Militaria
Kennedy: gli F-16 all’Ucraina saranno «un disastro per l’umanità»
Il candidato presidenziale USA Robert F. Kennedy Junior ha dichiarato che l’incombente consegna di aerei da combattimento F-16 americani all’Ucraina non impedirà il «crollo» dell’esercito di Kiev e andrà solo a beneficio del complesso militare-industriale.
Il conflitto ucraino dovrebbe essere risolto attraverso i negoziati, sostiene RFK Jr. in un thread su Twitter, affermando che la fornitura di F-16 a Kiev è stata una «grande decisione per l’industria della difesa, ma un disastro per l’Ucraina e umanità».
«Gli F-16 non fermeranno il collasso dell’esercito ucraino (che secondo alcuni esperti è imminente). Questi aerei richiedono molto addestramento e manutenzione. Questo non è un film», ha sottolineato Kennedy.
Il candidato presidenziale sfidante di Joe Biden nel Partito Democratico USA si è a lungo opposta all’aiuto occidentale all’Ucraina, guidato da Washington, sostenendo che gli Stati Uniti dovrebbero ammettere il loro «fallimento» nel Paese e concentrarsi invece sulle questioni interne.
A great decision for the defense industry, but a disaster for Ukraine and humanity. Why not negotiate?https://t.co/XpRW5ooVR0
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) August 19, 2023
La critica di Kennedy alla consegna del jet da combattimento arriva dopo che Washington ha consentito ai suoi alleati europei di riesportare aerei più vecchi in Ucraina, e ore prima che la mossa fosse annunciata ufficialmente da Danimarca e Paesi Bassi.
L’imminente consegna è stata annunciata domenica dal primo ministro olandese Mark Rutte mentre ospitava il presidente ucraino Zelens’kyj in una base aerea militare a Eindhoven.
«Oggi possiamo annunciare che i Paesi Bassi e la Danimarca si impegnano a trasferire gli aerei F-16 all’Ucraina e all’aeronautica militare ucraina, compresa la cooperazione con gli Stati Uniti e altri partner una volta soddisfatte le condizioni per tale trasferimento», ha affermato il Rutte in una conferenza stampa.
Contemporaneamente, il ministero della Difesa danese ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma il suo impegno a fornire a Kiev F-16 dal suo inventario, una volta soddisfatte determinate «condizioni», le quali «includono, ma non sono limitate a, personale F-16 ucraino selezionato, testato e addestrato con successo, nonché le necessarie autorizzazioni, infrastrutture e logistica».
Kiev ha richiesto a lungo aerei moderni, così come altre armi sempre più sofisticate, dai suoi sostenitori occidentali, sostenendo che gli aerei l’avrebbero aiutata a invertire le sorti del conflitto con la Russia, che va avanti dal febbraio 2022.
Mosca ha ripetutamente sollecitato l’Occidente collettivo per fermare le consegne militari, sostenendo che avrebbero solo prolungato le ostilità piuttosto che cambiarne l’esito finale.
È stato riportato che alcuni piloti ucraini sarebbero già stati addestrati all’uso degli F-16 in Occidente, con corsi accelerati che tuttavia lasciano parecchi dubbi, visti i tempi naturali di addestramento.
Non è escluso, sostiene una voce che circola in rete, che a pilotare eventuali F-16 schierati in Ucraina non saranno piloti ucraini, ma, più o meno segretamente, piloti di Paesi NATO che subentrerebbero come mercenari per salvare le apparenze del conflitto non ancora dichiarato tra il Patto Atlantico e Mosca.
In questa prospettiva, avremmo piloti NATO su aerei NATO che attaccano i russi, ma fuori dalla possibilità di etichettare gli scontro come guerra effettiva – insomma, la storia dell’Ucraina dell’ultimo anno.
Gli F-16 fanno parte dell’osceno teatro dell’assurdo dei Paesi NATO che dapprima negano a Kiev la fornitura di una qualche arma, per poi fornirla dopo poche settimane – da carri Leopard a, ora, i caccia F-16 (che costeranno agli USA 2 miliardi di dollari), con il limite, sempre più vicino, delle armi nucleari.
Come riportato da Renovatio 21, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha recentemente ricordato che gli F-16 sono in grando di trasportare testate atomiche.
Immagine di Jerry Gunner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Militaria
Il Nord Corea testa ulteriori armi ipersoniche
L’agenzia missilistica nordcoreana ha provato una «nuova tipologia di arma». Seul ha detto che domenica sono stati lanciati due missili balistici a corto raggio verso il Mar del Giappone. Lo riporta la stampa del regime di Pyongyang.
I resoconti nordcoreani non hanno spiegato in che cosa consistesse la novità, limitandosi a dire che il test era «di grande importanza» per le forze armate del Paese. I media di Stato hanno pubblicato diverse foto del lancio di un missile mobile su strada, con quello che sembrava un veicolo planante ipersonico.
Il leader supremo Kim Jong-un ha seguito la prova e ha detto che il possesso da parte del suo Paese di «tecnologie di difesa ultramoderne» funge da deterrente e «darebbe al nemico un grattacapo incurabile».
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Secondo il ministero degli Esteri di Seul, alti funzionari di Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti si sono consultati per telefono lunedì per valutare la risposta al test.
I mezzi di informazione locali hanno collegato il lancio all’esercitazione marittima multinazionale Pacific Vanguard, tenuta tra agosto e settembre. Alle manovre hanno preso parte navi da guerra di Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Pyongyang considera le esercitazioni militari guidate dagli Stati Uniti nella regione una minaccia alla propria sicurezza nazionale e ha spesso risposto con dimostrazioni di forza.
Negli ultimi anni il governo di Kim ha messo da parte l’unificazione coreana come obiettivo politico prioritario e ha formalmente indicato la Corea del Sud come Stato ostile distinto. Il cambiamento non si è riflesso del tutto a Seul, anche se il governo del presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha ritoccato in parte la propria comunicazione in quel senso.
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Il Partito Democratico di Corea di Lee è in genere favorevole a ridurre le tensioni con Pyongyang, a differenza del Partito del Potere Popolare, di orientamento conservatore. In un’intervista al New York Times della scorsa settimana, Lee ha suggerito che un allentamento delle sanzioni internazionali contro la Corea del Nord potrebbe spingerla a rallentare lo sviluppo di armi.
«Credo che ci sia un notevole valore in un compromesso tra le sanzioni – che comunque non sono particolarmente efficaci – e l’arresto dello sviluppo di ulteriori armi nucleari e della tecnologia dei missili balistici intercontinentali», ha affermato. «Puntare alla denuclearizzazione nelle circostanze attuali», ha aggiunto Lee, «non garantisce alcun risultato».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha di recente assunto un tono più conciliante verso la Corea del Nord. Ad agosto ha accennato alla possibilità di un incontro di persona con Kim dopo che il Pentagono aveva interrotto un’esercitazione militare congiunta con Seul.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Nord aveva lanciato a gennaio un altro test di missile ipersonico poche ore dopo la condanna del regime di Kim del rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti d’America.
Ad ottobre 2025 Pyongyang aveva svelato il suo nuovo missile balistico intercontinentale (ICBM) durante una parata militare.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato Kim aveva dichiarato che la Corea del Nord sta diventando una «superpotenza militare» nucleare.
Pyongyang ha svelato a settembre 2024 il cantiere di una nuova «base navale moderna». A fine settembre l’esercito nordcoreano ha testato una nuova variante del suo missile balistico Hwasong-11 armato con una testata «super-grande». Pyongyango, che sta continuando ad effettuare test missilistici, aumentando anche la dimensione delle testate, aveva testato una versione in grado di trasportare una testata «super-grande» a luglio dell’anno passato.
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Mesi fa la Corea del Nord ha effettuato un contrattacco nucleare simulato contro obiettivi nemici osservati personalmente dal leader Kim Jong-un. Come parte dell’esercitazione, diversi lanciarazzi multipli «super grandi» hanno lanciato una salva missilistica verso un’isola nel Mar del Giappone. Lo scorso settembre la Nordcorea aveva lanciato missili come parte di un’esercitazione per un «attacco nucleare tattico simulato». In questi mesi Pyongyang non ha mai smesso di parlare di conflitto atomico.
Ad agosto 2023 il ministro della Difesa nordcoreano, generale Kang Sun-nam in una dichiarazione presentata alla XI Conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca aveva detto che il mondo è a un passo dal conflitto nucleare. «Ora, la domanda non è se scoppia una guerra nucleare nella penisola coreana, ma chi e quando inizia» ha avvertito il generale Kang.
Come riportato da Renovatio 21, Kim Yo-jong, sorella del leader della Corea del Nord, nel tardo 2024 aveva dichiarato che gli Stati Uniti stanno correndo una pericolosa scommessa fornendo all’Ucraina sempre più armamenti e apparentemente ignorando gli avvertimenti della Russia, qualcosa che potrebbe innescare un «disastro nucleare».
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Militaria
Generale tedesco al vertice della NATO
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Militaria
Mosca contro Tokyo per il dispiegamento di missili USA
La Russia ha chiesto al Giappone di ritirare dal proprio territorio i sistemi missilistici a medio raggio Typhon statunitensi, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, definendo il dispiegamento inaccettabile e una minaccia alla sicurezza nazionale e alla stabilità regionale.
In una nota pubblicata venerdì dal Ministero degli Esteri, Zakharova ha riferito che Mosca ha inviato a Tokyo una protesta formale il 3 settembre, dopo che gli Stati Uniti avevano schierato i lanciatori sull’isola sud-occidentale di Kyushu, a 1.300 km dalla città di Vladivostok.
«Alla parte giapponese è stato intimato di interrompere questa pratica e di rimuovere i suddetti sistemi dal proprio territorio», ha affermato, aggiungendo che Mosca si oppone a questi dispiegamenti indipendentemente dalla loro durata.
A giugno l’esercito statunitense ha trasferito i sistemi Typhon alla base aerea di Kanoya, nella prefettura di Kagoshima, in Giappone, per l’esercitazione Valiant Shield, e li ha lasciati sul posto per un’altra esercitazione prevista questo mese. I lanciatori dovrebbero lasciare Kanoya a metà ottobre, ma si prevede che saranno stoccati in altre strutture militari statunitensi in Giappone. Durante il dispiegamento non sono previste esercitazioni di tiro a fuoco.
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Il Typhon è in grado di lanciare missili SM-6 e missili da crociera Tomahawk per attacco terrestre, con una gittata di circa 1.600 km. Gli Stati Uniti hanno sviluppato il Typhon dopo essersi ritirati dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF), che vietava i missili terrestri e da crociera statunitensi e sovietici con gittata compresa tra 500 e 5.500 km.
La Zakharova ha osservato che la Cina ha recentemente presentato una protesta analoga al Giappone in merito alla sua rimilitarizzazione.
La disputa si inserisce in un nuovo quadro di tensioni tra Russia e Giappone sulle quattro isole Curili più meridionali, incorporate nell’Unione Sovietica dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale. Il Giappone rivendica tuttora le isole di Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, che definisce Territori Settentrionali.
Il mese scorso la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha protestato contro la prima visita del presidente Vladimir Putin a Iturup, definendo il viaggio «assolutamente inaccettabile».
Pochi giorni dopo la Russia ha condotto esercitazioni missilistiche vicino alle isole Curili meridionali, coinvolgendo l’incrociatore Varyag, il sottomarino a propulsione nucleare Omsk e un sistema missilistico costiero Bastion, provocando un’ulteriore protesta da parte di Tokyo.
La controversia sulle isole Curili ha rappresentato un ostacolo alla firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone. Mosca ha sospeso i negoziati nel marzo 2022 dopo che Tokyo ha aderito alle sanzioni occidentali imposte alla Russia per il conflitto in Ucraina.
La Costituzione giapponese del 1947, promulgata sotto l’occupazione alleata dopo la Seconda guerra mondiale, è celebre soprattutto per l’articolo 9, pietra angolare del suo carattere pacifista. Questo articolo stabilisce che il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
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Il secondo comma aggiunge che, per raggiungere tale scopo, non saranno mantenute forze di terra, di mare e dell’aria, né altro potenziale bellico, e che il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.
Nella pratica, il Giappone ha comunque sviluppato le Forze di Autodifesa (Jieitai), giustificate come strumento difensivo e non come vero e proprio esercito offensivo, generando un dibattito giuridico e politico mai sopito.
Negli ultimi decenni la portata dell’articolo 9 è stata progressivamente reinterpretata: nel 2015 una riforma legislativa ha ampliato le possibilità di intervento delle forze armate anche in scenari di autodifesa collettiva, alleata soprattutto agli Stati Uniti.
Diverse forze politiche nipponiche, in particolare il Partito Liberal Democratico, propongono da tempo una revisione formale dell’articolo, mentre movimenti pacifisti e parte dell’opinione pubblica difendono il testo originale come simbolo identitario del Giappone postbellico.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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