Militaria
500.000 soldati morti o feriti sinora nella guerra ucraina, dicono gli americani
Il numero di soldati russi e ucraine morti o feriti in battaglia raggiungerebbe il mezzo milione. Lo scrive il New York Times citando fonti all’interno dell’apparato statunitense.
«Il numero include fino a 120.000 morti e da 170.000 a 180.000 soldati feriti», ha scritto il NYT sulla base dei funzionari anonimi. Tuttavia, si persiste con l’idea che le perdite di Mosca sono sempre maggiori: «i numeri russi fanno impallidire le cifre ucraine, che i funzionari stimano vicino a 70.000 morti e da 100.000 a 120.000 feriti».
Per capire la portata di questi numeri, basti pensare che il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Vietnam nel corso di un periodo di quasi due decenni ha provocato la morte di circa 58.000 americani.
Dato che Kiev non rilascia numeri ufficiali di vittime, i funzionari statunitensi citati nel rapporto del Times possono solo fare delle stime, che tuttavia sono più o meno in linea con l’immenso numero di perdite ucraine che il Cremlino ritiene siano state il costo della controffensiva di Kiev.
Il quotidiano neoeboraceno scrive che il conflitto, che ora in gran parte sarebbe in stallo, come una guerra di logoramento, con la Russia che ha la forza lavoro e le linee di rifornimento per mantenere il sopravvento e sopravvivere agli attacchi dell’Ucraina armata dalla NATO.
«L’Ucraina ha circa 500.000 soldati, tra cui truppe in servizio attivo, di riserva e paramilitari, secondo gli analisti. Al contrario, la Russia ha quasi il triplo di quel numero, con 1.330.000 truppe in servizio attivo, di riserva e paramilitari, la maggior parte delle quali del gruppo Wagner».
Gran parte dell’ecatombe ucraino può essere attribuita al «mattatoio di Bakhmut», dove Zelens’kyj ha ostinatamente continuato mandare truppe, anche quando i ragazzi spediti su quel fronte, spesso impreparati, avevano un’aspettativa di vita di tre o quattro ore.
«Zelens’kyj ha scelto comunque di insistere sul combattimento» scrive il sito 19fortyfive.com. «Per mesi, alti dirigenti statunitensi hanno avvertito il presidente ucraino che la battaglia era impossibile da vincere e di spostarsi su altre posizioni difensive. Non solo si è rifiutato di ritirarsi in una posizione di combattimento superiore, ma ha ordinato ai suoi uomini di non cedere nemmeno un singolo edificio, costringendoli a combattere fino alla morte. Mese dopo mese, Zelens’kyj ha inviato una brigata dopo l’altra per rafforzare Bakhmut nel tentativo di invertire la tendenza».
«Non solo era dolorosamente ovvio che i fondamenti militari chiarissero che c’erano poche speranze razionali di fermare la spinta di Wagner a catturare Bakhmut, ma molte di quelle brigate che Zelens’kyj aveva inviato in futili aiuti per aiutare Bakhmut erano anche urgentemente necessarie nell’imminente offensiva primaverile ed estiva. Due giorni dopo la caduta di Bakhmut, Zelensky era ancora provocatorio, affermando che la città non era caduta. Nel 2022, la tenacia e la riluttanza al compromesso di Zelens’kyj hanno portato a smorzare l’invasione della Russia e quindi a infliggere due grandi sconfitte operative».
Come riportato da Renovatio 21, l’ammissione del fallimento della controffensiva di Kiev oramai è ovunque: negli articoli di giornale, nei colloqui di Putin e Lukashenko, nei discorsi dei politici occidentali, nei discorsi dei militari USA e delle spie.
Militaria
Gli americani colpiscono tre petroliere iraniane
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato sabato di aver colpito tre petroliere iraniane, sostenendo che gli attacchi sono stati effettuati in rappresaglia per diversi «attacchi non provocati» falliti contro una portaerei e un cacciatorpediniere.
L’ultima escalation segue una grave intensificazione nella regione all’inizio di questa settimana, quando Stati Uniti e Iran si sono scambiati intensi attacchi. Martedì Washington ha ripreso a colpire la Repubblica islamica, affermando che gli attacchi erano una risposta ai presunti tentativi iraniani di colpire navi mercantili e truppe statunitensi nella regione. Teheran ha risposto con un lancio di missili e droni contro installazioni statunitensi nel Golfo.
Il CENTCOM ha dichiarato che le tre petroliere iraniane prese di mira fanno parte di «una rete clandestina multimiliardaria» che finanzia il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), l’unità d’élite iraniana. Tra gli obiettivi figuravano due petroliere cariche, la M/T Downy al largo dell’isola di Kharg, nel Golfo Persico, sede del principale polo petrolifero iraniano, e la M/T Stark 1 al largo della città di Jask, ha affermato il CENTCOM. Le forze statunitensi hanno inoltre «completamente distrutto» una petroliera vuota, la M/T Kylo, nel Golfo dell’Oman, ha aggiunto il comando.
Thanks to the precision and professionalism of American service members, the M/T Kylo sank in the Gulf of Oman today and joined Iran’s navy at the bottom of the sea. pic.twitter.com/OwSDMl8SSQ
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 6, 2026
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Le immagini diffuse dal CENTCOM mostrano gli attacchi alle tre navi. Le prime due petroliere sono state «rese inutilizzabili in modo permanente» a causa dei colpi ricevuti ai compartimenti macchine, mentre la M/T Kylo ha subito una detonazione catastrofica dopo essere stata colpita più volte, come mostrano le immagini. L’esercito statunitense ha dichiarato che all’equipaggio della petroliera era stato ordinato di abbandonare la nave in precedenza.
«Il messaggio rivolto alle Guardie Rivoluzionarie sia chiaro: se sparerete contro due delle nostre navi, vi imporremo un costo economico ancora maggiore, ovvero la distruzione di tre delle vostre», ha dichiarato in un comunicato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM.
Teheran ha minacciato ritorsioni per gli attacchi alle petroliere, con il quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya che ha avvertito gli Stati Uniti che avrebbero dovuto affrontare attacchi ancora più «gravi» contro le loro navi militari sparse nella regione, qualora avessero continuato a «molestare» il traffico marittimo iraniano e a mantenere il blocco dei porti del Paese.
Poco dopo l’annuncio, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver attaccato tre petroliere che avevano sconfinato nello Stretto di Ormuzzo e altre tre navi collegate agli Stati Uniti, in rappresaglia per gli attacchi americani.
Iran targets 3 oil tankers on an unauthorized route in the Strait of Hormuz and 3 US-affiliated vessels in response to the US attack on Iranian oil tankers.
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— Press TV 🔻 (@PressTV) September 5, 2026
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In precedenza, Teheran aveva ripetutamente avvertito che avrebbe dato fuoco all’intera infrastruttura petrolifera e del gas degli alleati degli Stati Uniti negli Stati del Golfo qualora le sue infrastrutture petrolifere, in particolare gli impianti di Kharg, fossero state colpite o Washington avesse tentato di conquistare l’isola.
Come riportato da Renovatio 21, l’isola di Kharg era stata colpita in più di 50 obiettivi militari, tra cui bunker, sistemi radar e depositi di munizioni, mentre Trump parlava della fine dell’«intera civiltà» iraniana.
In settimana Trump ha pubblicato filmati generati dall’Intelligenza Artificiale che mostrano un attacco missilistico contro l’isola che ospita l’importante hub petrolifero.
nbsp;
🚨 ALERT: President Trump makes a post about Iran’s “Kharg Island being blown to smithereens!!!”
But the video is AI slop. So I have no idea what to do with this information.
But as of yet, I have no reason to believe Kharg is actually under fire. pic.twitter.com/bkPXx2omag
— Nick Sortor (@nicksortor) August 31, 2026
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Immagine screenshot da Twitter
Intelligenza Artificiale
L’ex ministro della difesa ucraina lancia un’azienda finanziata da Palantir
🇺🇦🇺🇸‼️🚨 Former defense minister of Ukraine is now a startup founder with Palantir CEO as the first investor.
Mykhailo Fedorov now starts a defense company with Palantir CEO Alex Karp as a first major investor. Karp and Fedorov work closely together for a while and this is just… https://t.co/SJrxV9q3UM pic.twitter.com/GVle6VHZVJ — Lord Bebo (@MyLordBebo) September 1, 2026
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Economia
La Corea del Sud valuta un dispiegamento militare nello Stretto di Ormuzzo
La Corea del Sud sta valutando il dispiegamento di mezzi militari nello Stretto di Ormuzzi, ha reso noto l’ufficio presidenziale di Seul il 4 settembre, dopo le pressioni del presidente statunitense Donald Trump per il rifiuto del Paese di sostenere Washington nella guerra contro l’Iran. Lo riporta The Cradle.
Un funzionario presidenziale ha detto ai giornalisti che le misure militari sono tra le opzioni in esame, ma che nessun dispiegamento è stato ancora deciso, smentendo così le notizie dei media sudcoreani secondo cui Seul si sarebbe già impegnata a inviare risorse entro fine anno e avrebbe portato la questione in parlamento questo mese.
«Non è stato ancora deciso nulla», ha dichiarato il funzionario, aggiungendo che qualsiasi dispiegamento dovrebbe comunque superare i requisiti di legge sudcoreani, una valutazione della prontezza militare nella penisola coreana e un voto dell’Assemblea nazionale.
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Il 3 settembre diverse testate sudcoreane, tra cui JTBC e MBC, avevano scritto che Seul si stava preparando a inviare le risorse entro la fine dell’anno e che avrebbe potuto chiedere l’approvazione parlamentare questo mese. Secondo quanto riferito, tra i mezzi presi in considerazione figurano un aereo da pattugliamento marittimo, una nave di supporto logistico navale, un’unità per il rilevamento e lo sminamento e una squadra per la disattivazione di ordigni esplosivi.
Alcune fonti indicano che Seul starebbe discutendo con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia l’entità di un eventuale contributo.
Il 17 agosto, poche ore prima dell’avvio delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, Trump ha ordinato al Pentagono di ridurle in modo drastico, affermando di aver chiesto al presidente sudcoreano di unirsi a Washington nella «denuclearizzazione della Repubblica islamica dell’Iran» e di aver ricevuto come risposta un secco «No, grazie!».
La fonte ha attribuito la decisione al suo rapporto con il leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC), Kim Jong Un, e ha definito le esercitazioni costose e ostili verso Pyongyang. La Corea del Nord ha sostenuto che le manovre restano provocatorie e aggressive e che Washington non otterrebbe la risposta sperata se intendesse il gesto come un segnale di buona volontà.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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