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Cina

«La Cina è disposta a esportare droni armati a quasi chiunque»: i mortali droni «pterodattili» venduti in tutto il mondo

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Il business dei droni da combattimento è in forte espansione in Cina, dove la Aviation Industry Corp (AVIC) di proprietà statale ha fatto strage vendendo i suoi droni da combattimento pesantemente armati ai Paesi di tutto il mondo.

 

Negli ultimi anni, AVIC ha venduto centinaia di esemplari del suo drone Wing Loong II,  nome che significa in cinese «Pterodattilo», ossia il dinosauro volante, un veicolo senza pilota in grado di essere armato con una dozzina di missili. 

 

Il drone-pterodattilo è esportato in ben 16 paesi tra cui Nigeria, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita, scrive la testata economica americana Bloomberg.

 

Mentre le aziende americane continuano a dominare le esportazioni globali di droni militari, la proliferazione di droni da combattimento cinesi sembra provocare una corsa agli armamenti globale che si traduce in più macchine da guerra che volano in tutto il mondo.

 

«La Cina è disposta a esportare droni armati a quasi chiunque», ha detto a Bloomberg Ulrike Franke, membro del Consiglio europeo per le relazioni estere.

 

 

I droni Wing Loong II sono esplosi in popolarità perché sono circa 15 volte più economici dei droni comparabili di fabbricazione americana, e alla Cina non sembra importare come vengono utilizzati una volta che un altro paese li acquista, puntualizza Futurism.

 

 «Forse i droni cinesi non sono all’altezza dei droni americani», dice a Bloomberg Pawel Paszak, direttore del programma China Monitor dell’Istituto di Varsavia. «Ma 15 droni invece di uno, e senza tante storie sui diritti umani? Questa è una buona offerta».

 

 

Il governo cinese ha negato l’idea che stia alimentando una corsa agli armamenti globale, ma il giornale americano sottolinea che paesi come Russia, Giappone, Corea del Sud e Turchia stanno aumentando la propria produzione di droni militari in risposta alla recente impennata delle esportazioni cinesi.

«La proliferazione dei droni armati è inevitabile a causa delle esportazioni cinesi»

 

«La proliferazione dei droni armati è inevitabile a causa delle esportazioni cinesi», ha detto a il politologo dell’Università della Pennsylvania Michael Horowitz.

 

L’America guida ancora il commercio globale di droni militari – AVIC è dietro a cinque società statunitensi nelle vendite totali di armi militari – ma resta il fatto che l’azienda sta mettendo queste macchine in più mani che mai.

 

Come abbiamo scritto in precedenza, l’uso dei droni si sta mostrando sempre più fondamentale in conflitti anche ristretti. I droni sono utilizzati da potenze regionali di media grandezza per operazioni militari a bassa intensità, come nel caso della Turchia e dei suoi droni impiegati in Libia per attaccare le truppe di Haftar e difendere il governo filoturco di Tripoli.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo storico americano Francis Fukuyama ha recentemente predetto che la guerra del futuro sarà essenzialmente a base di droni.

 

«Mi sono reso conto che la tecnologia dei droni prima o poi sarebbe stata usata anche da altri Paesi, cambiando i rapporti di forza e la natura stessa dei conflitti terrestri» ha dichiarato Fukuyama.

 

 

 

 

Immagine di Mztourist via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)Immagine modificata con filtro

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Cina

Davos, possibile anteprima del discorso del presidente cinese Xi Jinping: la difesa della globalizzazione

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Un articolo della testata in lingua inglese legata al Partito Comunista Cinese Global Times fornisce un’anteprima delle osservazioni di Xi Jinping, che saranno fatte lunedì alla sessione virtuale del Forum economico mondiale di Davos Agenda 2022.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’evento anche quest’anno avverrà in modalità virtuale.

 

«Su invito di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, Xi parteciperà all’evento lunedì, ha annunciato venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying» scrive il Global Times.

 

«Su invito di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, Xi parteciperà all’evento lunedì»

«Gli osservatori hanno affermato che poiché il mondo è ancora una volta al bivio per affrontare il COVID-19, la Cina, con i suoi contributi alla prevenzione globale del COVID-19 e allo sviluppo economico stabile, potrebbe offrire approcci e saggezza cinesi non solo nella ripresa, ma anche nella resistenza all’erosione del protezionismo e dell’unilateralismo» scrive il giornale del PCC riguardo al discorso che Xi terrà in collegamento video.

 

Il giornale non fa menzione del lockdown draconiano che in questi giorni ha colpito la megalopoli di Xi’an e Tianjin, a poche ore dall’inizio delle Olimpiadi invernali della vicina Pechino. Nulla viene detto dei blackout che hanno colpito il Paese impensierendo gli investitori occidentali, né viene detto alcunché dei messaggi pubblici ai cittadini cinesi affinché preparino scorte per l’inverno.

 

Tuttavia, largo spazio è dato alla geopolitica vaccinale del Dragone. Alla fine di novembre, ci viene detto, la Cina aveva fornito circa 180 milioni di dosi dei suoi vaccini COVID alle nazioni africane. Un totale di 2 miliardi di dosi sono state promesse per il 2022.

 

Sul fronte economico, si prevede che la Cina rappresenterà oltre il 26% della crescita economica globale nel 2022. C’è sostanza quindi per vantare che «nel 2022 per la Cina il FMI prevede una crescita del PIL del 5,6% , superiore alla crescita media del 4,9%».

 

Quindi, la reiterazione del modello che ha permesso la crescita del potere cinese, cioè delocalizzazione della produzione per le imprese occidentali: «per rafforzare la sua economia, una Cina aperta offre importanti opportunità storiche alle aziende di tutto il mondo per condividere i dividendi dello sviluppo cinese».

 

L’articolo prosegue dichiarando che un decoupling tra USA e Cina non è auspicabile: «le società e gli investimenti americani continuano ad affluire nel mercato cinese, il che dimostra che la tendenza alla globalizzazione economica è irreversibile e la politica di “disaccoppiamento” del governo degli Stati Uniti è controproducente, hanno affermato gli osservatori del mercato».

«La tendenza anti-globalizzazione nei Paesi sviluppati è dilagante, ma la Cina sta diventando un’importante forza trainante per l’apertura del mercato e la globalizzazione economica»

 

«La tendenza anti-globalizzazione nei Paesi sviluppati è dilagante, ma la Cina sta diventando un’importante forza trainante per l’apertura del mercato e la globalizzazione economica» scrive Global Times citando un ricercatore dell’Istituto cinese per la Riforma Economica. «Il mondo deve resistere al protezionismo commerciale e sbarazzarsi della guerra fredda e del pensiero anti-globalizzazione, al fine di creare condizioni migliori per la ripresa».

 

La difesa a spada tratta della globalizzazione da parte del Partito Comunista Cinese non sorprende nessuno: è grazie ad essa che la Cina ha potuto assurgere al ruolo di superpotenza – commerciale, politica, militare.

 

Basta ricordare l’edizione del World Economic Forum di Davos del 2017, a pochi giorni da quello che per i globalisti è stato shock del secolo, e cioè l’elezione alla Casa Bianca di Donald J. Trump. Xi fu accolto, dai politici e dai banchieri, dai mega-industriali e dai loro giornali, come un salvatore – il salvatore della globalizzazione. Memorabile e onestissimo il titolo che da noi fece il giornale di Confindustria: «Xi Jinping a Davos difende la globalizzazione».

 

La difesa a spada tratta della globalizzazione da parte del Partito Comunista Cinese non sorprende nessuno: è grazie ad essa che la Cina ha potuto assurgere al ruolo di superpotenza – commerciale, politica, militare

La globalizzazione è cinese o non è. La globalizzazione, di fatto, è sinizzazione: coincide con l’ingresso del gigante orientale in ogni nostra attività. Storicamente, coincide con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che fu avviata ai tempi del cosiddetto «Ulivo mondiale» (Clinton, Blair, Prodi).

 

La globalizzazione cinese è coincisa con l’ascesa della dottrina di politica economica neoliberista, divenuta dogma inattaccabile, tanto che i suoi nemici vengono chiamati con espressioni dispregiative come «sovranisti» e «populisti», parole di sapore costituzionale incredibilmente divenute insulti.

 

Il risultato della globalizzazione cinese è stato la cancellazione della manifattura nei Paesi occidentali, e la conseguente distruzione della classe media.

 

Il risultato della globalizzazione cinese è stato la cancellazione della manifattura nei Paesi occidentali, e la conseguente distruzione della classe media

Questo è avvenuto grazie al tradimento della classe dirigente – politici, industriali, intellettuali – di ogni Paese occidentale, che nemmeno ora, con la rovina economica espansasi anche alle altre classi sociali, non mette in discussione il modello neoliberale della globalizzazione cinese.

 

La storia non è però finita. Xi tiene duro, nonostante il virus di Wuhan. Sa che i vertici occidentali lo vogliono ancora assecondare, blandire – hanno voglia di sottomettersi.

 

Tuttavia, non è scritto da nessuna parte che le cose continueranno in questo senso.

 

 

 

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

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La Cina chiude Tianjin. Con le Olimpiadi dietro l’angolo

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Il Partito Comunista Cinese ha imposto nuove restrizioni epidemiche alla città di Tianjin, che si trova a soli 30 minuti di auto da Pechino.

 

Le autorità cinesi lunedì hanno confermato 2 casi di Omicron a Tianjin, ma ne sospettano più di 30 in più.

 

Finora, nella città di Tianjin – località vicinissima a Pechino che un tempo fu sede della concessione italiana in Cina – ha confermato un totale di 31 casi locali di COVID e 10 infezioni asintomatiche, secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua.

 

I viaggi in entrata e in uscita dalla città sono stati sospesi a meno di non disporre di un permesso speciale. Più di 75.000 persone sono state messe in quarantena

I viaggi in entrata e in uscita dalla città sono stati sospesi a meno di non disporre di un permesso speciale. Più di 75.000 persone sono state messe in quarantena.

 

Tianjin non è l’unica città cinese in cui stanno aumentando i nuovi casi di omicron. Sabato sono stati confermati anche due casi di omicron nella provincia cinese centrale dell’Henan.

 

Anche la città portuale di Ningbo è alle prese con un lockdown parziale.

 

Le autorità sono anche preoccupate per un focolaio a Shenzhen, il centro della produzione tecnologica cinese e mondiale, dove sono stati trovati quattro casi della variante delta.

 

Secondo il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, un’indagine epidemiologica ha stabilito che l’origine del ceppo scoperto a Shenzen non è la stessa che ha causato altri casi locali altrove in Cina. I nuovi casi a Shenzen sono i primi ad essere segnalati nella città da maggio 2020.

 

La carenza mondiale di chip potrebbe quindi intensificarsi, con catastrofici effetti su tantissimi settori

Il giornale di Hong Kong riferisce che si ritiene che la prima persona risultata positiva sia stata infettata dopo essere entrata in contatto con «merci contaminate»: si tratta degli argomenti usati già nel 2020 dalla Cina secondo cui l’imballaggio su prodotti importati – pesci, frutti di mare, prodotti a base di carne, perfino gelati – sono stati i responsabili di focolai di COVID nel Paese. La malattia, insomma, viene da fuori – e il laboratorio di Wuhan nemmeno viene preso in considerazione.

 

Le autorità hanno sigillato i condomini in cui vivevano le persone infette e hanno imposto test di massa obbligatori per i 12,5 milioni di residenti di Shenzen in conformità allo schema «COVID Zero» di Pechino. Ai residenti è stato chiesto di non viaggiare e chiunque voglia farlo deve avere un test COVID negativo delle ultime 48 ore.

 

Il rischio sistemico globale è che un lockdown di Shenzhen può bloccare ulteriormente l’intera catena mondiale di approvvigionamento dei circuiti elettronici, e quinti di tantissimi settori industriali: Samsung e Micron hanno recentemente fatto sapere quanto il lockdown di Xi’an, per esempio, abbia avuto impatto sulle operazioni dei loro impianti di produzione.

 

La carenza mondiale di chip potrebbe quindi intensificarsi, con catastrofici effetti su tantissimi settori, come quello dell’auto – ogni macchina, di fatto, necessità migliaia di circuiti, che in questo momento non si trovano.

 

Le Olimpiadi invernali di Pechino stanno per cominciare. Difficile capire cosa potrebbe succedere a questo punto

In tutta la Cina, lunedì sono stati segnalati 157 nuovi casi di COVID, di cui 97 derivanti da infezioni locali, secondo il quotidiano in lingua inglese del Partito Comunista Cinese Global Times.

 

15 di questi casi provenivano da Xi’an, a dimostrazione che nonostante il lockdown, il virus è comunque riuscito a diffondersi. Teniamo sempre a mente la tendenza  governo cinese a minimizzare drasticamente i numeri dei casi.

 

Come riportato da Renovatio 21, la città di Xi’an sta vivendo in questo momento il lockdown draconiano di milioni di persone, con voci di gente chiusa in casa senza cibo, dettato dalla politica del «COVID Zero».

 

Le Olimpiadi invernali di Pechino stanno per cominciare. Difficile capire cosa potrebbe succedere a questo punto.

 

 

 

 

Immagine di Nangua via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

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La Cina punisce chi cerca di sfuggire al brutale lockdown di Xi’an

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La città di Xi’an, conosciuta come la «Firenze cinese» per la sua storia e i suoi reperti storico-artistici (i guerrieri di terracotta, ad esempio), sta sperimentando un duro lockdown da più di una settimana.

 

Xi’an è bloccata dal 23 dicembre, in quella che è la la sua mossa più drammatica da quando la pandemia è iniziata a Wuhan.

 

Vi sono indicazioni di isteria riguardo ai  generi alimentari (lo ha scritto il Caixin business journal) e di irrequietezza della popolazione.

 

«Un uomo che ha cercato di guadare il fiume Wei per uscire dalla città è stato avvertito»

Tuttavia, secondo quanto emerge, la fuga dalla città non è permessa dalle autorità della Repubblica Popolare.

 

Secondo la testata economica USA Bloomberg, Pechino sta punendo le persone che stanno cercando di eludere l’ultimo lockdown COVID a Xi’an, riportando le parole di un alto funzionario comunista che ha esortato a frenare l’epidemia.

 

Il vicepremier Sun Chunlan ha affermato che le autorità locali devono adottare misure più «mirate e energiche» e migliorare i controlli sulla quarantena, ha affermato giovedì l’ agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

 

«La polizia ha detto che un altro che ha pedalato per 80 chilometri (circa 50 miglia) su una bicicletta condivisa fino alla sua città natale è stato multato e inviato a quarantena»

La Cina aveva riportato 166 casi confermati locali per quel giorno, 161 dei quali in città.

 

La situazione a Xi’an è grave e complessa, ha affermato Sun durante una visita.

 

Sun, l’unica donna del Politburo del Partito Comunista al potere, composto da 25 membri, ha anche invitato il governo a intensificare gli sforzi di rintracciamento.

 

La polizia locale ha dovuto rintracciare le persone che tentavano di eludere gli stretti controlli.

 

«Anche un uomo che ha fatto un’escursione a piedi per 100 chilometri dall’aeroporto a una provincia vicina è stato mandato in quarantena dalla polizia e ha inflitto una punizione non specificata»

«Un uomo che ha cercato di guadare il fiume Wei per uscire dalla città è stato avvertito, secondo il governo, mentre la polizia ha detto che un altro che ha pedalato per 80 chilometri (circa 50 miglia) su una bicicletta condivisa fino alla sua città natale è stato multato e inviato a quarantena» scrive Bloomberg.

 

«Anche un uomo che ha fatto un’escursione a piedi per 100 chilometri dall’aeroporto a una provincia vicina è stato mandato in quarantena dalla polizia e ha inflitto una punizione non specificata».

 

A Xi’an, capitale dello Shaanxi, è vietata la circolazione in auto ed è limitato l’ingresso da altre parti della Nazione. Secondo il governo cinese, sono stati condotti sei cicli di test COVID in tutta la città, con l’ultimo che ha riguardato finora 9 milioni di persone.

 

 

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