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Il Pentagono ha stimato il costo della guerra con l’Iran a 25 miliardi di dollari: forse è il doppio

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Il vero costo della guerra con l’Iran si avvicina ai 50 miliardi di dollari. Lo riporta CBS News, che cita funzionari statunitensi a conoscenza delle valutazioni interne, circa il doppio della stima pubblica citata dal Pentagono nella sua testimonianza al Congresso questa settimana.

 

Mercoledì, durante una testimonianza al Congresso, un funzionario del Pentagono ha stimato il costo dell’Operazione Epic Fury del Dipartimento della Difesa a circa 25 miliardi di dollari, una cifra che non tiene pienamente conto dei danni o della distruzione di attrezzature o installazioni militari statunitensi.

 

Mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Generale Dan Caine, Presidente del Joint Chiefs of Staff, si presentavano questa settimana davanti ai legislatori per difendere l’ingente richiesta di bilancio del Pentagono di 1.500 miliardi di dollari, funzionari statunitensi a conoscenza delle valutazioni interne hanno suggerito che il costo effettivo della guerra si aggiri finora intorno ai 50 miliardi di dollari.

 

Gran parte del divario è dovuto alle munizioni utilizzate che devono essere sostituite. Ad esempio, il Pentagono ha perso 24 droni MQ-9 Reaper, sofisticati velivoli senza pilota che possono costare 30 milioni di dollari o più ciascuno, il che sottolinea la rapidità con cui è aumentato il costo finanziario. Nel complesso, la stima più elevata riflette non solo il ritmo delle operazioni, ma anche i costi spesso invisibili dell’usura, poiché il materiale perso sul campo rimodella il bilancio.

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Il responsabile ad interim del controllo di gestione del Pentagono, Jules Hurst, ha testimoniato giovedì davanti al Senato che è difficile stimare il costo delle costruzioni militari.

 

«Non sappiamo quale sarà il nostro assetto futuro né come verrà realizzata la costruzione di quelle basi», ha detto Hurst quando il senatore democratico Richard Blumenthal del Connecticut ha messo in discussione cosa fosse incluso nei 25 miliardi di dollari.

 

La CNN ha riportato per prima che la stima reale si aggira sui 40-50 miliardi di dollari.

 

Mercoledì, il senatore democratico del Delaware Chris Coons ha espresso dubbi sul fatto che la guerra sia costata finora solo 25 miliardi di dollari: «Sono francamente certo che sia una cifra sottostimata», ha affermato, suggerendo che tale importo non includa i costi di dispiegamento e mantenimento delle forze sul teatro operativo per due mesi e altre spese.

 

Mark Cancian, consulente senior del Dipartimento di Difesa e Sicurezza del Center for Strategic and International Studies, che ha lavorato presso l’Office of Management and Budget, ha affermato che, sebbene le munizioni rappresentino la voce di spesa maggiore in una guerra come questa, esistono anche molti altri costi nascosti.

 

Nella guerra attuale, ha affermato, entrano in gioco i costi più elevati del carburante. Il dipartimento della Difesa utilizza grandi quantità di carburante per aerei, navi e camion.

 

Il dipartimento della Difesa è il dipartimento che più di tutti sostiene costi a causa della guerra, ma non è l’unico, ha affermato. Il dipartimento della Sicurezza Interna, ad esempio, sta probabilmente sostenendo costi ancora maggiori.

 

Ci vorranno tempo e denaro per sostituire le munizioni che gli Stati Uniti stanno usando in Iran, ha detto. Cancian ha affermato che ci vorranno «diversi anni» per riportare i livelli di munizioni a quelli che erano all’inizio del conflitto, che secondo gli strateghi militari erano troppo bassi prima che la guerra iniziasse.

 

La guerra sta colpendo in modo più immediato anche le tasche degli americani.

 

Nel corso di un’audizione al Congresso questa settimana, il deputato democratico Ro Khanna della California ha chiesto a Hegseth quanto costerà la guerra agli americani in termini di aumento dei prezzi.

 

«Sapete quanto costerà agli americani, in termini di aumento dei prezzi di benzina e cibo nel corso del prossimo anno, a causa dell’Iran?», ha chiesto Khanna.

 

Lo Hegseth non ha risposto direttamente. «Vorrei semplicemente chiederle qual è il costo di una bomba nucleare iraniana», ha detto il segretario alla Difesa, accusando Khanna di «porre domande insidiose su questioni interne».

 

Secondo le stime dell’American Enterprise Institute, un think tank di centro-destra, l’aumento dei costi di carburante e fertilizzanti si traduce in una spesa aggiuntiva di 150 dollari al mese per ogni famiglia statunitense.

 

Il Cancian ha affermato che la guerra sta danneggiando economicamente sia gli Stati Uniti che l’Iran. «Le cose che non possono durare per sempre, non durano», ha detto il Canciano.

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Trump ha chiesto a Xi di acquistare armi americane

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe chiesto al leader cinese Xi Jinping se Pechino fosse interessata ad acquistare armi statunitensi, nonostante i limiti di lunga data alle esportazioni militari verso il Paese. Lo ha rivelato l’ambasciatore di Washington in Cina.   L’ambasciatore David Perdue ha rivelato lo scambio in un’intervista a Fox News Sunday, parlando dell’approccio di Trump alla Cina e della continua vendita di armi statunitensi a Taiwan.   «Il presidente Trump continua a dire: “Ehi, vendiamo armi ad altri paesi in tutto il mondo”», ha affermato il Perdue. «Ad un certo punto ha persino chiesto al presidente Xi se gli sarebbe piaciuto acquistarne alcune».   L’ambasciatore non ha precisato quando Trump abbia sollevato la questione, di quali armi si sia parlato né quale sia stata la risposta di Xi. I due leader si sono incontrati due volte quest’anno: a Pechino a maggio e durante la visita di Stato di tre giorni di Xi a Washington la scorsa settimana.

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Qualsiasi vendita urterebbe contro ostacoli legali rilevanti: nel 1990 il Congresso ha limitato l’esportazione verso la Cina continentale di articoli per la difesa inclusi nella Lista delle Munizioni statunitensi. Restano eccezioni circoscritte e valutazioni presidenziali di interesse nazionale, ma di fatto l’embargo sulle armi USA verso Pechino dura da decenni.   Ciononostante Washington resta il principale fornitore estero di armi a Taiwan, pur mantenendo ufficialmente la politica di «una sola Cina». Il Taiwan Relations Act del 1979 stabilisce che gli Stati Uniti forniranno all’isola articoli e servizi di difesa nelle quantità ritenute necessarie per consentirle di mantenere una «sufficiente capacità di autodifesa».   La Cina considera Taiwan parte del proprio territorio sovrano e ha chiesto agli Stati Uniti di cessare il supporto militare, sostenendo che le vendite violano la sua sovranità e destabilizzano le relazioni nello Stretto. In vista della visita di Xi a Washington, il ministero della Difesa cinese ha esortato gli Stati Uniti a esercitare «estrema cautela» sulla questione.   Lo scorso dicembre l’amministrazione Trump ha approvato un pacchetto di aiuti da 11 miliardi di dollari per Taiwan, il più consistente annunciato finora. Un altro pacchetto, da circa 14 miliardi, è rimasto bloccato per mesi. Trump lo ha definito «un’ottima carta da giocare nelle trattative». Nei documenti della Casa Bianca dopo il vertice non è stata annunciata alcuna decisione sul pacchetto in sospeso.   Perdue ha fatto l’osservazione difendendo l’operato di Trump su Taiwan, sostenendo che il presidente ha già autorizzato forniture all’isola in misura sostanzialmente maggiore rispetto ai predecessori. L’ambasciatore ha descritto la domanda a Xi come tipica del suo stile negoziale, non come segno di una vendita formale in esame.   Non è chiaro, inoltre, cosa gli Stati Uniti potrebbero realisticamente offrire che la Cina non produca già in proprio. Pechino è autosufficiente nella maggior parte delle principali categorie di armi convenzionali; le classifiche che la collocano dietro agli USA si basano sui ricavi in dollari dalla vendita di armi, non sulla produzione effettiva.   Nella cantieristica navale, dove il confronto è più diretto, la capacità industriale cinese è stimata circa 230 volte quella statunitense; testimonianze al Congresso indicano che la produzione di piccoli droni è oltre 100 volte superiore. Gli Stati Uniti restano avanti in tecnologie e know-how in settori ancora sensibili, proprio quelli che difficilmente condividerebbero con il principale rivale strategico.

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Trump si prepara a bombardare l’Iran dopo le elezioni di metà mandato

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha respinto l’ultima proposta di cessate il fuoco dell’Iran e ha detto ai suoi collaboratori che prevede di riprendere i bombardamenti sulla Repubblica islamica dopo le elezioni di medio termine di novembre. Lo riporta il Wall Street Journal citando funzionari statunitensi.

 

Secondo il giornale, Trump è privatamente scettico sul fatto che Teheran accetti le sue condizioni, anche se in pubblico ha previsto che l’Iran cercherà un accordo dopo le elezioni del 3 novembre. Funzionari hanno però avvertito che la sua posizione potrebbe cambiare nelle prossime settimane e potrebbe essere influenzata dai risultati elettorali.

 

Il rapporto arriva dopo che Teheran ha offerto una tabella di marcia di sette giorni per chiudere le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e riavviare i negoziati sul programma nucleare. In cambio gli Stati Uniti revocherebbero il blocco navale, allenterebbero le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano e sbloccherebbero alcuni beni iraniani congelati.

 

Secondo il WSJ, Trump ha respinto la proposta e l’amministrazione ha informato l’Iran e i mediatori regionali di non avere alcuna intenzione di revocare il blocco marittimo. Un funzionario statunitense ha tuttavia detto che i negoziati tramite mediatori sono in corso.

 

Secondo alcune fonti, Trump sarebbe riluttante a riprendere operazioni di combattimento su larga scala, in parte perché la sua amministrazione vuole preservare le munizioni per altri potenziali conflitti. L’entità di eventuali nuovi attacchi presi in considerazione resta ancora incerta.

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Nel corso del conflitto, durato quasi sette mesi, il presidente ha alternato minacce di una grave escalation a aperture diplomatiche. Funzionari hanno riferito alla testata Axios che gli Stati Uniti mantengono la presenza militare regionale in preparazione di un possibile ritorno a operazioni di combattimento su larga scala.

 

Come riportato da Renovatio 21, martedì, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato di trovarsi di fronte a una «decisione importante» sull’opportunità di «annientare» la Repubblica Islamica qualora i negoziati fallissero, negando che le sue decisioni sull’Iran siano influenzate dalle elezioni, pur prevedendo che Teheran raggiungerà un accordo «subito dopo» le elezioni di medio termine.

 

Teherano ha contestato l’affermazione di Trump secondo cui starebbe deliberatamente ritardando un accordo. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato questa settimana che l’Iran desidera che gli Stati Uniti tornino al quadro del cessate il fuoco di giugno non appena saranno realmente pronti per la pace. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto che sarebbe meglio raggiungere un accordo prima delle elezioni.

 

Il memorandum d’intesa (MoU) di giugno prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni e la riapertura dello Stretto di Ormuzzo, mentre le due parti negoziavano le questioni in sospeso, ma è fallito per il riaccendersi delle ostilità e per le controversie sulla navigazione attraverso la via d’acqua strategica.

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Il Canada ha studiato uno scenario militare statunitense «estremo»

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Il primo ministro canadese Mark Carney ha rivelato che il suo governo ha valutato con attenzione l’ipotesi di un’azione militare guidata dagli Stati Uniti contro il proprio Paese, nonostante il presidente Donald Trump abbia escluso l’uso della forza contro il vicino settentrionale.   In un’intervista al New York Times pubblicata mercoledì, Carney ha definito tale scenario un «rischio estremo di coda»: un evento considerato altamente improbabile ma abbastanza grave da giustificare una pianificazione di emergenza.   «Si tratta semplicemente di gestione del rischio», ha detto, aggiungendo che «sarebbe irresponsabile non [prepararsi]». Carney ha rifiutato di precisare in che cosa consistesse quella preparazione.   Trump ha più volte ventilato l’idea di rendere il Canada il 51° Stato degli Stati Uniti, ma ha escluso esplicitamente l’uso della forza militare per arrivarci, affermando nel gennaio 2025 che avrebbe invece fatto ricorso alla «forza economica».   Il presidente americano accusa da tempo Ottawa di pratiche commerciali sleali, in particolare su prodotti lattiero-caseari e automobili, e ha imposto una serie di dazi sui prodotti canadesi dall’inizio del 2025. Washington ha inasprito la disputa nell’agosto 2026 con ulteriori dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi.

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La rivelazione di Carney arriva pochi giorni dopo il suo viaggio nell’UE per rafforzare i legami con il blocco.   Parlando al Parlamento europeo la scorsa settimana, Carney ha sostenuto che l’integrazione economica viene sempre più «strumentalizzata», con i dazi usati come leva e le dipendenze dalle catene di approvvigionamento sfruttate come punti deboli: osservazioni interpretate in larga parte come un riferimento implicito alle pressioni economiche di Washington su Ottawa.   Anche la difesa è stata al centro dei colloqui di Carney a Strasburgo, dove con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è discusso dell’ampliamento della cooperazione militare tra Canada e UE e degli appalti congiunti per rafforzare quella che Carney ha definito la loro «autonomia strategica».   Tale cooperazione sta già prendendo forma attraverso il programma di appalti per la difesa SAFE dell’UE, del valore di 150 miliardi di euro, al quale il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo a partecipare. L’iniziativa rientra nel più ampio piano di militarizzazione di Bruxelles previsto dalla strategia Readiness 2030, volta a contrastare una presunta minaccia proveniente dalla Russia, che Mosca ha ripetutamente negato.   Ottawa sta inoltre cercando legami più stretti con le strutture militari europee al di fuori dell’UE. La scorsa settimana ha presentato formalmente domanda di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), un raggruppamento militare di risposta rapida composto da dieci nazioni e guidato dalla Gran Bretagna, che affianca la NATO e opera principalmente nelle regioni artica, nordatlantica e baltica, aree chiave del fianco settentrionale del blocco, che si estende fino ai confini con la Russia.   Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso che il Canada stava sviluppando un modello di risposta a un’ipotetica invasione statunitense, con una strategia ipotizzata si basa su una guerra non convenzionale di tipo insurrezionale, ispirata alle tattiche impiegate dai mujaheddini afghani contro le forze sovietiche.   Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, ha dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che partirà dall’Europa.

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