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Geopolitica

Il Kosovo accusa Belgrado per l’esplosione del canale dell’acqua

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Il primo ministro del Kosovo Albin Kurti ha accusato le autorità serbe di essere dietro l’esplosione di un canale che fornisce acqua alle due principali centrali elettriche a carbone della regione separatista.

 

Kurti ha parlato dell’attacco al canale Ibar-Lepenac vicino alla città di Zubin Potok durante un discorso televisivo venerdì sera. Parti della regione potrebbero rimanere senza elettricità se i danni causati dall’esplosione non saranno riparati al più presto, ha avvertito.

 

«Si tratta di un attacco criminale e terroristico mirato a danneggiare le nostre infrastrutture critiche», ha affermato il primo ministro.

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L’attentato «è stato compiuto da professionisti. Crediamo che provenga da bande dirette dalla Serbia», ha affermato senza, tuttavia, fornire alcuna prova.

 

Non si sono registrati decessi o feriti a seguito dell’esplosione, che ha anche interessato le riserve idriche della regione separatista.

 

Il governo di Belgrado non ha ancora commentato l’incidente. La Lista Serba, un partito che rappresenta gli interessi della minoranza serba nel Kosovo a maggioranza albanese, ha dichiarato ai media che l’attacco al canale era «assolutamente contrario agli interessi del popolo serbo». Il partito ha chiesto un’«indagine urgente» sull’esplosione da parte della forza internazionale di mantenimento della pace (KFOR) guidata dalla NATO e della missione civile dell’UE nella regione separatista (EULEX).

 

In un post su X, Kurti ha promesso che le autorità di Pristina «chiederanno conto ai responsabili».

 

«L’attacco ha preso di mira specificatamente un canale idrico chiave nel nord del paese per destabilizzare l’intera produzione energetica e l’approvvigionamento idrico del Paese» scrive l’albanese.

 

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Nel suo messaggio sui social il Kurti si avventura in parallelismi tra Kosovo e Ucraina: Solo un giorno prima, la Russia aveva lanciato un attacco alla rete elettrica dell’Ucraina. Questa era una pagina dello stesso copione. Questo è il motivo per cui lanciamo l’allarme sull’alleanza della Russia con la Serbia. Sebbene l’indagine sia in corso, i materiali sequestrati mostrano un numero considerevole di toppe militari serbe e russe».

 

La non troppo inaspettata comparizione di retorica antirussa anche in questo contesto sembra fatta apposta per sollevare l’interesse degli USA, grandi protettori degli albanesi sin dai tempi delle guerre clintoniane degli anni Novanta.

 

Ed infatti, ecco che l’ambasciatore statunitense in Kosovo Jeff Hovenier è apparso su X scrivendo che Washington ha offerto «pieno supporto al governo del Kosovo per garantire che i responsabili di questo attacco criminale siano identificati e ritenuti responsabili».

 

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Anche l’inviato dell’UE nella regione, Aivo Orav, ha condannato l’attacco e ha chiesto che venga aperta un’inchiesta sull’incidente. Bruxelles del resto sembra pure istericamente interessata al tema del Kosovo.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa era emerso che il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva detto al presidente serbo Aleksandar Vucic che senza riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo Belgrado non sarebbe entrata in Europa. Isterie simili si erano poi viste quando il ministro degli Esteri di Mosca Lavrov doveva visitare la Serbia.

 

L’esplosione sul canale Ibar-Lepenac è ​​il terzo attacco in Kosovo questa settimana. Martedì, autori non identificati hanno lanciato due granate nel cortile di una stazione di polizia nella città di Zvecan, nel nord della regione. Ci sono stati danni materiali, ma nessun ferito a seguito dell’incidente.

 

Il giorno dopo, un edificio comunale a Zvecan è stato anch’esso preso di mira con una granata. L’edificio e quattro auto parcheggiate all’esterno hanno subito danni minori nell’attacco, ha affermato la polizia.

 

Gli USA e molti dei loro alleati hanno riconosciuto il Kosovo come stato sovrano nel 2008, dopo che la provincia ha dichiarato l’indipendenza. Belgrado considera ancora la regione parte della Serbia, così come Russia e Cina, tra gli altri Paesi.

 

Il Kosovo è essenzialmente una creazione dei Clinton, che si appoggiavano al cosiddetto «Ulivo mondiale»: Blair a Londra e l’ex comunista Massimo D’Alema a Roma, che fornì aiuto politico, materiale, militare dal nostro Paese. Lo «Stato» kosovaro fu creato grazie a massicci bombardamenti NATO della Serbia voluti dall’amministrazione americana a fine anni Novanta, in primis il senatore Joe Biden, che, amico personale di Tito, rivendica addirittura di aver indicato ai militari le zone da colpire.

 

 

Secondo il New York Times il Kosovo è percentualmente il più grande fornitore di foreign fighter ISIS in rapporto alla popolazione.

 

L’ex presidente kosovaro Hashim Thaci, pupillo del segretario di Stato clintoniano Madeleine Albright a lungo al vertice del Paese, è stato accusato di crimini tra cui il traffico di organi.

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Immagine di European Union, 2024 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 
 

 

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Geopolitica

Il presidente colombiano Petro denuncia un «tentativo di assassinio»

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Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato di essere scampato a un tentativo di assassinio, dopo aver ricevuto per mesi segnalazioni su un presunto complotto ordito da narcotrafficanti per eliminarlo.   Il Paese sudamericano è segnato da decenni di violenze legate a guerriglie e gruppi armati. Il presunto attentato alla sua vita avviene in un momento di alta tensione politica, alla vigilia delle elezioni per il Congresso dell’8 marzo e delle presidenziali fissate per maggio.   Nel corso di una riunione governativa trasmessa in diretta streaming martedì, Petro ha raccontato che poche ore prima si trovava a bordo del suo elicottero insieme alle figlie e non era riuscito ad atterrare nella località prevista nel dipartimento di Córdoba, sulla costa caraibica, per timore che persone non identificate «stessero per aprire il fuoco».   «Sto cercando di evitare di essere ucciso. Per questo motivo ieri sera non sono riuscito ad arrivare in orario, perché non ho potuto atterrare dove avevo annunciato. Anche stamattina non sono riuscito a scendere dove previsto, perché erano arrivate informazioni secondo cui l’elicottero sarebbe stato preso di mira», ha spiegato.   Petro, al quale la Costituzione vieta la ricandidatura per un secondo mandato consecutivo, ha affermato che un’organizzazione dedita al narcotraffico lo ha nel mirino fin da quando ha assunto la presidenza nell’agosto 2022. In precedenza aveva già denunciato un altro presunto tentativo di attentato alla sua vita nel 2024.

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Secondo il quotidiano El Tiempo, il principale cartello colombiano, il Clan del Golfo, è attivo proprio nel dipartimento di Córdoba. Il giornale evidenzia inoltre che il gruppo ha interrotto di recente i negoziati di pace con il governo, dopo che Petro ha raggiunto un accordo con il presidente statunitense Donald Trump per collaborare alla cattura del capo del cartello Hobanis de Jesús Ávila Villadiego.   Petro e Trump si sono incontrati alla Casa Bianca all’inizio di questo mese, in un clima di crescenti attriti. Trump ha criticato aspramente gli sforzi colombiani contro il narcotraffico, giudicandoli insufficienti, e in passato aveva definito il presidente colombiano un «narco-leader illegale». Petro ha respinto le accuse, accusando a sua volta Washington di condurre operazioni destabilizzanti nei Caraibi e in Venezuela, dannose per la stabilità regionale.   Le dichiarazioni di Petro sono arrivate poco dopo il rapimento della senatrice colombiana Aida Quilcué, avvenuto nel suo dipartimento natale di Cauca, una zona martoriata dal conflitto e contesa dai dissidenti delle ex FARC, dove si concentra gran parte della coltivazione di coca.   L’attivista indigena, pluripremiata per il suo impegno, è stata liberata poche ore dopo: il suo team ha annunciato su X il ritrovamento del veicolo su cui viaggiava insieme a due guardie del corpo, abbandonato dopo l’aggressione. La senatrice 53enne ha riferito all’AFP di essere stata sequestrata da «diversi uomini armati», senza indicare a quale gruppo appartenessero.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Petro ha promesso di «prendere le armi» qualora gli USA attaccassero. Dopo gli attacchi alle imbarcazioni della droga nei caraibi, Il colombiano aveva definito The Donald come un «barbaro». Trump aveva risposto alle rimostranze di Bogotà definendo il Petro «uno spacciatore». A fine 2025 Petro accusò gli USA di aver iniziato una guerra.   Poche settimane fa, dopo vari avvertimenti a Paesi latinoamericani, Trump aveva dichiarato che un raid in Colombia gli sembrava «una buona idea».   Il presidente colombiano è avversario della NATO e ha chiesto due anni fa alla Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di cattura per il premier israeliano Benjamino Netanyahu. A fine 2025 Petro aveve espulso dalla Colombia tutti i diplomatici israeliani.   Petro aveva dapprima rifiutato un aereo cargo di immigrati illegali rispediti da Trump appena eletto in Colombia, ma poi cambiò idea.  

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Truppe britanniche attive sul terreno in Ucraina: parla l’ambasciatore russo a Londra

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Londra ha fornito alla Russia ogni ragione per ritenerlo coinvolto nel conflitto ucraino, inclusa la presenza di truppe sul campo, ha dichiarato l’ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin.

 

L’impegno britannico è significativo e indica una politica mirata a limitare la Russia, ha spiegato Kelin in un’intervista a RIA Novosti diffusa lunedì.

 

«La Gran Bretagna offre a Kiev orientamento politico, la supporta economicamente e con forniture materiali, condivide informazioni di intelligence, armi, addestra e combatte al fianco delle forze armate ucraine e di altre entità militarizzate», ha detto. «Abbiamo ogni diritto di considerare Londra come parte effettiva del conflitto».

 

Kelin ha sostenuto che esperti militari britannici sono dislocati presso l’ambasciata a Kiev. La Gran Bretagna assiste i servizi segreti ucraini nella pianificazione di azioni contro la Russia e ha prolungato il programma di formazione Interflex per le truppe ucraine nel Regno Unito almeno fino al 2026.

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La presenza di soldati britannici in servizio attivo in Ucraina è ora riconosciuta pubblicamente, come testimonia la morte di un militare lo scorso dicembre mentre «osservava le forze ucraine testare una nuova capacità difensiva», secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa. Londra evita di ammettere ruoli combattivi, ha aggiunto Kelin, ma «ci sono molti modi per presentare gli incidenti in una luce relativamente dignitosa».

 

Anche ex soldati britannici operano come mercenari in Ucraina, ha precisato, probabilmente motivati «dalla retorica dei media e… dal messaggio del governo secondo cui Kiev ha bisogno di essere sostenuta in ogni modo», sebbene non sotto direzione ufficiale di Londra.

 

Kelin ha descritto i rapporti tra Mosca e Londra come da tempo compromessi dall’ostilità dei governi britannici susseguitisi. Utilizzare la Russia come capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai problemi interni sta allontanando gli elettori dai partiti tradizionali, ha argomentato, citando l’ascesa di Reform UK.

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Gli Stati Uniti finanzieranno gli attivisti per la libertà di parola in Europa

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Il Dipartimento di Stato statunitense finanzierà «think tank e organizzazioni benefiche in linea con il movimento MAGA» in Europa, mentre Washington intensifica la sua opposizione alla censura nell’Unione Europea e nel Regno Unito. Lo riporta il Financial Times.   La funzionaria del Dipartimento di Stato Sarah Rogers ha discusso il progetto con esponenti del partito Reform UK di Nigel Farage durante una visita a Londra lo scorso anno, secondo quanto riferito al quotidiano da tre fonti anonime. La Rogers, nota per le sue dure critiche alle normative europee contro i «discorsi d’odio», guida l’iniziativa e concentrerà il sostegno su organizzazioni vicine al MAGA nelle capitali di Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles, ha precisato una delle fonti.   La Rogers è in contatto con attivisti per la libertà di espressione nell’UE e nel Regno Unito e ha messo nel mirino l’Online Safety Act britannico e il Digital Services Act (DSA) europeo. I repubblicani a Washington accusano da tempo Bruxelles di utilizzare il DSA per soffocare la libertà di parola e censurare gli utenti americani delle piattaforme social.

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Il piano rappresenta una sorta di inversione rispetto alle iniziative decennali con cui gli Stati Uniti hanno finanziato in Europa organizzazioni politiche, mediatiche e della società civile di orientamento liberale. Molte di queste attività sono state interrotte lo scorso anno, quando il presidente Donald Trump ha tagliato quasi tutti i fondi all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID).   Un portavoce del dipartimento di Stato ha definito il nuovo programma di finanziamento «un uso trasparente e legittimo delle risorse per promuovere gli interessi e i valori americani all’estero». Il Financial Times, tuttavia, osserva che l’iniziativa «probabilmente susciterà sgomento» tra i governi di centro-sinistra europei, che temono un intervento attivo degli Stati Uniti per indebolire la loro influenza.   Nel 2024 si era verificato lo scenario opposto: il governo laburista britannico di centro-sinistra aveva inviato attivisti negli Stati Uniti per fare campagna contro Trump a sostegno dell’allora vicepresidente Kamala Harris.   I principali esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte attaccato UE e Regno Unito per le loro leggi sulla censura, come l’Online Safety Act e il DSA. Durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco dello scorso anno, il vicepresidente J.D. Vance aveva avvertito che il futuro sostegno americano all’Europa sarebbe dipeso dalla reale tutela della libertà di espressione da parte dei governi europei.   La strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump è andata ancora più avanti, sostenendo che immigrazione di massa, censura e l’ostinata volontà di finanziare il conflitto ucraino stanno portando il continente verso una «cancellazione della civiltà».   Di conseguenza, «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee» è diventato uno degli obiettivi centrali della politica estera di Washington.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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