Militaria
Il Pentagono vuole spedire il sistema israeliano di antiaerea Iron Dome in Ucraina
Gli Stati Uniti hanno un sistema Iron Dome pronto per essere spedito in Ucraina se Kiev lo richiede, ha indicato il comandante della difesa spaziale e missilistica dell’esercito americano Daniel Karbler.
«Le nostre due batterie Iron Dome che abbiamo in questo momento: una ha completato l’addestramento del nuovo equipaggiamento, il nuovo equipaggiamento in campo, è pronta per il dispiegamento, la seconda sta completando il suo nuovo equipaggiamento in campo in questo momento, quindi l’esercito ha una batteria disponibile per dispiegamento [in Ucraina] in attesa di una richiesta», ha detto Karbler, rispondendo a una domanda del senatore Angus King durante un’audizione della sottocommissione del Senato sulle forze strategiche la scorsa settimana.
«Ovviamente la difesa missilistica è molto importante per gli ucraini», ha detto King, mentre formulava la sua domanda. «Perché Iron Dome non viene schierato in Ucraina? Abbiamo contribuito a pagarlo. Abbiamo speso qualcosa come 3 miliardi di dollari [per] Israele per svilupparlo, 500 milioni all’anno secondo quello che ho capito. Non sarebbe una risorsa molto importante per gli ucraini, dal momento che il loro problema principale in questo momento è la difesa aerea?» ha domandato il senatore ed ex governatore dello Stato del Maine.
L’assistente segretario alla difesa per la politica spaziale John Plumb ha detto al senatore King che fino ad oggi gli Stati Uniti si sono concentrati sui sistemi di difesa missilistica attingendo dalle proprie scorte da inviare in Ucraina: «ad esempio, abbiamo fornito batterie Patriot, abbiamo fatto investimenti significativi nella difesa missilistica e abbiamo incoraggiato gli alleati a fare lo stesso», ha detto il funzionario.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso riluttanza a considerare l’invio di attrezzature militari in Ucraina il mese scorso tra le notizie di crescenti pressioni da parte di Washington in tal senso. L’attuale posizione di Tel Aviv segue un’inversione rispetto ai commenti di Netanyahu di gennaio secondo cui Tel Aviv potrebbe inviare un Iron Dome a Kiev.
Kiev ha implorato Israele di inviare Iron Domes nel paese l’anno scorso, con funzionari che hanno affermato che l’Ucraina sarebbe pronta ad «acquistare» il sistema e non stava cercando una «donazione», riposta il sito russo Sputnik.
All’inizio del 2022, alla vigilia dell’escalation in Ucraina, i media israeliani hanno riferito che Tel Aviv ha interrotto un tentativo da parte degli Stati Uniti di trasferire le batterie dell’Iron Dome in Ucraina tra le preoccupazioni su come Mosca avrebbe potuto rispondere.
Introdotto per la prima volta in servizio con l’esercito israeliano nel 2011, l’Iron Dome è stato ampiamente utilizzato nelle battaglie di Israele contro le milizie palestinesi e libanesi armate principalmente di piccoli razzi e droni. Israele ha pubblicizzato il sistema come uno dei migliori sistemi di difesa aerea al mondo.
Tuttavia, analisi indipendenti del suo rapporto tra sparo e abbattimento hanno sollevato interrogativi sulla sua efficacia, con uno studio del suo utilizzo contro i razzi di Hamas durante il conflitto del maggio 2021 a Gaza che ha rivelato che il sistema era stato parzialmente sopraffatto dal lancio massivo di razzi da parte della milizia palestinese.
Le batterie Iron Dome sono costituite da radar e moduli di comando e controllo e tre lanciatori, quest’ultimo armato con 20 missili intercettori Tamir ciascuno. Israele ha circa 12 sistemi Iron Dome nel suo arsenale.
Israele ha dimostrato in questi mesi un’attitudine piuttosto intermittente nella fornitura di armi a Kiev, negando ad esempio il trasferimento di armi cibernetiche all’Ucraina o a Paesi, come gli Stati baltici, che avrebbero potuto rivenderle a Kiev.
Come riportato da Renovatio 21, Israele si sta ora attrezzando con sistemi antiaerei basati su laser.
Immagine di NatanFlayer via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
Militaria
Mosca adotterà tutte le misure necessarie contro le testate nucleari in Lituania. Truppe estoni muovono verso il confine
Interrogato sulle recenti mosse della Lituania per autorizzare il dispiegamento di armi nucleari statunitensi sul proprio territorio, al confine con la Russia, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha avvertito oggi che le azioni lituane «non possono essere percepite se non come un passo verso un’escalation delle tensioni, così come non può esserlo il dispiegamento di armi nucleari in un paese confinante. Lo riporta l’agenzia stampa governativa russa TASS.
«Nessuno di questi sviluppi contribuirà alla stabilità e alla prevedibilità nel continente europeo. Al contrario, con nostro rammarico, segneranno un’ulteriore e significativa escalation delle tensioni. Quanto alla Russia, naturalmente, Mosca sarà costretta ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la propria sicurezza» ha detto il portavoce. Le parole di Peskov fanno eco a quelle già rilasciate dal presidente Putin e da altri alti funzionari russi in risposta a una serie di provocazioni contro il Paese, tra cui quella su Kaliningrad.
Nell’ambito della spinta occidentale a posizionare missili nucleari lungo tutto il confine occidentale della Russia, la Lituania sta modificando la propria Costituzione per assecondare questa provocazione. Ieri il Seimas, il Parlamento lituano, ha superato a larga maggioranza la seconda delle tre votazioni necessarie per abolire la disposizione costituzionale (articolo 137) che vieta il dispiegamento di armi nucleari e di basi militari straniere sul territorio nazionale.
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Il voto è stato di 106 a 18, al primo turno il risultato era stato di 99 a 13. Per entrare in vigore, la legge dovrà essere approvata definitivamente dal Seimas il 12 gennaio 2027 con almeno 94 voti favorevoli. Il presidente del parlamento, Juozas Olekas, ha dichiarato: «L’abolizione del divieto di dispiegamento di armi nucleari elimina le restrizioni legali in materia di sicurezza che differivano da quelle in vigore in altri paesi dell’UE e della NATO».
Il governo spinge inoltre per la creazione di una base militare statunitense. Oggi il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha aggiunto che pagherà Washington per la costruzione di una base militare nel Paese. Su Facebook ha pubblicato l’idea proposta a Washington: «Questa è una garanzia di deterrenza e sicurezza di fondamentale importanza. I nostri partner devono solo prendere la decisione politica di stazionare permanentemente le truppe, e la Lituania è pronta a coprire i costi».
Movimenti inquietanti si stanno registrando anche in un ulteriore Paese baltico. Come riportato da Renovatio 21, l’Estonia si sta aggiungendo al tentativo di accerchiamento strategico della Russia.
«L’Estonia sposta le truppe più vicino alla Russia in un’offensiva di “difesa attiva”», ha riportato il Financial Times il 5 ottobre, aggiungendo che «lo Stato baltico si prepara a condurre attacchi in profondità nel territorio del suo vicino in caso di attacco». «Difesa attiva» significa «spostare le unità di combattimento principali da Tapa, nel Nord dell’Estonia, a Johvi, a 50 chilometri dal confine con la regione di Leningrado», ha spiegato il quotidiano russo in lingua inglese Moscow Times, noto per le posizioni anti-Cremlino. «Il Paese sta anche acquisendo droni e missili balistici in grado di colpire fino a 300 chilometri all’interno del territorio russo».
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha minimizzato la questione nel briefing quotidiano con la stampa. «Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che il nostro Ministero della Difesa e gli altri servizi competenti possiedano le informazioni necessarie per monitorare e valutare adeguatamente la situazione lungo i nostri confini».
Tutto ciò va ben oltre al Baltico e si inserisce però in un’offensiva su vasta scala dell’UE volta ad accerchiare la Russia a Ovest, dispiegando capacità di attacco, comprese armi nucleari della NATO, dalla Finlandia a Nord fino alla Polonia e alla Romania a Sud.
Questa strategia provocatoria include anche l’ipotesi di strangolare e persino di conquistare l’exclave russa di Kaliningrad, il che ha suscitato i più gravi avvertimenti da parte dei vertici della Federazione Russa, che pure di difendere la città hanno fatto capire di essere pronti alla guerra atomica.
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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Militaria
Gli Stati Uniti ritirano improvvisamente tutti i bombardieri da Fairford in Inghilterra
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Militaria
Marine USA arrestato per l’omicidio di una donna a Okinawa. La catena dell’orrore continua
Un marine statunitense è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e rapinato una donna a Okinawa, secondo le autorità giapponesi.
La vittima, Anna Yagi, 39 anni, è stata trovata morta sabato in una stanza d’albergo a Naha, capoluogo della prefettura. Okinawa ospita diverse importanti installazioni militari statunitensi e decine di migliaia di militari americani.
Il caporale Devin Jacob Ballard, 20 anni, di stanza presso la base aerea dei Marine Corps di Futenma a Ginowan, è accusato di aver strangolato Yagi e di averle rubato portafoglio e zaino. Ha negato le accuse.
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Secondo quanto riportato, le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano un uomo, che si ritiene essere Ballard, entrare nell’hotel con Yagi e uscirne da solo con quelli che sembrano i suoi effetti personali. La polizia lo ha rintracciato in una zona di locali notturni nella tarda serata di sabato.
Il Corpo dei Marines ha confermato che Ballard è assegnato alla III Forza di Spedizione dei Marines e ha dichiarato di collaborare con le autorità.
«Questo caso rappresenta un duro colpo e accresce la paura tra gli abitanti di Okinawa, già costretti a vivere a ridosso delle basi statunitensi», ha dichiarato ai giornalisti il neoeletto governatore di Okinawa, Genta Koja. «È assolutamente imperdonabile e siamo indignati».
«Devo dire che la disciplina e l’educazione delle truppe non stanno funzionando affatto», ha aggiunto, riferendosi alle misure introdotte dall’esercito statunitense dopo una serie di casi di violenza sessuale che hanno coinvolto personale americano sull’isola.
Domenica il governo giapponese ha presentato una protesta formale a Washington. Il primo ministro Sanae Takaichi ha chiesto piena collaborazione alle indagini, una disciplina più severa per il personale statunitense e «misure rigorose» per prevenire incidenti simili.
«Il verificarsi di un incidente così brutale e atroce è motivo di profondo rammarico», ha scritto su X, esprimendo le condoglianze alla famiglia della vittima.
Il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi ha convocato l’ambasciatore statunitense George Glass, che ha promesso piena collaborazione alle indagini.
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Secondo il governo prefettizio di Okinawa, l’isola rappresenta solo lo 0,6% del territorio giapponese, ma ospita il 70,3% delle installazioni militari statunitensi presenti in Giappone e utilizzate esclusivamente dalle forze armate americane.
Le preoccupazioni per criminalità, rumore degli aerei e inquinamento alimentano da tempo l’opposizione alle basi. Il rapimento e lo stupro di una dodicenne da parte di tre militari statunitensi nel 1995 scatenarono proteste di massa. Le manifestazioni contro la presenza militare americana sono continuate: nel 2018 una protesta attirò circa 70.000 persone.
Nel giugno 2024 Tokyo protestò formalmente contro due presunte aggressioni sessuali che coinvolgevano personale statunitense e contro i ritardi nella divulgazione dei casi. Il Corpo dei Marines intensificò di conseguenza i controlli sull’alcol e le pattuglie fuori dalle basi, mentre le Forze armate statunitensi in Giappone vietarono ai militari l’accesso ai locali pubblici fuori dalle basi dalle 1:00 alle 6:00 del mattino.
Nonostante le misure, sono seguite ulteriori accuse di violenza sessuale a carico di personale americano.
Come riportato da Renovatio 21, nel gennaio 2025 l’allora capo di gabinetto Yoshimasa Hayashi esortò le forze armate statunitensi in Giappone a inasprire la disciplina e ad adottare misure più severe per prevenire altri incidenti.
A Okinawa sono presenti 27.000 dei 50.000 soldati USA di stanza in Giappone, pur essendo l’isola appena lo 0,6% del territorio nazionale. Gli abitanti di Okinawa sono sempre stati considerati in modo leggermente subalterno da Tokyo: membri di un Regno extra-imperiale sino al 1872, è naturale che essi siano stati considerati una pedina di scambio con le forze armate statunitensi. Il generale McArthur ebbe l’idea che non essendo gli okinawani totalmente giapponesi, la presenza americana laggiù avrebbe potuto essere anche molto pesante, senza timori di disturbi da parte di revanscismi nazionalisti.
L’incidente recente è l’ultimo di una serie di violente aggressioni contro le donne a Okinawa. A dicembre 2024, un tribunale giapponese ha condannato il Senior Airman Brennon Washington per aver rapito e aggredito sessualmente una ragazza di 15 anni un anno prima, condannandolo a cinque anni di carcere con lavori forzati. Ha fatto ricorso contro il verdetto.
A giugno di due anni fa un caporale dei Marine è stato incriminato per tentata aggressione sessuale e a settembre, un altro caporale dei Marine è stato accusato di aver ferito una donna durante un’aggressione sessuale.
Nel 1995 produsse un’ondata di protesta senza precedenti la vicenda in cui tre militari statunitensi affittarono un furgone e rapirono una bambina di 12 anni, la legarono con nastro adesivo, quindi la stuprarono. Vi sono state situazioni in cui i militari ubriachi, in palese spregio di una proprietà privata non-americana, sono entrati a casa di famiglie giapponesi. Come aveva riportato anni fa il britannico Indipendent, le soapland di Okinawa – cioè i bordelli giapponesi a base di sesso e schiuma – hanno iniziato a proibire l’ingresso ai soldati USA, che probabilmente erano pure i loro migliori clienti.
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Gli okinawani sono stati particolarmente indignati negli scorsi ann quando i media locali hanno rivelato che il governo giapponese non aveva denunciato due casi di violenza sessuale che coinvolgevano membri del servizio americano. Dal 1972 i casi i casi denunziati sono più di 5000.
Nel 2002, un maggiore dei Marines, Michael Brown, fu accusato di aver tentato lo stupro una barista filippina, il processo fu controverso, e nonostante la condanna del tribunale giapponese Brown poté far ritorno in patria, dove nel 2005 fu arrestato per aver rapito una diciottenne di origine vietnamita. Condannato un’altra volta, ora è a piede libero.
Andando indietro con la memoria – stendendo un velo pietoso sugli stupri di guerra – troviamo l’agghiacciante caso di Yumiko-chan. Una bambina di 6 anni, Yumiko Nagayama, fu rapita dall’asilo, stuprata e uccisa ed infine abbandonata in una discarica presso la base militare di Kadena. Il corpo della piccola presentava un profondo taglio di coltello che dall’addome saliva sino alle budella. Fu accusato dell’orrendo crimine il sergente Isaac J. Hurt: la popolazione locale chiese un processo civile teletrasmesso in pubblico, ma le autorità di occupazione ignorarono la richiesta. Hurt fu trasferito in USA dove, contrariamente a quanto chiedevano con forza gli abitanti di Okinawa, non fu condannato a morte.
La situazione di Okinawa non è lontanissima da quella di altre basi USA disposte sul globo, come quella di Vicenza.
Nel 2013 un soldato di stanza alla base Dal Din, 22 anni, nel novembre 2013 fu denunciato per aver stuprato una minorenne in discoteca. Lo stesso militare, per qualche ragione non arrestato, né congedato, né trasferito, pochi mesi dopo avrebbero picchiato, stuprato e perfino rapinato una prostituta romena incinta di sei mesi.
Gli accordi degli anni Cinquanta tra USA e Italia fanno sì che, in barba ad ogni possibile concetto di sovranità, i militari USA la fanno sempre franca – come nel caso, notissimo, della strage del Cermis. E diciamo di più: secondo gli accordi, gli indennizzi spettano poi… al ministero dell’Economia italiano.
Bechi e bastonà, si dice in veneto. Cornuti e mazziati. L’espressione giapponese per esprimerlo è il kotowaza (proverbio) 踏んだり蹴ったり, fundari kettari: «essere calpestati e poi presi a calci».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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