi brevissimi, su popolazioni animali talmente ristrette, da non lasciare (guarda caso!) alcuna traccia documentata dal registro fossile.

 

Tutto molto scientifico. Come direbbe qualcuno: se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti.

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Personalmente ricordo la mia modestissima, quanto tutt’ora inevasa, obiezione di studente prima al liceo, poi all’università, infine alla scuola di dottorato: com’è possibile che il secondo principio della termodinamica (anche noto come principio di entropia, o di Carnot), il principio più solido, più universalmente confermato di tutta la fisica, quello che ci insegna che ogni sistema naturale tende inevitabilmente verso uno stato di disordine progressivo, e che la teoria dell’evoluzione, quella che ci dice esattamente il contrario, ossia che il movimento aleatorio di atomi su durate sterminate di tempo produca ordine, organizzazione e informazione altamente strutturata, siano entrambi veri? Risposta: non è possibile.

 

Chieda pure a qualsiasi scienziato, o professore di scienze del liceo: immancabilmente bofonchierà qualcosa sui «sistemi aperti», e poi cambierà discorso. La realtà, ostinata, ci ripete sempre la stessa cosa, quella che le leggi della fisica formalizzano: il caos non produce l’ordine, checché ne dicano certi muratori in grembiule. O, come direbbe Tassot, il tempo non è causa di alcunché.

 

La teoria dell’evoluzione è incompatibile, prima ancora che con la fede cattolica, con la scienza empirica stessa. 

 

A essere un po’ pedanti, si potrebbe dire che la teoria dell’evoluzione non può essere confutata, per il semplice motivo che non è scientifica nel senso popperiano del termine, ossia falsificabile. Ed è normale che sia così, perché Tassot mostra efficacemente in un altro suo libro che ho tradotto tempo fa (Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza) che la teoria dell’evoluzione nasce molto prima di Darwin nel mondo della filosofia, della letteratura e dell’ideologia anti-cristiana: non è altro che la versione pseudo-scientifica del vecchio mito del progresso, quello che postula che ciò che viene «dopo» è necessariamente meglio di quello che c’era «prima».

 

Darwin le ha solo fornito una veste e una rispettabilità scientifica. E infatti questa favola per adulti, come ebbe a definirla il biologo Jean Rostand, poggia, non tanto su prove scientifiche, ma su narrazioni, veri e propri «miti» o «icone» che ormai hanno colonizzato l’immaginario collettivo: dalle falene di Manchester ai moscerini della frutta di Lansky; dalla sequenza evolutiva della balena o del cavallo, al collo della giraffa; dai batteri che «evolvono» per sopravvivere agli antibiotici, alla celeberrima sequenza che va dalla saltellante scimmietta Lucy al muscoloso homo sapiens.

 

Il tutto confondendo allegramente fenomeni accertati come adattamento e selezione, con il concetto totalmente ipotetico di evoluzione, estrapolando su durate di tempo sterminate fenomeni mai constatati su scala ridotta, avvitandosi in ragionamenti circolari nei quali si postula il fenomeno stesso che si dovrebbe dimostrare, o semplicemente inventando di sana pianta dati inesistenti, come accadde con i disegni di Haeckel sulla ricapitolazione evolutiva dell’embrione o frodi famose come quella del pitecantropo e dell’uomo di Java.

 

In cosa il pensiero del Tassot si distingue dagli altri?

Tassot non ha nessuna geniale, originalissima «sintesi» da proporre per «riconciliare scienza e fede». Perché, se per «scienza» si intende il Darwinismo, la fede cristiana non ha nessun bisogno di riconciliarsi con una falsità, tutt’altro.

 

Tassot non fa altro che ricordare e difendere la dottrina cattolica tradizionale sulla Creazione, quale è narrata nei primi capitoli della Genesi, e quale è costantemente confermata dall’esperienza empirica, che parla di specie stabili (per quanto non immutabili, anzi, talmente sofisticate da potersi adattare e differenziare rispetto a mutate condizioni ambientali), create per atto soprannaturale da un Creatore infinitamente intelligente, potente e amorevole.

 

Se c’è una particolarità di Tassot, è quella di avere la capacità, in quanto ingegnere e dottore in filosofia alla Sorbona, di analizzare il problema da tutte le angolazioni, e, nel corso degli anni, di aver saputo radunare attorno a sé e alla sua rivista Le Cep un gruppo di scienziati, storici e filosofi che combattono la stessa battaglia per la Verità. A questo unisce la verve del conferenziere consumato, capace di vivacizzare argomenti inoppugnabili con aneddoti storici, con un effetto di grande efficacia pedagogica.

 

L’evoluzione in 100 domande e risposte, strutturato in 10 capitoli che affrontano altrettanti aspetti del problema, è la sintesi di anni di lavoro e di contributi, e l’apparato bibliografico sarà utilissimo per approfondire i numerosi temi che per forza di cose possono essere affrontati, per quanto rigorosamente, solo per sommi capi.

 

Tassot si distingue per coerenza e onestà intellettuale anche dalla grande maggioranza degli scienziati «credenti»: quelli che, pur di salvare la propria rispettabilità di «scienziati seri» all’interno di istituzioni che pretendono fede assoluta nell’idolo evoluzionistico, ad esso devono inchinarsi, più o meno sinceramente, e dire che sì, che la teoria dell’evoluzione è vera, ma che tutte le sue innumerevoli contraddizioni sono risolte da un Dio che alla fine tira le fila dell’universo. Dicono di voler «conciliare scienza e fede», ma in realtà non fanno che stravolgere l’una e tradire l’altra, perché nel tentativo di salvare una teoria tanto mediaticamente trionfante, quanto scientificamente fallimentare, questi scienziati «concilianti» devono annacquare, «demitizzare» a tal punto la Rivelazione biblica e secoli di Tradizione, da rendere entrambe irrilevanti.

 

Come si evince dalla corrispondenza personale di padri dell’evoluzione come Darwin, Lyell, Huxley, Galton, essi vedevano in questo tipo di accomodamento teista all’evoluzionismo il loro alleato più prezioso, perché erano consapevoli che un Dio «evolutore» era perfettamente innocuo e funzionale alla loro agenda ideologica: il nemico da abbattere, ossia da sradicare dalle coscienze, era il Dio della Genesi, quello che si interessa alla sua creatura dal primo istante della sua esistenza terrena fino all’ultimo (e oltre), quello che crea l’universo intero per l’uomo.

 

A 160 anni dall’inizio ufficiale di questo attacco, possiamo ben dire: missione compiuta. Purtroppo.

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Oltre a quelle di Tassot, vi sono altre forme di opposizione alla teoria dell’evoluzione? Di recente contro di essa si sono mossi anche gli informatici…

Immagino che lei stia parlando del lavoro di William Dembsky. In quanto informatico, lo trovo estremamente interessante. Si tratta di una formalizzazione del concetto di «complessità irriducibile» introdotto per la prima volta da Michael Behe. L’esempio che si usa in questi casi è quello della trappola per topi, un congegno per il quale esiste un numero minimo di componenti indispensabili per svolgere la funzione, al di sotto del quale non si ha più una trappola: formaggio, molla, la barra che cala sul topo, etc.

 

Se UNA SOLA viene a mancare, o è incompleta, il resto della struttura è perfettamente inutile. Fuor di metafora in ambito biologico: il reticolo intricatissimo della retina umana non serve a nulla, se al termine delle connessioni neurali dell’occhio non esistessero aree dedicate della corteccia cerebrale, infinitamente più complesse, che possano decodificare i segnali inviati.

 

Le due componenti avrebbero dovuto evolvere parallelamente, per milioni di anni, senza alcuna utilità, oppure servendo a fare tutt’altro (ai tempi del mio liceo il concetto alla moda era serendipicità) fino al momento fatidico nel quale si sarebbero collegate (sempre per puro caso) e, che combinazione! Ecco servita la visione.

 

La teoria dell’evoluzione, anche nella sua incarnazione moderna del neo-darwinismo, che vede nelle mutazioni aleatorie del codice genetico il motore dell’evoluzione, non ha la minima risposta a questo tipo di problemi, se non l’ennesimo mito: quello che dice che quanto è impossibile su un tempo a scala umana, diventa «praticamente certo» su durate di tempo «infinite» (non proprio: miliardi e miliardi di anni). La prova? Inesistente.

 

Il lavoro di Dembsky è fondamentale perché si attacca al fulcro metafisico della questione, che è il superamento definitivo del paradigma riduzionista che in questo momento paralizza il progresso delle scienze, e che passa per l’introduzione dell’informazione come principio fisico fondamentale accanto a «massa» ed «energia».

 

Per tornare alla questione dell’opposizione al darwinismo, mi sembra che l’unica degna di nota della quale sono a conoscenza viene dal mondo americano: essenzialmente protestante, ma, ed è stata per me una rivelazione recente, anche da un certo mondo cattolico. Spiace dirlo, ma è una realtà che l’eresia protestante del sola scriptura, se da un lato è all’origine dell’estrema frammentazione di quel mondo in migliaia di denominations, paradossalmente ha preservato un’opposizione tenace ed efficace al dominio totale del pensiero evoluzionista, nel nome di un’adesione intransigente al significato letterale della Bibbia.

 

Invece, la fedeltà del popolo cattolico ai propri pastori, se lo ha protetto per secoli da ogni sorta di deviazione dottrinale, ha anche fatto sì che, quando la gerarchia ha vacillato di fronte all’avanzata delle armate darwiniste, esso fosse molto più permeabile agli insegnamenti spuri che ne sono derivati. 

 

Negli USA la vicinanza, spesso antagonista o per lo meno «competitiva», con i protestanti, ha costretto i cattolici (per lo meno quelli che hanno ancora a cuore l’ortodossia) ad affrontarli sul loro stesso terreno della conoscenza e della fedeltà alle Sacre Scritture. Già da alcuni anni tanto io che Tassot collaboriamo con il Kolbe Center for the Study of Creation. Si tratta di un apostolato impegnato a ristabilire la verità cattolica sulle origini del mondo e della vita, che poco tempo fa ha prodotto la straordinaria serie di documentari Foundations Restored (disponibile con sottotitoli in italiano), un’opera monumentale che in 13 episodi analizza tutti gli aspetti della questione avvalendosi dei contributi di una ventina di esperti in fisica, chimica, biologia, teologia, storia, filosofia: il tutto alla luce degli insegnamenti delle Scritture e della Tradizione della Chiesa cattolica.

 

Dettaglio toccante: il fondatore, Hugh Owen, è il figlio convertito al cattolicesimo di Sir David Owen, politico inglese a suo tempo attivo propugnatore di politiche eugenetiche, già primo Segretario Generale dell’International Planned Parenthood Federation. Per quanto minoritaria, si, la resistenza esiste, anche cattolica, e si sta organizzando.

 

Quando essa è penetrata davvero nell’istruzione pubblica? Ci sono forme di resistenza all’interno di essa?

Non si può resistere a qualcosa che non si percepisce nemmeno più come un problema. 

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Fino a che punto le scuole sono state invase dal darwinismo? È possibile esonerare il proprio figlio dalle ore di lezione in cui viene impartito agli studenti?

Vivo in Francia ormai da 20 anni, ammetto di conoscere poco la situazione attuale della scuola pubblica italiana, che però immagino non molto diversa da quella francese, della quale eredita l’origine laïque. Penso che poco sia cambiato in Italia dai tempi nei quali, alle medie come al liceo, mi sono ritrovato a studiare la teoria dell’ontogenesi di Haeckel (il primo traduttore di Darwin in tedesco), quella secondo la quale un embrione umano, durante il suo sviluppo fetale, «ricapitola» tutte le fasi della sua storia evolutiva, passando attraverso una fase «pesce», «rettile», etc.

 

Questa teoria, screditatissima da almeno un secolo, come è ben documentato nel libro, era ancora presentata nella scuola media e superiore italiana degli anni ‘80 come una delle «prove» più convincenti della validità della teoria dell’evoluzione, e i disegnini inventati di sana pianta da Haeckel occupavano un paio di pagine del mio testo di scienze: poco importa che siano una frode conclamata riconosciuta da tempo.

 

Ma non è un problema solo italiano: nel 2017 Jonathan Wells ha intitolato il suo libro Zombie Science proprio in relazione ai famigerati disegni: come uno zombie che non vuol saperne di morire, questi disegni fraudolenti continuano ad infestare i libri di scienze.

 

Il tutto accanto al paragrafo sull’ennesimo mito della vulgata evoluzionista, quello degli “organi vestigiali”, come l’appendice o le tonsille, che non sarebbero che rimasugli di organi del passato dimenticati lì dall’evoluzione, inutili se non dannosi. Ma se di organi vestigiali se ne annoveravano un centinaio agli inizi del ‘900, attualmente si contano sulle dita di una mano, perché di tutti gli altri nel frattempo si sono scoperte funzioni e utilità, e tutto porta a ritenere che non ce ne sia nessuno.

 

È la dimostrazione che la teoria dell’evoluzione rappresenta un vero e proprio ostacolo alla scienza, con gravi ricadute per esempio in ambito medico. Perché nel frattempo si è scoperto che l’infiammazione delle tonsille è sintomo di problemi di sviluppo della mandibola indotti dall’eccesso di cibi molli, e che l’appendice non è affatto un rumine atrofizzato, ma una vitale riserva di batteri, utilissima per ri-colonizzare l’intestino dopo un problema digestivo o una malattia che ne avesse compromessa la flora, con buona pace per le migliaia di ablazioni «preventive» effettuate per decenni: solo uno dei tanti esempi delle conseguenze deleterie molto concrete dell’orgoglioso accecamento indotto da questa teoria, che ci fa ritenere inutile qualcosa che semplicemente non comprendiamo ancora.

 

A proposito, a più di 150 anni dall’Origine delle Specie, mi saprebbe citare una sola invenzione, una sola previsione utile che la teoria evoluzionista avrebbe apportato al genere umano?

 

Non mi risulta che le lezioni di darwinismo possano essere rifiutate, ma ritengo che il modo più efficace di combatterlo sarebbe quello di presentarlo in classe nel modo più scientifico e intellettualmente onesto possibile (come raccomandava Humani generis), comprese le ideologie mortifere e devastanti che ha contribuito a ispirare: comunismo, nazismo, eugenismo, cultura della morte abortista ed eutanasica. Ed è proprio per questo che ho voluto tradurre in italiano il libro di Tassot, che è concepito principalmente come un sussidio per studenti ed educatori cattolici.

 

Perché questo è il nodo del problema: i cattolici, preti e laici, devono riprendere coscienza dell’insegnamento perenne della Chiesa su questi temi, e proclamarlo senza complessi di inferiorità che non hanno alcuna ragione di sussistere: L’evoluzione in 100 domande e risposte e Foundations Restored sono lì per ricordarlo.

 

Come stupirsi se i giovani «perdono la fede» all’adolescenza? Non è forse a quell’età che a scuola imparano che la «scienza ci insegna che la teoria dell’evoluzione spiega le origini dell’uomo»? Non è forse a quell’età che il prof di religione (quando c’è) spiega tutto gongolante che sì, Dio ha detto delle cose vere «in un certo senso» all’inizio della Bibbia, ma voleva dire altro, o forse è Mosè che, poverino, non era abbastanza «evoluto» per capire, anzi no, Mosè è un personaggio mitico, o «composito», sono i rabbini durante la cattività babilonese che hanno inventato delle storie per ingannare il tempo, ma in ogni caso poco importa, perché si tratta di storie buone e giuste, «ispirate», e a noi cattolici adulti non importa tanto il «come», ma il «perché».

 

C’è veramente da stupirsi se un giovane, con il bisogno vitale di Verità e di Assoluto che solo un adolescente può avere, trarrà da tale insegnamento ondivago e contraddittorio la conclusione che, siccome i primissimi capitoli della Bibbia sono, nel migliore dei casi, un mito, e nel peggiore una presa in giro, forse lo sia anche tutto il resto, Incarnazione, Passione, Morte, Resurrezione e Transustanziazione comprese?

 

E che per le cose «vere» ci si possa fidare solo della Scienza.

 

Quella che insegna che un embrione umano è solo una specie di girino, che veniamo dal caso, e che i comportamenti omosessuali sono normali, e infatti «lo fanno anche le scimmie»?

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Qual è il quadro generale dell’antievoluzionismo?

È un argomento vasto al quale Tassot dedica tutto un capitolo del libro, nel quale traccia brevemente la storia dell’opposizione tanto religiosa quanto puramente scientifica alla teoria. Direi che attualmente ci sono due correnti principali. Da un lato quella del Disegno Intelligente, o Intelligent Design, che accoglie l’evoluzione come un fatto accertato, ma che, di fronte alle insanabili contraddizioni teoriche, e alla mancanza delle evidenze empiriche, evoca l’azione di un Dio che interverrebbe costantemente a forza di miracoli per «dirigere» l’evoluzione là dove, lasciata a se stessa, non andrebbe mai. È una corrente che ha gioco facile nell’indicare tutto quello che non funziona nel darwinismo, ma che pare ancora intenta a salvare le apparenze di una spiegazione puramente naturalista (per quanto guidata da Dio «da lontano»), dell’origine della vita, l’unica ormai comprensibile dal mondo moderno.

 

L’altra è quella del creazionismo «classico», che riconosce che i primi capitoli della Genesi descrivono in modo succinto, ma esatto, le fasi della creazione del mondo, che procedono da altrettanti atti soprannaturali del Dio Creatore che ha voluto rivelarSi, e rivelare l’origine dell’uomo senza finzioni né «allegorie». Ed è questa la posizione pressoché universale della Tradizione Cattolica, e di tutti i padri della Chiesa: Sant’Agostino compreso, proprio quello che tanto a sproposito viene arruolato, insieme alle sue «cause seminali», nei ranghi degli evoluzionisti. E questa è la posizione di Tassot.

 

Purtroppo si tratta di una posizione che viene spesso irrisa come ingenua o ispirata dal «letteralismo protestante»: come se il povero Mosè, un tipo capace di guidare un milione di persone nel deserto per 40 anni, non fosse in grado di afferrare concetti come «nato da una scimmia» o «milione di anni», mentre noi, suoi evolutissimi pronipoti debitamente istruiti dai documentari di Piero Angela, avessimo capito che i primi capitoli della Genesi non sono che un’allegoria, un racconto morale tipo Mille e una notte.

 

Eppure è a questa visione che dobbiamo il paradigma culturale che ha reso possibile la nascita della scienza, quella vera, nel mondo occidentale. Perché se altre culture hanno accumulato conoscenze ed osservazioni empiriche e soluzioni tecniche puntuali, è solo nell’Occidente irrigato dalla confluenza tra la nozione ebraica di Creazione con quelle di lex romana e di logos greco, che la scienza moderna è stata resa possibile: il mondo non è governato dai moti casuali ed imprevedibili della materia, né dai capricci di divinità riottose, ma è opera di un Creatore, che se ne cura fin dall’inizio continuamente, la cui infinita intelligenza traspare nella mirabile armonia di leggi regolari e conoscibili, pallido ma esatto riflesso della Sua gloria infinita.

 

Qual è lo stato dell’antievoluzionismo in Italia?

A mia conoscenza, si tratta di opposizioni isolate e assolutamente minoritarie. Esistono le lodevoli eccezioni rappresentate da intellettuali come Giuseppe Sermonti, autore del coraggioso Dimenticare Darwin, e tutta l’opera meritevole di padre Alberto Strumia.

 

Come in Francia, il paradigma evoluzionista è talmente penetrato nella cultura, tanto a livello accademico che popolare, da essere ormai implicito, e quindi invisibile. Si pensi solo a quando in una discussione si evoca l’Homo sapiens, o il Neanderthal, o si parla di «cervello rettiliano».

 

Io stesso ho conosciuto per caso l’opera di Tassot in Francia, in età relativamente avanzata, e non avevo nemmeno mai potuto concepire che esistesse un’opposizione fondata a quanto a scuola il mio insegnante di scienze mi presentava come una grande conquista dello spirito umano, e quello di religione come salutare lezione di (falsa) umiltà: sapere che siamo solo delle scimmie senza peli.

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La chiesa postconciliare ha oramai accettato la storia dell’uomo derivante dalla scimmia?

Nel quartiere dove vivo, a Nizza, dopo l’attentato del 14 luglio 2016, il prete di un’importante chiesa situata a due passi dal luogo del massacro ha raccolto dei fondi per «offrire a Dio» un nuovo portale. Risultato: vi figurano due orrendi scimmioni che si scambiano una mela. Incurante del fatto che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che i nostri due progenitori, Adamo ed Eva, furono creati perfetti, in stato di grazia, con i doni dell’immortalità, dell’impassibilità, dell’integrità e della scienza infusa, come da millenaria Tradizione di Dottori, Confessori e Martiri (oltre che di un numero sterminato di santi preti), il parroco non ha trovato nulla da eccepire a che fossero raffigurati secondo una vulgata pseudo-scientifica ispirata da un naturalista inglese ateo e ferocemente anti-religioso, che contraddice platealmente il buon senso cattolico, prima ancora che la fede.

 

Direi che è un esempio che riassume bene la situazione della Chiesa su questo fronte: una debacle totale, una ritirata disordinata nelle retrovie dell’evoluzionismo teista, con effetti che sarebbero grotteschi, se non fossero blasfemi. È importante sottolineare che l’ultimo pronunciamento al più alto grado di autorità del Magistero cattolico sull’argomento fu quello di Humani Generis (1950), che si limita ad autorizzare la «discussione» sulle origini dell’uomo, ma giustamente impone di non presentare mai l’evoluzione come un fatto accertato, e raccomanda agli insegnanti cattolici, sotto pena di peccato grave, di non mancare di segnalarne i punti incompatibili con la dottrina.

 

Ricordo che prima di Humanae Vitae, anche Paolo VI aprì un «periodo di discussione» durante il quale era permesso per un cattolico dibattere sulla liceità della contraccezione: e sappiamo come quel periodo si è concluso. Il resto, ovvero le dichiarazioni di papi (o dei loro collaboratori) personalmente convinti, come la stragrande maggioranza del clero attuale, che la scienza abbia accertato oltre ogni margine di dubbio la realtà dell’evoluzione, non sono assolutamente vincolanti, e non faranno che dimostrare alle future generazioni di storici della Chiesa a che punto in questi tempi oscuri le mistificazioni di questa vasta impostura intellettuale saranno riuscite a confondere anche i gradi più elevati della gerarchia cattolica.

 

La storia della famosa dichiarazione di Giovanni Paolo II sull’evoluzione «più che un’ipotesi» (che il Papa non scrisse di suo pugno, e che probabilmente neanche lesse) è molto istruttiva in questo senso, e meriterà un capitolo a parte, forse proprio dalle colonne di Renovatio 21.

 

D’altra parte, già nel 1907, nella Pascendi Dominici Gregis, il nostro conterraneo San Pio X, che univa il buon senso del parroco di campagna alla chiaroveggenza di un profeta dell’Antico Testamento, nel denunciare il modernismo aveva fatto «nomi e cognomi»:

 

«È lor [dei modernisti, ndr] principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione»

 

Ecco quella che mi sembra una buona definizione del modernismo: la teoria dell’evoluzione applicata alla teologia.

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È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.   Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.   Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.

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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.   Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.   In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.   Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.   È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.

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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?   Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».   Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.   A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.   Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!   Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.

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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.   Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.   È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».   Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.   «Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».   Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.

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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.   Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.   Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.   Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.   Roberto Dal Bosco

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Elone trilionario, verso Marte e l’apocalisse

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Elon Musk è divenuto il primo trilionario della storia umana. L’avvenimento è così unico che l’italiano non ha nemmeno una parola certa per il fenomeno: alcuni giornali scrivono triliardario. La confusione sul termine è generale: secondo l’uso, un trilione 10¹² è composto da mille miliardi nella scala anglosassone, oppure 10¹⁸ (un milione di bilioni, o un miliardo di miliardi) nell’italiano classico; un triliardo è 10²¹, cioè mille miliardi di miliardi, secondo la cosiddetta scala lunga della nostra lingua.

 

Come a dire che la cultura umana, la mente umana stessa, non è preparata per simili cifre: come l’elevazione a potenza, di cui difficilmente si percepisce la misura al di fuori della concentrazione matematica.

 

Il trilione raggiunto da Musk è 1.000 miliardi di dollari (se usassimo la scala ufficiale italiana, Musk sarebbe definito un «bilionario»), anzi per la precisione 1,11 trilioni, ottenuti grazie alla storica quotazione in borsa (IPO, nel gergo finanziario anglo) di SpaceX, l’azienda che produce razzi e satelliti – e non solo per uso civile.

 

Si realizza così la profezia proferita anni fa dal futurologo Peter Diamandis, fondatore di XPRIZE e serial entrepreneur nel settore spaziale (tra cui Planetary Resources per l’estrazione mineraria di asteroidi): il primo trilionario sarà un imprenditore spaziale. Eccolo.

 

Secondo i dati spalmati, tra stupore ed indignazione, sulla stampa mondiale, la crescita della fortuna di Musk nell’ultimo anno è stata di 1 milione di dollari al minuto. Secondo Oxfam, il patrimonio di Elon ha superato la ricchezza combinata del 46% più povero della popolazione mondiale (circa 3,8 miliardi di persone). Spendendo 1 miliardo di dollari all’anno (circa 2,7 milioni al giorno), Musk impiegherebbe oltre 1.000 anni a esaurire il suo intero patrimonio.

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Secondo i calcoli attuali, Musk ha superato i record storici dell’era moderna come John D. Rockefeller, il petroliere fondatore della Standard Oil considerato l’uomo più ricco della storia americana ed europea degli ultimi secoli. Rockefeller – discendente di una famiglia già dedita all’antiumanismo, contro il cui immane impero economico lo Stato americano lanciò delle leggi antitrust all’inizio del Novecento, quando sembrava potersi pigliare l’intera economia USA e non solo – al suo picco (circa nel 1937) controllava una ricchezza stimata oggi tra i 400 e i 500 miliardi di dollari se adeguata all’inflazione. Alcuni storici, calcolando la sua quota rispetto al PIL statunitense dell’epoca (circa l’1,5%), spingono il valore teorico fino a 900 miliardi. Elone ha superato stabilmente queste cifre.

 

Elon a questo punto vale tre volte il PIL del natìo Sudafrica (circa 400 miliardi di dollari), Paese con cui è in lotta, per il razzismo antibianco e perché lo esclude dai business come quelli di Starlink. Figuriamoci anche qualche proporzione europea: il PIL del Belgio ha un valore nominale di circa 776 miliardi di dollari, il PIL della Svezia si attesta a circa 760 miliardi di dollari, il PIL dell’Irlanda è 598 miliardi di dollari, il PIL della Danimarca è di circa 500 miliardi di dollari, il PIL del Portogallo è di circa 380 miliardi di dollari, il PIL della Svizzera ammonta a circa 935-940 miliardi di dollari. Il PIL nominale dell’Italia si aggira oggi intorno ai 2.370 miliardi di dollari (circa 2.200 miliardi di euro).

 

A questo punto, all’orizzonte può apparire solo Marco Licinio Crasso, il magnate della Roma antica che possedeva una fortuna stimata pari all’intero bilancio annuale dello Stato romano. Crasso, come diremo più sotto, è un esempio ben presente nella mente di Musk (cultore della Roma antica e indagatore della sua caduta), ma non per questioni di ricchezza economica.

 

La questione è che tutto questo Elone lo ha meritato. Un dato incontrovertibile che pure i goscisti con la bava alla bocca dovrebbero riconoscere: tutte le sue aziende hanno ottenuto risultati di crescita mai prima veduti. Qualcuno, in queste ore, ricorda quando non tanti anni fa, nel 2012, le azioni Tesla valevano 2 dollari: ora stanno a 406.

 

In quegli anni conosciuto ingegneri aerospaziali, con dottorati complicatissimi e una passione tale da mettersi a disegnare razzi durante le vacanze, che hanno tentato di spiegarmi che l’idea del razzo riutilizzabile era fisicamente impossibile, e Musk era quindi, semplicemente, «un pazzo»: ora grazie alla tecnologia – mai raggiunta dalle superpotenze nucleari durante la Guerra Fredda e dopo – SpaceX effettua più lanci orbitali di tutte le altre agenzie spaziali e aziende aerospaziali del mondo messe insieme. Con circa 170 lanci annui (eseguiti tramite la flotta Falcon e Starship), l’azienda domina incontrastata il mercato globale dei vettori spaziali, mentre l’intera Cina si aggira intorno ai 50 lanci e la Russia e l’Europa ne effettuano molte meno. La ragione è semplice: l’idea di Elone di rendere riutilizzabili i razzi ha abbattuto i costi della messa in orbita.

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Così SpaceX si è preso più di un primato, ma un nodo strategico globale, storico: lo Stretto di Ormuzzo verso lo spazio. Ha popolato l’orbita bassa (LEO) di circa 10.400 satelliti Starlink attivi e funzionanti, su un totale di oltre 12.100 satelliti lanciati da SpaceX a partire dal 2019. Può offrire internet ad altissima velocità a chiunque, in qualsiasi punto del globo. In pratica, un giorno potrebbe schioccare un dito e far sparire tutti i colossi telefonici della Terra – è un immane monopolio sulle telecomunicazione ancora solo potenziale, sottaciuto.

 

Ora Musk prepara, in relativo silenzio, un altro monopolio, forse ancora più determinante: quello sull’Intelligenza Artificiale. Lo spazio, è saltato fuori, sarà fondamentale per lo sviluppo delle macchine pensanti. Perché nello spazio il raffreddamento è gratis, come lo è, e ad abundantiam, l’energia solare – un grande pallino anche aziendale di Musk (aveva fondato la ditta di pannelli Solar City, poi confluita in Tesla), il quale è seguace convinto delle teorie dell’astronomo sovietico Nikolaj Kardashev, che ancora negli anni Sessanta classificava le civiltà possibili nell’universo in base alla capacità di controllare e sfruttare l’energia degli astri vicini al proprio pianeta di origine prima e poi di tutta la galassia.

 

Non si tratta più di fantascienza. Lo ha spiegato, in chiarezza, uno degli investitori più noti della nuova Silicon Valley, Shawn Maguire, già noto per il suo aperto supporto a Trump nonché per le posizioni sioniste ed anti-iraniane (la moglie è un’esule persiana).

 

«Nel 2019 era prevedibile che Starlink avrebbe funzionato e generato enormi profitti, e avevamo ragione. Ora ci troviamo in una situazione molto simile a quella di Starlink nel 2019 per quanto riguarda le infrastrutture di Intelligenza artificiale e il calcolo orbitale» ha dichiarato il Maguire al momento dell’IPO. «Credo che si stia sottovalutando il livello di sviluppo raggiunto dal prodotto di calcolo orbitale».

 


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Riguardo al mercato potenziale totale (TAM) di 22 trilioni di dollari cui aspirerebbe SpaceX, Maguire ha risposto: «qual è secondo lei il TAM per l’intelligenza artificiale? E per tutte le infrastrutture di calcolo tra 50 anni? (…) Si sta sottovalutando la quantità di infrastrutture che verranno costruite nello spazio e la facilità con cui sarà possibile accedere all’energia spaziale (…)Siamo all’inizio di quest’era dell’Intelligenza Artificiale e raddoppieremo o triplicheremo la quantità totale di informazioni a cui avremo accesso nel prossimo decennio, quindi sì, credo fermamente nel TAM, e oserei dire che è addirittura una sottostima».

 

E quindi, due tasselli dell’opera di Musk, lo spazio e l’AI, si stanno incontrando – producendo una potenza finanziaria, e non solo, mai vista. Non sono i soli. È ancora più rilevante capire come si inseriranno gli altri pezzi: ad esempio i robot umanoidi, prodotti da Tesla, che verranno certamente animati con l’IA di xAI, la quale, possiamo immaginare, ingurgita dati da X (fu Twitter), da Grok, e dai milioni di auto elettriche in circolazione – nell’attesa che un ulteriore salto di machine learning sia reso possibile a partire dai cervelli umani connessi al computer tramite il chip Neuralink.

 

Optimus, l’androide che Tesla sta mettendo in produzione, sarà, ha spiegato Musk, il più grande prodotto di sempre: ogni casa ne vorrà uno, perché fare le pulizie e gli altri lavori che i cittadini non vogliono più fare: ecco la disruption, la disintermediazione, non solo delle COLF ma anche della retorica degli immigrati.

 

È cosa nota che tali robot, una volta perfezionati, costituiranno la base per la colonizzazione di Marte, il fine dichiarato di Musk da quando, più di due decadi fa, si presentò ad una riunione della Mars Society (un’associazione, che raccoglieva anche qualche ex NASA, di menti che peroravano la causa dell’uomo sul pianeta rosso) lasciando giù una donazione da 5000 dollari, cifra mai vista prima dai marzianisti organizzati.

 

Musk ora ha il razzo per arrivare in terra marziana lo Starship, nota precedentemente come BFR («Big Fucking Rocket», «razzo fottutamente grande»), un astronave grande come un edificio, il cui lanciatore può pure riutilizzare. I primi a toccare il pianeta potrebbero essere non umani, ma umanoidi. Anche qualora per questioni di spettacolo ci mandassero degli astronauti, è chiaro che a rimanerci e fare il lavoro di costruire le basi dell’avamposto marziano saranno i robotti. Il Terraforming del pianeta rosso, cioè la sua trasformazione in ambiente antropico, con aria respirabile, passerà attraverso le aziende di Musk. Si tratta, materialmente, del più grande cambiamento prodotto dall’umanità, ed è pubblicamente incluso nella mission di SpaceX già nel 2022: «rendere la vita multiplanetaria», lo slogan ripetuto ancora oggi ad ogni pié sospinto dall’imprenditore auto-robo-informatico-spaziale.

 

Qui c’è da fare il primo caveat, che non crediamo altri stiano considerando – Elon Musk, ultra-natalista che meritoriamente attacca la Cultura della Morte e della sterilità arrivando a dire la verità sulla pillola, sugli psicofarmaci SSRI e sul catastrofismo malthusiano, forse non è solo concentrato sul primato della vita umana, ma su qualcosa che la trascende: la coscienza.

 

È quanto emerge da alcuni suoi discorsi riguardo alle sue credenze filosofiche e la loro storia all’interno del suo percorso umano. Da ragazzo, bullizzato e fors’anche traumatizzato dal divorzio dei genitori, andò in depressione nera, contemplando le cose estreme. Si lesse tutti i possibili testi sacri senza trovare la risposta, dice. Passò alla filosofia, fa il nome del filosofo spiritualista Arturo Schopenhauer, ma anche qui non trovò niente.

 

Fu un altro libro che, inaspettatamente, gli ha dato quell’ispirazione che pare animarlo ancora oggi: la Guida Galattica per gli autostoppisti, un romanzo umoristico di fantascienza dello scrittore satirico britannico Douglas Adams. Elon rimase stregato per sempre dall’idea che la vita, e quindi la coscienza siano una sorta di macchina sorta evolutivamente dal cosmo per cercare «risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto».

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Non si tratta di un pensiero banale. In filigrana, dietro questro trilione si vedono in chiarezza i temi della Guida Galattica. I robot, i viaggi spaziali, il futuro, l’umorismo (che, nelle cose di Musk, abbonda spesso). Teniamo presente che la coscienza qui può essere anche non umana. Ci sono gli alieni (nei quali Musk non crede: anzi dice che se ci sono li troveremo morti nelle loro case dei loro pianeti spazzati via da dispositivi di realtà virtuale come quelli che fa il suo rivale Mark Zuckerberg) ma ci sono anche le macchine pensanti…

 

È facile, considerando i pezzi posti sulla scacchiera, capire quanto questa prospettiva possa essere spaventosa. Si tratta di un transumanismo soft, montato su aziende miliardarie e una simpatia che, tra meme e polemiche centratissime (perfino sui giudici del nostro Paese!), l’uomo esprime in maniera continua ed organica, e questo a differenza di ogni altro oligarca toccatoci, da Bill Gates a George Soros in giù. Abbiamo intravisto, da certe allusioni del presidente della Repubblica italiano, quanto Elone sia distante da certi vecchi poteri costituiti.

 

E quindi, Musk, certo, può essere una figura distopica. Renovatio 21 aveva valutato, ancora anni fa, l’idea che possa trattarsi dell’anticristo, con il problema che l’iniquo, secondo la scrittura, dovrà piacere a tutti (persino agli eletti, dice l’Apocalisse di San Giovanni), mentre Elone ai sinistroidi, che purtroppo sono ancora una fetta consistente della popolazione occidentale, fa venire l’orticaria. Lui ci sguazza, nell’orticaria sinistrata e pure nelle allusioni anticristiche: eccotelo che ad Halloween va alle feste vestito da Bafometto.

 

Ripetiamo, come abbiamo fatto in passato, quello che si è lasciato sfuggire più volte negli ultimi tempi.

 

«Quest’anno, speriamo di riuscire a produrre circa 5.000 robot Optimus », aveva detto Musk agli investitori Tesla durante la riunione plenaria di Tesla del primo trimestre del 2025. «Tecnicamente puntiamo ad avere abbastanza componenti per produrne 10.000, forse 12.000, ma dato che si tratta di un prodotto completamente nuovo, con un design completamente nuovo, direi che ci riusciremo se riusciremo a raggiungere la metà dei 10.000 pezzi».

 

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«Ma anche 5.000 robot, sono le dimensioni di una legione romana, per vostra informazione, il che è un pensiero un po’ spaventoso» ha continuato significativamente Elon. «Come un’intera legione di robot, direi “wow”. Ma penso che costruiremo letteralmente una legione, almeno una legione di robot quest’anno, e poi probabilmente 10 legioni l’anno prossimo. Penso che sia un’unità piuttosto interessante, sapete? Unità di legione. Quindi probabilmente 50.000 circa l’anno prossimo».

 

Notiamo ancora una volta riferimento al concetto di legione e alla storia di Roma fa venire in mente altre considerazioni espresse dal Musk negli anni scorsi, quando gli avevano chiesto di paragonare la sua ricchezza a quella – presunta – di Vladimir Putin (il quale, per inciso, sembra apprezzare molto l’imprenditore). Quattro anni fa ancora il suo networth era di circa 240 miliardi (meno di un quarto dell’attuale) Elon fu intervistato per un documentario della testata germanica Welt, dove corresse il giornalista che lo descriveva come l’uomo più ricco della Terra.

 

«Io penso che Putin sia significativamente più ricco di me», alluse Elon. «Sì lo penso davvero. Io non posso andare ad invadere altri Paesi. Credo ci sia una vecchia citazione… forse da Crasso… non sei davvero ricco sino a che non puoi permetterti una legione».

 

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Ecco che torna Crasso, l’uomo la cui ricchezza era pari all’intera economia dello Stato della Roma antica. Elon lo ha ben presente, perché è arrivato – chissà da quanti anni – alla realizzazione che il danaro, in ultima analisi, non conta nulla: è la potenza materiale di ciò che esso può o non può comperare che conta.

 

E quindi: Musk le sue legioni se le sta costruendo da sé, e le chiama pure così: eserciti interi di robot pronti a combattere, pure nello spazio, pure su altri pianeti: chi vi arriverà vi troverà ad accoglierlo, o a cancellarlo, gli androidi muskiani.

 

Di fatto torna alla mente la Scrittura, che parla del «falso profeta» che ingannerà tutti, e sarà servito da coloro «il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo» (Ap, 17,8). Senza il suo marchio – senza il suo chip cerebrale, che ci connetterà magari ad un sistema che tutto assorbe e controlla, come pare avvenire con i dati delle sue aziende informatiche ed automobilistiche – potrebbe divenire impossibile qualsiasi attività: «e che nessuno possa comprare o vendere, se non chi ha il marchio, il nome [cioè] della bestia o il numero del suo nome» (Ap, 13, 17).

 

Non è il solo tratto che ci inquieta. Da anni registriamo la sua inclinazione sregolata per la riproduzione artificiale, che produce esseri che qualcuno può categorizzare come ulteriori casi di esseri apocalittici «il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo». Forse spinto dal dramma del primogenito, Nevada, deceduto per SIDS (la morte in culla: ci siamo già chiesti, non è che… era vaccinato?) Elone ha calcolato matematicamente come vantaggioso l’uso estensivo della provetta. Ecco i primi due gemelli IVF avuti dalla prima moglie, poi i trigemini, altri sono usciti da concubine varie – tra cui la geniale cantante canadese Claire Boucher, nota come Grimes – anche per tramite dell’utero in affitto, che qualcuno dice potrebbe essere stato usato anche nel caso della problematica attrice hollywoodiana Amber Heard, che avrebbe avuto un figlio surrogato il cui padre spermatozoico, dicono le malelingue finite su testate di gossip internazionali, sarebbe proprio Musk.

 

È curioso che il bambino che si porta sempre addietro, con relativo dramma legale con la genitrice, pare essere nato non da provetta: il piccolo X potrebbe essere stato concepito e partorito naturalmente, ma non ne abbiamo certezza, solo la sensazione data dalla madre che durante la gravidanza nel 2019 aveva pubblicata una canzona ipnotica, struggente e bellissima intitolata «So heavy I fell through the Earth» («così pesante che sono caduta attraverso la terra»).

 

È altrettanto significativo che i figli in provetta siano stati portati da Musk in udienza col papa Bergoglio, il quale non ha avuto problemi a farsi fotografare sorridente con ragazzi che provengono da un’attività ancora tecnicamente ritenuta immorale dalla dottrina cattolica. All’epoca Renovatio 21, vi vide un chiaro segno del papato del gesuita di «aprire» alla fecondazione in vitro, così come del resto sembrava fare la Pontificia Accademia per la Vita diretta da monsignor Paglia.

 


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È il mondo a cui i trilioni di Musk ci sta preparando. Androidi, umanoidi, transumanismo funzionale, implicito, ovunque. Anzi, i mondi: pensiamo al finale del film Interstellar (2013), dove viene mostrato, e con una certe indifferenza, che trovato un pianeta ospitale, la sopravvissuta vi rigenererà l’umanità utilizzando embrioni e utero artificiali portati fin lì con l’astronave.

 

No, non è più fantascienza. Da un certo punto di vista, siamo sollevati. La storia sta prendendo una piega precisa, molto visibile, in un certo senso persino razionale.

 

Quello che manca adesso è una forma concreta di pensiero e di azione, per affrontare questa ultima torsione cosmica del mondo moderno. Guardatevi intorno: nessuno, davvero, ci sta pensando, forse perché nessuno è in grado di pensarlo.

 

Eppure, sono ottimista: se avete letto fin qui, e avete realizzato quanto vado scrivendo, c’è grande probabilità che siate elementi della possibile resistenza, e quindi, della speranza dell’umanità.

 

Ciò vale più di tutto il danaro del mondo.

 

Roberto Dal Bosco

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Civiltà

La distruzione del diritto: cause e conseguenze della distruzione della civiltà

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Lo scopo di questo testo è invitare a riflettere sui cambiamenti della nostra civiltà osservando le trasformazioni dei fondamenti classici del diritto.  
  1. Legge e civiltà

1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.

Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata.   In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto.   Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.  

1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale

Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato.   Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione.   Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.  

1.3. La legge come baluardo difensivo della polis

Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata.   Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)

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  1. Mutazione del diritto privato

Riflettiamo sulle trasformazioni subite dal Diritto Privato. È risaputo che il Diritto Privato deve molto al Diritto Romano e rappresenta, in larga misura, una delle prove che la civiltà cristiano-europea, pur essendo distinta, è anche un prodotto della civiltà greco-romana. Il nucleo delle istituzioni di Diritto Privato europeo è rimasto debitore del Diritto Romano fino alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo.  

2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.

2.1.1. Vita e morte della persona.
In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte.   Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale.   A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale.   Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta».   Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).  
2.1.2. Nominalismo contro realismo
Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI.   Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023).   Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023).   Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa.   Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale».   A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).

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2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.

Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur).   Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative.   In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive.   Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.  

2.3. Modifica del diritto contrattuale.

Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno.   Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale).   In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.

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  1. Mutazione del diritto pubblico

Il debito nei confronti di Roma si manifesta anche nel Diritto pubblico, sebbene in misura significativamente minore. Sebbene sia vero che il Diritto pubblico esistesse a Roma o addirittura all’apice della civiltà cristiana occidentale (il cosiddetto «Medioevo»), resta il fatto che il Diritto pubblico è fondamentalmente un prodotto della civiltà cristiana occidentale dopo la creazione, in un certo momento della sua storia, dello Stato, inteso come una nuova forma politica sconosciuta in altre civiltà ed epoche, e caratterizzata dall’essere dotata di un nuovo tipo di potere politico anch’esso sconosciuto: la sovranità.   Dall’idea dello Stato come forma di potere dotata di sovranità si sono configurati i diversi rami del Diritto pubblico: il Diritto costituzionale (inizialmente chiamato «Diritto pubblico interno» o «Diritto politico»), il Diritto internazionale pubblico (inizialmente chiamato «Diritto pubblico esterno»), il Diritto amministrativo, il Diritto penale, il Diritto tributario e il Diritto del lavoro, che comprende elementi di Diritto privato.   Carl Schmitt, a cavallo tra il XX e il XX secolo, fece un’affermazione che alcuni avrebbero potuto considerare arrogante, ma che quasi un secolo dopo si è rivelata profetica: «sono l’ultimo rappresentante consapevole dello Ius Publicum Europaeum, il suo ultimo interprete e ricercatore in senso esistenziale, e ne sto vivendo la fine» (2). Nessuno può negare che le categorie classiche del diritto pubblico europeo si siano sviluppate sulla scia dell’emergere dello Stato (lo Ius Publicum Europaeum) sono in crisi o, se preferite non dirlo in questo modo, stanno vivendo quella che si potrebbe definire una «mutazione».  

3.1. La crisi della sovranità esterna

Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste».   Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale.   Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati ​​del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri.   Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale.   Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.  

3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente

La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità.   La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003).   In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente.   E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ​​ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione.   Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).

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3.3. Lo scioglimento della cittadinanza

Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna.   Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni.   La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo.   Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.  

3.4. Modifica dei diritti fondamentali

I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato.   A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna.   Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.  

3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato

Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema.   Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo.   E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge.   Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità».   D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria.   La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.

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  1. Le mura sono crollate

Tutti questi fenomeni possono essere riassunti in un’unica idea: come conseguenza del degrado del mondo delle idee in Occidente, si è verificato un degrado del Diritto che incarna i principi fondamentali della civiltà cristiano-occidentale: le istituzioni tradizionali vengono distrutte e vengono introdotte nelle norme novità prive di fondamento o con scarso fondamento, che ne accelerano ulteriormente il degrado.   La conclusione è che il diritto sta indubbiamente attraversando un periodo di trasformazione. Solo le innovazioni saldamente radicate nelle categorie classiche possono essere considerate una vera «evoluzione», un autentico «sviluppo». Ma ciò che le istituzioni sperimentano, che non solo non si basano più sulle categorie classiche ma addirittura le erodono o le distruggono, costituisce una «mutazione». Una mutazione che è una chiara indicazione che anche la civiltà stessa sta mutando, o ha già mutato. E da nessuna parte è scritto che questo cambiamento debba necessariamente essere in meglio.   Le mura del diritto cristiano occidentale sono crollate. Non per mano di nemici esterni, poiché gli stati nati dalla civiltà cristiana occidentale sono stati i più potenti della storia, ma perché sono stati minati dall’interno.   La civiltà cristiana occidentale è quindi lasciata alla mercé dei non europei e degli europei che la odiano.   Carlos Ruiz Miguel Professore di Diritto Costituzionale, Università di Santiago di Compostela     NOTE 1) Raúl Caballero Sanchez, «La lucha del pueblo por la ley: una nueva propuesta de lectura del fragmento 22 b 44 dk de Heráclito», Exemplaria Classica. Journal of Classical Philology n. 16 (2012), pp. 3-16 (p. 10).   2) «Ich bin der letzte, bewußte Vertreter des jus publicum Europaeum, sein letzter Lehrer und Forscher in einem existenziellen Sinne und erfahre sein Ende». Cfr. Carl Schmitt, Ex captivitate salus, traduzione Anima Schmitt de Otero, Editorial Porto, Santiago de Compostela 1960 (1ª ed. tedesca, 1950, trad.it Ex Captivitate Salus, Adelphi, Milano 1993).   3) Carl Schmitt, Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus, Duncker & Humblot, Berlino 1923 (trad.it La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, Giappichelli, Torino 2004).  

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